Che vuoi da noi Gesù Nazareno? Quarta domenica del Tempo Ordinario (Marco 1,21-28)

Marina di Carrara 29.1.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Che vuoi da noi Gesù Nazareno?

(Marco 1,21-28)

Quarta domenica del Tempo Ordinario anno B 2021

Non ci siamo accorti, distratti da inatteso stupore. Da quanto tempo non entrava incanto in sinagoga? Non è luogo di meraviglia quello ma di misurata obbedienza. Invece tu ci hai stupiti e così noi non ci siamo accorti del pericolo che stavamo correndo: ti abbiamo lasciato entrare. E tu ci hai invaso.

Stupefatti come bambini abbiamo sfilacciato la maglia delle difese e quando ci siamo accorti che tu stavi davvero entrando e, più ancora, stavi in-segnando cioè stavi incidendo parole nuove sulle pareti del nostro cuore, ecco in quel momento quell’uomo ha preso la parola, un matto, un profeta, un invasato, abitato dal demone? Non lo so ma per fortuna ha parlato, e ha detto quello che tutti noi non avevamo il coraggio di dire: cosa vuoi da noi Gesù Nazareno?

Aveva colto nel segno, era la domanda radicale, la reazione alla paura che ci è presa guardando l’autorità con cui ci stavi mostrando il volto di Dio. Era la ribellione che invadeva lo stupore, era il risveglio impaurito di una sinagoga intera che in quel momento si stava riprendendo e si trovava, smarrita, in un mondo che tu, in un attimo, avevi capovolto! Non capivamo più nulla, perché se avevi davvero ragione tu tutto sarebbe crollato tutto quello in cui credevamo noi!

Lo stupore era stata la porta aperta da cui eri entrato con violenza inapparente per distruggere l’idea di mondo che avevamo religiosamente costruito e difeso. La voce sarà stata anche quella di uno spirito impuro ma tu sai bene che non diceva il falso e infatti tu non l’hai contraddetta, l’hai solo allontanata, perché avevi bisogno di tre anni di libertà in cui mostrare che quella frase conteneva una verità scomoda, dura, impopolare eppure, appunto, vera. Come te. Autorevole.

Cosa vuoi da noi Gesù Nazareno? Cosa vuoi da noi? Da che mondo è mondo, e tu lo sai bene visto che ti proclami figlio di Dio, è l’uomo che vuole qualcosa da Dio e non il contrario!

Cosa vuoi da noi? L’avevamo capito sai? Tu non volevi qualcosa, tu entrando in noi volevi solo noi. Chiamavi noi, coinvolgevi noi, non più spettatori di una vita in cui Dio diventava una comparsa buona per i tempi di crisi ma una vera e propria alleanza. Stupore, prima reazione, anche grata, ma poi, intuendo il prezzo alto di una vita vissuta come te… paura e ribellione.

Ti volevamo diverso Signore, ti vogliamo diverso, desideriamo un Dio da pregare, da bestemmiare, da ringraziare, da disturbare… ma che sia qualcosa di totalmente altro e non un Dio che viene a invadere la nostra vita. Perché tu quel giorno non sei entrato semplicemente in una sinagoga ma hai iniziato ad abitare il corpo degli uomini, il corpo di tutti gli uomini, sei entrato per fare alleanza, per diventare corpo e trasformarci nel tuo corpo… questo stupisce e spaventa. Non siamo pronti. Non vogliamo essere pronti! Cosa vuoi da noi? A noi piace parlare di Dio, non di diventarlo!

Lo spirito impuro aveva ragione a gridarti quella frase, tu l’hai fatto tacere perché c’era un itinerario da fare. Adesso però, a duemila anni di distanza da quel sabato, sai cosa ti dico? Che forse è il caso di trovarlo qualche spirito impuro capace di gridare ancora, perché non se ne può più di un cristianesimo da propaganda, di un ritratto di te così dolciastro e tenero da risultare falso. Hanno vinto le sinagoghe, e il loro cristo da propaganda, buono e lontano. Invece servirebbe uno spirito impuro a dire che tu sei davvero uno che la rovina la vita. Come quando ci si innamora e la passione travolge e rende tutto così drammatico e ci si sente esposti e mancanti, ci si sente insicuri, non si basta più a se stessi, l’amato manca anche quando c’è, si diventa gelosi, non si dorme dalla paura di perdere…una vita rovinata, da eccesso d’amore.

Servirebbero spiriti impuri (o forse più puri di chi continua a fingere in modo autoritario ma senza autorità), gente coraggiosa capace di dire che la fede è qualcosa che rovina il quieto vivere. Che credere è naufragare. Che il Vangelo non è il galateo dei buoni sentimenti ma è un’ossessione, è quando la nostra storia ama così tanto l’umanità da farsi ferire, per passione, per amore. Amare così tanto da penetrare l’altro. Credere è farsi crocifiggere per amore. E’ farsi mangiare. Credere è perdere se stessi, perdere la faccia, perdere la dignità, farsi spogliare e frustare pur di non tradire quell’umanità che ti cerca e ti interpella, umanità misera e meschina eppure. Eppure in quell’umanità, se credi, sei entrato e lei hai chiesto e continui a chiedere nuova ed eterna alleanza. Il primo a rovinarsi per amore è proprio Cristo!

