Malgrado (e Giuda non fu mai così evangelico) Trinità anno B

Tramonto Crocetta

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Malgrado

(e Giuda non fu mai così evangelico)

Trinità anno B 2021

Giuda era un occhio strappato dal cranio, noi il viso deturpato. Non bastava chiamarci Undici, non bastava cambiarci di nome per confondere gli eventi, non bastava ammettere di non essere più Dodici a giustificare il nostro ritorno a casa. Non potevamo fingere, tornare in Galilea significava subire la vergogna che ogni sguardo fosse risucchiato dall’Assente, dalla doppia mancanza, dal cratere, dall’occhio mancante: un Maestro e il suo discepolo non erano più con noi e noi eravamo ormai e per sempre volto deturpato.

Tornare in Galilea non è stato per niente facile, ce l’aveva indicato il Risorto di rientrare, ma solo a noi, alla gente che ci vedeva tornare Lui non era apparso. Stavamo tornando e sembrava di sentire la condanna saccente dei nostri compaesani, di quelli che già sapevano che non sarebbe durata, di quelli che già godevano delle nostre cadute, di quelli che si fingevano contriti e invece gioivano perché loro il coraggio di lasciare tutto per seguire un sogno non l’avevano mai avuto. E a noi bruciava tutto questo, bruciava ammettere che avevano ragione loro.

Tornavamo con Giuda addosso, eravamo un corteo funebre e tutti lo vedevano, eravamo la cronaca di un fallimento, portavamo il suo cadavere sulle spalle, eravamo la manifestazione di un omicidio, eravamo la carne livida della caduta del sogno, eravamo la prova che nella vita bisogna sapersi accontentare e non osare voli fuori portata. Eravamo la cornice a sostenere la cronaca di un tradimento finito in crocifissione. Eravamo macerie dopo il crollo e avevamo vergogna. Non avremmo voluto essere lì. Perché la povertà, quella vera, fa male, deturpa vergognosamente l’anima, solo nel silenzio del nascondimento, solo chi ha pensato al cappio può essere credibile parlando di fallimento. Solo chi non ne vorrebbe parlare mai più. E noi avremmo voluto solo nasconderci. E seppellire i cadaveri.

Un passo dopo l’altro nella calda densità dei villaggi trafitti dalla Sua utopia, un passo dopo l’altro fino a tornare agli inizi, dove anche lui si era rifugiato, un passo dopo l’altro a cercare di non sollevare la polvere del ricordo, a sperare in un silenzio pietoso che sapevamo, sarebbe stato solo di facciata. Anche i muri dicevano di noi. E ridevano.

E poi salire quel monte, quello delle Beatitudini, perché lì ci aveva dato appuntamento, e farlo con Giuda addosso, arrivare al cuore del messaggio evangelico con tutta la massa di detriti sulle spalle, e lì, solo lì, capire che Giuda ci stava salvando la vita.

Perché su quel monte ci sedemmo per la prima volta dalla parte giusta. Con le lacrime degli uomini, con la povertà dei miseri, tra le ingiustizie dei perseguitati, tra la feccia del mondo, eravamo, grazie a Giuda, dalla parte dei bisognosi e lì, esattamente in quel momento, capimmo che l’unica cosa che rende credibile il Vangelo è il suo dimorare nella carne vulnerabile, per noi era trovare il coraggio di non fingere e mostrare la verità e la vergogna di avere tradito e ucciso Dio. Non c’è peccato peggiore. Eravamo carne massacrata dal peccato e lui sceglieva di nascerci dentro proprio per quello.

Giuda evitò che tornassimo in Galilea da vittime perseguitate dal potere, evitò la deriva pietosa dei vinti, evitò la retorica della debolezza, Giuda ci era dentro, noi eravamo Giuda ed eravamo il segno credibile del Risorto proprio perché segnati dal peccato. Veri e terribili, orrendi ed esposti. Deformi traditori del sogno, esplicite carcasse di buona umanità. Avanzi di galera, assassini scampati alla croce per codardia, reliquie viventi del suo passaggio. Giuda ci regalava la credibilità, perché solo i frantumati dalla vita possono balbettare il Vangelo senza impossessarsene, con quella indegnità di chi sente che nella Parola possiamo solo nasconderci. Solo chi vorrebbe fare altro, sinceramente altro, solo chi non vorrebbe essere lì, solo chi resiste alla tentazione di interpretare il ruolo del primo tra gli ultimi, solo chi vive malgrado è abitato dallo Spirito. E noi, vi giuro, eravamo vivi malgrado noi, e Giuda non era mai stato così evangelico.

