Il peso della neve Maria Madre di Dio 2021

Pietro Miriam Elisa. Senza indugio. Sorisole 2020

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Il peso della neve

(Luca 2,16-21)

Maria Madre di Dio

E così inizio a piangere, improvvisamente, una tazza di caffè tra le mani, gli occhi rapiti oltre il vetro della finestra e la percezione esatta e dolorosa di essere invecchiato di colpo, ad ogni fiocco di neve che scende dal cielo un tonfo muto dentro al cuore. Non me l’aspettavo. Che la neve fosse così pesante. Vent’anni fa don Claudio stava morendo e mentre scivolavo via dall’ospedale di Pavia con la morte incastrata nel cuore: stava nevicando. Ancora non riesco a credere di essere riuscito a ritrovare la via per tornare a casa, o forse non sono più tornato, perché ci sono nevicate che la vita te la cambiano.

Ieri mi arriva una foto della tomba di papà sotto la neve. Una neve pesante, pesantissima, insostenibile. Il peso enorme di ogni singolo fiocco, come fossero sentenze di ghiaccio ad allontanare le persone che si amano. E io, io che non so come reggere l’urto di tutta questa vita. Mi sembra sempre troppa. Non ce la faccio. E allora un messaggio WhatsApp ai fratelli: “vengono in mente tutte le persone morte…come avete fatto a resistere alla nevicata dei giorni scorsi?”. Enrico, mio fratello manda una foto, è la sua risposta: Dolomiti, sei di mattina, papà che guarda l’orizzonte. L’ho scattata io quella foto, eravamo io e lui. Padre e figlio, io avevo chiesto e lui mi aveva accompagnato. Quel giorno sono stato davvero felice. Anche mia sorella risponde con una foto: i miei tre nipotini che giocano nella neve. Qualche giorno fa. Ecco come si resiste, dice Silvia. In due foto: ecco come si resiste.

Guardo Pietro, Miriam ed Elisa, i miei nipotini, e penso ai pastori, al loro andare “senza indugio”, al loro stupore ingenuo di quando la vita narrata dal Cielo, dagli angeli, dai sogni poi la ritrovi davvero tra le cose di ogni giorno. Penso ai miei nipotini e ai pastori, e poi alla vita che nasce, solo oggi due persone mi hanno mandato fotografie di nuove vite: Alessandro e Beatrice. Senza indugio ci sono fiocchi di neve che diventano vita. Ripenso che se siamo ancora qui a resistere dopo un anno come questo, dopo una vita che comunque scorre sempre anche dolorosamente, è grazie allo stupore che nasce da una fiducia nella felicità. Fiducia nel Cielo, nel Sogno. Una fiducia senza indugio. Anche ingenua, ma così vera! Come quando il cielo si concede lieve e a fiocchi, come quando ti sembra che parli, il cielo, e ti spinga a correre verso una mangiatoia per vedere niente di speciale: una mamma, un papà e un bambino. Per vedere che è la vita ad essere speciale e miracolosa di per sé.

Per i pastori la famiglia nella mangiatoia è la prova dell’affidabilità dei sogni. I pastori si stupiscono che il sogno è vero, che gli angeli non hanno mentito, che per una volta non c’è la delusione a trasformare la speranza in utopia. Che per una volta hanno fatto bene a dire di sì alla vita e a farlo senza indugio. Come il bacio a quella ragazza, come quando hai detto sì a un viaggio, come quando non ci hai pensato troppo, come quando ti sei buttato, come quando credevi che un buon sogno fosse il progetto di una bella realtà. Come quando ci credevi.

Intanto nevica ancora, è tanto che non li vedo ma io stupidamente penso che un po’ vorrei proteggerli i miei nipoti, vorrei che non subissero mai lo scarto tra speranza e realtà, vorrei che la loro gioia non venisse mai calpestata, vorrei che nessuno calpestasse il loro entusiasmo perché si sta male, davvero tanto male, vorrei che ci fosse sempre neve fuori nel giardino e vorrei che nessuno entrasse a calpestarla, per nessun motivo. E sento che sono uno stupido. Che mentre scrivo queste cose sto solo augurando loro l’allontanamento dalla vita…allora mi fermo. Guardo la foto e credo sia dolce gettarsi nella neve, buttarsi in questo regalo dal cielo, e farlo senza indugio.

Poi però mi vengono in mente le lettere a cui ho risposto in questo tempo di Natale, alle tante mail, al dolore che mi restava addosso dopo la lettura, all’amore e alla morte, all’intreccio inestricabile e misterioso, all’enigma di tutte quelle storie spesso torturate, a quei vasi spezzati da malattia o abbandono o incomprensione. E allora ecco che di colpo vorrei fermarli i pastori e dir loro almeno di moderare lo stupore, di non esagerare con l’entusiasmo, di provare a mettere in pratica l’arte dell’indugio, della sospensione, del dubbio. Vorrei fermarli, che non vadano a raccontare speranze troppo grandi per noi uomini, che poi rischiamo di crederci davvero che poi, poi un giorno nevica e ti senti vecchio e smarrito.

