Sono io, IO SONO Diciottesima domenica Tempo Ordinario B

Astrazione di rosa (del mio giardino) 30.7.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Sono io, IO SONO

Diciottesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Lo volevano fare re, d’altronde moltiplicava pane, sapeva i bisogni delle persone, sapeva riempire il vuoto scavato dalla fame, poteva farlo il re, in fondo con quel miracolo si era candidato. Qualcuno lo ha eletto, ci crede ancora, che Lui riempia.

Ma poi Gesù scappa, scappa dal suo stesso miracolo, si lascia alle spalle dodici ceste di pane avanzato e la meraviglia delle persone che nemmeno si accorgono che lui se ne sta andando. Chissà se questo significa già che se non siamo affamati ci sfuggono le cose essenziali della vita.

Gesù scappa da un miracolo che lui stesso ha compiuto, dai suoi effetti, come se fosse pentito da come sono andate le cose. La domanda che compare sulle sue labbra (e che è riportata dal Vangelo di oggi) è teneramente ingenua “voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani”, perché poteva essere altrimenti? Come puoi, se sei affamato, cercare segni? Vedi il pane, hai fame di pane, ti basta il pane, poco importa da dove viene e cosa chiede, il pane basta. E così è la vita. E così sarà sempre.

Procedo in questa riflessione a piccoli passi incerti, mi scuserete, non sto fingendo, sto cercando anche io, elemosino punti di riferimento. Sono dubbi a voce alta, non me ne vergogno.

Provo a sostare sul brano presente ma non riesco a stare solo qui, mi sembra che Gesù sia in fase di passaggio, mi sembra che questa pagina amara, quella che abbiamo appena letto, sia una specie di monologo che il Maestro rivolge a se stesso per convincersi, per trovare il coraggio di uscire dalla logica del bisogno di pane soddisfatto ed entrare in quella del muto segno che delude, che tradisce le attese. Mi sembra che Gesù stia dicendo a se stesso che deve trovare il coraggio per reggere di rimanere solo Segno davanti alle fami di giustizia, di amore, di vita delle persone. Gesù deve trovare il coraggio di tradire il bisogno dell’uomo. E quindi sono come trascinato in avanti, il pane non è segno facile da intuire perché risponde a un bisogno, solo segno senza sarà il cadavere aperto dalla violenza, sarà il cadavere in croce, lì esploderà tragica la domanda, lì non ci si potrà sedere sfamati e contenti. Segno sarà il sepolcro, fornace definitiva. Segno sarà solo il profumo fragrante della Resurrezione, ma segno solo per pochi, per i pochi cercatori rimasti, per chi sentirà la scia di nardo nel luogo di morte.

Lo trovarono di là del mare

Mi chiedo cosa sia un “segno”. Gesù vuole disseminare di “segni” la vita, Gesù entra nell’intimo del reale, di ogni cosa che si vede, per dire che quello è solo il simbolo, la scorza, che la verità di quel che vediamo è oltre ciò che percepiamo. Segno saranno i miracoli, le parole e perfino i silenzi. Segno sarà la sua presenza. Tutto è segno. Il pane è più del pane, Gesù si muove nel mondo come per svelare che ogni cosa che si manifesta agli occhi e al tatto è il punto di equilibrio tra due estremi: la trascendenza, figlia di un altezza immensa custodita nei cieli e il pozzo profondo dell’interiorità. Come se la vita fosse un equilibrio transitorio di un mondo vertiginoso, una specie di teatro di ombre, una enorme poesia dove il filo d’inchiostro è solo il segno di una Verità vertiginosa. Che bussa da un Altrove infinito.

Gesù attraversa il mare, come a voler dire che ogni cosa nasconde dentro di sé un mare da salpare. Il mare è la trascendenza e la profondità, come dire che c’è un Infinito da attraversare nel cuore di tutte le cose che vediamo. Ecco il Segno.

Mi affascina e mi fa paura questa visione delle cose. Davvero siamo segni? Davvero le persone che ho incontrato erano segni? Mi sono innamorato di scorze che però avevano il loro senso in Dio? Siamo solo ombre che dicono Altro? Siamo l’estremità di un mare, il molo utile per permettere l’approdo in Lui? Mi ripeto e ne sono convinto che è indispensabile il reale, che essere Segno divino è commovente, che Dio abiti il visibile per camminarci incontro è qualcosa di immenso, eppure. Eppure mi resta un senso di paura e smarrimento, il reale non diventerebbe così solo lo spazio usato da Dio per portarci a lui? Mi basta? Ma forse la mia vera paura è altra.

Forse ho solo paura di pensare che le persone che sono morte, che non sono più qui, quelle che sono state segno dell’Amore ora non hanno più senso di esistere perché abitano già in Lui, perché hanno esaurito il loro essere Segno. Così ho paura che il reale, quello di cui faccio esperienza vada perduto, e non riuscirei a sopportarlo, mi fa paura.  

