Sanguinavo linfa (e il frutto non ero io) Quinta Domenica di Pasqua

aNon c’entra nulla col Vangelo…ma mi piaceva

Sanguinavo linfa (e il frutto non ero io)

(Giovanni 15,1-8)

Quinta domenica di Pasqua anno B 2021

Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.

Per tutte le persone che gioiscono e piangono, per l’urlo disperato davanti alla sofferenza, per le lacrime incontenibili e per le risate sguaiate, per la vita che trema, per chi ha paura e per chi si emoziona, per la pesantezza, per la noia, per le storie che ci appartengono, per quando la vita non si lascia solo guardare, per quando non si lascia solo spiegare, per quando la storia ci attraversa, come linfa e poi puoi chiamarla come vuoi: fede o preghiera, respiro o semplicemente vita ma quello che conta è la sua visceralità, è che è parte di te, è linfa e se non c’è nemmeno tu ci sei. Come il tralcio nella vite.

Linfatico è l’amore, sangue a scorrere d’emozione, è vita che si lascia attraversare e trafiggere e penetrare. Per tutte le persone che visceralmente amano e forse nemmeno sanno che quella è la preghiera, l’unica preghiera che salva, l’unica degna di essere chiamata con questo nome. Tutto il resto è rimbombo sciocco, un secco legno avvizzito che chiede la pietà del taglio.

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

La logica del frutto sembra così limpida, ma come si può capire oggi quale vita stia dando frutto e quale no? Come posso io capire se la mia vita è un grappolo maturo? Io non me la sento, io non credo di riuscirci, più invecchio e più definire qualcosa “frutto” mi risulta difficile. Una volta credevo bastasse un giuramento quasi militare alle regole o all’istituzione, credevo bastasse il sacrificio di resistere, di restare al proprio posto, ora no, ora mi guardo indietro e mi sembra siano nati fiori sulle macerie, ora credo che se qualcosa è nato è proprio lì dove mi ero spezzato, dove avevo tradito, dove mi ero perduto. Sanguinavo linfa e il frutto non ero io. E allora non resta che fidarsi dell’agricoltore, mi dico, e bacio il cammino degli irregolari, piango di gratitudine ai feriti dal taglio netto che la vita impone spesso senza pietà, mi commuovo e provo a custodire il dolore della sterilità di chi credeva di esser nata per esser madre e invece insegue una qualche forma di domestica felicità, non santifico chi resiste ma nemmeno chi se ne va, solo mi inchino grato davanti a chi trova il coraggio di ripensarsi per riaprire flussi di vita. Dentro, dentro! Per essere partecipe, per essere parte della grande vigna, di un raccolto che forse nemmeno vedrà mai.

Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Intanto non ci resta che farci trapassare dalla Parola, è lei la linfa acuminata, il bacio di lama, lo scorrere liquido di uno scandalo, è lei a tagliare, potare, graffiare, aprire ferite da cui far scorrere la follia del sogno, è lei e solo lei. E se forse i frutti nemmeno li riconosciamo e se forse il grappolo ci sfugge a noi è data la terribile gioia, il delirante compito di farci male con una Parola limpida e netta, sarà come dissetarsi da una fonte di pezzi di vetro, sarà come aprire le vele a un vento tempestoso, sarà come inchiodarsi al silenzio, sarà l’unica fedeltà per cui val la pena sacrificare tutto, perdere tutto. Sarà una purificazione di sangue e di fuoco, farà male, proprio come la vita. Sarà la prova che siamo ancora visceralmente vivi.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

Rimanere in Lui senza dimenticare che Lui è stato, è, e sarà, l’Altrove. Lui è l’uomo del cammino, colui che sfugge agli agguati mortali e agli abbracci soffocanti. Lui è la vita che sorprende, Lui libera dalla morte, Lui è Altrove anche fissato a una croce, Lui è altrove anche da dentro un sepolcro. Lui è la sorpresa, Lui è il segno vivo dell’Assente, Lui è la carne che rimanda al cielo, Lui è la vita che diventa Segno del Padre.

