Che vita mercenaria! Giornata delle vocazioni

Che vita mercenaria! Giornata delle vocazioni

(Giovanni 10,11-18)

Quarta domenica di Pasqua anno B 2021

Come pagina di un romanzo mai scritto

Quando la porta si chiude alle mie spalle garantendo un fiato di caldo illuminato dal legno di una stufa ancora non ci credo, di essere stato accolto intendo, non mi sarei mai aspettato di trovarmi al suo cospetto. Lui è in piedi, inquadrato dal legno antico di una finestra è intenso come un Rembrandt, guarda il cielo della sera, aruspice delle viscere celesti, come se tutto il suo destino dipendesse solo ed esclusivamente dal fato celeste. Non oso interrompere la liturgia fino a quando è lui che decide di chiedermi “perché?” e so bene cosa vuole sapere. È in quel momento che comprendo di non essere stato accolto ma solo “fatto entrare”. Certo, con garbo, gentilezza, anche con affetto ma io sono un relitto importuno di un mondo che a lui semplicemente avanza. Lui è ormai in quella condizione invidiabile di chi non ha più attese e nemmeno conti in sospeso con il mondo dei mortali, quello da cui arrivo io. Mentre lascio che il suo interrogativo svanisca in un silenzio innaturale io non capisco se sto invidiando quell’uomo oppure se lo sto temendo. Perché mi sembra arrivato. Perché se il suo profilo tornasse per un attimo dentro il riquadro della finestra mi spingerei a dire che quell’uomo è già morto. È il ritratto di ciò che è stato, è il deposito, il volume e il colore delle uniche cose che contano di una vita. Versa un po’ di grappa in due  bicchieri che non aspettavano altro.

“Perché questo è un brano di Vangelo che mi sembra sia stato sequestrato dai preti.”

“Solo questo brano?” mi guarda come si osservano gli ingenui, beve un sorso, poi abbozza un mezzo sorriso che potrebbe alludere a una specie di complicità.

Io oso ribadire la domanda “il pastore è buono oppure, come traducono in tanti, è bello?”

“Ma non sono ancora stanchi di farci credere che il Vangelo sia il manuale della bontà?”

Silenzio.

“E poi dai non è che la vita di chi crede sia poi, per forza, più bella di altre”

Sembra cercare le parole giuste ma l’impressione è che siano giù tutte in fila nella sua testa, sono io che ho bisogno di tempo, per questo taccio.

“Bontà e bellezza sono parole che mi stancano, sono vuote. Dovremmo credere in Cristo perché lui era buono e quindi diventare più buoni? O perché è bello credere? Ma dove vivi?” Mi guarda come se io fossi il colpevole, il volto del nemico. Poi riattacca “ho letto poco tempo fa che un esegeta ha preferito tradurre: pastore onesto. Ecco, onesto mi sembra più esatto. Gesù non è stato buono o bello, non possiamo ridurlo a queste due semplificazioni, è stato onesto. Cioè ha lottato per tentare di non tradire se stesso”.

Mi vien da pensare a quest’uomo che ho davanti e a quanto ha sofferto per non tradire se stesso, mi vien da pensare a quando morirò, è stata una vita onesta la mia? A cosa è stato fedele lui? E io? Davvero fedele intendo.

“Io vorrei morire onesto”. Irrompe nei miei pensieri

Pensa che bello se insegnassimo ai bambini non tanto a essere buoni, che nessuno è buono se non il Padre, e nemmeno belli, che la vita ha certi tratti di dramma che possono sfigurarci… pensa se li educassimo a una vita onesta, vivere onestamente la vita. Non in tono moralistico ma antropologico, onestamente lottare per non lasciarsi travolgere dagli interessi”.

Sapevo che sarebbe stato un incontro duro. L’ho cercato per questo, credevo però in un approccio più dolce. Mi illudevo. Avevo preparato una seconda domanda e lui però l’ha già vanificata. Provo a sgusciare fuori dall’incipit del buon pastore e chiedo “cosa si deve fare per essere onestamente uomini? Onestamente pastori?”