“Sei venuto a rovinarci” amore mio, sei venuto a rovinare la mia vita e l’equilibrio che avevo costruito, sei venuto a rovinare i miei progetti, sei venuto a rovinare i miei sogni, sei venuto a rovinare i miei giorni e le mie notti, sei venuto a rovinare la mia purezza. Avevo scelto di essere casto per essere lontano dal peccato, povero per essere lontano dalle cose, obbediente per essere lontano dall’errore, sei venuto a rovinarmi invece, sei entrato e mi hai amato e mi hai costretto a essere casto perché il mio corpo non smette di cercarti e tutto grida il bisogno di essere toccato, povero perché mi manchi, mi manchi da morire, capisci? E obbediente certo, ma non a delle regole, ma all’amore che è folle e straziante e ruba le notti. Obbediente alla mia ossessione di te.

“Io so chi tu sei: il Santo di Dio”, e lo so perché ti ho seguito nel tuo incessante cammino fin nel cuore dell’umanità. Lo so perché ho danzato con te sulla lebbra e mi sono lasciato baciare dalle puttane, ci siamo seduti al tavolo dei ladri ma abbiamo anche mangiato con i potenti, ci siamo messi al riparo in casa di Marta e Maria, abbiamo amato i nostri amici, siamo anche morti con il dodicesimo che non abbiamo mai considerato traditore. Abbiamo amato il mondo in modo scandaloso. E il mondo non ha retto. Perché era chiaro, tu non eri venuto a sollevarci dall’ambiguità della vita, quello che ogni uomo chiede alla religione, tu eri venuto a perderti d’amore nei vicoli misteriosi del sangue, della carne, dello sperma. Per amore ci si perde. Per amore lo stupore diventa un folle cedimento: prenditi tutto di me. Invadimi. Segnami nel profondo.

Compiuto Terza domenica del Tempo Ordinario (Marco 1,14-20)

Salita al Santuario, Madonna del Monte, gennaio 2021

Dal Vangelo secondo Marco

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Compiuto

(Marco 1,14-20)

Terza domenica del Tempo Ordinario anno B 2021

“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.

Tutto è compiuto.

Perché la vita non è vero che finisce, perché la vita non può far altro che compiersi, continuamente compiersi. La vita è il tempo che procede di compimento in compimento. E di compimento in compimento scorre verso l’Eterno.

Tutto è compiuto, già qui, ora, noi siamo il compimento di ciò che è stato, noi stiamo compiendo ciò che sarà.

Si compiono gli anni e niente del passato si perde solo si trasforma, diventa altro, raggiunge nuove pienezze, nulla viene davvero lasciato.

Perché nulla vada perduto.

Di quelli che tu mi hai dati, non ne ho perduto nessuno.

Purtroppo tendiamo a dimenticarcene, persi in un consumismo che si illude di poter scartare senza lasciare traccia.

Noi siamo il compimento degli incontri e di come li abbiamo interpretati, noi siamo il compimento delle vite di chi ci ha preceduto, e degli errori, e delle guerre, e della fame, noi siamo il grano e la pioggia, i tradimenti, i sogni, anche quelli infranti, i baci, anche quelli non dati, noi siamo il compimento di una storia, di tutte le storie, gomitolo di eventi che si ha portato a esserci qui e ora. Tutto è sempre compiuto e insieme tutto si compie, sempre.

Si compie il tempo nel fluire di una stagione dentro l’altra perché l’estate non può dimenticare la primavera: la raccoglie, la bacia, la penetra, la accoglie. L’estate è anche tutte le primavere che sono state e tutti gli inverni e tutti gli autunni. Tutto si compie, sempre e comunque.

Si compie il tempo e Giovanni viene arrestato e poi verrà anche ucciso, ma nulla finisce, solo tutto fluisce e arriva dove deve arrivare e arricchisce il tempo che prosegue: di maturazione in maturazione.

Si compiono le nostre storie e così il tempo non è qualcosa che si consuma, noi non siamo la cera di una candela, noi non siamo l’esaurirsi di un sogno, noi siamo compimento di noi stessi, giorno dopo giorno, noi siamo il compimento di una storia più grande di noi. Un compimento che dura il tempo della nostra storia e poi… e poi la storia si compirà in altre storie, fino al giorno in cui ogni volto sarà raccolto nell’Eterno. Padre in Te si compie la vita.

Gesù non si limita a raccogliere il testimone di Giovanni ma in qualche modo diventa Giovanni e più di Giovanni, ne incarna la pienezza. Il tempo è compiuto. Giovanni è in Gesù come l’autunno è nella primavera.

Tutto è compiuto sarà il soffio vitale sulla croce e infatti tutto continua a compiersi in noi, che siamo Suo compimento se sappiamo vivere di quel respiro.

Farebbe meno paura lo scorrere del tempo, il susseguirsi degli eventi, l’eterna trasformazione, perfino la morte farebbe meno paura se credessimo che il tempo non è altro che la fase di una gravidanza che fa tesoro di ogni precedenza, sarebbe meno drammatico veder fluire le cose di questo mondo verso un futuro che non è poi così importante conoscere nella sua manifestazione. Sarebbe poco drammatico se avessimo fede, fede nel Respiro che tutto compie. Il Respiro che abita i corpi, il pane che nutre nuovi modi d’amare e il vino che ne sigilla la perenne alleanza. Abbiamo poca fede, ci aggrappiamo a ciò che conosciamo senza coraggio.

Perché dovrebbe farci paura il compimento della vita delle parrocchie per come le conosciamo? Perché tanta paura nello sgretolamento del visibile se poi diventa polline per altro visibile? Perché dovrebbe farci paura il modo di essere famiglia, di essere preti e laici, il modo di essere coppia, il modo di vivere la vita… perché tanta paura di perdere ciò che sta chiedendo di compiersi in una nuova primavera? O non crediamo che Tutto è compiuto?