Ma gli occhi scivolano sulla foto che Enrico mi ha mandato, la foto è del 2004, era mattina presto, all’alba Alessandro Baricco avrebbe raccontato la morte di Cyrano di Bergerac scritta mirabilmente da Rostand, avrebbe letto sulle note del violoncello di Mario Brunello, io e papà avevamo dormito in tenda quella notte, notte di pioggia, notte di dubbio, forse sarebbe saltato tutto, forse lo fanno al rifugio ma solo per pochi, forse lo rimandano a domani nella palestra del paese… invece, al mattino, un’alba da togliere il fiato. Sotto i nostri piedi un tappeto di nubi e sopra: il sole. E in quel momento scattai la foto. E lui la scattò a me. Sicuramente uno dei giorni più belli della mia vita. Credo di aver scelto di vivere qui a Crocetta, anche per questo, perché spesso anche qui c’è sole sopra a un tappeto di nubi, come quel giorno di tanti anni fa. E sento Maria, la vedo, lei che “da parte sua custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”, lei che i pastori non li ha fermati. E forse capisco, che il dolore è un buon segno, e che è stupido voler fermare lo stupore per evitare di soffrire, e che l’unica cosa che si può fare, quando si è a contatto con la bellezza, non è difendersi ma diventarne custodi. La meditazione non è altro che la custodia della bellezza. Diventare scrigno, guscio, grembo. Non è negando il dolore, non è preservandosi dall’abbandono, non è disinnescando lo stupore, ma è nella meditazione e nella custodia della vita, di tutto quello che la vita ci fa scivolare dentro il cuore il segreto della felicità. E che le lacrime e il peso dei fiocchi e il dolore che ti toglie il fiato e anche invecchiare e piangere con una tazza di caffè in mano, tutto è scandalosamente bello, terribilmente vivo. Tutto va semplicemente custodito e meditato.

Angelo custode di tutta la bellezza che ci scorre attorno,

angelo innamorato, muovi i nostri cuori

e fallo senza indugio.

Angelo custode della bellezza non aver paura che si feriscano

e se a volte opponiamo resistenza

sappi che è solo perché abbiamo tanta, troppa paura.

Custodisci i nostri cari dal rischio di non viverla, tutta,

la storia.

Angelo custode della bellezza, abbi pietà della nostra fragilità.

Custodisci chi sta soffrendo, e custodisci anche la Sofferenza.

Custodisci il dolore, che è una bellezza che non riusciamo ancora a capire,

Custodisci e proteggi chi è solo e custodisci la Solitudine,

Custodisci chi è sepolto da fiocchi di abbandono, chi non se la sente di ricominciare ad amare.

Angelo custode della bellezza illumina gli occhi e bacia ogni lacrima.

Reggi le tende del cielo e lasciaci danzare ancora questa cosa misteriosa

che si chiama vita.

Governa il ciclo delle stagioni, il nascere e il morire, fa che non nessuno fermi nulla,

nemmeno il dolore. Sì, nemmeno il Dolore.

Angelo custode della bellezza

ogni volta che la neve diventerà troppo pesante,

ogni volta che ci sentiremo traditi dal Sogno

sussurra nel vento che siamo tutti

tutti

cari all’Eterno

alla sua e nostra Compassione.

 Amen.

Simeone concedimi un po’ di libertà con te… e scusami la confidenza Santa Famiglia anno B

Dal Vangelo secondo Luca

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Simeone concedimi un po’ di libertà con te… e scusami la confidenza

(Luca 2,22-40)

Santa Famiglia anno B 2020

Un bambino, Simeone, è solo un bambino e quei due ragazzi che lo stanno portando al Tempio sono uguali a tutti quelli che in questi anni hai visto varcare la soglia dello spazio sacro che presiedi con tanta devota abitudine.

Ubbidiscono anche loro a Dio, ai padri e alle loro devozioni. Figli di una storia di paure e purificazioni, come tutti noi, niente di nuovo, ubbidienti alle leggi degli uomini che pensano di essere Dio, non cambia nulla Simeone, è solo un bambino come tutti gli altri e io non capisco cosa tu possa vedere in lui.

Io, io che scrivo so che lui farà miracoli e sarà amato e anche molto odiato, è tradito e condannato e poi risorgerà ma tu, tu che ne sai di tutto questo? E no, lo Spirito Santo non svela ciò che sarà, non dice nulla sul futuro, al massimo lo Spirito di Dio illumina il presente, e il presente è luce accesa su un bambino uguale a tutti gli altri, Nemmeno quel bambino conosce il futuro, nemmeno i suoi genitori, non avrebbero mai avuto il coraggio di accettare nemmeno fosse stato Dio in persona a chiedere di partorire un crocifisso. Intuiscono qualcosa certo ma nessuno di noi accetterebbe se sapesse in anticipo il carico di dolore che si nasconde dentro ogni amore. La vita la accogli per benedetta incoscienza.

Simeone, quello è un bambino come tutti gli altri, Simeone perché ti alzi e cosa sono quelle lacrime da vecchio stupito che inciampano nei tuoi occhi? Cosa hai visto in lui? Come lo riconosci senza che lui abbia fatto ancora niente?

Tanto saranno comunque e sempre segni. Questo mi dice e io non capisco. Ma lui insiste. Dice che non è poi così determinante vedere quello che questo bambino farà, e io faccio fatica a decifrare i pensieri di questo vecchio, a seguire i collegamenti e allora lui insiste e mi dice di provare a ricordare, io che so tutto, quante persone tra quelle che Gesù ha guarito c’erano sotto la croce. Mentre lui moriva chi c’era? E quanti discepoli? Io sto muto. Chi ha creduto dopo che ha visto i suoi miracoli e ascoltato le sue parole? Nessuno dice, nessuno. Qualcuno dopo, solamente dopo, quando lui non c’era più. Simeone insiste e io sono sbigottito. Hanno visto tutti quello che questo bambino è riuscito fare, nessuno è riuscito a ritrovare il suo cadavere dopo che tutti lo hanno visto inchiodato al legno eppure in quanti hanno creduto? Io non so cosa dire. neanche i soldati che facevano la guardia. Il vecchio continua a parlare: perché tutto è comunque sempre un segno, capisci? E i segni vanno interpretati. Sull’interpretazione bisogna allenarsi, giorno dopo giorno, giorno dopo giorno…