Rimanere in Lui è atto di ripensamento continuo, è perdersi e trovarsi, morire e farsi salvare, rimanere in lui è atto di fantasia e di anarchica ribellione. Rimane in lui ciò che non si fissa, Lui è la tradizione declinata in quotidiane traduzioni. Lui è un corpo e un corpo non lo puoi fermare. Lui è sangue ed è nella sua natura di scorrere. Lui che chiede di restare è l’impossibilità di restare. Lui è la negazione di ogni immobilismo.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

E come sangue lui ci scorre dentro, dentro!, ed è esperienza da non credere, è luogo che non indaghiamo forse per pudore, forse per paura, forse perché non conosciamo la strada per incontrarlo mentre scorre tra nervi, sangue, sogni e cuore. Più facile cercarlo nei cieli. La via della linfa divina in cuore d’uomo è misteriosa come la morte.

Lui è dentro, non è una dottrina, non un’appartenenza ma una dolcissima terribile presenza. Noi siamo la sua ossessione, il luogo in cui far scorrere la divina alleanza, il segno del suo continuo passaggio, noi siamo presenza della sua Assenza, noi siamo il Suo spazio di conquista, il delirante sogno di divinizzare la nostra mediocrità. Lui è le nostre viscere innamorate. Lui ci scorre dentro e niente, non possiamo niente fino a quando non ci arrendiamo, fino a quando smetteremo di credere nella dolce insignificante proposta di una fede delicata. Lui è il nostro invasore. Chi è innamorato non si contiene, si prende tutto, ci prende dentro.

Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Almeno ci sarà un fuoco pietoso, l’ultimo atto di trasformazione per tutta la vita che non ho saputo assecondare. Mi pare di vederli i miei atti di viltà, i silenzi colpevoli, le seduzioni infantili, mi pare di vederle lì, ammucchiate, tutte le tristi traiettorie dei miei progetti fortunatamente naufragati. E mi scopro a pensare che ci vuole un amore coraggioso per lasciar che chi ami scelga sentieri sterili, ci vuole coraggio per lasciarci così liberi, per farci schiantare contro l’aridità. Guardo i tralci secchi, e mi scopro a pensare che siano il segno, anche quelli, della Sua grandezza. E allora che tutto bruci, che visceralmente il legno secco bruci, e se anche la linfa è andata altrove almeno il calore e la luce possano dirigersi a morire da qualche parte che sembra l’Infinito.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

E poi, alla fine, non sarà più questione di essere esauditi o di lasciarsi inebriare dal poter chiedere quello che vogliamo, no, non sarà questo ma sarà lo stupore che ci prende per quel che chiederemo. Non so perché ma sono sicuro che l’amore viscerale cambia le attese, scrosta le pretese. Credo che non si sia niente di più terribilmente viscerale di un figlio e proprio il figlio muta le richieste, sposta il baricentro delle attese. Viscerale come un Figlio e penetrate come l’Amore. Solo questo resta. A noi di aggrapparci, segno di sopravvivenza, come i tralci alla vite.

Che vita mercenaria! Giornata delle vocazioni

Che vita mercenaria! Giornata delle vocazioni

(Giovanni 10,11-18)