Chiedo al Signore che ami anche le bucce, queste croste di infinito che siamo, chiedo a Lui di usarci se vuole, siamo segni, ma che poi non ci dimentichi. Che ci raccolga. Inutili scarti che hanno balbettato di quel che avevano intuito. Amati scarti.

Perché Cristo lo ha amato questo mondo, con tutto se stesso. Questo mi ripeto. Ne ha amato la anche la polvere. Mi tranquillizzo.

Ma poi incalza ancora:

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna”

Procedo a piccoli pensieri, mi pare che tutto ciò che è legato alla mia vita non possa durare, morirà con me, mi sto dando da fare solo per cose destinate alla morte. Ma può essere diversamente? Cosa rimane di una vita, cosa c’è di eterno in questo ciclo di ripetizioni quotidiane? Non voglio scivolare subito sulla parola Amore, mi pare una mossa furba, e poi certo che amiamo ma amiamo cose e persone che muoiono. Gesù parla di un legame con Colui che lo ha mandato. Siamo al mondo per scoprire questo legame? Mi guardo attorno, sono solo, una parete di libri davanti a me. A sinistra una finestra che prova a contenere il verde luminoso della natura. Dulcinea abbaia. Tutto questo morirà, io morirò, di eterno cosa rimarrà? Il legame con colui che manda vita sulla terra? Tutto ciò che esiste è solo una porta di accesso all’Origine? Siamo veli da svelare? Siamo balbettii dell’Eterno? Ma tutta questa vita Signore la salverai una volta che saremo faccia a faccia con te? E cose ce ne faremo se è solo segno? Mi perdo, mi sembra di smarrirmi, di confondere…

Non è Mosè che vi ha dato il pane del cielo, ma è il Padre

Gesù dopo aver moltiplicato pane vorrebbe che noi sentissimo in ogni morso di fragranza la carezza del Padre. Non è Mosè, dice. Mosè era solo un mezzo. Tutto si sgretola, ogni istituzione, ogni volto, ogni parola, ogni sacramento si disfa. Come Mosè. Indispensabili solo per l’attimo in cui la congiunzione tra finito e Infinito si fa presente e poi basta. Passa, muore, rimane il Cielo. Ascolto il Vangelo e tutto, ma proprio tutto, si relativizza, tutto mi pare indispensabile e al tempo stesso eccessivo, tutto scorre, tutto ha senso per l’attimo esatto in cui riesce a mostrare l’Infinito. Niente da trattenere, nemmeno Mosè, che ha senso solo come mediatore dell’Onnipotente. Tutto scorre, è una libertà feroce e tragica.

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!
Gesù si presenta come la trasparenza dell’Infinito. Non è più Mosè, non è più nemmeno il Nazareno, è l’Io sono. Questo vuol dire essere Segno? Diventare manifestazione dell’Io Sono? Solo questo resta? Solo in questa direzione dobbiamo muoverci? Ho paura di chiedermi se anche solo per un momento sono stato trasparenza del Padre. Ho terrore perché nella mia vita vedo solo tonnellate di pane, accumuli di pane alle mie spalle, montagne di pane per tentare di riempire i miei bisogni prima di quelli degli altri.

Ho paura di smarrirmi Signore, ho una paura terribile di dissolvermi per Te, lo capisci?

Tra le mani ora tengo un frammento di pane, minimo, inutile, una particola, un filo di quasi niente, non avanzerà. Il mio copro nemmeno si accorgerà di aver mangiato pane consacrato. Quel pane sparirà in me. Rimarrò solo io, io solo, un cratere si apre dal fondo al cuore, la preghiera di un Dio che per amore chiede di abitare le mie carni, mi ringrazia. Dalle profondità il pianto divino che supplica il mio respiro, mi chiede di poter rimanere in vita. Dall’alto il Soffio a chiedere casa. L’io sono e il sono io che si toccano. Mi sento per un attimo Segno, per un attimo eterno, per un attimo siamo Lui. Dura solo il tempo di un battito d’ali, poi il mare, un mare che si apre a perdita d’occhio in ogni direzione. Mi ritroverò per sempre solo di là dal mare. Per ora sono solo frammenti e tremori, equilibrismi sulla corda sospesa tra l’estasi e la blasfemia. Mi sembra tutto troppo, mi sento niente. Eppure quando non mi credo, quando non credo in me stesso, mi pare di tradirlo. E allora torno a pregare:

Ama anche le bucce, queste croste di infinito che siamo,

usaci se vuoi, per amare si usa la vita,

siamo solo segni, ma non dimenticarti di noi una volta che saremo in Te.