 Non deve forse morire il seme per dare frutto? Perché ci aggrappiamo solo a ciò che ci rassicura, perché tanta paura della tempesta? Non avete ancora fede?  

Tutto è già compiuto e tutto si compirà, tutto è già cambiato e tutto cambierà. Noi siamo un lampo divino, un modo parziale e piccolo eppure indispensabile, noi siamo stati primavera e se l’estate arriverà sarà anche per merito nostro, lei ci raccoglierà e sarà diversa. E bellissima. E noi saremo nell’estate.

Guardiamo il tempo che è passato, guardiamolo con tanta compassione, è solo tempo compiuto. Certo che non siamo stati perfetti ma abbiamo fatto quello che potevamo, non potevamo far altro, inutile chiedersi cosa faremmo adesso rispetto a quell’amore che abbiamo tradito, a quel lavoro lasciato, a quell’occasione sprecata, ad una vocazione che uomini senza fantasia definiscono tradita: cuore in pace, non potevamo fare altro, anche quando siamo stati ignobili e tristi, non potevamo far altro, adesso siamo quel che siamo stati, rimpiangere è rinnegare il Padre che ci tiene per mano.

Invece stare, con cuore grato, nel pieno di questa lunga gravidanza verso un parto che sarà, verso il compimento di quel Tutto che si chiama Padre, e che sarà compimento perfino del tempo, noi. Non crediate ai sensi di colpa, il passato non si deve cambiare, il passato trova sempre vie per compiersi, anche davanti alla morte. Si chiama Pasqua. Non avete ancora fede?

Il Regno di Dio è vicino, perché è uno sguardo sulle cose vicine che può portarci a maturazioni più grandi. Vicino a noi c’è un mondo che si muove e che si ricapitola di volta in volta nel futuro, se avete la fortuna di veder crescere vicino a voi un bambino guardatelo bene, guardatelo negli occhi e non state solo a stupirvi di quanto sia cresciuto, di quanto sia cambiato, provate invece a ritrovare in lui tutto ciò che è stato. Non lo vedete che lui è il compimento di tutte le carezze, gli sguardi e i silenzi? Ma davvero non li vedete, lì, in fondo a quegli occhi che vi guardano tutte le persone che lo hanno partorito vivo? Davvero non lo vedete che nulla è andato perduto? Davvero non li vedete in quegli occhi tutte le persone amate che ora, voi dite, non ci sono più?  

Noi siamo figli di un Respiro che si fa Corpo, chiamatelo Spirito, un respiro che cresce e che si compie, giorno dopo giorno, in questa grande avventura che è la vita, compimento di un sogno divino che da Genesi non smette di nutrirsi di ciò che è stato per camminare incontro a ciò che sarà.

Il Regno di Dio è vicino, è nel nostro corpo, è nelle ferite che fanno parte di noi, è nell’accumulo dei giorni che mai sono uguali, è nelle delusioni, le sentite tutte lì con voi? Noi siamo anche il compimento dei nostri padri e di ogni povero cristo che ha provato a non deludere lo Stupore di scoprirsi vivo e incamminato nel mondo. Sentite un grande di senso di gratitudine per ciò che è stato? Sentite un grande senso di leggerezza? Il mondo continuerà dopo di noi ma non senza di noi. La resurrezione non è qualcosa che sarà, il regno di Dio è qui, è vicino, perché ogni cosa risorge senza sosta e non si perde. L’Amore non dimentica, perché l’Amore si nutre della vita che si compie.

Convertiamo il nostro sguardo e sarà già notizia buona, che è questa, che è quel Corpo di Cristo che in Gesù porta a compimento tutto, senza perdersi in sterili giudizi: la vita che si compie sempre, anche dove sembra incagliata. La vita che si compie perfino nei lebbrosi, negli assassini, nei ladri, nei peccatori, nei morti. La vita non può non compiersi, questo è Vangelo, perfino quando il corpo verrà inchiodato a un legno: tutto è compiuto.

La vita che si compie è quella che va cercata e riconosciuta e portata a riva: come si pesca un pesce così si pescherà vita buona in ogni lago, in ogni luogo, in ogni storia. E tutto si compirà, i figli lasceranno i padri per diventare a loro volta padri, compimento necessario, e così sarà sempre, fino alla fine, fino al compimento definitivo di ogni cosa, fino a quando saremo partoriti a vita eterna, tra le braccia di un Padre e tutto, tutto ci sarà, capite, tutto e tutti, mettetevi il cuore in pace, ritroveremo e ci ritroveremo perché è già così, lo dice la vita, lo dicono i nostri figli, lo dicono le stagioni.

Sacro il vostro desiderare seconda domenica tempo ordinario B

Alba a Crocetta, gennaio 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Sacro il vostro desiderare

(Giovanni 1,35-42)

Seconda domenica del Tempo Ordinario anno B 2021

Quel giorno ho imparato la vera grandezza di chi si sa fermare. Che è giusto camminare solo se alla fine si è capaci di attraccare, un passo prima, un “non ancora”, l’attimo giusto, in tempo per lasciar andare.

Quel giorno ho visto Giovanni fermo, immobile, un fiore, e noi a raccogliere ciò che restava: uno sguardo, una voce, il polline di una vita liberata. Adesso stava a noi diventare ciò che nemmeno lui osava immaginare.

