Puoi essere così ingenuo da non credere? Tutti i Santi (Beatitudini)

Dal Vangelo secondo Matteo cap.5

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Puoi essere così ingenuo da non credere?

(Beatitudini)

Tutti i Santi

Forse perché dal monte il respiro si fa più limpido e ti sembra di camminare dentro al cielo. O forse perché dall’alto lo sguardo si dilata e così viene naturale guardarla con stupore la terra, comminarla con gli occhi, smettere di calpestarla.  Forse perché la folla ha bisogno di qualcuno che ricordi la possibilità di fare esperienza di Dio anche sui monti contemporanei, come fecero patriarchi e profeti. Forse perché la natura di un discepolo si dice dal coraggio di avvicinarsi al Maestro (“…e si avvicinarono a lui i suoi discepoli”). Forse perché Gesù aveva bisogno di uno spazio di mezzo, tra Terra e Cielo perché già vedeva l’inevitabile rischio di cristianesimi incapaci di eternità oppure, al contrario, dimentichi di umanità.

Forse per tutti questi motivi insieme o per altri ancora nascosti tra le pieghe di letture esegetiche maggiormente consapevoli della mia.

Ma per me Gesù aveva solo bisogno di un luogo bello. Niente di più. Un posto al mondo dove stare bene, un pezzo di universo baciato dalla grazia di essere particolarmente abitabile, un luogo casa, un luogo che non ti dimentichi più, e poi quel giorno c’era una luce che ti commuoveva dentro e lo sentivi, prima ancora di pronunciare la prima parola, che quella bellezza non poteva finire lì. Aveva bisogno di un canto. Forse Gesù non si era preparato il discorso prima, l’ha trovato lì, l’ha riconosciuto, raccolto, condiviso: beatitudini. Forse Gesù non sceglie il posto giusto per cantare le sue e nostre Beatitudini ma si lascia invadere da quella bellezza tanto da cantare il profilo di un uomo così bello da essere infinito, come la Bellezza e l’Amore. Parenti stretti di quella che sarà Resurrezione.

E così è la Bellezza regala il coraggio di chiedere un cuore povero, mendicante, affamato, quindi esposto e vulnerabile.

E poi occhi che sanno piangere, perché ogni lacrima è già una preghiera, perché quell’eccesso di amore che riga le guance trasformando gli occhi in sorgenti vale più di tutte le parole messe insieme.

Serve tanta Bellezza per avere il coraggio di cantare la mitezza senza sentirsi di tradire la giustizia. Serve di poter respirare il silenzio per sentire che in quell’assenza di pretesa c’è l’unico modo per farsi raggiungere dal respiro sottile della vita.

Non sono le Beatitudini ad avere bisogno di un palcoscenico d’eccezione, è quel pezzo di mondo scelto da Gesù ed è il suo modo di abitarlo a regalarci una pagina commovente e ineguagliabile per coraggio e poetica verità.

E poi fame e sete della giustizia in un mondo che in quel momento appariva giusto. E non perché non ci fosse morte o non esistesse dolore, in natura esiste il nascere e anche il morire, ma perché in quell’immersione nel Creato era evidente che tutto, e tutti, appartenessero a un Creatore talmente innamorato della Bellezza che non avrebbe permesso a nessuno di perdersi.

Ingiusto è dimenticare, è spezzare legami, è lasciar perdere. In quel momento Gesù stava giurando, e stava sperimentando insieme a tutti, che il Padre non si dimentica nemmeno di un passero o di una formica o di una nuvola perché la cosa più ingiusta è non salvare la Bellezza.

(Immagino i genitori stringere a sé i propri bambini, lì sul monte, e i fidanzati abbracciarsi e tante, tantissime persone, guardare al cielo e sentire, con sicurezza, che da quell’Infinito erano osservati da occhi che avevano amato e che non erano più con loro. Perché la morte, se avesse l’ultima parola, sarebbe l’incarnazione dell’ingiustizia. E ogni parola del Vangelo sarebbe illusione. Ma su quel monte, in quel momento, come potevi essere così ingenuo da non credere?)