 Raccoglici.

Inutili scarti che hanno balbettato di quel che avevano intuito,

ma con poesia, ci abbiamo creduto.

Amati scarti, ma con un nome e una storia.

Non smettere di chiamarci per nome.

Salva la nostra storia.

Nostro Signore degli anarchici Diciassettesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

23.7.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Nostro Signore degli anarchici

Diciassettesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Piaccia o non piaccia l’incanto si schianta alla fine, nel momento esatto in cui la folla, come sempre, chiede un re. Nessun re è possibile nel cuore dell’Anarchico.

Piaccia o non piaccia l’incanto si schianta, alla fine ogni tentativo di Cristo di costruire uno straccio di comunità si sfascia sotto i colpi di un potere che chiede di entrare a sfruttare lo stupore.

Piaccia o non piaccia il cristianesimo è da duemila anni che procede passo dopo passo legittimato da re e concorde al potere. Ed è questa cosa che svuota l’Evento di tutta la sua portata rivoluzionaria. No, non pensate subito al Vaticano e ai suoi intrallazzi, pensiamo a noi, al potere ambiguo del sorriso, ai nostri preti seduttivi ed ammiccanti, pensiamo a come gestiamo le parrocchie, pensiamo a noi, alla nostra immatura e continua ricerca di un re. Piaccia o non piaccia questo brano non lascia molto spazio alla poesia e al sogno, piaccia o non piaccia, alla fine, Cristo è solo, su un monte, con gente che vuole farlo re, e questo amici miei non è altro che l’anticipo del Calvario: un monte su cui lui solo rimane, con la gente che lo ha appena incoronato re. Mentre l’Anarchico muore.

Anarchico non è il caos, non è l’egoismo di chi vuol vivere da solo. Questa è propaganda.

Anarchico è un bambino non ancora succube degli schemi, non ancora “educato”, ed è proprio da un bambino che nasce il miracolo, è lui la Genesi della condivisione dei pani, è la parte non ancora piegata alle ideologie, è la parte libera dalle imposizioni del potere e dalla contrapposizione del contropotere. Un ragazzino con pochi pani e pochi pesci, perché solo un ragazzino è abilitato alla disobbedienza. Lui non vuole nessun re e nessun controllo. Lui chiede solo di essere interpellato, a lui non interessano i grandi modelli di sviluppo, lui dice solo di sì all’appello della vita. Se non torniamo qui noi del cristianesimo non sapremo mai nulla. Staremo a combattere sui riti in latino o in italiano per non avere il coraggio di ammettere che è solo l’apice della battaglia più profonda: che tipo di Dio abbiamo in mente? Che tipo di Chiesa? Quale potere stiamo cercando? Il ragazzino se ne fotte dei giochi di potere. Ed è curioso, vuole proprio vedere cosa succede del suo poco, si fida di un sogno che sembra utopia.

Fateli sedere” nostro Signore degli anarchici ci chiede di fare nulla, ma proprio nulla, a un certo punto bisogna solo avere il coraggio di sedersi. “Lavorare lavorare lavorare, preferisco il rumore del mare” scriveva Dino Campana. Far sedere gente nel cuore di un luogo deserto è già un miracolo. Lontani da tutto e privati del cammino, l’erba era alta, serviva a rendere più morbido l’adagiarsi sulla consapevolezza della propria inutilità. Quando non sappiamo o non possiamo fare nulla, quando non riusciamo a strappare vita dalla vita, quando la malattia, la morte, l’insuccesso, la mancanza ci spezza il fiato in gola, quando la tachicardia accelera la nostra ansia, quando non sappiamo cosa fare ci sono solo due modi di reagire, il primo è lavorare lavorare lavorare, è esaurirsi di illusioni attive per strappare almeno la retorica patente dell’eroe che non si arrende. La seconda è coraggiosa è libera, anarchica appunto, è una preghiera, un affidamento allo Stupore, una possibilità concessa ad un Senso che chiede solo di essere accolto: ci si siede. E si mette in atto l’atto di coraggio più grande che ci sia concesso, ci si svela impotenti. Ci si svela per quel che si è. Poveri cristi affamati e senza nulla che possa garantire il futuro. Sedersi e prendere coscienza che ogni uomo non è altro che un bisogno che chiede di essere amato.

Ed è qui che nasce l’incomprensione. Il bisogno fa paura e spera in un re capace di cancellare il bisogno. Nostro Signore degli Anarchici non vuole per nulla cancellare il bisogno perché sarebbe come cancellare noi stessi. L’altro giorno un giornalista mi chiedeva del volto di Dio, io non so altro che una grande fame. Fame di respirarlo, quella che ho visto negli occhi di mio padre morente. Fame di riabbracciarlo, quella che vedo negli smarrimenti di mia madre, fame di incontrarlo, quella che sento nelle Assenze che mi chiamano a eternità. Nostro signore degli anarchici non propone un re ma di sedersi nel cuore delle proprie miserie.