Quel giorno avrei dovuto capire che non un grande sogno rende nobile la vita ma la folle libertà di vederlo passare, come una vela su un mare, come l’Uomo sul filo dell’orizzonte, e poi non volerlo afferrare. Ma non per la paura di farsi male, o di non saperlo abitare, solo per non volerlo bloccare.

Quel giorno Giovanni mi ha insegnato a vivere di vento: bisogna lasciarsi andare.

Quel giorno ho imparato che siamo tutti uomini chiamati ad arrivare a un passo dalla Terra Promessa, a un passo dal Tutto, a un soffio dall’Amato, a un “quasi”, come davanti a un velo. Non qui, non adesso, non Tutto. Possiamo solo fermarci ed aspettare. Che venga Lui a prenderci, che sia Lui a chiederci di danzare, nessuna falce se non di luna, solo un invito, una mano, la possibilità di attraversare.

Quel giorno ho imparato che se Giovanni si fosse alzato io non avrei creduto, mi avrebbe invaso, io non sarei mai nato.

Quel giorno ho imparato che anche io mi dovrò fermare, che solo lo sguardo si può lasciar andare, che posso solo trasformare il mio fiato in voce, che il destino del profeta è diventare polline di un fiore che mai sarà ciò che io sono stato.

Quel giorno ho imparato che a fermarsi ci si allena, morendo dentro, un pezzo alla volta, combattendo la pretesa di essere ricordato, trattenendo degli amori solo l’invisibile traccia di una carezza e di un bacio. Quel giorno la morte mi ha partorito e giuro, alle spalle l’ho sentito, un passo dolce, soffice e delicato, la morte mi sorriso e, con suo permesso, sono nato.

E poi sarebbe anche bastato, avreste dovuto vedere come Lui si è voltato.

Un gesto, uno solo, lui si ferma, e poi ci guarda.

Giuro, sarebbe anche bastato, inceppata la mia vita di rincorsa, vedere le mie prede sparire all’orizzonte, scoprire di essermi illuso, di essermi nascosto, come Adamo nel giardino, per paura di essere scoperto, nudo, bello nel mio pianto, indifeso come un bambino.

E poi sarebbe anche bastato, io l’avrei raccontato, che Dio ha lo sguardo timido, povero e disarmato. Che tanto lui si ferma, che ci aspetta, che di noi è preoccupato.

E poi sarebbe anche bastato se avessi già saputo, se avessi già imparato a ridere di me, del mio discepolato, se solo fossi stato già più dolce, lieve, di lievito leggero impastato.

Quel giorno non me l’aspettavo, il cuore che si svuota, un sacco rivoltato, tutte le mie domande in terra, ai nostri piedi, tutti i miei pensieri, le mie teorie, i libri che ho studiato, tutto in terra sul sentiero rivoltato. Ciò che mi chiedeva io non lo sapevo, per quello son restato.

Che cosa cercavo? Che cosa amavo?

Niente in me ritrovavo che non fosse scontato, roba d’altri, qualche sogno riciclato. Niente di mio. Non mi ritrovavo, per quello son restato. Io e il mio cuore rivoltato.

Dove abiti? Perché non ti ho mai visto prima? Dove sei stato amore mio fino ad oggi? Come ho potuto vivere fino a qui? Dove abiti? Perché non sei arrivato prima? Non lasciarmi adesso, non saprei dove andare. Non lasciarmi ti prego, regalami il tuo sguardo, la tua voce, insegnami tu l’arte di restare immobili, di inchiodarsi nel vento, di polline la vita ingravidare.

Venite, non ho risposte. Venite portate le domande, saranno anche le mie, venite, il cuore libero e la voglia di rischiare, vi chiedo solo di esser pronti a saper sbagliare. Venite, per favore, non posso fare altro, non posso spiegare, non posso convincere, nemmeno illustrare. Non ci sono mappe con me, nemmeno concetti, venite se volete, sarete voi, il vostro corpo, sarete voi, la vostra carne, sarete voi, alla fine, la resistenza bella dei sorrisi e anche il conto di tante cicatrici. Sarete voi risposta, sarete voi a dovervi voltare, dopo aver tradito, sarete voi a ricominciare. Io non posso dire altro, posso solo chiedervi di stare, di lasciarvi amare, di diventare ciò che imparerete ad amare.

Ciò che nemmeno io conosco, ciò che non si può sapere, io sono questo Corpo: raccoglieremo lacrime, ci scaglieranno pietre, carezze, baci, bestemmie. Spezzeremo pane, rideremo con la morte, toccheremo lebbra e anche pesce, accenderemo fuochi e respireremo nardo, affogheremo di paura. Inchioderanno sogni, noi metteremo silenzio nelle parole, a volte non capiranno, a volte non ci capiremo. Non posso dirvi nulla. Solo mantengo una promessa, fino alla fine, oltre la fine, io mi volterò in eterno e mai, giuro mai, smetterò la domanda su quel che cercate, sacro per me sarà per sempre il vostro desiderare.

(Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”)

Alla donna di Monterosso * Battesimo del Signore

Orme, verso Caschiola. Crocetta 2021

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Alla donna di Monterosso

(Marco 1,7-11)

Battesimo del Signore anno B 2021

Mi sembra di ancora di vederti, camminavi piano e lo tenevi per mano, scendevi verso il mare. La spiaggia ligure di Monterosso non è sfacciata nemmeno d’estate. Sarà la ligure bellezza, saranno i monti che spingono fingono al confine con l’abisso, non so, è un mare che personalmente trovo struggente anche in pieno agosto. Ma forse è così da quando ho visto te, che mi sei esplosa dentro, come quando si è rotto l’evangelico vaso di nardo: profumo e schegge, leggerezza e dolore, amore e sangue. Quel giorno un vaso di nardo mi si è rotto dentro e tu nemmeno te ne sei accorta, perché io non ho detto nulla, perché non ti sono venuto incontro, perché solo restai fermo a farmi maltrattare le pareti del cuore da tanto crudele candore. Cosa potevo fare? Avvicinarmi e dirti che eri bellissima? Chiedere come si può essere così dolci e insieme decisi? Cosa potevo dirti? Io avevo il cuore spezzato e tu non avevi tempo di accorgerti di me, avevi tra le mani lui, che non ti mollava un attimo, non poteva lasciarti. Io guardavo e sentivo nardo e spine. Nemmeno il nome sapevo di te, e nemmeno di lui. Spero solo siano stati dolci con lui, perché conosco la ferocia dei ragazzini, spero solo non l’abbiano perseguitato troppo, non l’abbiano mai chiamato povero handicappato. Chissà quali erano i vostri nomi, chissà se sapete che siete rimasti impigliati nel mio cuore? Chissà se sei ancora viva. Sono passati tanti anni. Ed eri già vecchia. Forse dimostravi più anni perché il dolore e la solitudine scavano rughe che sono trincee, come se ci si dovesse solo difendere dalla vita. Quel giorno eravate solo voi due, una piccola vecchia donna e un grande figlio tenuto per mano, un figlio esageratamente grande per te, cresciuto senza proporzione ma, soprattutto, cresciuto lasciando bambina la testa. Tu eri una nonna costretta a fare da mamma a un uomo rimasto piccolo.

Chissà se sei ancora viva, se torni d’estate con quel tuo gigante bambino, chissà se c’è qualcuno che ti aiuta, chissà se sei sola, se c’è un marito, se quel tuo figlio così speciale ha dei fratelli… niente so di voi. Scusami ma sono stupidamente timido e poi, e poi quel giorno non sarei riuscito a muovermi, non riuscivo a camminare sui cocci del vaso di nardo. Scusatemi.

Lo so che conta niente ma oggi provo, oggi provo a camminare verso di voi, lo faccio nell’unico modo che conosco, lasciandomi prendere per mano dal Vangelo. Facciamo che voi scendete ancora verso il mare tenendovi per mano e io sorretto da questa parola di oggi vi vengo incontro per dirvi.

Per dirvi che sono le persone come voi a salvare il mondo sapete? L’ho scoperto oggi, leggendo questa pagina di Marco. Sono la chiesa delle mamme silenziose che proteggono figli incapaci di crescere, sono la costanza silenziosa di certi padri o la compagnia fedele di certi amori, siete voi, la chiesa che silenziosa proclama “viene dopo di me colui che è più forte di me”. Siete voi, questo cuore nascosto che non cessa di battere, uomini e donne che vi consumate per costruire il tempo che verrà, quel “dopo” che vi fa tanta paura ma che provate a rendere abitabile.

Ti camminerei incontro mia amata donna di Monterosso per dirti  che la tua preoccupazione per quel figlio che non potrai tenere per mano in eterno è fede. La stessa fede di Giovanni. La fede in un mondo buono, comunque buono e la speranza in qualcuno che prenderà per mano, dopo di te, questo figlio che non si può lasciare solo. Io oggi ti abbraccerei, se solo avessi coraggio, per dirti che tu e tutte le donne come te ci stanno salvando dall’arroganza di chi crede di essere il centro del mondo, da tutte le persone sospettose e violente, da chi non crede più a nessuno, da chi si crede più furbo di tutti. Voi siete la fede, la fede di chi prova a costruire e portare in salvo un pezzo di mondo, la fede di chi osa sperare un mondo buono per un figlio che si ama e che a un certo punto si dovrà lasciar andare.

Profumo e scaglie appuntite quel giorno, folgorazione mistica mentre le onde accarezzavano i piedi e tu toglievi la maglia a quel gigante buono che si lasciava fare. “Viene dopo di me colui che è più forte di me”, e io ti ho amata piccola donna forte di pazienza, resistente e mite, piccola poesia di poche ossa e ancor meno parole. Vedendo come ti arrampicavi su quella montagna con gli occhi persi nel vuoto io ho avuto la certezza, ti giuro la certezza, che verrà, che è già qui, la forza che ci permette di tenere testa alla maestosità spesso crudele della vita.

Adesso io ti verrei incontro e ti direi che io del volto di Dio non so niente, davvero niente, che ho così paura di perderlo che spreco troppe parole nell’illusione di trattenerlo, mi avvicinerei e ti direi che siete voi uno dei volti di Dio più limpidi che io abbia mai visto.

Tu mi diresti, ma nel silenzio, solo guardandomi negli occhi, che a Dio non gli allacceresti nemmeno i sandali. A questo figlio però sì, a lui i sandali di gomma blu li stai infilando e siete bellissimi.

Poi però mi siederei lì, vicino a voi, e aspetterei. Aspetterei con voi il Suo arrivo. Perché io lo so come sarà. E non voglio perdermi la scena. Lui arriverà e invece di mettersi a far miracoli e risolvere le cose, invece di perdersi in discorsi e spiegazioni Lui, proprio Lui, non smetterà di camminarci incontro e invece di battezzarci si farà battezzare, si immergerà nelle nostre storie, fino in fondo, fino a perdere il fiato per noi.  