Sentimmo il Vivente muovere passi verso di noi, si avvicinava, dopo una vita spesa a rincorrerlo adesso era lui a venire verso di noi, eravamo i lebbrosi, finalmente. Ma quanti avrebbero capito che la nostra credibilità era tale solo per il male che ci aveva masticato ogni sicurezza? Come potevamo andare per il mondo a predicare questo scandalo? Solo i poveri cristi ci avrebbero ascoltato, solo i falliti, gli assassini, i derelitti, i frustrati, che futuro poteva avere una chiesa di miserabili?

Prostrarsi e dubitare fu un gesto solo. Chi di noi avrebbe retto?
Quanti discepoli di questo Dio delle macerie avremmo trovato? Quanta gente pronta a farsi trapassare dal dolore della vita? Quanti avremmo convinto? Perché non si trattava più di credere in Dio ma di cedere alla sua invadenza, di spogliarsi, di mostrarsi nudi, di avere un continuo bisogno, un vergognoso e vertiginoso bisogno di essere amati. Si trattava di smettere di fingere e di dire che la vita non si conquista ma si accoglie immeritatamente.  Si trattava di non fare più nessuna divisone tra santi e peccatori, si trattava di tagliarci le vene per lasciar fluire il marcio che ci scorre dentro perché solo quel marcio è garanzia della nostra credibilità. Non sarebbe durata, questo era il dubbio. Prostrarsi al divino si poteva ma fare lo stesso al cospetto della fragilità umana, questo era scandalosamente troppo. E infatti lo faceva lui.

Ma poi disse che il potere era suo, e questo ci sollevò e che dovevamo battezzare in nome d’altri, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e forse così capimmo che il nostro svuotamento permetteva una libertà inedita. Non dovevamo dimostrare più niente. Niente di niente, eravamo volti deturpati dalla nostra stessa meschinità ma proprio per quello in noi non trovavano più spazio il giudizio, la condanna, la morale, le superbe catechesi, non c’era più spazio per nient’altro che non fosse compassione. Eravamo rottami d’uomo incomprensibilmente amati. Non avevamo gelosie di niente, niente da perdere, niente da mostrare, niente che non fosse il nostro niente. E così, finalmente vuoti, ci rimase l’unica cosa che conta: la sua presenza con noi. Solo quello, ed era improvvisamente tutto.

Non dovevamo parlar solo d’amore? Pentecoste 2021

la mia stufa maggio 21

Non dovevamo parlar solo d’amore?

Pentecoste anno B 2021

L’Amore è maleducato,

irrompe e pretende tutto,

non si accontenta l’amore

è quasi un vento ma non si placa

ingravida parole

gonfia pensieri, li rende sfuggenti come le nuvole,

è quasi un vento l’amore

e si abbatte impetuoso, senza ritegno

come certi temporali,come certe disgrazie

e non rimane niente dopo il suo passaggio

barbaro l’amore che tutto vuole. Che ci vuole.

Riempì tutta la casa

riempì tutte le cose

a non lasciare niente che non sia amato.

L’amore è volgare,

pericoloso è l’amore

è lingue come di fuoco

è baci come di ustioni

è parole come di braci

l’amore incendia

i nervi

i muscoli

è lava incandescente l’amore

magma da antiche ere

fucina di mondi nuovi.

L’amore è fantasioso

l’amore è il potere di esprimersi

come si vuole

senza censura

senza infantili paure

(e finalmente urleranno dai tetti solo i cuori innamorati).

L’amore è il suono arcaico che aspettavamo,

l’amore è udir parlare la propria lingua

ci comprende l’amore

è lo stupore di non essere fraintesi.

L’amore è gioia

inscritta in ogni cicatrice. Depositata a seme sotto ogni livido

L’amore è pace

inchiodata nel cuore delle tempeste.

