LETTERE

“LETTERE” è IN STAMPA!

Dopo Macerie e Comete ecco LETTERE… Contiene il testo della serata RICORDARE di Romano di Lombardia e altre inedite lettere… per provare a camminare tra le MACERIE ma dentro la scia di una COMETA.

Per effettuare l’ordine inviare una mail a ordinideho@gmail.com

Specificando numero di copie e l’indirizzo a cui saranno spedite “LETTERE”.

Per il pagamento potete attendere senza problemi l’arrivo della rivista e vi ricordo che è OFFERTA TOTALMENTE LIBERA, quello che potete se volete.

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Vi ricordo che la TIRATURA è LIMITATA. Essendo una mail si può anche approfittare per scrivere due righe in più vi leggerò sicuramente e (con calma) vi risponderò.

Un abbraccio

Fai attenzione con me (che ho tanta paura) I domenica di Avvento anno B

luna da Crocetta (binocolo +cellulare)

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Fai attenzione con me, che ho tanta paura

(Marco 13,33-37)

I Avvento anno B 2020

“Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”.

Fai attenzione tu Signore con noi, quest’anno, ti scongiuro, perché non siamo stati mai così fragili.

Fai attenzione tu alle nostre vite, alla mia di vita, impaurita e smarrita, vita che ha capito bene che basta un momento per accartocciare ogni sogno.

Fai attenzione tu, abita con maggiore leggerezza i momenti faticosi che mi rimangono, usa grazia nelle parole di chi si rivolge a me, fai capire che se mi copro, se mi nascondo, è per paura di fare male, che se mi muovo con troppo silenzio è perché ho sperimentato che un eccesso d’amore può incrinare per sempre pareti di cuore che avrei voluto solo proteggere.

Fai attenzione tu Signore, a non chiederci troppo, a non pretendere troppo, a non credere troppo in noi.

E’ come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”.

Fai attenzione con noi, perché scegliere di andartene è stato gesto d’amore invadente e tu lo sai. Nessuno è più presente di chi lascia una casa che ha costruito amato e abitato. Ci sono oggetti e pareti, quadri e televisioni, poltrone e libri che indicano struggentemente l’assente, che sanguinano respiri che non possiamo più vedere.

Fai attenzione con noi, perché di questo amore si può morire. Ci sono case che non parlano d’altro se non di chi se ne è andato. Tutto il Creato parla di te, sei dolcissima presenza, invadente dolorosa invadenza. Sei nell’amore e nella morte, sei nel respiro che viene e in quello che svanisce. Sei ossessione, ecco quello che sei. In ogni cosa, in ogni momento, e ti confesso a volte ti vorrei scongiurare di lasciarmi in pace, di lasciarmi stare, di non chiedermi più di vegliare… se vuoi veglia tu su di me! Ci sono giorni in cui vorrei tirarmi addosso una di quelle coperte antiche e pesanti e chiudere fuori tutto, sì, se proprio vuoi, veglia tu su questo bozzolo sfinito da eccessiva passione.

“Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”

Poi di colpo la vita si spezza, e io che credevo di vegliare mi scopro smarrito, sorpreso, impaurito. Se stavo davvero vegliando perché la morte mi stupisce così? Se stavo davvero vegliando perché questo tempo pandemico che non finisce mai e che si porta via ogni programma mi ferisce così tanto? Se stavo davvero vegliando, se davvero ti scoprivo in ogni istante, perché mi lascia senza fiato la malattia, l’innamoramento, il dolore, perché non vedo l’ora di poter tornare a fare quello che facevo prima se tu sei qui anche adesso, in questa ossessiva assenza? Perché se credevo di vegliare la vita mi sconcerta ancora? E mi smarrisce Signore, sinceramente mi smarrisce.

“fate in modo che giungendo all’improvviso non vi trovi addormentati”

Fai attenzione con me Signore, perché credevo di vegliare e invece dormivo.

Fai attenzione con me perché credevo di aspettarti e invece quello che mi sforzavo (pateticamente di fare) era di disarmare il tempo, addormentare le attese, addomesticare il rischio. Dormivo e credevo di essere sveglio, suonavo melodie ipnotiche alla vita per non permetterle di essere violenta, moltiplicavo le riunioni di programmazione per tenere sotto controllo lo scandalo della fede, immaginavo di organizzare ritiri e predicazioni per non svegliarmi, usavo la morale per tenere le distanze. E se mi svegliavo, per qualche eccesso d’amore o di dolore non controllato, era un niente a ritrovare sonniferi adeguati. Anche perché il mondo, lo sai, ci preferisce addormentati.