Quarta domenica di Pasqua anno B 2021

Come pagina di un romanzo mai scritto

Quando la porta si chiude alle mie spalle garantendo un fiato di caldo illuminato dal legno di una stufa ancora non ci credo, di essere stato accolto intendo, non mi sarei mai aspettato di trovarmi al suo cospetto. Lui è in piedi, inquadrato dal legno antico di una finestra è intenso come un Rembrandt, guarda il cielo della sera, aruspice delle viscere celesti, come se tutto il suo destino dipendesse solo ed esclusivamente dal fato celeste. Non oso interrompere la liturgia fino a quando è lui che decide di chiedermi “perché?” e so bene cosa vuole sapere. È in quel momento che comprendo di non essere stato accolto ma solo “fatto entrare”. Certo, con garbo, gentilezza, anche con affetto ma io sono un relitto importuno di un mondo che a lui semplicemente avanza. Lui è ormai in quella condizione invidiabile di chi non ha più attese e nemmeno conti in sospeso con il mondo dei mortali, quello da cui arrivo io. Mentre lascio che il suo interrogativo svanisca in un silenzio innaturale io non capisco se sto invidiando quell’uomo oppure se lo sto temendo. Perché mi sembra arrivato. Perché se il suo profilo tornasse per un attimo dentro il riquadro della finestra mi spingerei a dire che quell’uomo è già morto. È il ritratto di ciò che è stato, è il deposito, il volume e il colore delle uniche cose che contano di una vita. Versa un po’ di grappa in due  bicchieri che non aspettavano altro.

“Perché questo è un brano di Vangelo che mi sembra sia stato sequestrato dai preti.”

“Solo questo brano?” mi guarda come si osservano gli ingenui, beve un sorso, poi abbozza un mezzo sorriso che potrebbe alludere a una specie di complicità.

Io oso ribadire la domanda “il pastore è buono oppure, come traducono in tanti, è bello?”

“Ma non sono ancora stanchi di farci credere che il Vangelo sia il manuale della bontà?”

Silenzio.

“E poi dai non è che la vita di chi crede sia poi, per forza, più bella di altre”

Sembra cercare le parole giuste ma l’impressione è che siano giù tutte in fila nella sua testa, sono io che ho bisogno di tempo, per questo taccio.

“Bontà e bellezza sono parole che mi stancano, sono vuote. Dovremmo credere in Cristo perché lui era buono e quindi diventare più buoni? O perché è bello credere? Ma dove vivi?” Mi guarda come se io fossi il colpevole, il volto del nemico. Poi riattacca “ho letto poco tempo fa che un esegeta ha preferito tradurre: pastore onesto. Ecco, onesto mi sembra più esatto. Gesù non è stato buono o bello, non possiamo ridurlo a queste due semplificazioni, è stato onesto. Cioè ha lottato per tentare di non tradire se stesso”.

Mi vien da pensare a quest’uomo che ho davanti e a quanto ha sofferto per non tradire se stesso, mi vien da pensare a quando morirò, è stata una vita onesta la mia? A cosa è stato fedele lui? E io? Davvero fedele intendo.

“Io vorrei morire onesto”. Irrompe nei miei pensieri

Pensa che bello se insegnassimo ai bambini non tanto a essere buoni, che nessuno è buono se non il Padre, e nemmeno belli, che la vita ha certi tratti di dramma che possono sfigurarci… pensa se li educassimo a una vita onesta, vivere onestamente la vita. Non in tono moralistico ma antropologico, onestamente lottare per non lasciarsi travolgere dagli interessi”.

Sapevo che sarebbe stato un incontro duro. L’ho cercato per questo, credevo però in un approccio più dolce. Mi illudevo. Avevo preparato una seconda domanda e lui però l’ha già vanificata. Provo a sgusciare fuori dall’incipit del buon pastore e chiedo “cosa si deve fare per essere onestamente uomini? Onestamente pastori?”

“Matti” sospira, “bisogna essere matti. Così folli da invertire l’ordine naturale delle cose. Se nel mondo normale le pecore sono la vita per i pastori, secondo il Vangelo il pastore deve dare la vita per le pecore. Una follia. Rischiosa e stupida. Non ha senso capisci? Ogni pastore accudisce le pecore perché ha bisogno del gregge. È la legge che regola il mondo. Se sei stupido invece credi che sei tu a dover dare la vita per le pecore. Che nemmeno ti ringrazieranno, perché sono pecore”.

Quando scandisce queste parole si vede che non c’è rabbia nella sua voce, si vede che in fondo si sente ancora dalla parte degli idioti, di chi ci ha creduto, di chi ha pagato la fedeltà a un sogno. Si vede che non vuole cedere, e per questo è solo. E per questo stasera sono venuto fin qui, non avrei sopportato nessuna messa con predicazione di seminarista annessa. Poveri cristi.

