Non è retto il modo di agire del Signore Ventiseiesima domenica Tempo Ordinario anno A

Crocetta, Arcobaleno, settembre 2020

Dal libro del profeta Ezechièle

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

alla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Non è retto il modo di agire del Signore

(Ezechiele 18, Filippesi 2, Matteo 21)

Ventiseiesima domenica Tempo Ordinario anno A

“Voi dite non è retto il modo di agire del Signore…” Certo che lo diciamo, perché retto non è. Il modo di agire del Dio che cocciutamente crediamo di conoscere non è chirurgico, non è immediato, non è senza sbavature. Non è una giustizia umana dai tempi perfetti e senza esitazioni. Non è l’onniscienza che, sapendo tutto, premia e punisce senza dubbio alcuno. Quello non è il modo di agire del Signore, quella sarebbe solo l’illusione di una giustizia umana portata a perfezione. Poca roba rispetto al divino sguardo sull’uomo.  

“Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” Ezechiele, prima lettura. Dio non è retto, quando si muove non ama scegliere la via più breve tra due punti, il Signore il tempo lo prende, lo dilata e disegna curve e ricami, lo allunga, lo rallenta. Crea attese. Gioca con le possibilità.

Dio non è retto, Dio crea spazi e tempi per cammini che noi riteniamo impossibili. “E se il malvagio si converte…” la giustizia di Dio non è inflessibile, prende il tempo e ci infila dentro il dubbio “e se…”? La giustizia divina non perde di vista il figlio, non smette di sperare nell’uomo. La fede non è quella dell’uomo in Dio, è quella di Dio nell’uomo. Questo salva la vita. Giusta non è una punizione ma uno sguardo buono che scende in noi e vede una possibilità di rinascita. Perché il malvagio che si converte “fa vivere se stesso”.

Il Signore spera e crede in noi. Il Signore inventa uno spazio e un tempo, ce lo regala, così che si possa cambiare… “ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli di certo vivrà”.

Ma non sentite che questa frase commovente racchiude uno sguardo che stravolge la storia, che fa crollare quell’immagine di Dio monolitica e asettica? Questo è agire retto, questi sono gli sguardi che ci salvano, solo che a noi fanno paura, perché il male ci fa paura e crediamo che dare possibilità al fratello sia un modo per non controllare il male, per perdere il controllo. Ma se uno ha paura deve lasciar perdere di educare. Deve lasciar perdere di amare. Deve lasciar perdere perfino di essere chiesa. Una chiesa che ha paura di perdere il controllo, una chiesa che ha paura del male, sarà forse più “giusta” secondo le logiche umane ma non sarà per nulla divina. Io non voglio una Chiesa pulita, non credo in una Comunità giusta fatta di giusti, anche perché io non troverei posto. A cosa serve illudersi? San Paolo nella seconda lettura parla di “rivalità e vanagloria” nella comunità di Filippi. Niente di nuovo. Dove due o tre saranno riuniti anche nel mio nome lì ci sarà rivalità e vanagloria. Niente di nuovo. Si accoglie questa fragilità senza nasconderla. Ci sono e ci saranno sempre scandali. Intervenire credendo di ripulire e portare a perfezione la struttura è sogno diabolico. Bisogna invece svuotarsi “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo”, come Gesù. Svuotare soprattutto quella perversa idea di un Dio perfettissimo per accogliere il Suo essere servo. Servo della nostra umanità, servo per la nostra vita. Servo che si svuota per diventare compagno di viaggio che crea spazi e tempi di possibilità.