Fai attenzione Signore, ma non aver paura di svegliarci.

Continua ad abitare la vita da vivo, continua a nascere, piangendo come un bambino, scuoti il perbenismo nascendo in ventri vergini, da padri sorpresi, lontano dal Tempio e dalla religiosissima Gerusalemme. Noi faremo ancora di tutto per addormentare lo scandalo, ci vuole niente a rivestire di moralismo lo stupore, a giustificare e falsificare in nome di paure difficili da affrontare. In nome della fede indossare corazze e divise e trovare quell’uniforme che ci illude di essere originali. Per farci dormire sonni tranquilli. Per non dare fastidio a nessuno.

Fai attenzione Signore perché se anche l’ho capito non so se sono ancora pronto per svegliarmi davvero. Per togliere le maschere, per non riparami dietro a un ruolo, per lasciarmi invadere dalla vita che è sempre sorprendente, scandalosa, scomoda e selvatica.

Fai attenzione ma non stancarti dei miei occhi chiusi, del mio moralismo, del mio pensiero che tutto vuole comprendere e soprattutto delle mie parole, che la scrittura può illudere di aver compreso. Invece la vita è più viva del battito di dita su una tastiera.

Fai attenzione perché lo sai, tutte queste difese e tutto questo sonno sono solo il frutto di una grande paura. Paura di fare male, paura di deludere, paura di non far parte di nessun gruppo, paura di non essere utile a nessuno, di non contare niente, di non mettere al mondo futuro. Paura di morire da solo.

Fai attenzione con me Signore, sii calmo e dolce, sii paziente con me, e con il mio cuore ancora troppo impaurito.

UNIVERSO Gesù Cristo re dell’Universo (Matteo 25,31-46)

Dulci, stamattina

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

UNIVERSO

(Matteo 25,31-46)

Gesù Cristo Re dell’Universo 2020

E se lo sguardo glorioso sul mondo, quello che Matteo dipinge con angeli e apocalittiche visioni, fosse possibile già qui, adesso? Se fosse questo, alla fine, il nostro compito? Guardare la storia come la guardano gli angeli, con lo sguardo Glorioso di Dio, dilatare il cuore fino ad abbracciate in ogni uomo tutti i popoli radunati. Tutte le esperienze radunate, tutta la storia radunata. Maturare una compassione così radicale da sentirsi parte di questo Tutto disegnato sul palmo della mano di Dio. E sentire che ogni aspetto della vita è solo una ferita aperta nel ventre di un cielo che partorisce richiami e presenze.

Suona strano, perché le fratture costanti che crepano le pareti del nostro cuore, che complicano le relazioni, che scheggiano via pezzi di relazioni che sono state importanti, sembrano dire il contrario, eppure credo che la fede possa essere una specie di resistenza alla disintegrazione della vita, alla frammentazione, a questo perdere pezzi che ci spinge verso la fine di noi stessi ammaccati e disillusi. Forse è solo illusione, forse mi piace pensarlo possibile, forse non ho ancora maturato quel distacco che fa rassegnare per i tanti vuoti che gridano di amori perduti, eppure questa pagina di Vangelo mi pare abiliti a nuove speranze. E lo faccia con lucido coraggio, imbastendo sentieri che non spingono alla fuga ma che ricollegano alla vita. Come se la speranza non fosse fuori e lontana, spinta in qualche paradiso da sperare ma, al contrario, fosse già qui, nel cuore delle nostre consapevolezze e fosse un richiamo costante, a disegnare con garbo il volto di Dio, il nostro e quello dei fratelli.