E a me basta questo di segno, dice, e mentre mi lascia invischiato nei miei pensieri eccolo che si avvicina a Maria e Giuseppe, che poi sono due ragazzi di una timidezza imbarazzante, e quasi strappa di mano a Maria quel bambino che per un istante si aggrappa alla meravigliosa barba dell’ebreo. Maria, si lascia fare. Intorno, è inutile dirlo, il mondo ha altro a cui pensare, solo Anna, la profetessa, si muove verso di loro. Per il resto Gerusalemme macina affari e polemiche e liti da cortile, ci sono fazioni che si combattono per avere maggior visibilità, qualcuno si immola scrivendo l’ennesima legge da aggiungere al religioso bagaglio della fede, qualcuno tradisce, qualcuno piange, qualcuno uccide, qualcuno di crede pronto per la rivoluzione. Le solite cose, quelle che non cambiano mai. Intanto un Dio si lascia prendere in braccio da due vecchi che contano meno di niente e io. Io sto in silenzio. Che tanto è tutto e solo un grande segno da interpretare, mi ripeto.

Rimango ai margini di questa pagina, e non guardo il bambino e nemmeno Maria o Giuseppe che, vi giuro, in questo momento sono insignificanti, io guardo a Simeone e Anna perché vorrei invecchiare come loro. Vorrei capire come si fa a farsi bastare un bambino. Per credere dico, per non avere dubbi, per morire in pace, per consegnarsi a Dio. Per non avere più troppa paura  del dopo.

Mi lascio cadere contro questa parete di parole e annullo tutto, annullo le polemiche e i traffici del tempio, lascio andare la Chiesa, quella ufficiale, e non mi importa più di niente, non mi interessano le voci di corridoio e le correnti, non ho tempo per i tradizionalisti e neppure per i progressisti, non mi importa se qualche priore cambia, se qualcuno lascia, se quello fa carriera o se l’altro è invischiato tra scandali innominabili, non mi importa del sangue del santo e neppure della “rivoluzione” del nuovo messale, mi fanno sorridere i nostri due bei papi, e provo tenerezza per chi si schiera con l’uno o con l’altro, tutto si dissolve in un chiacchiericcio lontano e indistinto, una nenia senza tempo e senza senso che si ripeterà per sempre e io rido di tutto, di tutti e di me che sono ancora parte di questa noiosa storia mentre Simeone no, lui è già scivolato fuori, beato lui, mi lascio andare e guardo con invidia quel vecchio che mentre prende tra le braccia quel bimbo parla con l’Altissimo. Ci parla come se fosse un amico, con una famigliarità che mi ammutolisce. “Adesso sono pronto, vieni pure a prendermi” dice. E io non lo sento ma si capisce che Lui risponde. “Adesso lo so che sei affidabile, ho visto la salvezza, non mi serve di vedere niente di più”, dice. E Lui, nel silenzio, risponde. Anche Anna parla e ascolta e sorride. Io non posso capire, io non sono ancora come lui. Simeone ha tra le braccia quel bambino ma è all’Altissimo che parla, e io comprendo che cosa ha imparato a fare in questi lunghi anni apparentemente tutti uguali, ha imparato a parlare con Dio. Semplicemente. Ha imparato ad ascoltalo. E quando prende quel bimbo tra le braccia è con Dio che parla, e quando si rivolge ai genitori è sempre con Dio che parla, perché “tanto saranno sempre e comunque segni” e niente può convincere chi non è in dialogo con l’Amore, niente di niente è abbastanza convincente se non hai imparato l’arte dell’amicizia. Quella che ti fa volare più in alto di qualsiasi cosa, quella che ti fa essere libero dai giudizi e dalle polemiche. Che vergona ho di me miei cari vecchi, Simeone, Anna, a quanti anni avete imparato, quando vi siete sentiti talmente amati da non aver più bisogno della mediocrità, delle chiacchiere e dei giudizi? Quando avete imparato a volare così? Liberi silenziosi e bellissimi?

Io per ora mi lascio andare contro le pareti di questa pagina e provo a bussare alle porte di questo cielo meraviglioso e spazzato da un vento freddo e profumato, un cielo che parla e intanto imploro: insegnami il Tuo nome.

Non reggo l’abbandono Natale

2 regali (suor Zita e Herbert) Cappella Mozzacoda 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Non reggo l’abbandono

(Matteo 1,18-25)

Natale anno B 2020

Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto ebbe il coraggio di pensare ad un’alternativa coraggiosa, pensando alla sua Maria non voleva accusarla pubblicamente, (quindi) pensò di ripudiarla in segreto. Ma inspiegabilmente a Giuseppe quella notte non arrivò in dono la pace che abita i cuori delle persone che mettono tutto al loro posto e forse per la prima volta nella sua vita comprese che la giustizia non salva dalla malattia più terribile, dalla condanna più atroce, la giustizia non salva dall’abbandono.

Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto si trovò a pensare che per il bene di tutti la cosa più giusta da fare era prendere le distanze da Maria, prendere le distanze dal figlio che doveva nascere, prendere le distanze dai progetti di vita insieme per lasciare tranquillo il paese e la sinagoga, per rispettare le regole, per ubbidire alla Legge, per non deludere nessuno. Aveva trovato una soluzione discreta che, apparentemente, tutelava il quieto vivere. E allora perché gli mancava il respiro? Perché non sentiva la pacificazione profonda? Perché tanta inquietudine? Perché Giuseppe stava diventando un uomo, stava per nascere e non si nasce prendendo le distanze dalla vita, non si nasce abbandonando e dimenticando, anche se il pensiero comune spesso dice il contrario.

Il giorno di Natale non nasce semplicemente un bambino ma nasce e rinasce l’uomo, nasciamo e rinasciamo noi se, prima di tutto, accettiamo che no, non basta essere giusti, non è giusto rinunciare a qualcosa o a qualcuno solo per mantenere le cose in equilibrio. Che il male peggiore, forse l’unico vero peccato a cui ci crocifiggiamo noi e gli altri è l’abbandono. Magari un abbandono in nome di norme apparentemente intoccabili. Giuseppe non regge l’abbandono, ecco la sua grandezza.

Mentre però stava considerando queste cose ecco gli apparve in sogno un angelo del Signore… immaginare questo ragazzo che si rigira nel cuore si una notte silenziosa, sotto un cielo vicino, incapace di assolversi, incapace di dimenticare, incapace di ridurre l’amore a una soluzione di un problema, incapace di sopravvivere al ricordo del profumo di lei, incapace di immaginarsi a vivere con Maria abbandonata al suo destino. Natale è maturare che la vita non può essere ridotta a una soluzione di problemi, perché c’è un vuoto, in fondo a ogni ostacolo, che tortura i cuori sensibili. Giuseppe decide coraggiosamente di fare i conti con quel Vuoto.

Natale è nascere e rinascere, è diventare uomini, e non nasci se non sei innamorato. E Giuseppe comincia a comprenderlo, comincia a sentire che la legge e il buon senso rischiano di bruciare il senso profondo della vita… Giuseppe è innamorato, e se sei innamorato riesci a fare due cose contemporaneamente: pensare e sognare. Mentre considerava (…) apparve in sogno, non c’è distanza nei territori dell’amore: sogno e pensiero, possibilità e riflessione, il loro incontro rimette in gioco la vita. Questo ci fa diventare davvero grandi, questo è il Natale. Se fossimo solo sogno rimarremmo eterni adolescenti, se fossimo solo pensiero saremmo cinici vecchi votati alla morte. Natale è il sogno che fa l’amore con il pensiero. E a quel punto le regole non bastano più. Non vengono dimenticate ma non sono più argini entro cui puoi muoverti, non hanno la forza di reggere la traiettoria della vita, un orizzonte fatto solo di regole rende impossibile il cammino e allora Giuseppe comprende che diventare adulti è immergersi nei volti, nelle storie, è dare nome proprio alle cose, è liberarsi del mito inutile e triste della tranquillità a tutti i costi, è smettere di pensare alla vita “per principio” e incominciare a sentirsi unici, non ridurre ogni cosa a un “caso” da manuale ma sentire che di Giuseppe c’è solo lui e che Maria non è un problema ma una donna con cui lui amerebbe trascorrere il resto della vita. Maria, proprio Maria, solo Maria. Ci pensa. È il suo sogno. Coincidono. E comprende: a cosa serve fare le cose “giuste” se poi si rimane soli? (sentite anche voi lo sgretolarsi di certa morale? Di certo modo di affrontare le questioni etiche?)

Nel sogno gli pare di vedere il volto di Dio sorridente. Non che la paura gli passi del tutto ma Giuseppe cresce, è Natale, smette di essere il bambino ubbidiente e inizia a interrogare sul serio i propri desideri, smette di voler tranquillizzare il mondo e sente profonda connessione tra quel volto di donna che promette felicità e quel Dio misterioso che non desidera altro.

Giuseppe sotto quel cielo vicino e stellato, nella mangiatoia dei suoi sogni, scaldato da pensieri finalmente adulti partorisce un futuro che finalmente gli sembra vivo, e tutto nasce, come quando un bambino scivola nel mondo, passata la testa con i suoi pensieri il resto è davvero una conseguenza. Non temere… che non significa non avere più paura ma non restare triste e solo in un angolo di mondo a far finta che la moglie saggia che ti hanno dato da sposare sia la stessa che desideravi, tu vuoi Maria e non “una donna”. Non temere, anche se a volte piangerai torturando il dubbio di aver fatto qualcosa per egoismo ma almeno potrai evitare di replicare la scena del marito devoto in una famigliola felice. Certo che Giuseppe ha paura, ma riesce a non temere quello a cui sta andando incontro perché Maria non è un ripiego, è Maria. E lui è Maria che sceglie. E poi il bambino. Come chiamarlo? Emmanuele cioè Dio con noi, perché sarà il Salvatore dall’unico peccato che l’uomo può compiere: costringere e costringersi alla solitudine. All’abbandono.

Natale non è il ricordo della nascita di un bambino, non è la nascita di un Dio, è la morte della solitudine, è l’elogio della fede germogliata nei cuori di tutti quegli uomini che hanno fatto fare l’amore al sogno e al pensiero e hanno deciso di non abbandonarsi, che il nome vero di Dio è “con-noi”, cioè comunione.

