Stare fuori Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno B

Ortensie, Crocetta

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Stare fuori

Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Pochi capitoli prima avevano cercato di riportarlo a casa. I suoi parenti. Avevano provato a rimettere quel figlio di falegname al suo posto. È solo un frammento di Vangelo ma brucia come una scheggia di lava, è scandaloso il tentativo di voler confinare il Verbo ed è, da subito, l’azione di chi è più vicino a Cristo, è sempre così.

Quel tentativo di riportare a casa Gesù contiene già la paura per la potenza di una storia che non si capisce, per una vicenda che ferisce e ustiona e ancora oggi quel tentativo è in atto, ogni volta che addomestichiamo la Parola, ogni volta che dimentichiamo il sangue e la carne smarrendole in un vago spiritualismo, ogni volta che usiamo le parole per mantenere inalterate le nostre impalcature di pensiero, ogni volta che pieghiamo il Vangelo alla nostra ideologia politica, ogni volta che prendiamo la parola per difendere i confini delle nostre tranquillità. Ma Gesù non si lascia afferrare, rimaniamo sempre con le mani aperte e vuote perché Lui scivola altrove, Lui è l’invito costante a un viaggio. Succede all’inizio, quando i suoi non riescono a riportarlo a casa, succede durante tutto il suo cammino, succede perfino il giorno di Pasqua, lì sarà addirittura la morte a rimanere a mani vuote.

E se torna a casa è per sua decisione, non costretto, è lui a un certo punto che sceglie di tornare, dopo le prime parabole, dopo aver chiamato i Dodici, dopo i primi miracoli, è Gesù che decide e così lo troviamo in sinagoga, è sabato, e lui insegna.

“Da dove gli vengono queste cose?”. L’incontro inizia bene e le parole che sgorgano sono fradice di stupore. Ascoltavano meravigliati in quella sinagoga. Se manca lo stupore nessun cammino è possibile. Lo stupore legato a una Parola che parla alla vita. Ma subito ecco l’incalzare di una seconda domanda che apparentemente sembra ottima, i suoi compaesani si chiedono “da dove vengono le cose che dice?”. E io ho sempre creduto fosse una domanda lecita e anche rispettosa. Però forse qui si è già incrinato qualcosa. Penso a Giairo e all’emorroissa, il loro incontro con Gesù non si è limitato a voler capire “da dove arrivassero le sue parole”, Giairo e l’emorroissa dopo la ricerca iniziale, dovuta a curiosità per quello che si diceva di Gesù, lo cercano perché ne hanno bisogno e lo implorano di entrare nelle loro vite, chiedono che Lui entri dentro, in-segni le loro esistenze. Lo stupore non basta e diventa addirittura pericoloso se si declina in uno sterile intellettualismo. A cosa serve cercare di capire da dove vengono le parole se non sappiamo dove vanno? Più ancora, se non siamo noi il terreno arato e bisognoso di accoglierle! Se lui è la pioggia e la neve a che serve conoscere il ciclo della natura se non ci lasciamo fecondare?

Torna a casa Gesù ma non riesce a far trovare casa alla Parola. Cercare di capire non basta, occorre arrendersi, occorre accogliere il rischio di smarrirsi, la Parola non è facile e i suoi parenti l’avevano capito, volevano riportarlo a casa perché lo definivano “fuori di sé”, e avevano ragione, a questo resistono i compaesani di Gesù, e spesso anche noi quando ci accontentiamo di una lettura che accarezza con parole dolci, di un cristianesimo che mette la vita a posto, anche noi non accettiamo il viaggio, non accettiamo di uscire da noi stessi. Quando lo stupore lascia lo spazio all’ordine, quando la follia dell’essere fuori diventa disciplina obbediente dello “stare dentro” il Vangelo è già disinnescato.

E così in quella sinagoga lo stupore non è che subito si arrende all’intellettualismo degli uomini sapienti però non riesce a resistere a lungo, servono altre due domande a forzare una sorta di resistenza: “e che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”, sono domande che si ostinano a cercare solo una causa, cercano risposte, ma così si chiudono all’unico grande passaggio che avrebbe sconvolto la loro vita: lasciarsi implicare in quella storia. Non è comprendere Cristo che ci salverà, non è spaccarci la testa per comprendere o convincere, non è difendere una dottrina ma arrendersi, compromettersi, lasciarsi travolgere, naufragare in quella follia, innamorarsi, lasciarsi ustionare, ferire, massacrare da una relazione che non lascia nulla a posto, nulla in ordine, vivere “fuori”, come Lui. Con Lui.

E poi l’intellettualismo (che trova risposta a tutto ma anche al suo contrario) si sposa con la seconda forma di difesa capace di uccidere ogni stupore: la svalutazione. È solo il falegname, il figlio di Maria. Ancora una volta riporto tutto entro limiti conosciuti e controllabili. Svalutare l’altro impedisce di innamorarsi, di fidarsi, di credere.

Doveva far l’amore con la morte lo stupore, come è successo con la figlia di Giairo, doveva mischiarsi al sangue di una ferita aperta, doveva entrare, doveva essere la follia dell’incarnazione a distruggere i muri difensivi, la Parola è sconvolgente ed è vicina oppure non è, o il Vangelo brucia vita nuova e questa vita è la mia oppure sarò solo un funzionario obbediente della chiesa. Lo stupore infilzato dall’intellettualismo e umiliato dalla svalutazione di trasforma in scandalo, ed è una bellissima notizia, perché il Vangelo è scandaloso! Ma se hai paura lo scandalo è un impedimento. E nemmeno Gesù può farci niente. E lì non poteva compiere nessun prodigio.

Qualche malato lo lascia entrare perché chi è malato non ha difese, per il resto questa pagina è la storia di un fallimento triste e prevedibile, di un fallimento frutto di un pensiero che non accetta di mettersi in discussione. Storia del fallimento della potenza della Vita dentro le pareti di una istituzione. E poteva finire così, e Gesù poteva arrendersi, invece la grandezza di Cristo si vede anche qui, perché impara da questa chiusura, impara che la Parola sarà sempre profetica, questo fallimento istruisce la sua identità. E così inizia a camminare con decisione verso la fine che attende ogni profeta. Non esiste l’errore, esiste una storia da interrogare e da far entrare, il miracolo vero è la compromissione, e Gesù si lascia compromettere fino in fondo. E infatti l’unico meravigliato in questa pagina sarà lui. E si meravigliava della loro incredulità. Appoggiato sulle pareti di un cuore di profeta rifiutato si adagia lo stupore, battuto ma non sconfitto, pronto a toccare l’intimo di chi si concede con disponibilità alla vita.

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