“Sono i furbi che mi spaventano, quelli che seducono, loro non li sopporto. Magari qualcuno lo fa anche a fin di bene, magari ci credono, ma sono mercenari in fondo. E moriranno da mercenari.”

Io non so di chi stia parlando, ma è evidente che lui li sta passando in rassegna uno per uno i visi di qualche confratello, ma lo fa con una malinconia indicibile, con quella distanza che solo i saggi (o i morti) sanno avere, a me non resta che farmi piccolo e sperare che le mie seduzioni da quattro soldi, i miei ammiccamenti, i miei cedimenti alla “notorietà” non l’abbiano ferito. Mi versa un po’ di grappa e io sento, chiaramente, che vorrei essere come lui, che non vorrei più andarmene da lì. Sento il caldo sorso scendermi fino in fondo, fin dentro,

Alla fine ciò che conta è se le persone provi a conoscerle oppure no”, io non avevo fatto nessuna domanda, ma ormai è come se mi leggesse, sono aperto,

Come dice il Vangelo”, rimando per far sentire attiva la mia presenza.

Conoscere è qualcosa di profondo, perché il pastore dovrebbe dare la vita, perché questa pazzia del Vangelo? Perché ci si perde d’amore per qualcuno! Se non sei innamorato lascia perdere. Ma non di fare il prete ma di considerarti vivo! Che lo usino pure i preti questo brano di Vangelo per le loro giornate vocazionali ma che almeno abbiano il pudore di chiedersi se i pochi rimasti sono uomini che stanno amando qualcuno, se le strutture in cui li infilano li abilitano ad amare, a mostrarsi per quel che sono, a farsi conoscere nelle loro miserie, si chiedano se i loro preti stanno davvero conoscendo qualcuno, la smettano di preoccuparsi del diritto canonico e si chiedano finalmente se stanno perdendo la vita come farebbe…”

Come farebbe un padre, ma non riesce a pronunciare quella parola, lui che padre non lo diventerà mai, rimane il gusto amaro di un aborto sulle labbra, la sua sicurezza si smarrisce, diventa piccolo, gli occhi si riempiono di lacrime. Cammina lentamente verso il profilo immobile della finestra, è perfetto, bellissimo, entra, quello che vedo è un uomo vecchio e consumato fino in fondo dal desiderio.

Lo saluto, lui mi guarda come fosse l’ultima volta.

“Bisogna essere scemi per lasciarsi scavare così dall’amore vero?”

Che tenerezza, penso, è tornato bambino.

“Bisogna essere scemi e bellissimi, grazie”

No questa non è una pagina per i preti ma per i padri e per le madri. E non è detto che basti avere un figlio per esserlo. Anche qualche prete lo è, padre, penso.

Questa è una pagina per tutte le persone scavate dentro da un amore, quelle persone che hanno dato la vita per un figlio partorito o per un Vuoto che implora di essere accudito. E forse sono la stessa cosa.

Chiudo la porta alle mie spalle e bevo un respiro fatto di nuvole. Onestamente ne valeva la pena, alla fine, di fare tutta questa strada.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

E tu? (Luca 24,35-48) Terza domenica di Pasqua

Dulcinea 14.4.21

E tu?

(Luca 24,35-48)

Terza domenica di Pasqua anno B 2021

“I due che erano tornati da Emmaus narravano”

Nella pagina mettiamo di quando siamo tornati da Emmaus e vi abbiamo giurato di averlo visto, ricordate? L’avevamo appena riconosciuto: un pane spezzato, le sue parole, eravamo sicuri, avevamo come un fuoco dentro, ricordate? Avevamo Lui vivo, dentro, non solo un ricordo, non solo una nostalgia. Respirava in noi. Stavamo tornando da Emmaus ed eravamo convinti che non avremmo dubitato mai più. Aveva parlato, aveva spezzato il pane e noi avevamo sentito la vita scorrerci di nuovo dentro le vene. Mettetelo quel momento, certo non è durato un’eternità ma per favore, mettetelo, è stato così vero.