Giuseppe quel giorno è nato per la prima volta. E noi leggiamo la storia di quest’uomo perché sentiamo che anche a noi è chiesto un Natale continuo. Una consapevolezza da ritrovare ogni volta che rischiamo di agiare solo per il quieto vivere, ogni volta che inventiamo alibi, che ci costringiamo a solitudini infernali, ogni volta che non prendiamo con noi la vita. Giuseppe prese con sé la sua sposa. Ecco Natale è diventare grembo, prendere la vita così come bussa ai nostri sogni e ai nostri pensieri, prendere la vita e perdere la tranquillità, prendere la vita e sposarla sapendo che qualcuno non apprezzerà, che quasi nessuno capirà, che per il quieto vivere erano altre le strade da scegliere. Ma Natale è vita mai quieta, è inquieto l’amore, è inquieto il grembo di ogni donna pronta a partorire, è inquieto il sogno di chi non si accontenta di sopravvivere. Ed è già buona notizia.

Nomi Quarta domenica di Avvento anno B

Casa, presepio illuminato. Crocetta Mozzacoda 2020

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Nomi

(Luca 1,26-38)

IV Avvento anno B 2020

GABRIELE=forza di Dio “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea”.

E se avesse bussato? Gabriele dico, l’angelo nel cui nome è raccontata la “forza di Dio”, se avesse camminato fino alla casa di Maria, se avesse sollevato la polvere come fosse polline di primavera, se fosse arrivato col cuore in gola e con la paura di non essere ricevuto? Non sarebbe questa vera potenza divina? Troppo semplice affidarsi a voli, che nel Vangelo non sono descritti, troppo facile entrare leggeri come colombe quando poi il Figlio renderà sacra la mano del pescatore e preghiera il pianto della prostituta.

E se avesse bussato? La mano dell’angelo sospesa a due centimetri dalla tavola levigata da Giuseppe. Se avesse chiesto “permesso?” e accettato un bicchiere d’acqua, se le sue parole avessero detto esattamente le cose riportate dall’Evangelista Luca, ci mancherebbe, una alla volta, ma con un po’ meno di enfasi? Magari senza citazione così smaccata di antichi canti biblici? Un po’ più feriale insomma. Se si fosse seduto, Gabriele, la potenza di Dio, semplicemente ad aspettare. Ad aspettare l’uomo. Ad aspettare i tempi di maturazione della consapevolezza umana, come fanno i padri e le madri, i contadini e gli innamorati.

Io il mio Signore lo immagino così, e me lo vedo, a bussarmi, con gli occhi umidi che cercano calore. E io che non capisco e sto, come sospeso, spesso incapace di vedere. Incapace di riconoscere Gabriele nella fragilità di chi cerca un incontro. Incapace di aprire. Impaurito. E la sua potenza? E’ l’attesa.

Io il mio Signore lo immagino così, mentre verso un bicchiere di vino da offrire all’ospite, mentre taglio una fetta di formaggio, mentre dentro di me mastico la domanda quotidiana sul mio essere al mondo, “che senso ha tutto questo?”, e Gabriele, la potenza di Dio, beve calmo e mi guarda e aspetta. Non temere, dice, senza parole. Non temere, la potenza di Dio è nell’attesa, è in questa sua ubriacante decisione di chiedere permesso all’uomo, permesso di entrare, di fare casa.

E non se ne va, nemmeno quando non lo vedo più, nemmeno dopo i saluti, che la forza è la perseveranza degli amanti. Non se ne va. Nonostante le mie incertezze e il dilatarsi di questa annunciazione che non finisce mai. Non se ne va, c’è, e bussa.

Davide=amato, Giuseppe=Dio aggiunge un uomo della casa di Davide di nome Giuseppe”.

La casa è quella di Davide, che significa “amato” e l’uomo è Giuseppe “Dio aggiunge”. Tutto è scritto nei nomi. Il senso profondo della vita è in questa capacità di abitare una casa e che questa casa sia il più possibile dimora dell’amato. Non tanto di chi ama ma di chi si lascia amare. Cosa chiedere di più alla vita? Come arrivare alla fine dei giorni senza la paura di aver fallito? Forse basta essere più Davide e più Giuseppe, lasciare che Dio aumenti la profondità con il suo amore. Sono contento di abitare in una casa, vera.

Io il mio Signore lo immagino così, un compagno di vita, occhi commossi, mani tenere, il calore di una carezza ogni volta che riesco a elemosinare un po’ d’amore.

Desidero arrivare alla fine e aver imparato a farmi amare. Anzi, di più, voglio imparare a chiederlo l’amore, con tutta l’umiltà e la verità che mi mancano. Chiedere l’amore per diventare sempre più Davide, amato, e sempre più Giuseppe, spazio di una Vita aggiunta alla vita.

MARIA=amarezza (dice qualcuno) e donna del mare (e altre ipotesi) “La vergine si chiamava Maria”

Ci sono nomi che sono anche sapori, che quando li pronunci lasciano sulla lingua un gusto che rimane, come la memoria di un bacio. Maria è dolce, è vero. Ma mi affascina che qualcuno, tra le ipotesi sull’etimologia del nome, le affianchi anche l’amarezza e il gusto salato del mare. Perché così Maria la sento più vicina a me. E non ho più paura di sedermi tra lei e Gabriele, tra la potenza dell’attesa e il coraggio di una vita che comprende tutto, amarezze comprese, che non ha paura di testimoniare che spesso la vita è una traversata di un mare che entra negli occhi e fa lacrimare salato. Io il Signore me lo immagino così, vero, imbarcato con me, legato alla mia storia, incarnato nelle inevitabili amarezze e nelle benedette lacrime di mare. Io lo immagino così, perché poi la storia è sempre buona, ogni cosa lascia dietro di sé rinnovate consapevolezze. Che l’inferno, l’inferno vero, quello che sperimentiamo su questa terra, anche se ci costa ammetterlo, è vivere senza percepire il vento contrario e le burrasche pericolose. Una vita senza dolore, una vita sempre dolce, una vita che non prevede lacrime per me è l’inferno. Nessuna fiamma immagino nel cuore del male, nel cuore della vita senza senso immagino invece nessuna lacrima e nessuno struggimento per amarezza. E un mare così calmo che non ti viene voglia di imbarcarti.