Tra terra e cielo, perché lì era impossibile non sentire che l’esistenza canta d’Amore per l’Assente-Presente in ogni cosa! E allora lo puoi dire, senza paura, che la misericordia è dono e compito quasi naturale quando ami ogni atomo del creato. E puoi perfino arrivare ad avere misericordia di te stesso, di quello che sei, di quello che hai fatto, della mediocrità e perfino degli errori, perché in quello sguardo nulla aveva il diritto di andare perduto. Sentirsi amati così in profondità da non aver più paura nemmeno di se stessi.

E sentire il cuore puro, puro davvero, che non vuol dire immacolato o senza peccato ma vivo, onesto, felice di essere quel che è, un cuore capace di fare il cuore. Credo che la purezza sia questa totale adesione alla propria natura. Alla propria vocazione. Non poteva che accadere lì, in un mondo che stava scegliendo la bellezza di essere al mondo.

E così anche costruire la pace non è più utopia da conquistare con sacrifici ma semplicemente vita da lasciar scorrere, con stupore, come meditare la bocca di una sorgente. E quindi si può benissimo accettare di essere perseguitati per questo ma solo perché se ti avvicini all’essenza del Vero, al cuore pulsante di ogni cosa, non c’è verso di volertene tornare indietro. Sul quel monte si stava bene e si sarebbe voluti restare per sempre. Ecco, per sempre, la Bellezza sembra incapace di vivere se non partorisce desideri di eternità. E allora si potevano benissimo sopportare i propri dubbi e quella mancanza di fantasia che riduce tutto a ciò che si possiede. Nel cuore di tanta bellezza di può arrivare a sopportare quella mancanza di fiducia nella vita che ci perseguita e ci intristisce.

Il segreto è lottare con il tempo, non permettere che ci faccia dimenticare, trovare il trucco per meditare così profondamente da tornare a essere presenti su quel monte ogni giorno, ogni istante. E respirare tanta bellezza da riuscire a trasfigurare l’altro monte, il Calvario, fino a trasformare un Centurione in discepolo solo perché si è fatto più vicino. E amare così tanto la vita da far l’amore perfino con la morte e vedere che anche il sepolcro non è così ingenuo, e si lascia attraversare dalla Vita. E beato, vive.

TUTTO DIPENDE Trentesima domenica Tempo Ordinario A

Oro Santuario Madonna del Monte ottobre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Tutto dipende

(Matteo 22,34-40)

Trentesima domenica Tempo Ordinario anno A

Era meglio fermarsi prima.

Prima della domanda.

Chissà, forse Gesù l’avrà guardato con occhi carichi di supplica: “fermati, ti prego, rischi di farti male. Rischi seriamente di bruciarti. Fermati. Non sei pronto”.

E invece no, il rancore, il senso di vendetta, quel dannato bisogno che abbiamo di ammutolire chi non la pensa come noi, l’orgoglio di far parte di un gruppo che non ammette sconfitte, il dottore della legge prende parola e si scaglia all’attacco “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. E inizia la fine, una tempesta. Non si salva nulla, il pover’uomo è travolto e Gesù non può farci niente, gli spiace, ma non può essere altrimenti, se tocchi il cuore degli eventi deve saperne portare il peso…o accettarne le conseguenze. E questo, per quanto riguarda l’amore non lo impariamo quasi mai.

Amerai”, il più grande comandamento è l’amore, risponde Gesù al dottore della legge, ma l’amore come soglia da attraversare e non come obiettivo da raggiungere a suon di obbedienze o di preghiere. Non il punto d’arrivo dei buoni ma il punto d’inizio dei temerari.

Amerai” e la vita subito eccede, sfugge, stupisce, non si lascia addomesticare.

Amerai” e come prima cosa perderai l’orientamento, perderai il controllo, perderai la faccia.

Amerai” e ti farai male perché l’amore brucia.

Amerai” e se amerai davvero dopo, solo dopo,  parlerai di Alleanza sapendo di cosa stai parlando; solo dopo potrai usare tutte le immagini bibliche del Testamento Antico che si rifanno all’innamoramento e all’incontro tra gli amanti, Cantico compreso, ma prima di tutto: innamorati. Se non sei innamorato, taci, Questo è il più grande comandamento.

“Amerai il Signore Dio” ma proprio perché parti dall’amore e non da un concetto non basta amare il Signore… Amerai il Signore Dio: tuo! E in quel “tuo” c’è da perdersi. C’è tutta la differenza. “Tuo”, perché l’amore è un legame, è geloso l’amore e unico, perché non c’è amore se non c’è conoscenza e coinvolgimento. Gesù sta dicendo al povero dottore della legge e a tutti noi che il comandamento prevede il coraggio di entrare in relazione con il Padre, di ascoltarlo vivo, di sentirlo, di accoglierlo. Se non c’è coinvolgimento vero, non c’è verità.