“Sconvolti e pieni di paura credevano di vedere un fantasma”

Come quella volta che da dentro è fiorita una pace senza precedenti e nessuno, nessuno dubitava che fosse Lui a tenerci insieme, vi ricordate? Era lì, con noi, nessuno aveva dubbi, più vivo che mai. Eppure avevamo paura, sconvolti dalla paura di poterci volere ancora bene, sconvolti da quella spinta che ci chiedeva di rileggere tutto, di rimetterci in discussione, sconvolti di ritrovarci a credere in un amore che tutti avevamo dato per morto. Mettilo di quella volta che abbiamo avuto paura di ricominciare, perché ci sembrava uno sgarbo alla sua memoria. Scrivilo che a volte l’amore e la vita sconvolgono di paura, che la vita che si ricompone può essere dolorosa. Non dubitavamo che Lui fosse Risorto ma non eravamo pronti, credevamo e ci sembrava di tradire. Può essere utile, mettilo in quella pagina, spesso chi resta solo, chi fa i conti con la morte di un amore, ha paura di tornare a vivere. Mettilo in quella pagina, dillo che avevamo paura anche noi, sconvolti. Saremmo stati più credibili se ci fossimo limitati a ricordare un amico, un profeta, fosse stato un fantasma sarebbe stato più semplice invece. Invece a farsi risorgere ci vuole coraggio. È come esporsi un’altra volta alla vita ma senza ingenuità, è come compromettersi partendo da un fallimento.

“Guardate le mie mani e i miei piedi”

Non dimenticate le ferite però, vi prego, mettete anche l’esperienza di Lui in persona che abbiamo sentito vivo dentro quelle ferite aperte. Ricordate? Io sono rinato a partire da quel coraggio. Come se le ferite, quel suo modo di morire, quel suo modo di attraversare la croce avesse trasformato la morte in una porta, in un parto di donna, doloroso e bellissimo. A volte ci devo tornare a quei tagli, a quel sangue, a quella carne massacrata, a lui che mi cammina incontro e mi mostra le ferite e io in quel momento, ve lo giuro, io non ho dubbi che lui sia vivo, che Lui sia Lui, che Lui danzi adesso con me nelle mie ferite. Mettete anche questo, siamo tutto gente ferita dalla vita. Per tanti trovarlo lì è più semplice.

“Avete qualche cosa da mangiare?”

Vi ricordate quando ci chiedeva da mangiare? Anche prima intendo, nei tre anni con lui, con quell’ingenuità da bambino, con quella voglia di compagnia, con quell’amore per i profumi e i gusti. Io adoravo cucinare per lui, mettete di quando abbiamo mangiato insieme, perché ogni volta che spezziamo il pane io, ve lo confido, io lo sento, respira con noi, sento il suo profumo, riconosco il suo modo di far cantare il pane spezzandolo, lo riconosco al profumo del vino. Vi giuro che non è solo illusione, e non succede sempre, ma ogni volta che mi siedo a tavola intimamente lo spero, come se mi nutrissi del desiderio di averlo accanto. Come se la sua domanda “avete qualcosa da mangiare?” non fosse solo un ricordo e nemmeno una speranza ma una presenza, io sento che anche lui mi desidera. Vuole ancora mangiare con me. E a volte spero di fami finalmente pane per lui.

“Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”

Io non ho più letto la Bibbia come prima sapete? Le vostre parole mi danno coraggio per confidarmi, io da quando lui si è arrampicato su quella croce, da quel suo coraggio, da quella sua Pasqua, io, da allora, vi assicuro… è come se i rotoli si fossero trasformati, sono diventati una specie di agguato. Leggo, entro, e mi sento osservato. Sento il suo respiro dietro ogni versetto. Prima mandavo a memoria, prima tentavo di credere, prima provavo a convincere, invece ora io sento che Lui è lì, vivo e mi aspetta. Non è un’illusione, sono sicuro, io leggo e lui mi tende agguato dolcissimi o dolorosi, dipende, a volte lottiamo e a volte ci amiamo, non succede sempre ma può bastare un versetto, una parola, uno spazio di silenzio tra due suoni, un niente e io lo sento, io me lo sento addosso, me lo sento dentro, Lui, vivo, risorto, presente. Per me è importante, mettete anche questo nella pagina. A chi vorrà proveremo a spiegare bene che non si tratta solo di capire la Scrittura ma di comprendere Lui e di lasciarsi prendere, per me la Bibbia, da allora, è un labirinto, dentro ci sono due amanti che si cercano, a volte si trovano. Quello per me, quando accade, è fare esperienza del Risorto.

“Saranno perdonati a tutti i popoli la conversione e il perdono”

Anche io ho sentito che mi camminava dentro, e non era un sogno. Mi camminava dentro e mi riportava in vita. Ed era lui, ve lo giuro. Mi risorgeva. Solo che abitava le parole di chi mi stava perdonando. Chi non ha provato non lo sa, solo chi sente di aver sbagliato tutto, solo chi arriva a sperare la morte come soluzione estrema può capire cosa significa essere guardati con misericordia. Non servono tante parole, ci sono sguardi che risorgono, esistono, scrivilo, ti prego, esistono e sono Lui.

Fosse di cristallo la pagina evangelica di oggi la getterei a terra, fino ad esploderla in mille pezzi. Perché questa non è la narrazione di una storia ma il tentativo di rendere narrativa l’esperienza di un’esperienza in verità mai finita. È come se sulla pagina si volesse fare spazio a tutti i sentimenti contradditori dell’itinerario di fede di un gruppo che crede in modo diverso, in tempi diversi e che non raggiunge mai, fortunatamente, la sfrontatezza ingenua della certezza. Come a voler mettere nella pagina tutto ciò che una comunità ha vissuto, momenti di gioia e di smarrimento, momenti di paura e di consolazione, tutto. E che ci sia confusione, è inevitabile, ma che resti il ricordo di una cosa viva, di un corpo in continuo movimento. Di una esperienza che è collettiva ma anche singola. Non c’è ordine in questa pagina e sono sicuro che sia messo lì appositamente questo frantumarsi di eventi, per noi che leggiamo, come un invito: tu ti ritrovi in queste esperienza? Tu come e quando fai esperienza del Risorto? Cosa metteresti di te con Lui sulla pagina?

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Esiste un’altra strada (ma io non la conosco) Giovanni 20,19-31 Seconda domenica di Pasqua

Crocetta 14.1.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Esiste un’altra strada (ma io non la conosco)

(Giovanni 20,19-31)

Seconda domenica di Pasqua anno B 2021

Esiste di sicuro un’altra strada, una via più leggera e luminosa, esiste una fede senza ombre e pesantezze, consolante, sorridente e sicura, una fede che rende pieno perfino il presente. Mi scuso, io non la conosco. Certo che anche per me la resurrezione di Cristo è il centro della fede e lo è sempre di più, anche a me la speranza apre gli occhi ad ogni mattino e mi piace ridere e ritorno ogni istante a stupirmi delle cose, ma so che tutto nasce e rinasce continuamente dal buio, da un cratere di dolore, dal mistero della morte che mi pare pulsi dentro il cuore di ogni istante. Un Vuoto che è una bocca spalancata, una voragine di desideri, un Vuoto abissale d’amore che ormai abita ogni cellula. Esite un’altra strada per arrivare a Dio, è sicuro, ma per me è troppo tardi, questa sola io conosco.