GESU’=Dio salva “…e lo chiamerai Gesù”

Salvami Signore, solo tu puoi,

salvami dai miei deliri di potenza e di onnipotenza,

salvami dalla pretesa e dalla superficialità. Salvami dalla fretta. Aiutami ad aspettarmi.

Salvami Signore dalla frenesia di voler amare,

dai sensi di colpa di non saperlo fare. Salvami dall’orgoglio che non mi permette di chiedere amore.

Salvami Signore, aggiungi tu alla mia vita quello che desideri, aiutami a non confondere la libertà con l’illusione di avere tutto sotto controllo, di essere il capitano unico e definitivo del mistero.

Salvami Signore da me stesso, dalla mia eccessiva tranquillità, dalla paura di solcare i mari dell’incontro, dalla paura di non essere all’altezza del dolore degli altri.

Salvami Signore, salvami da me stesso.

Raccontami, Giovanni Terza domenica Avvento anno B

Sfumature Crocetta 2020

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Dal Vangelo secondo Giovanni

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Raccontami, Giovanni

(Giovanni 1,6-8.19-28)

III Avvento anno B 2020

IO “Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni… non era la luce ma doveva dare testimonianza alla luce”

Raccontami la tua strada Giovanni, se vuoi. Dimmi di quando ti sei accorto che il deserto chiamava più forte del tempio, dimmi di come l’ha presa Zaccaria, dimmi della vecchia Elisabetta, dimmi di te. Di quando hai sentito che l’attesa era matura e che la voce divina era acqua nel Giordano e non più incenso d’altare, dimmi se eri solo o se hai scelto una comunità, dimmi se hai avuto paura, dimmi se non hai mai avuto il dubbio di non averlo riconosciuto, come avviene per me e per tanti, il dubbio che la vita passi senza che noi ce ne accorgiamo. Dimmi dove hai trovato il coraggio per comprendere che l’atteso germogliava dentro il tuo presente!

Dimmi come si fa a reggere il peso di essere “mandati” da Dio, dimmi come si fa a sopportare che gli altri lo mettano sempre in dubbio ma anche come si resiste a se stessi, quando si dubita che esista un Dio che si affidi proprio a noi per prendere casa nel mondo.

Dimmi se non hai mai avuto paura di aver tradito questo Mistero, dimmi se basta essere sicuri che ogni cosa apparsa sulla terra è mandata dal Suo Amore per sentirsi al posto giusto, dimmi della luce, di come la riconoscevi e di come ne parlavi. Di come la dipingevi. Perché la luce la puoi solo evocare con forme e colori. La luce la puoi incarnare. Si vede dagli occhi e dalla gioia di vivere. Si vede quando la pelle riflette il sole e la voce si impasta con il vento e i silenzi sono lucidi come la luna.

Dimmi della tua voce, dimmi dove sei ora, in quali deserti io posso trovarti. Dimmi Giovanni, come posso battezzare questa mia vita così difficile da capire?

GIOVANNI IL BATTISTA “Io non sono il Cristo”

Io non sono. Questo dicevo a chi chiedeva con supponenza, a chi non si accontentava del nome mio: Giovanni. “Io non sono”, aprivo il nome di Dio a metà, come si spezza un pane caldo, come a passare un mare che sembrava chiuso, come una zolla che si lascia penetrare dal seme, aprivo l’IO SONO e lì, in mezzo, deponevo il mio NON. Io ero nella deponenza, io ero il bisogno incastrato nel nome divino, io ero la fame incastonata nel gioiello.

Non”, io non sono, con me quella negazione iniziava ad essere una supplica, perché questo avviene nel grembo di Dio: si implora di nascere per amore. Io sono solo una mancanza gridata dal cuore del nome divino. Il mio non essere è stato il frutto di una deposizione costante di tutte le illusioni, di tutto ciò che ho raggiunto e che poi non mi bastava mai, ho deposto uno a uno tutti i desideri e i bisogni pur di arrivate alla mia ferita profonda. Ho consegnato al vuoto del deserto tutto ciò che una volta raggiunto non dava senso alla mia vita. Alla fine lì, nel giordano io avevo ancora fame, io ero fame di qualcosa di più grande, avevo un desiderio divino, io ero terra in attesa di acqua, io ho bruciato tutto quello che una volta ottenuto mi lasciava ancora affamato, l’ho immolato, nessuna vanità, nessuna carica, niente poteva bastarmi. Ho una fame troppo grande, non basta nemmeno Elia, non basta esser profeta, io sono il desiderio, il bisogno, la supplica. Io sono il vuoto da riempire, l’assenza da abitare. Io sono solo un divino desiderio. Un bisogno inchiodato nel mezzo del Suo nome.