Se non ci hai mai parlato a tu per tu non puoi capirmi, se non l’hai sentito vicino non puoi comprendere, se non ti sei mai sentito “suo” ti sembrerò solo un folle…

E poi non è questione di primo o ultimo comandamento… è questione di “tutto”. Sei pronto per giocarti fino in fondo? Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente.

Parlare di Dio è un conto, parlare con Dio un altro, sentir parlare Dio da quel legame tenero e implacabile che è l’Amore è altro ancora.

Amerai”: e ti metterai in discussione e ti accorgerai di quanto sia ricca la nostra vita e insondabile il nostro cuore. “Amerai”: e mentre cercherai di decifrare i pensieri su di lui ti accorgerai che non bastano e coinvolgerai gli affetti, la carne, i sogni… tutto. E non basterà, capisci? Questo è il dramma dell’amore: non basta mai. L’amore è cannibale, non lascia una briciola. Capisci il rischio? Non è questione di regole, è questione di fame e di consegna totale di sé. Ma capisci che se tu osassi rapportarti a Lui solo con la mente o solo con il cuore o solo con l’anima adoreresti una cosa, un oggetto, un’idea, un idolo? Invece tutto e tutto di te, e non basterà, ma sarai innamorato, e la tua fame si trasformerà in preghiera.

Il Vangelo non riporta reazioni, immagino silenzio e smarrimento del dottore della legge.

E poi “amerai il tuo prossimo come te stesso”. L’amore ha bisogno dell’incontro vero, concreto, faticoso, quotidiano. Carnale. Di misurarsi sulla fragilità di quel terreno dove non si può mai dare niente per scontato. Dove l’incontro con l’altro ti cambia. E allora sì, se partiamo dall’Amore quello che sto dicendo è che quel Dio che tu immagini impassibile e lontano invece è vivo e si compromette e si gioca, e cambia per amore. E lo puoi incontrare, se ti innamori del fratello.

“Da questo amore dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

E qui il crollo definitivo. Dall’amore dipendono la morale e la predicazione, i dogmi e la catechesi… Mettiti il cuore in pace, se riesci, l’amore non dipende dalla legge. L’amore non dipende dalla lettera. L’amore non dipende che da se stesso, anticipa, viene prima. Tutto il resto dipende da lui.

Se ami comprendi la Legge e non fraintendi i profeti. Se non ami: meglio che stai zitto.

Non si ama ciò che si conosce, si conosce poco alla volta solo ciò che si ama.

Se non ami: zitto. Meglio non fare nemmeno domande.

Se a parlare fossero solo cuori innamorati non avremmo più bisogno nemmeno delle leggi.

DI CHI SONO? (Matteo 22) Ventinovesima Domenica Anno A

Qui e ora (15 e 57 del 16 ottobre 2020)

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

DI CHI SONO?

(Matteo 22)

Ventottesima domenica Tempo Ordinario anno A

“Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”. La domanda rimane sospesa in un intreccio di sguardi, rimane in attesa, per poco, sopra il palmo aperto di una mano, sopra il cerchio perfetto di una moneta, sopra l’immagine di un imperatore, sopra l’iscrizione. Di Cesare. La risposta non può lasciarsi attendere, perché è la cosa più esplicita del racconto, la più elementare: quella moneta rimanda senza esitazioni al padrone. La moneta è sincera, esplicita se stessa con una fedeltà quasi commovente. Nel perimetro di quella moneta il mondo è chiaro, spietato forse, ingiusto magari, eppure chiaro. E io credo che Gesù usi la moneta solo per questo, per quella immediatezza tra ciò che rappresenta e il profilo di uomo a cui rimanda. Solo per questo. Per cui questa non è una pagina che giustifichi la separazione tra interessi temporali e spirituali, nessuna riflessione sul mondo economico, sull’utilizzo dei soldi, nessuna distinzione tra Cesare e Dio… questa non è una pagina che parla di monete ma, ancora una volta, di Verità. E lo fa a partire da una moneta, perché, piaccia o no, la moneta è l’unica cosa ad essere esplicitamente vera in questa pagina evangelica. La moneta è chiara, rimanda senza dubbio a Cesare. Il problema vero è l’ipocrisia e la falsità di tutto il resto.