La rivelazione di un Universo abitato dalla speranza è sperimentabile a partire dalla parte più animale che ci abita: la fame e la sete. Non c’è niente di più universale. Incamminarsi in questa vita che implora di essere tenuta al mondo senza la fretta di riempire il vuoto. Dare nome a ciò che in noi chiede la fragranza del pane e la limpidezza dell’acqua. Di cosa abbiamo fame noi? Cosa è essenziale per rendere buona la nostra vita? Dal pane all’amore, dal desiderio di essere accarezzati al sogno di diventare generativi. Noi non solo abbiamo fame e sete ma lo siamo, siamo esseri fatti di fame e di sete, che sempre dicono, con il loro respiro che non cessa, con la fame d’aria che ci caratterizza, che non siamo niente senza un riempimento che viene da fuori di noi. Forse per iniziare a comprendere davvero chi siamo, senza cadere in trappole spiritualistiche o semplicistiche bisognerebbe dare dignità ad ogni cosa, anche apparentemente alla più banale, abbiamo bisogno di ogni cosa e ogni cosa, a modo suo, è risposta. Abbiamo bisogno di un pettine e di un amore a cui affidarci, di un cane da accarezzare e della foglia sull’albero da veder cadere, di un saluto e di una poesia e, in mezzo: l’Universo. Abbiamo bisogno di aver fame e sete di tutto. Sono bisogni diversi per importanza, certo, ma sono risposte. Tutte. E credo che imparare ad accogliere ogni cosa come una risposta che prova a render buona la vita con gratitudine sia un primo passo per insegnare agli occhi la gloria nascosta. Cantare un nostro personalissimo Cantico delle Creature.

E chissà forse i nostri occhi impareranno a sostare anche sul confine della tenda, in attesa di stranieri, come ci ha narrato Abramo. Forse i nostri occhi comincerebbero a imparare l’arte dell’accoglienza, che non è altro che una fame raffinata, la fame di sapersi guardare e di riconoscersi negli occhi degli altri. Ero straniero e mi avete accolto come Abramo, che facendo spazio all’incontro con quei tre uomini di passaggio nel deserto trasformò la tenda in un grembo e la sterilità in una discendenza. E così qualcuno disse che quegli stranieri erano angeli, e forse aveva ragione, perché dipende come guardi il mondo, puoi ridere, come Sara o puoi vedere angeli. Abramo aveva già maturato uno sguardo nuovo. Proprio dell’uomo di fede.

Straniero è ciò che non conosco, e lo straniero più grande è quello che ci portiamo dentro, quello che non sappiamo domare, quello che nascondiamo, quello che camuffiamo. Non penso immediatamente agli stranieri in cerca di casa, penso che noi siamo stranieri a noi stessi e che spesso viviamo con una frattura dentro tra ciò che mostriamo e ciò che sentiamo, frattura risanabile, almeno in parte, da uno sguardo angelico, fatto di dolci ricomposizioni, di grandi misericordie. E se fosse questo il nostro compito? Testimoniare qui, adesso, lo sguardo buono che raccoglie i pezzi di una vita e li ricompone con uno sguardo libero e gioioso?

E poi imparare il coraggio di accettare Dio per come vuole mostrarsi: nudo. Da Betlemme al Calvario, nudo. E nudo è stato anche in tutto il resto della sua vita, esposto, consegnato, spogliato. Credo sia l’atto di coraggio più alto a cui siamo chiamati. Perché nudo è colui che riconosce la sua vulnerabilità, nudo è chi non oppone resistenza alla crocifissione, nudo è chi vuole fare l’amore. Nudo è chi canta, nel proprio corpo, il rischio della vita, lo accetta, lo abbraccia, lo accoglie. Ad ogni costo. Anche a costo della vita stessa. Che la nudità sia lo spazio scelto da Dio per mostrarsi credo sia un atto di coraggio infinito. Anche perché dipende da come scegliamo di rivestire la nudità altrui. E se glorioso fosse già qui, il nostro sguardo, e quindi divino, se imparassimo la commovente tenerezza di chi bacia le proprie e altrui nudità con la sacrale devozione di chi riconosce nel corpo esposto l’unica definitiva reliquia?

E magari rivelare con coraggio anche l’identità di questa nostra amata e malata chiesa. Malata e quindi bisognosa di essere visitata. Se avessimo il coraggio di ammetterlo, senza enfasi o vittimismi ma con la sicurezza che solo un malato può parlare con occhi grati della bellezza di essere accuditi. La chiesa fatta di uomini malati e accuditi dalla misericordia. Mi sembra di una tenerezza inarrivabile.