E ringraziare. E io non vedo niente di più rivoluzionario. Si smette di fare, si smette di contare, si inizia a ringraziare.

E poi, colpo finale, si distribuisce pane e non c’è limite, il pane non finisce. Ma rimane la fame, alla fine il pane dura il tempo di qualche ore. Perché questo è solo un segno e non l’annullamento eterno delle fami, sarebbe annullare se stessi, questa è profezia dell’Eterno. E quello la folla non riesce a capirlo, non vuole capirlo, perché in Cristo vede solo la fine dei problemi e non si accorge del coraggio e della profezia del Cristo che con quel miracolo non ha solo moltiplicato il pane ma ha fatto sparire la competizione e l’invidia tra gli uomini, ha cioè anticipato ciò che sarà. Pane per tutti, nessuno che ha più di un altro, fame abitata dal Pane del Cielo.

Capite che un mondo così è lontano anni luce dal modello capitalistico, anni luce da un mondo gerarchico? Nessun padrone, nessun re, nessun papa, nessun parroco, cardinale, principe… solo un ragazzino può crederci.

Forse bisognerebbe morire da ragazzini. O forse attendere il gran finale, quando torneremo bambini nel Padre.

Oppure avere il coraggio di morire liberi. Gesù fallisce, anche in questo caso fallisce, la folla non lo capisce, non resta che la solitudine di un monte e una scia di delusione lasciata dietro di sé.

Mi stupisce la fede, la fede di Gesù, che non smette di credere in noi uomini nonostante noi uomini. E ci crederà fino alla fine. Quando su quel monte chiamato Calvario, in solitudine, non smetterà di amare, dopo aver moltiplicato gesti di cura e parole d’amore ad una cena ultima con amici che di lì a poco inizieranno le inevitabili lotte per il potere. E dopo aver smesso di lasciare dietro di sé ceste di pane difficili da interpretare.

Non rimane che provare. Smettere di fare, smettere di contare, smettere di gareggiare. E ringraziare. Anche solo per un istante, per un momento. Sarà come l’anticipo di quel che sarà. Quando non ci sarà più solitudine perché saremo attirati tutti a Lui.

Venite a morire un po’ Sedicesima Domenica Tempo Ordinario anno B

Crocetta luglio 21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Venite a morire un po’

Sedicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Come se si narrasse la faccia nascosta delle cose, il silenzio dietro le apparenze, l’intima forza che rende possibile il reale. Non può essere solo la descrizione del riposo dopo la fatica, della sosta dopo l’attività, non può essere solo il banale riconoscere che ogni tanto bisogna riposarsi. Forse sbaglio, ma quando sento che il Vangelo rischia di essere ridotto a qualcosa di scontato mi viene da scavare, da cambiare prospettiva, da chiedermi cosa ci sia oltre. Cosa ci sia ad un altro livello di profondità.

Si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto

Ecco, per esempio, non riesco a dividere la vita in due parti opposte: la parte in cui parli di Dio agli altri separandola da quella con cui parli con Dio, non vi sembra banale come schematizzazione? Davvero è possibile parlare di Dio in modo credibile e onesto se, insieme, non rimane in aperto dialogo con lui? Io credo che quando ascolto una persona, quando mi vengono consegnate storie intime e sofferte, quando carni martoriate dagli eventi vengono a chiedere la possibilità della condivisione, quando io mi apro e non nascondo nulla di me e lo faccio nel modo più pulito possibile, ecco in quel momento io sento chiaramente che due poveri cristi si stanno narrando al cuore di Cristo. Mentre raccontiamo di noi Lui ascolta, ne sono sicuro, non aspetta che io sospenda tutto, non aspetta che io vada in ritiro, nemmeno in chiesa, in quel momento Lui è già ascolto è già Parola, quello è Vangelo, Lui che mi ricorda che nelle parole e nei silenzi umani, nelle lacrime e nei passi condivisi, nel tempo aperto come un melograno maturo, seduti al tavolo davanti al caffè mentre le Apuane rassicurano con il loro profilo elegante, mentre la vita povera e sacra si racconta lui è lì, dentro. Ecco credo che il Vangelo di oggi non possa essere solo letto come un vago permesso al riposo estivo ma come passaggio di consapevolezza a guardare il riposo dentro l’azione, la Sua presenza nel cuore della nostra miseria.