I GIUDEI “Chi sei perché possiamo dare risposta a coloro che ci hanno mandato”

Sì, è vero Giovanni, non siamo liberi come te, noi dobbiamo dare risposte a uomini che ci hanno chiesto di te, ai nostri mandanti. Ma tu già lo sapevi. Noi non siamo mandati da Dio ma da uomini che si credono Dio. Noi siamo i figli di un’obbedienza più terrena, più concreta, noi siamo quelli che ci accontentiamo di una salvezza a portata di mano, noi siamo i figli di ogni potere, noi non siamo niente, per ora, siamo i discepoli del sistema, siamo i figli che sognano di uccidere i padri per prenderne il posto, siamo gli umiliati dal potere sperando un giorno di poterla sfruttare a nostro vantaggio questa potenza. Abbiamo bisogno di risposte immediate noi, non abbiamo la tua pazienza, la tua forza, non abbiamo la tua fede. Abbiamo bisogno di risposte e non importa che siano vere, ci bastano credibili, parole buone a tenere il mondo sotto controllo, definisci chi sei così da poter riportare la tua storia entro un perimetro sicuro. Dacci materiale per giudicarti. O per condannarti, è uguale, dicci chi sei e ti troveremo un posto sullo scacchiere del mondo. C’è posto per tutti, tranne che per la negazione di chi tradisce le aspettative, tranne per il NON, che è inqualificabile, dicci che sei un santo o un peccatore, un messia o un traditore, un monaco, un eremita, dicci chi sei a noi non fa problema, e poi è il mandante che lo esige. Dicci che possiamo comprenderti e definirti, e ti lasceremo in pace.

COLORO CHE SI FANNO BATTEZZARE “Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando”

Questo lui ci può dare e voi non potete capire. Può solo immergersi con noi, un fiato trattenuto e la discesa in un grembo materno, non si può desiderare se non si impara a trattenere il fiato, come immobili davanti a una sorpresa, e non aver paura di aver paura, restare sotto il limite dell’acqua, per ricordarsi di quanto e di come abbiamo amato le cose ritrovate.

Non chiedete più nulla a Giovanni ma scendete anche voi con noi, a farvi battezzare, a dire che la vita può ripartire e che ci vuole impegno e grande costanza ad arrivare a vivere senza corazze, abbandonando ruoli, mostrando assenze. Per una volta deponete l’astio contro i pazzi, i visionari, i profeti e gli artisti, contro tutti quelli che deridono il vostro quadrettato mondo. Scendete, sott’acqua, allora forse capirete del bisogno estremo di farsi resuscitare.

GIOVANNI “…a lui non sono degno di slacciare un laccio del sandalo”.

Provate a dirla voi questa frase, e poi fermatevi a pensare il piede che avete immaginato. Voi schiavi di voi stessi, lasciatemi aspettare chi si chinerà a lavare il mio di piede, chi mi chiederà di poterlo battezzare, chi non riempirà troppo facilmente il mio divino bisogno d’amore ma con me si metterà, a vita crocifissa, a chiedere al Padre “perché mi hai abbandonato?”, negazione inchiodata nel cuore dell’IO SONO oppure Verbo affamato di vita deposto nel grembo divino?

Nel punto caldo (la sfrontatezza di nascere)

una pagina di LETTERE trasformata in poster progetto di Herbert Bussini


La vita non si è annunciata una volta sola, la vita non ha mai smesso di annunciarsi perché la cecità è recidiva. E quando torna è peggiore della prima.


Credere all’annunciazione non è difficile quando tutto ti parla di inizi, difficile è farsi trovare aperti e disposti alla fine, quando il grembo è rigido e la delusione alta e il frutto non c’è più, e nemmeno ci sei più tu, amato mio Giuseppe.


Quando non si crede più negli angeli, quando sì è masticato troppo buio, quando gli amici hanno tradito, bisogna squarciarlo a forza il velo della cecità, bisogna strapparlo con i denti, o con le lacrime, con una qualche cocciutaggine di vita, una specie di istinto di sopravvivenza: perché si vorrebbe tenerli chiusi gli occhi, alla fine. Sul Calvario il velo si è squarciato ma angeli non ne ho visti. E tu non eri più. Come credere nell’annunciazione?


Ma è proprio sul Golgota che ho scoperto che non bisognava più cercare in alto ma in basso, sotto il cuore, nel punto caldo da cui la vita trova il coraggio e la sfrontatezza di nascere, nel punto più intimo dove rimane il ricordo di te, come un caldo di tenera brace, lì, dove rimane tutto l’amore fatto, tutto.

Tratto da LETTERE


LETTERE è in stampa, per la prenotazione manda una mail a: ordinideho@gmail.com

Ti prego, portami al principio II domenica di Avvento anno B

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Dal Vangelo secondo Marco

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ti prego, portami al principio

(Marco 1,1-8)

II Avvento anno B 2020

“Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.

Fosse solo la promessa di un nuovo inizio, io Signore, te lo dico garbatamente, declinerei l’invito. Fosse solo la promessa di una vita che ricomincia, di un quaderno nuovo da scrivere, di una rinnovata aurora, di un’ennesima primavera, io Signore, con molta calma e sperando nella tua comprensione, ti direi che non ho più le forze per intraprendere un viaggio uguale a tanti altri già iniziati. Ti direi che non credo più alla presunta leggerezza di quando si volta una pagina o si chiude un libro perché i detriti e le macerie di ogni storia rimangono come incastrati dentro i muscoli e non c’è verso di dimenticare. Ti guarderei negli occhi Signore e ti direi che in fondo non mi dispiace che il passato non venga cancellato e che ormai sento che tutto, davvero tutto, è degno di portare il mio nome. Anche le cose di cui mi vergogno e che cercherò di non mostrare a nessuno.