E così anche questa pagina evangelica mi stupisce non tanto per una presunta e risolutiva luce frutto dell’incontro col Risorto ma per il buio chiuso da cui tutto parte, per la tana, per la voragine in cui finalmente sono entrati i discepoli. Lo ripeto, son sicuro, esiste un’altra strada, sono consapevole che il rischio di considerare inevitabile il dolore e lo smarrimento possa appesantire l’annuncio ma io, leggendo questo testo e vedendo i discepoli chiusi in quel ventre di buio e di paura, in quella cecità, non posso che esultare: finalmente sono morti! Mi pare che siano entrati anche loro nel loro sepolcro capite? In compagnia del cieco a bordi della strada, dei lebbrosi, dei ladri e delle prostitute, dei paralitici, di Lazzaro, insomma di tutta quella gente che sentiva il bisogno di toccare almeno il mantello del Maestro. Lì, in quel buco buio e sepolcrale anche io posso entrare, e mettermi ad aspettare con loro, sento che i miei dolori sono presi sul serio, e la mia fame anche, e nessuno mi dirà parole troppo consolanti e risolutive, immagino il silenzio teso e pronto alla sorpresa, immagino il rispetto per il dolore altrui, entrerei volentieri in una chiesa così. Lo so che esiste un’altra strada, ma cosa volete, ognuno sceglie la sua, è quella che trova, decifrando pazientemente le carte del proprio destino.

“Venne Gesù, stette in mezzo a loro”. Come se germogliasse da lì, come se il Vivente avesse bisogno della nostra fame, questo mi piace. La vita nasce da dentro il dolore, non è alternativa al lutto la credibile speranza, nasce del ventre dello smarrimento la strada percorribile per l’Altrove. Che Cristo non mi faccia sentire in colpa, mai, per la mia intimità con il buio, per l’affinità con il dolore, per quel camminare a strettissimo contatto con lo smarrimento, io questo Cristo che germoglia dalle lacrime lo adoro e lo sento credibile. No, non sto idealizzando il dolore e nemmeno la morte, ci sono altre strade, è sicuro, ma io sto al mio posto qui, a lasciarmi interrogare fianco a fianco con chi il buio non lo ha deciso ma lo ha trovato. E sa che il dolore non passerà. Almeno non ora, almeno non qui. Tanto vale abitarlo, interrogarlo, supplicarlo, che il Vivente germogli dalle nostre ferite, questo mi regala speranza.

“Pace a voi”. Detto questo mostrò loro le mani e il fianco. Io sono innamorato di questo Cristo che osa parlare di pace partendo dalle ferite. Guardo i segni delle mani e sento che è il segno di quella carne macellata a dare sensatezza all’augurio della pace. Sono stanco di presunte verità che non vengono misurate dal dolore. La sterile esattezza di un concetto enunciato con cura mi fa paura se non è partorito dal dolore, se non è infangato e corrotto dal fango della vita vera. Lo so che esiste un’altra strada, ma non è la mia. Non so se riuscirò ad essere fedele a questo sogno ma mi piacerebbe riuscire a partorire solo parole limate dalla ruvidità del vivere umano. Parole sanguinanti.

Detto questo soffiò e disse loro “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete…” Lo so che esiste un’altra strada ma questa io conosco, quella che parte dalla vita che chiede misericordia. A coloro cui perdonerete… perché la vita, per quello che conosco io, per le testimonianze che raccolgo, ha molto da farsi perdonare. Perché la vita spesso mente, delude, sostituisce i finali. Fa morire i figli, si accanisce con le vittime, non molla la presa della malattia, uccide chi si stava preparando per un matrimonio… io lo so che esistono altre strade e che la vita è spesso più leggera ma quella difficilmente me la raccontate, quando la vita funziona si lascia scorrere via, a me arrivano le vostre lettere e quelle diventano la mia strada. Non posso non partire da lì, da una vita che chiede di essere perdonata. Ed è solo un dono divino a darci il respiro per balbettare il nostro perdono. Un bacio dall’alto, lieve come un silenzio svuotato che, guarda caso, si mostra ai bordi di una caverna, un silenzio gravido e coraggioso a dire che la mancanza che stringe il cuore è solo la contrazione materna della vita che qui elemosina la pienezza che sarà. Non ora, non qui, ma già ora e già qui posso pregare l’Eterno, che abbia pietà di noi, che fiorisca, almeno per un istante, lampo d’eternità dal cuore dei nostri dolori.