Venite in disparte voi soli, in un luogo deserto…

Io questo posto lo conosco, l’essere in disparte non sta alla fine degli impegni. In questo la vita che sto vivendo è maestra, non smetterò mai di ringraziare chi mi dona la possibilità di vivere qui e ora. L’essere in disparte e in solitudine non può essere lo spazio di decompressione dopo l’attività, il deserto non è una casa di esercizi, è un modo di vivere la vita in ogni momento. Quando sei davvero solo e nessuno viene a bussare alla porta o quando, come in questo periodo non riesci a donare a tutti il tempo di attenzione che chiedono. Quando scrivo un libro e quando faccio l’orto, quando celebro la messa e quando cammino per i boschi, sempre c’è un vivere in disparte che non può essere più tradito. Nemmeno quando mi capita di presentare un libro, nemmeno quando sei al centro dell’attenzione. Andare in disparte non può essere il rifugio per bilanciare il peso della troppa attenzione, disparte è la consapevolezza di essere periferico e piccolo nel grande fluire della vita. Disparte èla lucidità di guardarsi da un punto di vista laterale per potersi prendere in giro, per sorridere della vanità, delle illusioni di essere indispensabile, per respirare una libertà profonda che permette di fare tutto quello che viene richiesto sapendo che se questo tutto cesserà di esistere l’Essenziale rimarrà. Sorridere perché si è solo un essere in disparte e tutto sarà sempre Altrove e certo, lo incontreremo, ma solo alla fine. E che intanto che tu scriva o stia in silenzio, che ti leggano in mille o in tre persone, che si accorgano di te o ti dimentichino… sarai sempre e solo un piccolo accenno di mistero, come tutti. E in disparte sorridi e ringrazi per tanta leggerezza.  

E poi il deserto, che è lo spazio del bisogno. Del cammino che scarnifica le illusioni, è il terreno della libertà a caro prezzo, è il luogo di un popolo che nel tradimento costringe Dio a mostrarsi per quello che è, il deserto non può essere alternativo all’impegno, il deserto è quello che viviamo ad ogni incontro, è quello che sta dietro ad ogni aspetto della vita. Ogni cosa per essere compresa deve essere riportata a deserto, ecco quello che Gesù sta facendo con i suoi amici, riportare tutto a deserto, al luogo dove si dischiude la vita. Deserto è stare soli ma anche incontrare le persone, deserto è il silenzio ma anche il racconto del prete che non ce la fa più e chiede di camminare al suo fianco, deserto è il cuore di un amore finito ma anche la gioia di due ragazzi che decidono di sposarsi, sapienza è sapere che ognuno porta dentro di sé la solitudine del proprio deserto e se chiede di poterlo condividere significa che sta già dando forma a un miracolo. Tutti abbiamo un deserto nel cuore e ogni cosa per essere compresa nella sua intima essenza va letta con sguardo di esodo, siamo tutte persone che chiedono una mano per camminare un pezzo di vita verso la libertà della resurrezione.

E riposatevi un po’

 Riposatevi, ma non dopo aver lavorato, quello è fisiologico, quello serve solo a recuperare le forze per ricominciare a lavorare di nuovo, no, riposatevi un po’ durante le cose che fate! C’è un punto di morte, uno spazio vuoto, un Niente, una non-vita, dentro ogni cosa che facciamo. Un sonno profondo che ci aiuta a capire che ogni cosa che viviamo qui è destinata a finire. Fa paura fermarsi e riposare in quel Vuoto, fa paura fermarsi e morire mentre si sta vivendo, perché relativizza tutto e relativizza anche noi. Fa paura ricordarsi che ogni cosa, anche la più entusiasmante, è già morta. Eppure senza questo esercizio rischiamo di dire e fare cose bellissime, di credere di saper raccontare il Vangelo ma di arrivare alla fine della vita e non saper reggere il nostro essere “di troppo”. Perché, ci piaccia o no, ad un certo punto noi saremo di peso, inutili, ingombranti. E sarebbe meglio essersi esercitati a togliere il disturbo. Senza rancore, con gratitudine. Non sappiamo morire perché non abbiamo imparato a prendere sul serio la morte che già pulsava come un cuore di libertà dentro il delirio di assolutezza a cui finiamo purtroppo di credere.

E si mise a insegnare loro molte cose

Che bello questo Gesù che protegge i suoi, che si espone, che prova a difenderli come farebbe una madre. Che bello questo “bisogno” che non si arresta di fronte a niente, che è invincibile, noi i bisogni della gente e i nostri bisogni non li risolveremo mai, solo si placheranno dopo la morte. Che bello questo Gesù che, dopo aver predicato di “non fare” si mette a “fare”, si consegna a queste pecore senza pastore. Solo lo fa, ed è questo il motivo per cui il Vangelo lo riporta, come risposta a un movimento di compassione. Anche qui lo schema è lo stesso, non c’è un prima e un dopo, quello che Cristo chiede è di verificare se il nostro agire è mosso da compassione. Quando il patire-con finisce, quando si esercita pastorale solo in preda a deliri di onnipotenza, quando si obbedisce solo a una logica sacrificale, quando il “fare” è l’alibi per non porsi domande, quando i poveri sono il mezzo per costruire la nostra identità, quando scrivo solo per dimostrare di essere bravo, quando non sento più reale compassione per i fratelli, in quel caso è meglio morire. Rimanere nel punto morto che sta al cuore di ogni cosa. Sentire la paura che stiamo tradendo la vita, che poi è tradire se stessi e anche il Signore della vita.

