Ogni cosa è chiamata Corpo e Sangue di Cristo anno B

Crocetta, le mie rose

Ogni cosa è chiamata

Corpo e Sangue di Cristo anno B 2021

Che poi, alla fine, è tutto una preparazione alla Pasqua. Tutta la vita intendo, tutto ciò che vediamo, tutto ciò che sfioriamo, tutto ciò che ci attraversa scivola inesorabilmente verso un destino di libertà, ogni cosa è pasquale già qui, adesso, ora. Ogni cosa è parte di un Corpus attirato a pienezza. Ogni cosa è chiamata.

Tutto è Corpus Christi, tutto sta procedendo verso la Pasqua, non lo vedi, non lo senti? Siamo dentro un grande cammino, una grande forza contrae e spinge ad un parto, ad una libertà profonda che chiede solo di essere liberata, che geme le doglie di un parto, ogni cosa ha in cuore il bisogno di essere risorta.

C’è Pasqua dentro ogni nostra cellula, c’è il desiderio e c’è la paura, c’è che tutto freme di una libertà che ci svelerà la nostra essenza divina, c’è che abbiamo terrore di perderci, di non ritrovare, di morire, di lasciarci andare. C’è che non sappiamo ascoltare e crediamo che l’eternità sia solo replica infinita di ciò che conosciamo. Il seme non osa immaginarsi fiore. Non ce la fa. E ha paura.

Solo prepararsi alla Pasqua, questo è quanto siamo chiamati a fare. Quando prendi per mano tuo figlio, quando accarezzi il tuo cane, quando vedi una rosa sbocciare e poi lasciarsi andare, quando ti senti impotente, quando vedi la vita morire, quando ti manca chi ami, quando vedi una nuvola sciogliersi nel cielo, quando vivi consapevole lo vedi, non puoi non sentirlo, tutto chiede di essere accompagnato, tutto chiede di essere preparato alla partenza. Tutto è fatto per andare.

E così quando i discepoli vengono mandati a Gerusalemme quello che fanno è svelare la vera essenza della nostra vita, non siamo al mondo se non per questo: preparare e prepararsi al viaggio. Ogni cosa se ascoltata porta nel cuore questo bisogno di attraversamento. Non è questione di pensare sempre alla morte, è che tutto è simbolico, poetico, tutto racconta con struggente passione il desiderio di un ritorno casa. Non la senti anche tu questa malinconia? Non senti anche tu questa nostalgia di qualcuno che raccolga tutto l’amore che ci siamo lasciati alle spalle e che finalmente ne sveli il senso: tutto l’amore che ti ha attraversato era solo una grande immensa preparazione alla Pasqua. L’amore che hai bevuto, quello sciupato, quello incompreso, quello scontato, quello goduto, tutto era solo una grande preparazione al destino ultimo che sarà e che in parte è già, perché freme nel silenzio segreto di ogni cosa.

Non senti anche tu che se non fosse così sarebbe meglio non essere mai stati amati? Non essere mai nati. Non senti anche tu che se l’amore non avesse casa nell’eterno tutto il peso di ciò che è stato e non è più ci schiaccerebbe? Se l’amore non riposasse nell’Eterno io morirei risucchiato dal passato, non lo senti anche tu, a un certo punto della vita, che il meglio qui sulla terra è già andato?

Invece guardala la vita, è tutta esposta all’Oltre, bisogna solo preparare e prepararsi, unico vero dramma è morire concentrati solo sul presente, essere colti di sorpresa come se la morte fosse un ladro a rubare ciò che ci spetta, come se la morte fosse il crollo improvviso di una torre, come se la morte fosse un inedito: vero problema è non essere preparati alla Pasqua. Al passaggio. E io credo, lo credi anche tu? Io credo che non dobbiamo fare altro che prepararci, come hanno fatto i discepoli, come ha fatto Gesù, prenderci per mano e accompagnarci ad andare. Io non ho bisogno d’altro ormai, a me non interessa altro e forse non è sempre stato così. Ogni cosa va svelata, siamo come torrenti chiamati dal mare, perché fingere di essere fatti per restare?