Che dire di Tommaso? Che anche lui deve entrare nel grembo buio e fecondo del dolore condiviso. Che un annuncio troppo diretto e disincarnato degli amici non convince. Che dire di Tommaso se non che lo capisco? Come credere senza vedere le ferite?

“Perché mi hai veduto tu hai creduto, beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Io non credo di essere beato, io ho veduto, continuo a vedere, lo sento il Respiro dell’Eterno, a quello mi aggrappo per credere. Io non sono beato perché ho visto e continuo a vedere. Beato è chi rimane nel ventre del dolore, segnato dalla fatica, e non vede ma crede comunque nella vita. Beato è chi è convinto che tutto si consumi qui e non riesce a perdonarla la vita eppure non vive nel risentimento e, a volte, perfino sorride. Beato è chi è deluso dalla vita eppure ama l’uomo come lo ama il Risorto. Beato sarà il suo stupore, non ora, non qui.

Amati e niente più Pasqua Giovanni 20,1-9

Madonna del Monte 2.4.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Amati e niente più

(Giovanni 20,1-9)

Pasqua anno B 2021

Per tutte le Maddalene

parvenze d’inizio

per il loro cuore profumato

per la luce premuta nel vaso

per la primavera

per lo scorrere delle assenze

per la ragnatela di speranza intessuta sul Nulla

per lo sfrontato modo

di prendere in controtempo le nostre paure

per tutte le Maddalene che ci vivono dentro

per l’Amore che sposta i macigni

per il loro coraggio

per l’Amore che in loro

è libertà

ma solo dalla disperazione

per la loro vita schiava

dell’Assente

che strega i cuori.

Per le Maddalene e le loro traiettorie

per quando non sappiamo stare al loro passo

per il loro modo di non dare sentenze

per la corsa nel buio

per saper confidare lo smarrimento

Perché non è credibile il loro grido

l’hanno portato via

ma anche a noi manca

e non sappiamo

non lo sappiamo ancora

dove l’hanno posto. E non lo sapremo

non ora

non qui.

Per le Maddalene che ci portiamo dentro

che non sanno

e non sapranno che solo nell’attimo esatto

dell’ultimo inciampo.

Per Pietro

pesante e goffo

sempre un passo dietro l’accadere

smarrito a se stesso

incapace d’amore, incapace di morte

per il mediocre

cuore ingolfato

per la sua e nostra lentezza

per essere almeno caduto nel sepolcro

peso morto

franato nella voragine del Sacro Niente

unico merito da ascrivere a santità

la morte, almeno per un istante

per averlo visto da lì, piegato come il sudario

inutile e ordinato

il mondo

dal pontificio trono

che è tomba e assenza

per il Pietro che pesantemente non sa

se voglia ancora

credere

 e in cosa e in chi

per quando anche noi siamo morti

e abbiamo visto il mondo

dalla tenebra,

per la prospettiva nuova

che anticipa il Passaggio,

Per l’insopportabile discepolo amato

che è solo un’ombra

di luce

un rapido silenzio

l’arrogante cinguettio del pettirosso

per i suoi occhi presuntuosi e aperti

per l’istante

che anche noi conosciamo

per l’attimo consapevole

per la sicurezza di aver capito

per quando ci pare tutto chiaro

per quando, per fortuna, tutto passa

e rimane come il gusto di una nostalgia

di quella Pasqua che sarà.

Ma non ora

non qui.

Per quando ci lasceremo finalmente amare

perdendo il nome

discepoli solo della nostra fame

per quando smetteremo di predicare, di fare l’amore, di costruire e perfino di bestemmiare

per quando smetteremo,

smetteremo anche di respirare,

e ci lasceremo fare

solo fare

amati

e niente più.