Non mi interessa credere in una comunità senza sbavature, ci ho creduto fin troppo e ho sofferto e fatto soffrire. Non credo in realtà perfette, credo nell’esercizio quotidiano dello svuotamento, credo che torneremo ad essere credibili il giorno che ci svuoteremo delle nostre illusioni, che ci svuoteremo delle nostre maschere, che ci svuoteremo del nostro orgoglio per dire che siamo perenni rivali gli uni degli altri, che gli altri ci fanno pura, che il nostro volontariato è spesso una rivendicazione di potere, che usiamo le strutture perché abbiamo paura di essere niente. Che siamo in ricerca costante di una gloria vana, perché poggia solo sulla nostra paura di essere nessuno. Torneremo ad essere credibili quando confesseremo che in Dio abbiamo smesso di credere il giorno esatto in cui ci siamo accorti che veneravamo una nostra proiezione idealizzata. Che abbiamo smesso di credere in Dio e nella Chiesa perfetta perché ci siamo accorti che ci stavamo inginocchiando a una immagine di noi falsa e idolatrica. Confesseremo che ci siamo spaventati per la tenebra che portavamo dentro. Che avremmo voluto morire. Ma che siamo salvi solo grazie all’agire divino, che siamo salvi perché il Signore ha creduto in noi, dilatando spazi e tempi, trasformando la vita da “banco di prova” a spazio per la conversione.

Come dice bene Gesù nella parabola di oggi. Un uomo chiede ai figli di andare nella vigna a lavorare. Nessuno dice e si mette al lavoro, nessuno dice no e rimane a casa. A Gesù sembra non interessare l’agire “retto” secondo gli uomini, quello coerente. Gesù sta parlando ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo… Gesù parla a gente di chiesa, a chi crede che a convertirsi debbano sempre essere gli altri. Gesù parla a gente che crede di essere la coerenza in persona. Gesù non prende in considerazione una vita senza spazi di ripensamento. A cosa servirebbe vivere senza la libertà di cambiare?

Un uomo chiede ai figli di andare nella vigna. Il secondo dice sì ma poi non si muove di casa.

Il primo invece inizia un vero e proprio itinerario interiore: dilata il tempo. Prima dice che non ha voglia. Comunque risponde e risponde il vero. Significa che si è guardato dentro e che, soprattutto, ha riconosciuto quell’uomo come padre e non come padrone. Sarà risposta scorretta ma è risposta che abilita due persone al confronto. E poi non sappiamo cosa sia successo, non sappiamo cosa sia scattato ma il secondo figlio si pente. Significa che le parole del padre hanno lavorato in lui. Si è preso il tempo di riflettere, di allontanarsi dal male e di decidere. Di cambiare.

Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” chiede Gesù, i capi e gli anziani del popolo non hanno dubbi: il primo! Senza esitazione rispondono.

E non hanno capito nulla.

Il primo, per adesso. Ma se io guardo anche il secondo con fede, se invento tempo, se dilato la possibilità, se credo in lui… perché escludere che anche lui prima o poi vada nella vigna?  Non è difficile credere in Dio, è difficile credere nell’uomo.

Fino ad alba definitiva Venticinquesima domenica Tempo Ordinario anno A

Aspetto. Dal Monte. Crocetta settembre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Fino ad alba definitiva

(Matteo 20,1-16)

Venticinquesima domenica Tempo Ordinario anno A

“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba…”

Sta tutto qui, nel gesto lento e quotidiano dell’alba.

Sta tutto qui, nel padrone della luce che esce, e il suo uscire fa fiorire la vita.

Sta tutto qui, nell’alba che cammina le tenebre. Lui è l’alba, e le tenebre iniziano a ritirarsi. Come nuova Genesi.

Esce di casa il padrone dell’alba perché la luce non può rimanere nascosta, perché un padre soffre la mancanza dei suoi figli, esce perché l’amore è estroverso, esce e il suo cammino è solenne e tenero, dolce e deciso. È un padre, è il sole. Esce, per istruire il cadavere crocifisso. Per prepararlo all’alba definitiva. All’Esodo di luce tra le tenebre. La resurrezione non si improvvisa.

I primi operai a farsi raggiungere dall’Alba si accordano con Lui. C’è tanta luce nella capacità di accordarsi con il Padre. “Accordarsi” è parola preziosa, contiene il “cor”, il “cuore”, e poi è parola musicale, di sinfonie possibili. Siamo creati nello stesso accordo divino.