Vorrei solo tenere per mano e poi lasciar andare, imparare a salutare, saper fare un passo indietro, esercitarmi all’inutilità, relativizzare ogni cosa, cantare l’invisibile, interrogare il desiderio, non sprecare nulla dell’amore e lasciarlo cantare, lasciarlo andare, sentirlo risorto. Vorrei imparare finalmente che tutta questa natura in cui sono immerso, la danza delle stagioni, l’alternarsi del sole e della luna non sono il ripetersi del ritorno dell’identico ma che tutto è sempre nuovo perché tutto scorre, perché tutto è raccolto. Tutto è raccolto, e io vorrei solo essere segno di questo, cammino esposto al vento e pregare per credere che sarò accolto e raccolto quando inciamperò nella morte, quando finalmente partirò. Perché bisogna anche desiderare di intraprenderlo il viaggio sai? Desiderare di andarsene, imparare a salpare. Per dar senso alla vita.

Intanto anche io seguirò ogni donna e ogni uomo con la brocca d’acqua, che poi sono tutte le persone che bussano alla porta, quell’umanità che viene incontro e che mi ricorda la mia sete, la loro brocca permette alla mia sete di infinito di non svanire. Ogni incontro non è altro che la condivisione di un bisogno più grande di noi. Vedi che tutto parla di Pasqua? Dobbiamo andare capisci? Alla fine stiamo già andando. Da quando siamo nati.

Se sapessimo abitarla la stanza al piano superiore, quella stanza già arredata, quella che svela il nostro bisogno ultimo, quello spazio segreto che permette a ogni accadimento di trasformarsi in celebrazione. Quando capiremo che la vita di fede non è sperare nel miracolo che dilata l’esistenza ma imparare l’umiltà di entrare nella stanza preparata e lì scoprire che ogni cosa è simbolica? Che il segreto è ascoltare il cuore degli eventi, che tutto, tutto ha una stanza da svelare, un segreto da liberare. Non mi importa dilatare la vita ma abitarla. Bussare e scoprire che nella gioia e nel dramma, nel quotidiano, nella festa, nella noia, nel lavoro, nel dolore, in ogni cosa c’è una stanza che svela il segreto intimo delle cose. Ogni cosa racconta del bisogno del viaggio. Come si potrebbe altrimenti resistere agli eccessi di gioia e a quelli di dolore?

La grande sala arredata è già pronta. Ti sei accorto anche tu che la vita non andava conquistata, che non andava cambiata, che non andava aggredita? Ti sei accorto anche tu, magari inginocchiandoti, che non c’era più niente da fare? Che bastava solo riconoscere e ringraziare. Che tutto è già consacrato, che non servono benedizioni umane, che siamo patetici quando crediamo di salvare? Ti sei accorto anche tu che tutto era già amato e che bastava affidarsi? Lasciarsi trasportare.

E allora prendiamo questo pane, ogni pezzo di pane, la cosa più piccola, minima, il frammento povero della vita e lasciamolo parlare, non senti che è parte di quel Corpus Christi che chiama al viaggio? Non senti che apre e rimanda, che nutre nostalgia e questo insopprimibile bisogno di andare? Non senti che ogni volta che mangi è morire, partire, lasciarsi chiamare?

E allora beviamo di questo vino che dice di un’alleanza, di una compromissione totale, del bisogno di non essere soli, di non essere lasciati soli. Questo vino che è bisogno profondo di non essere dimenticati.


E spezzarsi, frantumarsi, portare addosso i lividi e le ferite, farsi male. Essere pane frantumato, sarebbe impossibile se fosse qui, tutto qui, solo qui. Lasciarsi aprire come a voler liberare il profumo poetico di una leggerezza che attende di essere respirata dall’Eterno.

E benedire, perché chi sa solo maledire, chi ha il sangue cattivo del risentimento è persona che sente di essere alla fine del viaggio e non all’inizio. Benedice il marinaio che è pronto per salpare e non quello che crede di essere arrivato all’approdo della morte.

Adesso andiamo, è tempo del monte degli Ulivi, è tempo di crocifiggere l’amore, è tempo di aprire il corpo e lasciar sprigionare il profumo, è tempo di alleanze definitive, è tempo arrivato a compimento, c’è un corpo da seminare e un padre da implorare, c’è un Amore da interrogare. Ora bisogna andare al monte degli Ulivi, ora tocca al Padre non deludere, scendere a cogliere, nel silenzio, confermare che lui era l’Attesa della mietitura e che noi dovevamo preparare, soltanto preparare l’attimo in cui lasciarsi abbracciare.  

Dal Vangelo secondo Marco

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

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