E tutto, davvero tutto l’Universo, di mostrerebbe come un grande appello alla libertà ero in carcere e siete venuti a trovarmi per dire che il destino ultimo di ogni cosa è la libertà, una libertà da indicare, suscitare, accompagnare. Ogni cosa chiede libertà, l’universo chiede libertà, già qui, già ora. E l’unico in grado di liberare è il re. E allora anche la morte non sarà altro che il nostro ultimo atto di completa libertà grazie a un Dio che proprio quando credevamo di essere in trappola, legati al nostro ultimo respiro, è venuto a trovarci. Come ha sempre fatto. Per liberarci.

Non dimenticare lo sposo Trentatreesima domenica Tempo Ordinario anno A

Alba a Crocetta novembre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Non dimenticare lo sposo

(Matteo 25,14-30)

Trentatreesima domenica Tempo Ordinario anno A

“Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Non dimenticare lo sposo.

La parabola è legata a filo doppio con quella notte che sembra sfinirsi nell’attesa di dieci vergini e di un po’ di olio che non basta. La parabola di domenica scorsa. Cronaca di una notte rotta a nuova speranza da un lampo di voce, da un’alba ritrovata. Oggi un discorso che continua: dieci vergini, l’olio e ora i talenti e un uomo che se ne va: ancora la notte. Movimento apparentemente inverso. Ma non dobbiamo dimenticare lo sposo, questo è quello che conta.

Adesso che la notte è consumata, non è più vergine, la porta è stata spalancata e poi richiusa, l’alleanza sigillata, imparati gli odori dell’amato, l’olio conservato, il perdersi, il trovarsi, l’amarsi. Nulla può tornare come prima, nulla, neppure la notte, anche se si ripresenta, puntuale come la morte.

Ancora la notte, a dire che non è maturo il tempo dell’eterno. Anche se l’amore ormai è entrato e nulla ha lasciato di incontaminato. Non dimenticare lo sposo, questo è quello che conta davvero. Non dimenticarlo, dentro il cuore di questa notte che crede di poter ricominciare come se nulla fosse accaduto. Non dimenticarlo, riconoscerlo presente negli occhi di quest’uomo costretto a incamminarsi in una notte che si preannuncia ancora più dura e densa e misteriosa. Non dimenticare lo sposo, riconoscerlo, adesso che ti chiama per consegnarti dei talenti, appena prima di salutarti, adesso che è costretto alla partenza, passando per una porta a forma di croce chiusa con violenza da chi ha avuto paura della divina compromissione con la carne. Da chi ha inchiodato in alto un corpo, ad impedire il cammino di Dio nel suo giardino: l’uomo.

Adesso che la notte sta per masticare la carne dello sposo lui ti chiama e quello che lascia sono talenti. Monete, simboli. Non dimenticare lo sposo mentre guardi quelle monete che non possono farti paura, sono giuste per te, lui ti conosce, sono distribuite “secondo le capacità di ciascuno”, perché solo l’amore conosce, l’amore non schiaccia, l’amore ci ascolta. E ci custodisce. Prendi i talenti e stringili forte, come fossero un gioiello, come lettera d’amore, ancor di più, come fossero quel che sono: la vita che si incrocia con la tua, il destino compromesso, la chiara decisione di non voler tornare a prima dell’amore, il dire che il divino ormai ha scelto di lasciarsi definire dalle umane decisioni, di obbedire alla misura di ogni cuore.

Non dimenticare lo sposo. I talenti non sono cose che noi sappiamo fare, qui la lingua italiana ci ha tradito, sono invece preghiere, preziose richieste, suppliche divine a non dimenticarci dell’amore fatto con lo Sposo. Richiesta di Dio di poter restare, compromesso con la vita, quella vera, con il tempo da impiegare, accogliere, condividere, dilatare. Senza ingombro, a nessuno è chiesto di esser più di quello che è: cinque e cinque, due e due, uno e uno, tutto e tutto, appello per non tornare soli dopo l’amore, che non si può ricostruire la verginità di prima della notte, ora è tempo, nell’assenza di partorirsi a nuova presenza, di inventare spazi nuovi, di non aver paura di dire che stato bello farsi amare.