I primi hanno il tempo di accordarsi al suono della luce, hanno tutta la giornata, hanno tutta la vigna per sperare che il cuore impari la melodia della divina bellezza. Non è facile, perché il nostro cuore conosce le tenebre e spesso è stonato. Non è facile, l’accordatura all’alba prevede prove, tentativi, errori. Ma è il senso profondo e ultimo del nostro essere al mondo: accordarci con la luce nascente. Non è richiesto altro. Il nostro lavoro è accordarci con il sole, credere nella possibilità di una luce che uscendo di casa cammina nel cuore di tenebra della notte. Forse resurrezione è questo, accordare la propria vita con l’incedere solenne del sole, accordare la propria storia a quella speranza quotidiana di una luce che arriva a trasformarci in alba, a raccontare di noi, a trasformarci in quel denaro bastante per un giorno, fino a nuova alba. Fino ad alba definitiva.

“Uscito poi verso le nove del mattino… quello che è giusto ve lo darò”

Poi succede però che io non sono pronto, perché le tenebre si sono incagliate nei fondali e scendere a risorgerle è impervio, vuole tempo e cocciutaggine d’amore. C’è un alba in me che non è pronta a sorgere. C’è una resistenza che chiede giustizia. Ciò che è giusto, ciò che è imparato con impegno, ciò che è Legge mi aiuta a scorgere alba anche alle nove, anche in ritardo.

Poi però non è più neppure questione di giustizia, è pura follia. Agire insensato, solo per amore, solo per incapacità di stare in casa, solo per la gioia di illuminare anche gli aspetti più infami della mia vita, lì dove io non scendo più nemmeno a guardare, fino all’orlo della notte. Fino a un passo dalla morte. Fino nel cuore della morte. “Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre… uscito ancora verso le cinque”… se non conoscessi il male che ancora mi abita anche io ti direi che è ingiusto portare il sole fino a lì. Che l’alba non può resistere al buio. Ti direi di smettere perché non me lo merito. Perché è stato colpevole il mio nascondermi, perché è troppo profondo il buio.  Se non mi conoscessi sufficientemente anche io mi arrabbierei, e invece ti guardo camminarmi dentro e piango. Perché sto imparando a conoscere te.

E allora mi commuovo perché ti ho visto, luce negli occhi morenti di chi non avrebbe mai pensato (e forse nemmeno si è accorto) di come si può diventare alba nel cuore della notte.

Forse anche io sarei tra quelli che mormorano ma il mio cuore ormai è stanco e ha deciso di arrendersi alla luce, fai di me quello che vuoi, ti lascio entrare nelle mie ombre, non ho vergogna. E canta, mia luce, canta ancora dentro le pieghe dei miei peccati, canta la tua fantasia, dillo a tutti che ho provato fino allo sfinimento a non farti uscire di casa, che volevo mostrare agli altri solo la mia parte di alba, quella naturalmente accordata a te, quella che non prevede tenebre, la mia parte più divina. Dillo a tutti che era poca cosa.

Dillo, dillo a tutti che quello era solo l’inizio, l’alba di ogni alba. Poi bisognava passare per la giustizia delle nove del mattino, andare a illuminare la volontà di trasformare i colpevoli ritardi in possibilità. Rendere divina la mia storia con un agire giusto, con l’amore per i comandamenti, con la ferocia di chi prega con scrupolo, di chi è obbediente e rispetta le attese,  di chi pensa che basti tenere tutto sotto controllo e che quel controllo si possa chiamare santità. Era alba pure quella, non lo rinnego, ma per fortuna non ti sei fermato. E ora io non so che ore sono, ma so per certo che non è più questione di giustizia ma di pura gratuità il tuo camminare dentro di me. Dentro le mie ombre che pian piano sto imparando a non nascondere più.

Io sono ombra. Non sono luce per nessuno. Io sono spazio buono per il Tuo cammino. E non per giustizia ma per resa. Non per impegno ma per innamoramento.

Ecco quel che mi resta da vivere vorrei fosse una definitiva resa alla luce. Un arrendersi alla testarda e gioiosa danza del sole. Non per merito ma per abbandono. E se qualcuno vedrà tracce di luce nel mio buio e riconoscerà Te, ecco quello per me sarà la gioia più grande.

Ho visto morire gente nel ventre più lontano e doloroso della tenebra, ma li ho visti morire benedicendo. E quella è alba. Alba di resurrezione. Io voglio solo imparare a morire benedicendo. Lasciando entrare luce nel sepolcro.  

