Non dimenticare lo sposo Trentatreesima domenica Tempo Ordinario anno A

Alba a Crocetta novembre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Non dimenticare lo sposo

(Matteo 25,14-30)

Trentatreesima domenica Tempo Ordinario anno A

“Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Non dimenticare lo sposo.

La parabola è legata a filo doppio con quella notte che sembra sfinirsi nell’attesa di dieci vergini e di un po’ di olio che non basta. La parabola di domenica scorsa. Cronaca di una notte rotta a nuova speranza da un lampo di voce, da un’alba ritrovata. Oggi un discorso che continua: dieci vergini, l’olio e ora i talenti e un uomo che se ne va: ancora la notte. Movimento apparentemente inverso. Ma non dobbiamo dimenticare lo sposo, questo è quello che conta.

Adesso che la notte è consumata, non è più vergine, la porta è stata spalancata e poi richiusa, l’alleanza sigillata, imparati gli odori dell’amato, l’olio conservato, il perdersi, il trovarsi, l’amarsi. Nulla può tornare come prima, nulla, neppure la notte, anche se si ripresenta, puntuale come la morte.

Ancora la notte, a dire che non è maturo il tempo dell’eterno. Anche se l’amore ormai è entrato e nulla ha lasciato di incontaminato. Non dimenticare lo sposo, questo è quello che conta davvero. Non dimenticarlo, dentro il cuore di questa notte che crede di poter ricominciare come se nulla fosse accaduto. Non dimenticarlo, riconoscerlo presente negli occhi di quest’uomo costretto a incamminarsi in una notte che si preannuncia ancora più dura e densa e misteriosa. Non dimenticare lo sposo, riconoscerlo, adesso che ti chiama per consegnarti dei talenti, appena prima di salutarti, adesso che è costretto alla partenza, passando per una porta a forma di croce chiusa con violenza da chi ha avuto paura della divina compromissione con la carne. Da chi ha inchiodato in alto un corpo, ad impedire il cammino di Dio nel suo giardino: l’uomo.

Adesso che la notte sta per masticare la carne dello sposo lui ti chiama e quello che lascia sono talenti. Monete, simboli. Non dimenticare lo sposo mentre guardi quelle monete che non possono farti paura, sono giuste per te, lui ti conosce, sono distribuite “secondo le capacità di ciascuno”, perché solo l’amore conosce, l’amore non schiaccia, l’amore ci ascolta. E ci custodisce. Prendi i talenti e stringili forte, come fossero un gioiello, come lettera d’amore, ancor di più, come fossero quel che sono: la vita che si incrocia con la tua, il destino compromesso, la chiara decisione di non voler tornare a prima dell’amore, il dire che il divino ormai ha scelto di lasciarsi definire dalle umane decisioni, di obbedire alla misura di ogni cuore.

Non dimenticare lo sposo. I talenti non sono cose che noi sappiamo fare, qui la lingua italiana ci ha tradito, sono invece preghiere, preziose richieste, suppliche divine a non dimenticarci dell’amore fatto con lo Sposo. Richiesta di Dio di poter restare, compromesso con la vita, quella vera, con il tempo da impiegare, accogliere, condividere, dilatare. Senza ingombro, a nessuno è chiesto di esser più di quello che è: cinque e cinque, due e due, uno e uno, tutto e tutto, appello per non tornare soli dopo l’amore, che non si può ricostruire la verginità di prima della notte, ora è tempo, nell’assenza di partorirsi a nuova presenza, di inventare spazi nuovi, di non aver paura di dire che stato bello farsi amare.

Non dimenticare lo sposo, è l’unica salvezza. Non dimenticare l’amore e la vita provati una volta che la porta è stata chiusa a rendere estranea la notte. Non dimenticare il fuoco caldo, il dolce abbraccio, come un pane condiviso, come un vino robusto e profumato, come i piedi dei discepoli baciati e accarezzati, come una cena, ultima perché definitiva.

Non dimenticare lo sposo, ricordare l’amore, ricordare lo sguardo e che lui ha promesso. “Fate questo in memoria di me”, non stanca ripetizione di un rito sformato, impagliato, svuotato ma l’amore, l’amore ricordato, ritrovato, fatto, reso vivo, presente. Siate questo amore, siate mia presenza, siate me, in voi.

Non dimenticare lo sposo in questa notte. Non dimenticare l’amore. Non dimenticare il cuore. L’unica cosa che salva. Altrimenti non resta nient’altro che un padrone. E il desiderio di seppellimento. Come di una morte prima del tempo, morto il talento, morto l’amato, morta la mia vita, costretta alla paura. Morti prima dell’ultimo respiro, consegnati ad una notte senza appello, sottoterra. Come le monete del traditore che non hanno attraversato la notte ma ne hanno decretato, per Giuda, il limite ultimo.

Basta poco, allo sposo in partenza basta poco o niente, un accenno, un saluto, un messaggio, qualcosa di piccolo a dire che l’amore non è stato dimenticato.

 “avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri…” parlando l’unica lingua che l’uomo impaurito sembra comprendere… basta poco o niente, anche solo affidare il denaro in mano altrui ma che almeno non scomparisse. Che non facesse così paura amare.

A questo siamo chiamati. Solo a questo.

A non aver paura dello sposo. A non aver paura di dire che è bello amare ed essere amati.

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