Non dimenticare lo sposo, è l’unica salvezza. Non dimenticare l’amore e la vita provati una volta che la porta è stata chiusa a rendere estranea la notte. Non dimenticare il fuoco caldo, il dolce abbraccio, come un pane condiviso, come un vino robusto e profumato, come i piedi dei discepoli baciati e accarezzati, come una cena, ultima perché definitiva.

Non dimenticare lo sposo, ricordare l’amore, ricordare lo sguardo e che lui ha promesso. “Fate questo in memoria di me”, non stanca ripetizione di un rito sformato, impagliato, svuotato ma l’amore, l’amore ricordato, ritrovato, fatto, reso vivo, presente. Siate questo amore, siate mia presenza, siate me, in voi.

Non dimenticare lo sposo in questa notte. Non dimenticare l’amore. Non dimenticare il cuore. L’unica cosa che salva. Altrimenti non resta nient’altro che un padrone. E il desiderio di seppellimento. Come di una morte prima del tempo, morto il talento, morto l’amato, morta la mia vita, costretta alla paura. Morti prima dell’ultimo respiro, consegnati ad una notte senza appello, sottoterra. Come le monete del traditore che non hanno attraversato la notte ma ne hanno decretato, per Giuda, il limite ultimo.

Basta poco, allo sposo in partenza basta poco o niente, un accenno, un saluto, un messaggio, qualcosa di piccolo a dire che l’amore non è stato dimenticato.

 “avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri…” parlando l’unica lingua che l’uomo impaurito sembra comprendere… basta poco o niente, anche solo affidare il denaro in mano altrui ma che almeno non scomparisse. Che non facesse così paura amare.

A questo siamo chiamati. Solo a questo.

A non aver paura dello sposo. A non aver paura di dire che è bello amare ed essere amati.

Finalmente, ti aspettavo Trentaduesima domenica Tempo Ordinario Anno A

Attesa. Crocetta 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Finalmente, ti aspettavo

(Matteo 25,1-13)

Trentaduesima domenica Tempo Ordinario anno A

A mezzanotte si alzò un grido, “ecco lo sposo! Andategli incontro!”.

E da quel momento, solo da quel momento, dieci donne scoprono di essere profondamente diverse, il gruppo si spacca a metà, frattura evidente, perfetta: cinque e cinque. Eppure, fino a quel momento, la sorte le aveva unite, chi fosse saggia e chi stolta, in quella notte che tutto confonde, in quel sonno che tutto si prende, era impossibile saperlo.

Ma da quel grido a squarciare la notte tutto si rompe e la vita delle stolte diventa impossibile da governare: frantumi di una storia, ansia, senso di sconfitta, rimorso, tentativo di riparare provando a tornare da capo, ma non c’è più tempo e il tentativo di rimettere in piedi la vita finisce davanti a una porta chiusa e a una frase definitiva: “in verità, io vi dico, non vi conosco”.

Ed è questa la frase a cui aggrapparsi per evitare letture moralistiche di una parabola che rischia, nella sua interpretazione, di incagliarsi in sterili considerazioni sulla malvagità delle sagge che non condividono l’olio con le stolte, lettura triste per chi crede che il Vangelo sia solo un galateo per cuori puri. Frase preziosa per non scadere nemmeno nello spiritualismo di chi vede in quell’olio solo la fedeltà a una vita liturgica pia e ubbidiente, il Vangelo non può essere ridotto a manuale di devozione.

Se Gesù ha avuto il coraggio di parlare per parabole io credo sia d’obbligo per noi lo stesso coraggio nella lettura. Primo: si tratta di donne, vergini, loro sono le protagoniste, e basta evocare queste due caratteristiche per entrare nella logica di un corpo che desidera, di una carne che chiede di essere amata, di uno sposo indispensabile per la felicità. Amore e desiderio e mancanza: questa è la vita, quella vera. Inutile nascondersi. C’è fame d’amore. In tutte e dieci le donne.

E poi c’è la notte, per tutte. Che saggezza non garantisce una vita luminosa, e poi sonno, che prende al cuore ognuna delle dieci vergini. Nessuna differenza, fino a quel grido che giunge a rompere finalmente la tenebra, a dare senso a quel loro esistere. E quindi la rottura. La grande differenza non è che le sagge hanno pregato, hanno agito correttamente, hanno impiegato il tempo in modo costruttivo, il Vangelo non lo dice, l’unica vera e decisiva differenza è che le vergini sagge hanno riconosciuto lo sposo e sono state riconosciute da lui. Qui è il cuore della parabola. Aver ri-conosciuto lo sposo ed esser state riconosciute. L’olio è questa conoscenza reciproca.