L’amore è generoso

non conosce interessi,

L’amore è benevolenza

persistenza del sogno

bene-voluto

principio di sentieri promettenti.

L’amore è buono

da vergognarsi

L’amore è fedeltà

alla vita

nonostante la vita,

è mitezza quando noi siamo iene

e dominio di sé di nient’altro che non sia sé,

stia libero Dio e il suo volere

sia libero il fratello

anche di farmi male.

L’amore,

l’amore lo sa che

non sappiamo portarne il peso

e allora aspetta. Perché non può essere

se noi non ci siamo.

L’amore svergognato si aspetta solo

d’esser fatto, senza contegno.

E  noi, in attesa

di farci succedere qualcosa,

ma noi,

noi, non dovevamo parlare solo d’amore?

Dagli Atti degli Apostoli

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Dimenticate il cielo Ascensione anno B

Dulcinea e il cielo chiuso

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano

Dimenticate il cielo

(Marco 16,15-20)

Ascensione anno B 2021

Dimenticate il cielo e qualsiasi altro luogo che possa illudervi di poter ritrovare Lui. Dimenticate il Dodici, numero di pienezza e invece siate fieri di quel morso nella carne che vi ha resi Undici, eternamente Undici, anche se poi diventerete apparentemente tanti.

Dimenticate quando eravate un gruppo compatto e lo seguivate come bambini viziati seguono il maestro. Dimenticate Gesù, lasciate che la morte sciolga i confini, lasciate che lo Spirito sia più grande del Nazareno, non è più questione di una persona ora è notizia buona per tutto il mondo. Dimenticate gli amici e i nemici, ora è annuncio di vita per ogni creatura.

Farete cose più grandi, non parlate più di Gesù, nutritevi invece di Spirito, siate discepoli del Risorto. Dimenticate il cielo, quello è simbolo, lui è vivo e si è seduto accanto al Padre per dirvi che ora siete chiamati a essere figli anche voi, come lui. Dimenticate traiettorie celesti concentratevi invece su una rinascita dall’alto che è il miracolo più grande che Cristo può concedere. Dimenticate di guardare il cielo, camminate anarchici, non badate ai confini, non lasciatevi fermare dalle razze e dalle religioni, non lasciatevi fermare nemmeno da quella fedele mediocrità che non vi abbandonerà mai, andate invece, andate perché lui non è più da nessuna parte ed è in ogni luogo. Andate a suscitare vita buona, questo è l’unico messaggio, siete voi ad essere cambiati non il mondo, siete voi ad essere rinati, finalmente liberi da quella paura che non vi permetteva il cammino. Non è questo forse diventare figli? Non avere più paura di diventare padri. Non è questo che ha fatto il Figlio? Vi ha resi padri.

Ascendere è nascere e camminare per dire che la vita si può salvare se si crede di essere degni d’amore, se si crede di essere vivi per gratuito perdono. Si può salvare la propria vita solo se si crede in chi vede in noi una bellezza inedita anche ai nostri occhi. E allora perché state ancora a chiedervi chi e come dovete benedire? Perché non andate semplicemente con occhi candidi e stupiti, perché non andate convinti che il cosmo è già benedetto, che non serve nessun rito se non un timido poetico assenso. Andate a dire a chi non se ne accorge che la vita è già benedizione, che loro possono essere benedizione per questa terra affamata di bene. E se non vedete nulla da benedire chiudete gli occhi e ricordate a come Lui ha ridato vista ai ciechi, pregate di poter vedere nuovamente.

Dimenticate il cielo, Ascensione è una nascita, è il miracolo più grande, è la fiducia di un Padre, è il parto del Maestro, non è solamente sottrazione è abilitazione alla vita, è il padre che si fida del figlio, è il maestro che si compiace del discepolo, è benedizione. Non può capire chi non è stato mai benedetto in punto di morte. Non può capire chi non è mai rinato. Non può capire chi non crede nella necessità della morte. Non può capire chi non toglie mai il disturbo. Ascensione è professione di fede, di Cristo in noi. Perché l’unico modo per iniziare davvero a credere è essere creduti.