Molto più complesso svelare “di chi sono” le parole che i discepoli ricamano con imbarazzante complicità davanti agli occhi di Gesù. Di chi sono quelle parole che parlano di verità e franchezza? Di chi sono quelle parole che dicono di riconoscere un maestro e di amarne la libertà? Non sono di chi le pronuncia. Questo è il dramma. Perché a dare voce sono discepoli di farisei che rimangono nell’ombra, che non si espongono, che non si giocano nella relazione. Vero è tutto ciò che si espone, nudo, e crocifisso, e ha il coraggio di portare le ferite del rifiuto. Vera è solo una parola che si incarna.

Io immagino questi giovani discepoli convinti di essere portavoce di sapienze furbe che, a mano aperta, devono riconoscere che quella moneta è più vera dei loro maestri. Io immagino quei giovani discepoli guardare quella moneta e comprendere, con dolore, di essere stati usati dalle persone che stimavano. Io immagino la vergogna di quei discepoli e l’umiliazione guardando quella moneta che mostrava di essere di una coerenza spaventosa.

E anche Cesare, questo costava ammetterlo, era più sincero dei capi religiosi di cui avevano tanta stima. Quante volte le parole apparentemente devote di alcuni ambienti ecclesiastici nascondono ipocriti interessi… meglio Cesare, che ci mette la faccia.  

Questa non è pagina sulla suddivisione dei poteri ma sulla verità e sulla fatica di reggerne il peso. Le parole che i discepoli dei farisei utilizzano sono splendide, perfette, esatte. Ma non sono vere. Tratteggiano un profilo di Gesù che nessuno dei suoi discepoli avrebbe saputo scrivere con tanta esattezza: “Maestro sappiamo che sei veritiero e insegni la via secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno…” traiettoria di pensiero perfetta, dogmaticamente ineccepibile ma non vera. Perché chi pronuncia quelle parole, o meglio, chi ha messo in bocca a quei ragazzi quelle parole, non cerca nemmeno di vivere ciò che proclama. Non è questione di coerenza ma di fede. Fede è ammettere che io non sono ciò che dico, che il Vangelo che proclamo è molto più di da me ma poter giurare davanti a chiunque di credere fino in fondo a ciò che dico.

E di non aver mai usato deliberatamente la seduzione del Vangelo per interessi personali. Questa è ciò che possiamo chiamare verità.

Nel Vangelo di oggi molto più sinceri dei farisei e dei loro discepoli è quella moneta che rimanda senza esitazioni a Cesare, perché la verità è un legame, è un’appartenenza, la verità non è un contenuto ma un volto. Una traiettoria che esplicita di chi siamo figli. Gesù è la Verità non solo perché dice cose vere ma, soprattutto, perché il suo vivere nel mondo è stato un costante riferimento al Padre. Perché credeva in quello che diceva. Perché è vissuto ed è morto in nome di quelle parole.

Di chi sono?”, sono del Padre che ha coniato il mondo a sua immagine e somiglianza, sono del Padre perché ogni cosa che vedo mi parla di lui, ogni cosa ha la sua immagine e iscrizione, soprattutto l’uomo, così complesso e affascinante.

Lasciate pure che la moneta rimandi a Cesare e racconti di un mondo che si può vendere e comprare, ma non dimenticate mai che anche Cesare è di Dio. E che quella moneta è fusa di metalli che in origine narravano del Creatore.

Non dimenticate mai di interrogare la vita e di lasciarla parlare. Il volto di Dio emergerà dove l’appartenenza si scioglie in gesti di cura. Dove il “di chi sono?” diventa ricerca di essere amati da qualcuno, diventa preghiera che esplicita le nostre fami d’amore.

Di chi sono io?”, di chi porto iscrizione di chi sono immagine?

Di chi sono io?” pianto quando non mi sento amato da nessuno.

Di chi sono?” le persone che muoiono da sole? Di chi sono queste lacrime, queste bare senza nome? Di chi sono questi tramonti che tolgono il fiato? Di chi sono i sogni e le sconfitte? Di chi sono le risate e di chi sono le lacrime? Di chi sono le parole? Di chi sono queste vite che nascondo, amano, muoiono, sperano?