E poi, raggiunto il cuore della morte, quel punto oscuro che ci troviamo dentro: ricominciare, perché la compassione vera è quella di sentire che ognuno di noi ha una infinita paura di morire, più ancora, abbiamo il terrore di morire da soli, questa è la verità intima di ciò che siamo. L’amore evangelico può nascere solo dalla compassione reciproca, che diventa notizia buona, che la fioritura del nostro essere sarà la definitiva consegna all’eternità. E la paura non passerà ma almeno cammineremo insieme, con la speranza di entrare nel cuore della morte e scoprire che è un varco di Resurrezione.   

Mi hai cercato Tu Quindicesima domenica Tempo Ordinario B

Apuane da casa mia

al Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Mi hai cercato Tu

Quindicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Gesù chiamò a sé i Dodici

C’è un cuore in mezzo al caos, un punto incandescente a cui tornare, un appiglio sulla parete esposta dei giorni, una seduzione che vibra nella profondità delle cose. C’è un posto a cui tornare, una chiamata contro la dispersione, un richiamo verso se stessi che fa risalire la corrente e permette di resistere e a volte di attraversarle le tempeste.

Una chiamata a sé, spazio indispensabile per non smarrirsi, coincidenza tra un Verbo Altro e famigliari profumi, uno spazio intimo e feroce, rassicurante e insieme esposto. Un punto pericoloso in cui perdersi per salvarsi. Se non ci fosse questa chiamata divina su di noi nulla avrebbe senso. È lì il punto in cui senza recriminazione si può soffiare in un vento di fiato: “mi hai cercato Tu”. Lontani dalla retorica della chiamata vocazionale, coincidente con l’erotismo dell’amore. Solo quando si è preso contatto con quel punto si smette di essere in balia degli eventi.

E prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri

Prese a mandarli, perché la verità intima del Vangelo è questo lancio verso la vita, semente scagliata verso zolle gravide di attesa. Un mandato e non un ruolo, come invece siamo soliti pensare. La verifica personale alla nostra storia, la fedeltà alle nostre radici e ai nostri sogni, non sarà mai misurabile sulla fedeltà a una funzione vissuta con ortodossia, non ci sarà chiesto se abbiamo vissuto senza sbavature l’interpretazione del ruolo che la vita ci ha affidato (fosse anche il ruolo più sacro) quello che dobbiamo avere il coraggio di verificare è se lo slancio di vita buona ci abita ancora oppure no, se l’amore per la vita danza in noi oppure no, se quel mandato a vivere in pienezza si è accresciuto in noi oppure se è stato addomesticato dagli eventi. A volte bisogna avere il coraggio di cambiare ruolo per essere fedeli al mandato.

E poi a due a due ma senza la retorica falsa delle fraternità imposte, dei gruppi sempre sorridenti, di una pericolosa e falsa dolcezza dell’incontro, andare a due a due scarnifica le nostre illusioni! Senza idealizzare la forma esterna (sappiamo, si può vivere in comunità ed essere sordi a chiunque!) ma intuendo la verità graffiante della proposta.

Scegliere di andare a due a due è cedere e scegliere di avere puntati addosso due occhi capaci di scavarci dentro, affilati come lama e dolci come una carezza, occhi spietatamente innamorati, occhi davanti a cui non riusciamo a mentire a noi stessi. Occhi che verifichino cosa è rimasto di noi, cosa è rimasto vivo in noi, sotto le macerie delle attese altrui, delle pretese del sistema, delle seduzioni del potere. Occhi capaci di spogliare, occhi che ci rimandino alla nudità del nostro essere. Occhi che sappiano vedere se il nostro cuore respira ancora. Occhi che mettono in discussione il mandato e non una qualche obbedienza al ruolo, nemmeno quello scelto.

E poi un bastone, per appoggiarsi a una chiamata più grande di noi, un bastone a ricordarci che siamo poveri pellegrini e che solo Lui può trovare strade nel mare, solo lui vede. Un bastone da riconsegnare a chi dopo di noi continuerà il cammino di liberazione, il parto a vita nuova. Un bastone da afferrare come uno scettro e da consegnare quando si avrà intuito che la vita deve andare avanti senza di noi.