Se si trattasse solo di un nuovo inizio ti direi che non fa per me, che l’unico “vangelo”, notizia buona, che mi interessa non è che questo viaggio prima o poi abbia un approdo. Non mi interessa l’Inizio, mi interessa la fine. Se si trattasse di un nuovo inizio costruito di parole color speranza io ti chiederei la possibilità di tacere, di non scrivere nulla, di non dover assecondare l’ottimismo, di non rischiare di illudere nessuno. La storia è già il rincorrersi di inizi promettenti, di illusioni spacciate per definitive. Abbiamo superato guerre, pandemie, disastri e ogni volta abbiamo iniziato. Facciamo perfino tenerezza Signore, eppure sappiamo ricominciare con qualcosa che somiglia molto all’entusiasmo.

“Come sta scritto nel profeta Isaia “Ecco dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto…”

Se invece mi prometti una strada allora: eccomi, Signore mio, sono ancora qui, pronto a mettere un piede avanti all’altro, pronto al cammino. E se è una strada nel deserto meglio ancora, che ci sia silenzio e poche cose intorno, che sia essenziale l’orizzonte e minimo il bagaglio. E poi una voce, certo, che sia la voce delle voci che mi hanno amato, che siano riconoscibili e calde e vive. Se è questo quello che proponi io mi alzo. E ti seguo ancora. Perché ne ho bisogno.

“Vi fu Giovanni che battezzava nel deserto…”

Camminando incontro a Giovanni mi pare finalmente di capire che buona notizia non è un nuovo inizio ma la definitiva immersione: battesimo. Buona notizia non è che i peccatori potranno girare pagina, che i malati potranno iniziare una nuova vita, che i discepoli potranno archiviare la banalità del lago per iniziare una vita da profeti, no, questo è quello che credevo, questo è quello che mi ha sfiancato, di nuovi ripetitivi inizi no, quello che tu proponi è un viaggio verso il “Principio”, un battesimo, immersione nel cuore profondo di ogni cosa. “Principio di ogni notizia buona…”

Come tutti gli abitanti della Giudea e di Gerusalemme sento forte il richiamo del Battista, seguo una voce che brilla nel deserto e mi immergo in me stesso, dentro quel Giordano che mi abita, corrente fredda, abissi pericolosi, si rischia di morire, di far morire, non è questione di fare i conti con i peccati commessi, quelli Signore non ti hanno mai interessato troppo, qui mi chiedi di immergermi nella Verità, nel Principio di ciò che sono. Buio compreso, come la notte di Natale.

Immersione, non si può respirare, si scende sotto le apparenze, è un esercizio di morte e di vita insieme, entrare nel grembo di un fiume che diventa madre, il rischio del parto, no Signore non è solo questione di girare pagina la tua è una notizia buona ma rischiosa, è un vangelo che chiede tutto di me, Tu chiedi me, proponi di immergermi nel mistero della vita. La tua non è semplicemente la nascita di un bambino ma il precipitare coraggioso di un Dio nella caverna del mistero dell’uomo, nella notte che ci portiamo dentro.

Seguirti non è nuova primavera ma battesimo: si apre una strada nel deserto e nel deserto ci cammina addosso la paura di ciò che siamo: di ciò che l’uomo è. Immergersi è fare i conti con la verità. E la verità fa paura. Siamo anche male. Tentazione, via d’uscita, trovare in fretta un colpevole, un capro espiatorio. E così iniziare di nuovo. Come se nulla fosse successo, confessione e assoluzione, questo propongono tutte le religioni, soprattutto quelle laiche. Abbiamo tanta paura di andare oltre, Signore, tu lo sai, siamo e sono ancora lì Signore, ma non mi interessa più. Portami al Principio.

Dall’acqua allo Spirito Santo. Non è più questione di perdonare i peccati ma di attraversarli con lo Spirito (la vita) di Dio. Con un bacio d’amore appassionato che non nega il male ma lo attraversa. Non è questione di girare pagina, di iniziare, è questione di attraversarlo il buio, il mistero, la notte, la morte che ci portiamo dentro per approdare al Principio di ogni cosa. Quella grotta è già anche sepolcro.

Cosa c’è al Principio di ogni cosa? Il Volto di Dio che è anche il Tuo e anche il nostro. Immagine e somiglianza. Questo prometti. Tu, che non ti limitavi semplicemente a togliere il peccato dal cuore delle persone ma che li accompagnavi a mettere gli occhi negli occhi di quello che pulsava al fondo del buio. Non trasformavi i pescatori in discepoli ma li battezzavi, li portavi a una profondità tale da stupirli, perché incontravano Te e Lui e loro stessi. Non è questione di iniziare di nuovo ma di scendere al Principio. E scendendo avere il coraggio di attraversare le tenebre e non permettere alla paura di convincerci che il buio sia la verità dell’uomo.

Se mi chiedessi di iniziare ancora una volta, di guardare avanti, ti direi di no. Ma se mi chiedi di proseguire in questo viaggio rischioso e difficile dentro il mio cuore e quello dei fratelli, se mi chiedi di fare i conti con il buio e l’aggressività, con il male e la vendetta, con la disumanità… anche se vorrei tanto dirti che non me la sento scelgo di arrendermi al tuo invito. Mi arrendo perché ho bisogno di raggiungere, in ogni modo, l’approdo oltre il buio. E se per far questo dovrò allenarmi ad attraversare il cuore dei fratelli, se dovrò impegnarmi a non aver paura del buio anche del cuore dei fratelli, se dovrò immergermi nel mistero di ogni uomo che mi chiederà di entrare, ti prometto che ci proverò senza scappare, ma tu tienimi per mano, perché la notte è lunga e buia e per rinascere mi serve il tuo Respiro.