Di chi sono e in chi sono le persone morte che mi mancano tanto?

Non è una pagina sulla separazione dei poteri ma, al contrario, sull’unificazione del reale. Sul bisogno che abbiamo di essere di qualcuno, perché infreno non sono le fiamme, non è qualcosa che sarà ma è già qui quando non abbiamo nessuno a cui affidarci.

Di chi sono io?  Ma anche… chi sono io per le persone che si fidano di me?

Sento che sono davvero povero? Che di mio non ho nulla ma che posso provare, ogni giorno, a vivere fino in fondo questa durissima povertà che come vuoto rimanda all’Unico che ci attende?

Noi non abbiamo niente perché se comprendiamo di essere suoi … siamo Tutto.

Credere al vestito che si indossa (Matteo 22) Ventottesima Domenica Tempo Ordinario anno A

Vestito d’autunno, Crocetta 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Credere al vestito che si indossa

(Matteo 22)

Ventottesima domenica Tempo Ordinario anno A

Pur sapendo che le parole del Vangelo di oggi parlano di un popolo che non ha saputo cogliere il profilo del Signore nei tratti del Nazareno.

Pur sapendo bene che quel finale di sangue e fuoco non è previsione ma ricordo di un Tempio incendiato sotto il cielo di Gerusalemme.

Pur sapendo tutto questo mi infilo tra le pieghe della parabola come un povero, smarrito mendicante, come chi ha creduto, e anche predicato, che la vita non fosse altro che un invito a nozze, che profumasse di festa l’aria del vivere quotidiano. Che si potesse vivere sempre da innamorati. Che anche morire, pure drammatico inciampo del respiro, non fosse altro che una nascita. Addirittura definitiva.

Mi incammino da mendicante raccogliendo la fatica di chi vuole condividere, dei traditi dalla vita, degli incagliati nel dolore, degli sconfitti, di chi ha visto morire, di chi continua a veder morire, di chi ormai crede che la felicità si da cercare solo nei capitoli già scritti. Accolgo senza giudizio alcuno chi non riesce a credere in banchetti celesti, chi non ha più fame o, peggio, chi non ha più nessuno con cui condividere il pane.

Ci si arrangia come si può, come naufraghi in balia del reale ci si aggrappa ai propri campi, ai propri affari. O al massimo si prova a non curarsene più di tutta quella Speranza che rischia di non far cicatrizzare le ferite. A volte, quando la rabbia chiude le palpebre ma non si ha abbastanza coraggio di piangere si attacca uccidendo con rancore chi osa ancora parlare di vita.

Chissà forse dare alle fiamme una città che non aiuta più a guardare il Cielo può essere utile. Per poter ricominciare serve un rogo. Come un roveto davanti a cui togliersi i sandali. Come un Parola infuocata per ricominciare. Come incendi a volerci riversare tutti per strada, con la rinnovata voglia di sopravvivere.

Che sia la strada lo spazio della vocazione? Che siano i percorsi esposti, i tentativi maldestri di raggiungere una qualsivoglia meta? Che siano gli incroci del vivere con la loro complessità gli spazi per scoprire davvero chi siamo? Gli incroci, dove si decide dove voler andare, dove si nasce, dove si cresce, dove si ama, dove si muore. In fondo nessuno ha mai detto che lo Sposo avrebbe cancellato il dolore. Forse è solo questione di come si cammina, e con chi si cammina. Forse la fede non è contrapporre la gioia del banchetto ai dolori della vita, forse fede è sentire che stavamo credendo a un Dio inesistente e ora, finalmente, è tempo di camminare. Forse aver fede non è un vivere semplificato ma comprendere che ogni momento può diventare lo spazio per non sentirsi soli, per fare esperienza della muta vicinanza di un Signore che non annulla le fratture del vivere me le abita. E dice che no, non finisce tutto qui.

Forse avere fede è credere in questo poco che promette di dilatarsi fino all’Infinito.

Forse la fede è sentirsi chiamati per nome, abbandonando la distinzione patetica e clericale tra i buoni e i cattivi, vivere non è “comportarsi bene” ma rispondere, nel senso più profondo del termine, sentire che la vita chiama sempre e comunque a prendere posizione e che non esistono affari propri, che nulla è proprio e che tutto è appello.