Ascensione è sentire che Lui crea un Vuoto per permettermi libertà, è un orizzonte srotolato sotto i nostri piedi, è inutile guardare il cielo, ascesi a vita nuova siamo noi, finalmente liberi dalla paura, dall’ossessione del male. Segno della fede è smettere di incagliare i nostri discorsi nelle categorie di male e di peccato. Non servono minacce a chi si sente amato. Nessun male può vincere l’amore di una benedizione paterna, ma se non l’hai mai ricevuta non puoi saperlo, che tornino i padri a benedire i figli, questa è l’unica possibilità che ha la chiesa per rinascere. Non sono i giovani il problema ma i vecchi, che non sanno più morire benedicendo.

Ascensione è essere così sicuri di essere scelti e amati da poter osare fantasia, l’amore che inventa lingue nuove. Dimenticate Gesù, non replicate noiosamente il passato, lasciate gli ormeggi, dimenticate i confini, servono lingue nuove, grammatiche estrose, rischi linguistici, narrazioni scandalose. Ascensione è deridere il limite.

Ascensione è prendere in mano il serpente del dubbio. Non credo proprio che il Padre sia invidioso di me, quella è favola per Adamo ed Eva, io che ho conosciuto Cristo, io che sono stato amato da un padre, io che ho sentito un padre essere fiero di me, adesso so che non sarà la sua gelosia a dettare le mie azioni. Ascensione è storia di un Figlio diventato Padre, che si possa amare così tanto da non sentirsi più in dovere di voler dimostrare ai figli di essere degni, si possa amare così tanto da poter dire al figlio, senza paura di svalutazione che lui è meglio di noi. Questa è Ascensione. Io sono la felicità di un padre, qualunque cosa faccio, di questo sono sicuro, questa è la mia fede e la mia unica salvezza.

Ascensione è berlo finalmente il veleno degli altri, riconoscerlo e berlo, davanti ai loro occhi, se mi sento amato da un padre, se sono figlio di un amore asceso a pienezza, saprò dare il giusto peso alle critiche, non permetterò a nessuno di avvelenare la mia storia con le sue piccolezze. Proverò pena, per la loro meschinità. Non avrò nessun timore a dir che sono un peccatore, che non sono capace, che avrei potuto far meglio. Berrò le parole di chi mi odia ma non darò loro la possibilità di avvelenarmi. Io sono amato, questo è l’antidoto.

Ascensione al cielo è dimenticarsi delle guarigioni ma non perdere mai l’occasione per trasformare ogni malattia in una possibilità di cura.

Ascensione è essere partoriti a vita nuova, è lasciare andare un padre per imparare a riconoscerlo dentro ogni cosa che facciamo, dentro ogni passo, dentro ogni respiro. Ascensione non è guardare il cielo chiedendosi dove possa essere andato Gesù ma imparare a guardarsi dentro per riconoscerlo vivo, perché adesso i miei padri agiscono con me, e io voglio solo imparare da loro, a diventare padre, a benedire prima di ascendere a vita eterna.

E nessuno avrà più niente da dire (finalmente!) Sesta domenica di Pasqua anno B

Crocetta 7.5.21

Solo questo è amore

(Giovanni 15,9-17)

Sesta domenica di Pasqua anno B 2021

Come il padre ha amato me

L’amore del Padre è un punto di resistenza, è un ancoraggio, è un bivacco in una notte di tempesta, è qualcosa di apparentemente piccolo eppure vitale, è ciò che rimane dopo che il tempo ha spazzato via senza pietà quelli che si credevano amori. No, non basta dire che l’Amore divino abita nei volti delle persone che ci amano, non basta dire che sono gli uomini e le donne che ci camminano accanto a testimoniare l’amore del padre, occorre andare alla fonte, questo dice Gesù, e non lo fa perché è Cristo, ma per indicarci un legame di sicurezza: quello con il Padre.