Io non so descrivere il volto di Dio, io non lo so proprio, provo ogni domenica a mettere insieme un filo di parole e qualche manciata di vita ma in quella discesa al mare di quella madre con quel bambino, di quella vecchia donna che teneva per mano un figlio speciale etichettato con non so quale diagnosi io l’ho visto il Signore, l’ho visto immergersi dentro quella storia come quel giorno al Giordano. E se non ho notato voli di colomba è solo perché a volare mi bastava quella donna che mi appariva di una bellezza struggente e inarrivabile. E se non ho sentito nessuna voce dal cielo è perché mi sono bastati i goffi movimenti di quel gigante bambino che in un sorriso diceva “mamma, ti voglio bene”. E lo diceva con una malinconia da squarciare i cieli.

Ti ringrazio amica mia di Monterosso, ti ringrazio e mi manchi, e se ora sei nello sguardo del Padre capirai cosa ho provato quel giorno guardando te e tuo figlio, io quel giorno ho fatto esperienza di quel Dio che si mostra quando la vita dice “Tu sei il mio figlio, l’amato”.

I magi siamo noi (e se fosse la pagina di una vita?) Epifania anno B

Madonna del Monte, 2021

Dal Vangelo secondo Matteo

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

I magi siamo noi (e se fosse la pagina di una vita?)

(Matteo 2,1-12)

Epifania anno B 2021

I magi siamo noi, siamo noi che ci mettiamo in viaggio guardando il cielo e non tanto per coraggio ma per necessità, quella che hanno tutti i giovani con la loro incoscienza benedetta, quella di chi guarda le nuvole e pensa di esser fatto solo per volare. Noi siamo i magi, spinti dall’acerbo desiderio di chi crede ciecamente nei sogni e si intristisce davanti alla scontata concretezza di certi progetti. I magi siamo noi, spinti dal bisogno di lasciare territori esistenziali accolti solo per eredità, di abbandonare amori normali in cambio di ideali quasi cavallereschi, giovani magi alla conquista sfacciata della vita, anche noi rapiti da un sogno totalizzante, da utopie grandi come il mondo. A quei tempi lasciare la terra natia non è stato difficile, diciamocelo, nulla ci tratteneva a casa, perché tutto sapeva di vite altrui, di già vissuto, tutto sapeva d’infanzia e noi si aveva fretta di crescere, di partire, di scoprire. I magi siamo noi e quando siamo partiti, quel giorno, aggrappandoci alla coda di una cometa che brillava solo per noi, con l’illusione in tasca che il mondo avrebbe gioito del nostro sogno eravamo sicuri, davvero sicuri, che chiunque si sarebbe affidato alla nostra nuova topografia del mondo finalmente svelata dal nostro totalizzante appassionato coraggio.

I magi siamo noi, noi che entriamo come stupidi nelle fauci di un qualunque Erode, noi che accecati dall’imprudenza rischiamo di mandare all’aria perfino i piani divini. Noi siamo i magi, anche noi abbiamo le nostre Gerusalemme, di quando si è creduto che i sogni potessero cambiare la pelle del potere, che l’ideale potesse piegare il sistema, noi siamo i magi quando abbiamo accarezzato l’idea di riuscire dove tutti avevano fallito, ed è giusto così, tentare e fallire, fa parte della vita. Solo bisogna imparare a fallire. Gerusalemme va incontrata almeno una volta nella vita. Si inizia a imparare solo trovando il coraggio di piangere, di sentire il caldo delle lacrime versate in quell’angolo di mondo in cui finalmente abbiamo capito di non essere poi tanto speciali, e poi la paura, e la fretta di lasciarlo il Palazzo prima di diventare vittime sacrificali delle nostre stesse illusioni. Prima di coinvolgere ancora qualcuno nei nostri deliri.

Noi siamo i magi, quando per un attimo ci voltiamo a guardare negli occhi Erode e i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo e ci riconosciamo, perché noi siamo anche loro, ogni volta che stiamo fermi, ogni volta che la Verità rimane una spiegazione e non si tramuta in strada, in rischio, in principio di conversione. Noi siamo i magi e siamo splendidi quando non ci sentiamo migliori di nessuno, quando riconosciamo che ci sono momenti nella vita in cui si è stanchi di camminare e si ha paura di perdersi, perché il viaggio è sempre un enigma, siamo noi i magi quando non ci limitiamo a condannare l’Erode che si portiamo dentro ma accettano che ci sia una parte di noi che si affeziona agli odori e alle pareti e alla protezione di ciò che ha costruito, perfino ai nostri errori e alle nostre manie ci affezioniamo, come un Erode qualsiasi. Siamo noi i Magi e siamo bellissimi quando accarezziamo il potere e lo vediamo per quello che è, un animale impaurito, un grido che disperatamente vomita tutta la sua paura di morire. Siamo noi i magi quando ce ne andiamo, per imparare finalmente a morire, ma senza rancore. Senza condanna.

Siamo noi i magi, quando vediamo apparire di nuovo una stella, e lo sappiamo, è la stessa che seguivamo all’inizio ma noi ormai siamo cambiati, noi abbiamo attraversato Gerusalemme, noi non siamo più giovani. Abbiamo addosso la paura, abbiamo addosso l’amarezza e un po’ di nostalgia per la casa che abbiamo lasciato. Siamo noi i magi e siamo un po’ invecchiati, sappiamo che la stella può sparire e allora cominciamo ad innamorarci della terra, ci lasciamo interrogare dalla pesantezza, ci affascinano le macerie, la purezza delle orbite dei pianeti e le scie luminose delle comete iniziano a specchiarsi, ad appesantirsi, e diventano come arature di terreno: ci innamoriamo dei solchi, dei sentieri, delle pietraie, ci commuoviamo per i ruderi delle case abbandonate. Nel cuore dell’errore non vediamo più lo scandalo e l’urgenza di purezza ma beviamo una inesorabile sorgente di dolente compassione.