E niente pane, e niente sacca, e niente denaro, perché o camminiamo nel mondo mostrando che la verità dell’uomo è quella di essere bisognoso di cura, bisognoso d’amore, bisognoso di vita oppure siamo inutili. E arriverà il momento, forse sta già arrivando, benedette crisi, in cui come Chiesa smetteremo di offrire servizi e inizieremo a mostrarci per quel che siamo: bisognosi d’affetto. Sarà un momento di vera conversione, torneremo credibili.

Smettere di compiacersi nel servizio ai poveri ma diventare poveri, non offrire risposte ma condividere domande, non imporre etiche ma allearsi con le minoranze. Fino a renderci inutili e ridicoli agli occhi del mondo, come il Nazareno travestito da re prima della crocifissione.

E sandali ai piedi. Dicono fossero i calzari degli sposi. Mi piace come immagine. A cosa serve il cammino se non sei innamorato, a cosa serve il Vangelo se non è ricerca di un amore che mette in salvo la vita? Ridurre il gesto eroico ed erotico del Vangelo a una morale è un tradimento blasfemo. Invece il mandato è che siamo cuori innamorati, è che se andiamo per il mondo e se siamo credibili è perché non abbiamo vergogna di dire che l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è di un po’ di amore sincero, il resto conta nulla.

E poi rimanere in una casa fino a quando non si parte da lì. E sembra una banalità, ma non lo facciamo quasi mai. Perché si può rimanere in una casa con il copro ma essere lontani con il cuore. Rimanere significa scegliere, significa che quando ascoltiamo siamo presenti a noi stessi, significa che scelgo il posto che abito, la gente che incrocio, significa che non uso degli altri. Significa che ci sono e li lascio entrare e sono per loro. Non è per nulla facile. Se immagino gli occhi di Cristo io immagino occhi presenti al presente.

E infine sapere che si può non essere accolti. E non farne un dramma, fare anche del rifiuto una possibilità di testimonianza. E ridere di se stessi, prendersi poco sul serio, anche queste mie parole che mentre le sto rileggendo sembrano così troppo sicure da essere ridicole. Scusatemi.

Essere leggeri, che non vuol dire banali, ma saggi di quella saggezza che dona il peso giusto alle cose e anche a se stessi. Che ne sappiamo noi se non era tempo di conversione? Che ne sappiamo se in quella casa non si era pronti, che ne sappiamo noi degli altri?

E poi ogni tanto mettersi dall’altra parte. Noi non siamo solo i Dodici, noi siamo le persone che non erano pronte e che non lo sono tuttora, noi siamo quelli che non si sono nemmeno accorti di essere raggiunti dal Vangelo. Noi siamo la porta a cui la pazienza di Dio continua a bussare, grazie agli apostoli che non si sono stancati di togliersi la polvere dai sandali, grazie a chi continua ad attenderci.

Stare fuori Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno B

Ortensie, Crocetta

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Stare fuori

Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Pochi capitoli prima avevano cercato di riportarlo a casa. I suoi parenti. Avevano provato a rimettere quel figlio di falegname al suo posto. È solo un frammento di Vangelo ma brucia come una scheggia di lava, è scandaloso il tentativo di voler confinare il Verbo ed è, da subito, l’azione di chi è più vicino a Cristo, è sempre così.

Quel tentativo di riportare a casa Gesù contiene già la paura per la potenza di una storia che non si capisce, per una vicenda che ferisce e ustiona e ancora oggi quel tentativo è in atto, ogni volta che addomestichiamo la Parola, ogni volta che dimentichiamo il sangue e la carne smarrendole in un vago spiritualismo, ogni volta che usiamo le parole per mantenere inalterate le nostre impalcature di pensiero, ogni volta che pieghiamo il Vangelo alla nostra ideologia politica, ogni volta che prendiamo la parola per difendere i confini delle nostre tranquillità. Ma Gesù non si lascia afferrare, rimaniamo sempre con le mani aperte e vuote perché Lui scivola altrove, Lui è l’invito costante a un viaggio. Succede all’inizio, quando i suoi non riescono a riportarlo a casa, succede durante tutto il suo cammino, succede perfino il giorno di Pasqua, lì sarà addirittura la morte a rimanere a mani vuote.

E se torna a casa è per sua decisione, non costretto, è lui a un certo punto che sceglie di tornare, dopo le prime parabole, dopo aver chiamato i Dodici, dopo i primi miracoli, è Gesù che decide e così lo troviamo in sinagoga, è sabato, e lui insegna.