Forse la fede è tornare a guardare ogni uomo come un “commensale”, un affamato, un povero cristo che ha bisogno di essere invitato.

Eppure non basta. Non poteva finire così. Se tutta questa storia dei servi e delle strade, della chiamata al banchetto di buoni e cattivi non fosse altro che una nuova illusione?

Non poteva finire così.

E infatti non finisce così.

In gioco c’è un abito da scegliere per poter stare dentro la festa. In qualche modo l’abito fa il monaco. Perché l’abito dice una cosa fondamentale: che siamo chiamati a diventare consapevoli di chi siamo. Questo cambia davvero le cose. Che stavolta possiamo scegliere l’abito. Che le delusioni della vita, i dolori, le umiliazioni possono sì farci ripregare per sempre accartocciandoci attorno ai nostri dolori ma possono anche costringerci a decidere di noi.

Quel vestito è il simbolo esteriore di una scelta.

Forse fede è scegliere di vivere. Ancora. Nonostante tutto.

E di farlo con consapevolezza. Decidere di stare dentro questa vita e cercare, a volte con cocciutaggine, tutto quello che parla di vita, di amore, di cura, di gratuità. Sarà qualcosa di piccolo ma io devo vestirmi da invitato alle nozze cioè devo predispormi all’incontro.

Sarà qualcosa di piccolo, un segno, un simbolo, come un vestito, qualcosa che rimanda ad Altro. Qualcosa che dura il tempo di un attimo, eppure fondamentale.

Andare agli incroci delle strade per provare a riconoscere tracce di un Amore innamorato di noi, invito a un’Alleanza.

Prego per chi fa fatica a indossare quel vestito.

Prego per chi non se lo sente addosso.

Prego per chi si cuce abiti a lutto, scudi, corazze, tombe.

Prego per chi ogni mattina si veste da persona amata e poi vive, con pazienza, cercando di creder sempre di più ai vestiti che indossa.

Lontano (Matteo 21)Ventisettesima domenica Tempo Ordinario anno A

Crocetta, Santuario 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Lontano

(Matteo 21)

Ventisettesima domenica Tempo Ordinario anno A

E in quel momento, ma non è detto che arrivi, quello che fai è chiederti di che materia era fatta quella cosa che chiamavi fede.

Non è questione che prima credevi e poi, di colpo, no, è qualcosa di molto peggio, è che prima potevi credere o non credere, ma avevi tra le mani Qualcosa e poi, di colpo, non più. Stiamo parlando di mani vuote, niente da pregare e niente da maledire. L’esatto opposto di Giobbe, lui ha lottato, dall’inizio alla fine, beato lui, il dramma vero è quando senti distintamente che può esserci l’ipotesi di un grande terribile infinito vuoto. E la senti quella dannata solitudine che ti strappa da tutto ciò che fino a quel momento credevi eterno.

E se inizi a credere davvero alla possibile esistenza del vuoto succede che non riesci a  riempirlo più con niente, non con le preghiere, nemmeno con le bestemmie. Niente. Da un girono all’altro le preghiere si accartocciano e non volano e non ti disperi nemmeno più, solo ne prendi atto. In quel momento ti sembra che il padrone della Storia non solo “se ne andò lontano”, come dice la parabola, lasciando un vuoto terribile, ma ti riempie una specie di sicurezza, un piccolo risveglio: il padrone non c’è mai stato. C’è solo la vigna. E con quella, e solo con quella, devi misurarti. Fuor di parabola, c’è solo questa vita che viviamo e tocchiamo e nessun padrone che se ne è andato e nessuno che tornerà. Nessun padrone da aspettare, nessun padrone da maledire, niente di niente. Solo la vigna.

Perché prima il vuoto non era così vuoto? Perché qualcuno si è sempre premunito di riempirlo. Perché un uomo con il vuoto dentro è un affare, se si lascia riempire fino al vuoto successivo. Un vuoto da riempire crea dipendenza: così nascono e si mantengono le religioni (ecco perché il padrone della vigna se ne andò, per mandare al macero ogni religione, ogni dipendenza). Tutte le religioni, anche quelle laiche, usano il vuoto: lo riempiono di angeli custodi e poi di preghiere e poi di carità e poi di strutture e poi di raffinate teorie e poi di libri e poi dell’illusione del benessere e poi del paradiso… per ogni vuoto si sceglie un contenuto adatto. Qualsiasi religione ha senso proprio per la sicurezza che riesce a garantire con i suoi riti e le sue teorie. Riempimenti. E si può vivere una vita intera credendo di credere, pieni di qualcosa che chiamiamo Dio.