Qualcuno inizia a dire che siamo diventati pessimisti, o che ci stiamo adeguando, in verità stiamo solo vedendo un cielo capovolto, riflessi di stelle dentro le pozzanghere, stiamo solo incarnando il sogno e sì, perdiamo pezzi, le pareti del cuore di scrostano un po’, conosciamo il morire e il tradire, scopriamo che un po’ di Gerusalemme si è incagliata in noi, ma continuiamo a camminare. Non potremmo fare altro, ma con il capo che umile, sempre più spesso, si china a interrogare la polvere.

Siamo noi i magi, e quando riusciamo a ripartire impariamo ad essere forse meno audaci ma tanto, tanto più misericordiosi, non ci fa più paura lo sporco, i nostri mantelli si sono sgualciti, ci sono strappi, ci innamoriamo di chi, guardandoci, ci trova bellissimi.

Siamo noi i magi, quando la stella si ferma, quando scendiamo da cavallo, quando alla fine di una traiettoria troviamo un inizio, quando ci inchiniamo al nostro bambino, ancora una volta, scoperto solo alla fine del viaggio. Siamo noi i magi quando comprendiamo che è qui che dovevamo arrivare, e ci commuove la nostra vecchiaia, la pelle di cartapesta, gli occhi ingenuamente liquidi, la pochezza di un itinerario che si credeva memorabile e che è già giunto al termine. Siamo noi i magi, mentre le mappe su cui ipotizzavamo il futuro si sono sgualcite e sono state superate da nuove “entusiasmanti” scoperte. Siamo noi i magi quando, vecchi, misuriamo i nostri viaggi a passi lenti e appesantiti dalla sedimentazione paziente del tempo, siamo noi i magi quando ci ripariamo sotto coperte di ricordi, siamo noi i vecchi magi, che non abbiamo più bisogno di partire disorientati verso Gerusalemme ma ritorniamo lenti al nostro oriente, torniamo a casa, e ci stringiamo stretta la nostra infinita vulnerabilità. Gli scrigni dei nostri tesori li abbiamo lasciati a Betlemme, aperti, affamati del sorriso di quel bambino a cui ogni tanto ci piace tornare con il ricordo, con la memoria di quello che eravamo e di quello che siamo diventati.

Siamo noi i magi, o speriamo di imparare a diveltarlo, quando un giorno, come in un sogno, la Vita ci dirà che è ora di tornare ma di farlo cambiando strada, che è giunta l’ora di tornare ma prendendo una via nuova, inedita, unica. Un sogno, a dire che non ricomincerà l’ennesimo giorno destinato in notte, una volta per sempre usciremo dall’eterno ciclo dei giorni e piano, pianissimo, Lui verrà a bussare alla nostra di grotta e noi, finalmente bambini bisognosi di essere protetti, lo vedremo entrare e Lui, proprio Lui, si inginocchierà davanti a noi. E poi aprirà lo scrigno dell’oro e dentro ci troveremo tutte le storie che abbiamo conosciuto in quel viaggio chiamato vita, ritroveremo il dolore delle madri che piangono per i figli, il dolore dei figli senza padre, il dramma di chi si è sentito maltrattato dalla vita, i traditi che non si sono vendicati, i silenziosi, i resistenti… e noi guarderemo stupiti e senza dire nulla comprenderemo: eccoli lì i re della terra, la sovrana preziosità della vita, ecco davanti a chi avremmo dovuto inginocchiarci. E poi lo scrigno dell’incenso e nello scrigno del divino tutti i frammenti delle nostre storie d’amore. Divini innamoramenti, anche quelli di un secondo, anche quelli che avevamo dimenticato, tutto conservato, tutto sacro, perfino il dolore quando  stato conseguenza dell’amore: sacri i baci e sacre le carezze, divino è l’amore custodito. Leggero, come il volo solenne dell’incenso. E la mirra, quel profumo riservato ai cadaveri? No, quello non lo vedremo, perché come vecchi magi prima saranno salite le lacrime a chiuderci le palpebre emozionate dai ricordi e poi, finalmente, la morte, come neve, a coprirci, e noi come seme sotto il manto bianco, e noi a sentire le Sue carezze, le Carezze di quel Bambino sulla nostra pelle e la Mirra a portarci a colorare il respiro, non avevamo ancora capito che è la morte ad essere profumata.

E Lui, solo Lui, finalmente Lui, quel bambino che avevamo ferocemente cercato tanto tempo prima ora è qui, e accarezzandoci ci farà tornare per un’altra strada, su quella strada fatta finalmente di terra e di cielo, senza separazione e su quella strada ritroveremo tutti, finalmente liberi ed amati.

Scusate, anche oggi mi sono lasciato condurre senza opporre resistenza, ho dilatato quei pochi versetti, se vi ho stancato scusatemi, ma quella pagina, la pagina dei Magi, a me sembra contenere la storia, la storia di come potrebbe diventare la nostra vita, se avessimo finalmente il coraggio di vivere d’amore e di morire consumandoci dietro la Sua stella.

In Principio (chiedo perdono, parole scivolate con eccessiva libertà) II dopo Natale B

Libertà. Santuario Madonna del Monte Crocetta 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.