“Da dove gli vengono queste cose?”. L’incontro inizia bene e le parole che sgorgano sono fradice di stupore. Ascoltavano meravigliati in quella sinagoga. Se manca lo stupore nessun cammino è possibile. Lo stupore legato a una Parola che parla alla vita. Ma subito ecco l’incalzare di una seconda domanda che apparentemente sembra ottima, i suoi compaesani si chiedono “da dove vengono le cose che dice?”. E io ho sempre creduto fosse una domanda lecita e anche rispettosa. Però forse qui si è già incrinato qualcosa. Penso a Giairo e all’emorroissa, il loro incontro con Gesù non si è limitato a voler capire “da dove arrivassero le sue parole”, Giairo e l’emorroissa dopo la ricerca iniziale, dovuta a curiosità per quello che si diceva di Gesù, lo cercano perché ne hanno bisogno e lo implorano di entrare nelle loro vite, chiedono che Lui entri dentro, in-segni le loro esistenze. Lo stupore non basta e diventa addirittura pericoloso se si declina in uno sterile intellettualismo. A cosa serve cercare di capire da dove vengono le parole se non sappiamo dove vanno? Più ancora, se non siamo noi il terreno arato e bisognoso di accoglierle! Se lui è la pioggia e la neve a che serve conoscere il ciclo della natura se non ci lasciamo fecondare?

Torna a casa Gesù ma non riesce a far trovare casa alla Parola. Cercare di capire non basta, occorre arrendersi, occorre accogliere il rischio di smarrirsi, la Parola non è facile e i suoi parenti l’avevano capito, volevano riportarlo a casa perché lo definivano “fuori di sé”, e avevano ragione, a questo resistono i compaesani di Gesù, e spesso anche noi quando ci accontentiamo di una lettura che accarezza con parole dolci, di un cristianesimo che mette la vita a posto, anche noi non accettiamo il viaggio, non accettiamo di uscire da noi stessi. Quando lo stupore lascia lo spazio all’ordine, quando la follia dell’essere fuori diventa disciplina obbediente dello “stare dentro” il Vangelo è già disinnescato.

E così in quella sinagoga lo stupore non è che subito si arrende all’intellettualismo degli uomini sapienti però non riesce a resistere a lungo, servono altre due domande a forzare una sorta di resistenza: “e che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”, sono domande che si ostinano a cercare solo una causa, cercano risposte, ma così si chiudono all’unico grande passaggio che avrebbe sconvolto la loro vita: lasciarsi implicare in quella storia. Non è comprendere Cristo che ci salverà, non è spaccarci la testa per comprendere o convincere, non è difendere una dottrina ma arrendersi, compromettersi, lasciarsi travolgere, naufragare in quella follia, innamorarsi, lasciarsi ustionare, ferire, massacrare da una relazione che non lascia nulla a posto, nulla in ordine, vivere “fuori”, come Lui. Con Lui.

E poi l’intellettualismo (che trova risposta a tutto ma anche al suo contrario) si sposa con la seconda forma di difesa capace di uccidere ogni stupore: la svalutazione. È solo il falegname, il figlio di Maria. Ancora una volta riporto tutto entro limiti conosciuti e controllabili. Svalutare l’altro impedisce di innamorarsi, di fidarsi, di credere.

Doveva far l’amore con la morte lo stupore, come è successo con la figlia di Giairo, doveva mischiarsi al sangue di una ferita aperta, doveva entrare, doveva essere la follia dell’incarnazione a distruggere i muri difensivi, la Parola è sconvolgente ed è vicina oppure non è, o il Vangelo brucia vita nuova e questa vita è la mia oppure sarò solo un funzionario obbediente della chiesa. Lo stupore infilzato dall’intellettualismo e umiliato dalla svalutazione di trasforma in scandalo, ed è una bellissima notizia, perché il Vangelo è scandaloso! Ma se hai paura lo scandalo è un impedimento. E nemmeno Gesù può farci niente. E lì non poteva compiere nessun prodigio.

Qualche malato lo lascia entrare perché chi è malato non ha difese, per il resto questa pagina è la storia di un fallimento triste e prevedibile, di un fallimento frutto di un pensiero che non accetta di mettersi in discussione. Storia del fallimento della potenza della Vita dentro le pareti di una istituzione. E poteva finire così, e Gesù poteva arrendersi, invece la grandezza di Cristo si vede anche qui, perché impara da questa chiusura, impara che la Parola sarà sempre profetica, questo fallimento istruisce la sua identità. E così inizia a camminare con decisione verso la fine che attende ogni profeta. Non esiste l’errore, esiste una storia da interrogare e da far entrare, il miracolo vero è la compromissione, e Gesù si lascia compromettere fino in fondo. E infatti l’unico meravigliato in questa pagina sarà lui. E si meravigliava della loro incredulità. Appoggiato sulle pareti di un cuore di profeta rifiutato si adagia lo stupore, battuto ma non sconfitto, pronto a toccare l’intimo di chi si concede con disponibilità alla vita.