Invece Gesù chiede di scartare, non di riempire. Di ripartire proprio da quello che la religione scarta e sempre scarterà: il Vuoto è restare con le mani vuote dai riempimenti religiosi.

Gesù chiede di prendere sul serio questo padrone della vigna che “se ne andò lontano” e di vivere con questa Assenza nel cuore, chiede di non riempirlo con niente. Ma di guardare quella vigna vuota perché è lì che si gioca tutto, in quello spazio. Il gioco della fede prevede il Vuoto. Prevede di fare seriamente i conti con un’Assenza che è seriamente drammatica. Con un Dio che non interviene, con Parole che non ci sono, con preghiere gelide e vuote, con deserti e dubbi. La fede prevede il Vuoto, ecco perché il padrone della vigna se ne va. Ecco perché la religione non ha fede. Perché ogni religione riempie i vuoti di sicurezze.

Invece: rimanere davanti alla vita con un vuoto dentro e interrogarla la vita. Provare a imparare dalla vigna.

Perché quello che il padrone della vigna vuole davvero è trasformare in padrone ogni vignaiolo. Anche me e te che stai leggendo. Ma non sullo stile di quegli operai che si trasformano nel Dio violento e spietato in cui credono, prodotti perfetti di religioni senza dubbi ma vignaioli che imparano dall’Assente il suo stile.

La vita va svuotata per non farci ricadere nella tentazione di trasformare Dio in un idolo, in un riempimento, in una rassicurante sicurezza, la vigna è vuota perché quel vuoto è l’occasione di trasformare noi in divini vignaioli.

Se impariamo a raccogliere quelle pietre che le religioni scartano: prima tra tutte l’amore per la terra, per questa terra così come è, senza affrettate fughe in cielo: c’era un uomo che possedeva un terreno. Fede è innamorarsi, possedere con amore un pezzo di terra che ci è stato affidato, come il Signore ama la sua creazione e le sue creature. Trasformare in pietra angolare il mondo, la terra, il corpo, noi stessi. Non scartare ciò che siamo, la terra su cui viviamo, possederla invece con amore e devozione.

E vi piantò una vigna. Perché divino è l’atto del seminare, del chinarsi piano su quello che gli altri chiamano deserto. Perché divino è imparare l’azione del seme e non pretendere interventi dall’alto. Divino è chi preferisce la cura e l’attesa, è chi riesce a vedere i frutti racchiusi in un seme.

La circondò con una siepe. Quello che le religioni scartano e da cui bisogna ripartire è la capacità di difendere la vita rinunciando alla falsa sicurezza della violenza, dell’arroganza, del sentirsi sempre sicuri e senza dubbio. Serve molta fede per chinarsi sulla fragilità, propria e altrui, e proteggerla. Serve molta fede ad accogliere l’altro e proteggerlo, ad accettare di aver bisogno dello sguardo del fratello perché il nostro non basta. Non siamo gli unici eredi della verità come vorrebbero i vignaioli omicidi.

Bisogna ripartire da quelle pietre che le religioni, troppo sicure di sé, scartano: vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre: è la capacità di assaporare il gusto del frutto prima del raccolto. Quel torchio e quella torre in mezzo a un campo senza frutti sono il segno di un Sogno, la fiducia di un Dio che crede nella possibilità umana di dare frutto. La fede di cui abbiamo bisogno è questo sguardo carico di fiducia sull’uomo, sguardo libero dalla paura.

E se ne andò lontano. Perché ad avere fede non è l’uomo ma Dio che con il suo andarsene sancisce la sua fiducia nei nostri confronti, è questa, ed è sua, la fede che ci salva, la fede nella nostra capacità di comprendere che il Senso profondo della vita non è riempire quel Vuoto di sicurezze facili ma di mantenerlo aperto, spazio vitale per imparare ad agire con lo stesso stile di Dio. Siamo nella vigna per aspettare il ritorno di un Dio che chiede spazio nella nostra carne. Noi siamo il segno della presenza del Signore nella vigna del mondo.