Quando la vita spazzerà via l’illusione di essere stati amati da tantissime persone, quando smetteremo di voler credere ai sorrisi di circostanza, quando il tempo svelerà la mediocrità di certi legami, la tossicità di certe relazioni, quando con dolore scopriremo che certi incontri che si definivano provvidenziali non sono altro che il ripetersi di ricatti emotivi, quando quello che chiamavamo amore si rivelerà nient’altro che una violenza, quando ci scopriremo abusati dall’esercizio di potere da parte di persone a cui avevamo affidato tutta la nostra vita, in quel preciso istante avremo solo due strade: o la morte o la scoperta che il Padre ha resistito, nonostante tutto, nonostante tutti. O la morte o la scoperta di un piccolo appiglio che non ci ha fatto naufragare, un quasi niente, un punto di resistenza che ha impedito di essere spazzati via, un cuore pulsante in mezzo a un cumulo di macerie, si chiama fede ed è l’amore del padre. Ed è fedele, lui.

La Passione di Gesù è chiara, non sono i discepoli ad aver testimoniato l’amore divino, non sono loro ad aver dato senso alla storia di Gesù, loro dormivano, loro tradivano, loro erano impauriti e mediocri, loro avevano usato il loro maestro, loro non potevano fare di più: Gesù resiste perché sceglie dolorosamente un legame di sangue e di lacrime. Si lascia spremere nell’orto degli Ulivi e in quel momento ciò che rimane è solo il legame con il Padre, il resto sarà salvato da questo.

Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore

La corda legata al Cielo, lo spazio di sicurezza passa attraverso i comandamenti, declinazioni pratiche di un legame più grande di noi. Esercizio quotidiano di ricerca. Perché la fraternità non basta. Perché i legami tra uomini sono spesso segnati da dolori e da ereditarie fatiche, perché il male esiste, e ci abita. Perché siamo fragili e non possiamo fare di più. Il comandamento non siamo noi che rimaniamo in Lui ma è la Sua promessa divina che rimane in noi, nonostante noi, oltre noi. A rimanere è Lui in noi, altrimenti sarebbe impossibile parlare di gioia. L’Amore è suo. A noi di riconoscerlo.

Nessuno ha un amore più grande: dare la sua vita per i propri amici.

Basta contare, basta sinceramente chiederci quante sono le persone che amiamo così tanto da sperare che siano più felici di noi. Quante sono le persone per cui siamo disposti a perdere tutto, ma davvero tutto, pur di vedere la loro felicità? Quante sono le persone che siamo sicuri essere disposte a perdere tutto pur di vederci felici? Solo questo è amore. È spietato il Vangelo di oggi, lucido, diretto e quello che dice è che solo questo è amore, il resto è riempimento.

Per fortuna basta poco, un frammento per dar senso al Tutto, basta aver sperimentato anche solo per un istante la sicurezza di essere amati con un amore così limpido e totale da farci dire: la gioia esiste. Per farci credere in una gioia piena.

A salvarci è solo questo, l’aver sperimentato che nonostante tutto, nonostante la vita ci abbia illuso e poi tradito, nonostante qualcuno continui a ricattarci e a volerci dire cosa è bene per noi e a volerci usare magari spacciano tutto questo per obbedienza a dio e alla chiesa (esiste bestemmia più grande?) nonostante tutto se avremo il coraggio di tornare a quei frammenti d’amore, magari amori segreti, magari purezze clandestine, magari pieghe di vita così preziose da non poter essere esposte al sole, se avremo umiltà e coraggio saremo gioiosamente salvati, perché il volto di Dio era e sarà solamente lì. E sapremo sopportare anche il resto. Perché l’Amore avrà depositato in cuore una gioia senza fine e una speranza, che quello che ci salva nel vortice complesso del tempo sarà ciò che rimarrà alla fine.

Chissà che sorprese, alla fine intendo, quando tutto sarà capovolto, quando verranno alla luce le intenzioni dei cuori, quando si salverà solo quel poco di amore puro che abbiamo incrociato, speriamo incarnato, quell’amore totale che magari non abbiamo capito, che ci ha fatto paura, ma che ci ha salvato. Che belli saremo, stupiti e liberi, finalmente.

Chissà che sorprese alla fine quando invece dell’elenco delle fedeltà esteriori a comandamenti umani, troppo umani, il nostro cuore sarà libero di mostrare l’amore vero, quello che non poteva far altro che mettere la felicità dell’altro prima della sua. E nessuno avrà più niente da dire, finalmente.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».