In principio

(chiedo perdono, parole scivolate con eccessiva libertà)

(Prologo Vangelo Giovanni)

II dopo Natale anno B 2020

Per principio ho ucciso il me stesso libero e gioioso, per principio mi sono vergognato del dolore e della poca speranza, perfino di amare mi sono vergognato perché per principio il corpo andava preservato. O così dicevano. Per principio ho alzato la voce ma con quel sorriso cattolico di chi ferisce fingendo di curare, per principio ho usato parole per spiegare, convincere, sedurre. E così le ho sciupate. Per principio ho abusato del cadavere di idee maturate in anime altrui, credendo di crederci. Ne ho lisciato la pelle, lucidato la punta, le ho usate per presidiare una verità ereditata solo per principio. Per principio mi sono arruolato e mi hanno presentato liste di nemici. Per principio ho abitato case come caserme.

Per principio mi sono negato a me stesso, e ho difeso religioni scambiandole con il divino e ho agghindato parrocchie con ridicoli vestiti cuciti al caldo delle mie frustrazioni. Mi perdoneranno mai quelli che mi hanno creduto? Per principio mi sono opposto alla tenera mascherata dei tradizionalisti e per lo stesso principio non ho intuito la logora paura apparecchiata dentro postconciliari intellettualistiche vetrine. Per principio non si poteva dire che eravamo e siamo poveri cristi con la stessa paura di smarrirci.

Per principio sprechiamo la vita in guerre di immobili posizioni. Per principio ho difeso l’indifendibile. Per principio, ma principio di altri, mi hanno fatto credere di essere libero, hanno estorto assenso, mi hanno confuso di consenso.

E se ora decidessimo di decidere di noi? Come Lui vuole.

 E abbandonare, finalmente abbandonare, come ci si libera da una corda che tiene al molo un legno fatto per navigare.

Abbandonare le scelte per principio e decidere, finalmente, di entrarci dentro, di inseminarci, di battezzarci, di seppellirci dentro, (dentro!) il principio. Dentro, capite? Non più agire “per” ma agire “in”, in principio. Evangelico prologo, finalmente. Con tremore lo dico. Senza assicurare la mia fedeltà, solo alla fine potrò verificare di non aver tradito. Non assicuro di non peccare di anticipata diserzione.

Occorre mettere in conto di rischiare di perdersi, dopo aver accettato di perdere. Vivremo cercando di infilzare con ferocia compassionevole la crosta che protegge l’appartenenza che rassicura e scaveremo con le nostre povere mani dietro gli occhi dell’assassino, alla radice del violento, oltre la barricata del demone, scendere implacabilmente scendere, fino alle sorgenti del sangue, accettare di non coprire l’abuso, di svelare l’oltraggio. Proveremo a raggiungere, se mai si farà trovare, il bambino. Sì, il bambino che in principio ognuno conserva sepolto in qualche sepolcro, al riparo da noi stessi. Erode siamo delle nostre vulnerabilità.

Seppelliamo bambini per principio di sopravvivenza alla paura di non essere all’altezza.

Seppelliamo bambini perché ci impaurisce il pianto indifeso e l’innocenza e azzanniamo per paura di morire.

In principio, perché nessun Giuseppe ci ha mai salvato accompagnandoci al nostro principio? Qualcuno avrebbe dovuto guidarci, tenendoci per mano, aiutandoci a spostare i massi che per principio di trincea avevamo già accumulato a difesa della nostra vergogna. Cumuli di sensi di colpa, macerie ereditate da ferite antiche non nostre eppure passati come tumori a cui finiamo per affezionarci. E diventiamo metastasi noi pure.

In principio avrebbero dovuto portarci, possibile che nessuno c’era di così coraggioso? A riconoscerci in quel bambino che piangeva e che timido credeva di essere inadatto alla vita. Perché ci avete armato? Perché corazzare il cuore? Perché continuare a seppellire selvatiche fragilità? Perché alla paura opporre sempre e solo un principio di aggressione? E la compassione? Non ne eravamo forse degni? Perché non rischiare di infrangere l’abitudine?

Perché non iniziare a chiedere scusa? No, non per ripartire da principio come a voler rimangiare ciò che è stato, non si può, lo sappiamo, ma per camminare, per procedere fino al principio di ogni cosa, negli occhi e poi giù fino al cuore, a chiedersi il perché di tanto dolore, e spogliarsi, e camminare, andare al principio che è meta e non radice, finale di sinfonia, speranza e non nostalgia.

Che sia questa l’unica vera educazione? Spostare fino a rompersi le unghie le altrui convinzioni, con gentilezza scansare tutte le nozioni, smettere di mandare a memoria ma baciarsi di spietata compassione e poi accarezzare la nostra intima debolezza, riuscire a dire, senza pretesa, che si può aver paura, educarsi al pianto, ripulirlo dall’odio, dalla violenza, dalla pretesa, dalla rivendicazione, sfilare il grido violento e sciogliere il dubbio che l’altro voglia sempre e solo abusare della nostra presenza. Che sia questa l’unica vera educazione? Andare al principio di ogni nostra triste perversione, andare a disarmare la via del sangue e con compassione chinarsi sul bambino che nascondiamo e guardarlo negli occhi e poi provare a dire:

puoi piangere adesso, bambino mio

puoi smettere di trattenere,

di fingere e di aggredire

anche di uccidere puoi smettere perché

qui

adesso

si può piangere e farsi abbracciare

si può piangere e aspettare che ogni lacrima si perda

tra le dita di chi

al principio

creò

in giorno di eterno Natale

la fragile umanità.