“Matti” sospira, “bisogna essere matti. Così folli da invertire l’ordine naturale delle cose. Se nel mondo normale le pecore sono la vita per i pastori, secondo il Vangelo il pastore deve dare la vita per le pecore. Una follia. Rischiosa e stupida. Non ha senso capisci? Ogni pastore accudisce le pecore perché ha bisogno del gregge. È la legge che regola il mondo. Se sei stupido invece credi che sei tu a dover dare la vita per le pecore. Che nemmeno ti ringrazieranno, perché sono pecore”.

Quando scandisce queste parole si vede che non c’è rabbia nella sua voce, si vede che in fondo si sente ancora dalla parte degli idioti, di chi ci ha creduto, di chi ha pagato la fedeltà a un sogno. Si vede che non vuole cedere, e per questo è solo. E per questo stasera sono venuto fin qui, non avrei sopportato nessuna messa con predicazione di seminarista annessa. Poveri cristi.

“Sono i furbi che mi spaventano, quelli che seducono, loro non li sopporto. Magari qualcuno lo fa anche a fin di bene, magari ci credono, ma sono mercenari in fondo. E moriranno da mercenari.”

Io non so di chi stia parlando, ma è evidente che lui li sta passando in rassegna uno per uno i visi di qualche confratello, ma lo fa con una malinconia indicibile, con quella distanza che solo i saggi (o i morti) sanno avere, a me non resta che farmi piccolo e sperare che le mie seduzioni da quattro soldi, i miei ammiccamenti, i miei cedimenti alla “notorietà” non l’abbiano ferito. Mi versa un po’ di grappa e io sento, chiaramente, che vorrei essere come lui, che non vorrei più andarmene da lì. Sento il caldo sorso scendermi fino in fondo, fin dentro,

Alla fine ciò che conta è se le persone provi a conoscerle oppure no”, io non avevo fatto nessuna domanda, ma ormai è come se mi leggesse, sono aperto,

Come dice il Vangelo”, rimando per far sentire attiva la mia presenza.

Conoscere è qualcosa di profondo, perché il pastore dovrebbe dare la vita, perché questa pazzia del Vangelo? Perché ci si perde d’amore per qualcuno! Se non sei innamorato lascia perdere. Ma non di fare il prete ma di considerarti vivo! Che lo usino pure i preti questo brano di Vangelo per le loro giornate vocazionali ma che almeno abbiano il pudore di chiedersi se i pochi rimasti sono uomini che stanno amando qualcuno, se le strutture in cui li infilano li abilitano ad amare, a mostrarsi per quel che sono, a farsi conoscere nelle loro miserie, si chiedano se i loro preti stanno davvero conoscendo qualcuno, la smettano di preoccuparsi del diritto canonico e si chiedano finalmente se stanno perdendo la vita come farebbe…”

Come farebbe un padre, ma non riesce a pronunciare quella parola, lui che padre non lo diventerà mai, rimane il gusto amaro di un aborto sulle labbra, la sua sicurezza si smarrisce, diventa piccolo, gli occhi si riempiono di lacrime. Cammina lentamente verso il profilo immobile della finestra, è perfetto, bellissimo, entra, quello che vedo è un uomo vecchio e consumato fino in fondo dal desiderio.

Lo saluto, lui mi guarda come fosse l’ultima volta.

“Bisogna essere scemi per lasciarsi scavare così dall’amore vero?”

Che tenerezza, penso, è tornato bambino.

“Bisogna essere scemi e bellissimi, grazie”

No questa non è una pagina per i preti ma per i padri e per le madri. E non è detto che basti avere un figlio per esserlo. Anche qualche prete lo è, padre, penso.

Questa è una pagina per tutte le persone scavate dentro da un amore, quelle persone che hanno dato la vita per un figlio partorito o per un Vuoto che implora di essere accudito. E forse sono la stessa cosa.

Chiudo la porta alle mie spalle e bevo un respiro fatto di nuvole. Onestamente ne valeva la pena, alla fine, di fare tutta questa strada.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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