Tutto lascia presagire che le dieci donne avessero vissuto una vita apparentemente uguale fino a quel grido notturno ma poi, proprio da quel grido, giunto come una spada, come una luce, come qualcosa che svela la vera intenzione dei cuori: tutto cambia.

Io credo che la vera differenza sia che le sagge sono cresciute al suono di quell’annuncio. Questa è la differenza, credo che la vita non debba essere riempita di preghiere recitate, di ruoli interpretati, di aspettative rispettate ma che saggio sia dimorare in un una vita che sussurra, a volte in modo chiaro, a volte meno: “ecco lo sposo! Andategli incontro”. La preghiera dovrebbe essere una predisposizione ad un ascolto profondo.

Olio non è l’agire buono, semplicemente il fare cose buone, ma il dimorare nella storia sentendo che il fratello che mi interpella, nel suo essere vivo e presente, nel suo guardarmi, nel suo bisogno di me, non è altro che Segno dello Sposo che viene, e che mi chiede di andargli incontro.

Gesù racconta una parabola per aiutarci a conoscere il vero senso di questa notte che chiamiamo vita. Una parabola che può trasformare le nostre notti in possibilità. Non sono parole di giudizio ma di tenero avvertimento. Noi siamo affamati d’amore, sentiamo di essere mancanti, saggezza è abitare questo desiderio e sentire che nelle cose della vita di ripete sempre quel grido a squarciare la notte: ecco lo sposo. Andiamogli incontro. Ecco la vita che chiede alleanza, ecco il senso della storia che passa dall’innamoramento. Andiamo incontro alla vita che viene.

Ecco lo sposo” annuncio che si intravede ogni volta che la vita interpella, anche quando lo fa con fastidio e arroganza. “Ecco lo sposo”, annuncio sussurrato con tenerezza quando il nostro cuore è innamorato o che arriva impercettibile quando la vita ci mette alla prova. “Ecco lo sposo” quando il paradiso sembra a portata di mano o quando invece dobbiamo andare con la mente e con il cuore a Francesco e alla sua perfetta letizia. Lo faccio dire a lui, io ancora non ne ho il coraggio, dimoro nella notte ed ho paura, ma lui è riuscito e questo mi è di grande aiuto. Francesco ci ha insegnato a sentire l’abbraccio dello sposo anche nel rifiuto, nel fallimento, perfino nella morte. Chiamarla sorella o è apice di follia oppure è approdo di un cuore raffinato che pur riconoscendo il dolore e chiamandolo per nome, fa esperienza dello sposo che non cessa di venire incontro. Anche di notte. Anche in quella notte. E Francesco abbraccia il Crocifisso.

Saggio non è colui che nega notte e dolore, morte e sofferenza ma chi, entrando e diventando quel dolore, riesce a fare esperienza di un appello amoroso, di uno Sposo che viene.

Lo so che è difficile e scomodo da dire, soprattutto per chi sta soffrendo davvero e non riesce ad uscirne, lo so che questa pagina è scandalosa e che sarebbe stato molto più semplice dire che l’olio della lampada è una vita di preghiera e di attesa. E spostare tutto al tempo che verrà. Invece no, non basta, Bisogna imparare qui a riconoscere lo sposo, in questa nostra vita così complessa e spesso dolorosa. Il Risorto non è colui che risolve ma colui che vivo si mostra nel cuore di ogni evento. A noi affinare la conoscenza. E sentirlo, sentirlo davvero, non solo immaginarlo nella testa, non solo spiegarlo con teorie anche raffinate, non appellarsi alle prefiche altrui: che l’amore o entra nella carne oppure non è.

Gesù non racconta questa parabola per spaventarci ma per accompagnarci a vivere una vita che sappia già vedere qui e ora lo sposo che ci cammina incontro. E che ci si possa alzare. Per nulla impauriti ma pronti e felici perché lo sposo avrà il volto delle persone che ci mancano e commossi dire: ti conosco, ti aspettavo da tempo, eccomi.