Voglio imparare a morire benedicendo la luce per imparare la sorpresa e la gratitudine di quando alla fine tu mi dirai che tutto è stato pienezza. Che anche l’ultimo brandello di buio ceduto all’alba ha lo stesso accordo di divinità, anche se magari sarà stato ceduto solo per sfinimento. Tu intanto, ti prego, continua a uscire e trasforma in alba ogni ora del giorno.

Chi mi chiederà perdono? ventiquattresima domenica anno A

70 volte 7? Gatti di Crocetta

Dal libro del Siràcide

Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.
Perdona l’offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?
Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,
come può supplicare per i propri peccati?
Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,
come può ottenere il perdono di Dio?
Chi espierà per i suoi peccati?
Ricòrdati della fine e smetti di odiare,
della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.
Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Chi mi chiederà scusa?

(Siracide 27, Romani 14, Matteo 18)

ventiquattresima domenica Tempo Ordinario anno A

La vita accade, la vita è splendida, la vita spesso fa male. La vita lascia cicatrici che non si possono scusare. Settanta volte sette è il dolore, settanta volte sette l’ingiustizia, settanta volte sette è il male. Settanta volte sette, non si può dimenticare ciò che non si deve dimenticare. Bisognerà smettere di maltrattare il “perdono”, concetto avvilito, ridotto a colpo di spugna sulle cattiverie umane. Bisognerà far saltare quel legame pericoloso che riduce la fede alla presunta capacità di sorridere al carnefice. Bisognerà avere il coraggio di guardarla in faccia questa vita: cosa vuol dire perdonare chi ti ha massacrato di botte un figlio? Cosa vuole dire perdonare chi per interessi economici non ha saputo garantire la salute di tuo padre? Come si fa a perdonare chi ammazza l’amore della tua vita? Cosa vuol dire perdonare chi stupra, chi umilia, chi usa la tua fiducia per tradirti?

Bisognerà prendere sul serio il lato oscuro della vita prima di parlare di perdono. E poi, quando si è trovata l’onestà di riconoscere che la vita è ingiusta e perversa, che qualcuno dalla vita è umiliato, che non c’è giustizia uguale per tutti, a quel punto, e solo a quel punto, provare a comprendere come starci in questa vita. Come rimanerci. Come accettare comunque di viverla.

Rancore e ira sono cose terribili” dice Siracide. Però “sono cose”, esistono, ci abitano, sono il grido spesso giusto contro una promessa alla felicità disattesa. Saranno terribili ma ci sono. E vanno riconosciute. Rancore e ira sono indicano che siamo vivi e che non ci siamo ancora assuefatti al male e all’ingiustizia. Io non so cosa sia il perdono, so che la Bibbia mi indica una lotta da intraprendere, lotta che non avrà fine prima del giorno della mia morte, lotta per non lasciare che il rancore e l’ira si prendano tutto di me e sfigurino la mia vita. Una lotta. Perché se mi hanno fatto del male, io sarò arrabbiato e il rancore spesso uscirà dalla bocca e dal cuore e strariperà in pianto. E io in quel momento non mi sentirò in colpa, lo riconoscerò, lo chiamerò per nome, mi accetterò come abitato dall’ira. Ma penso anche alle persone a cui io ho fatto del male, sicuramente senza volerlo, ma non pretendo che non abbiano rancore verso di me. Lo accolgo. Non pretendo che il perdono cancelli. Sono abbastanza vecchio da sentirmi complice del male. Mi riconosco causa di ira e di rancore.

Poi leggo Siracide e quello che posso fare è “ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte” e allora penso davvero a quel limite ultimo che è la morte, quella che ho visto tante volte, quell’ultimo respiro, quel passo verso l’ignoto. Penso quotidianamente alla morte, lo faccio spesso guardano l’immensità dei boschi che mi ospitano, lascio andare lo sguardo e penso alle tante persone che non ci sono più. Io non so cosa sia il perdono ma so che mi è utile sentire il vento muovere le fronde di alberi che erano molto prima di me e che saranno molto dopo la mia morte. Io non so cosa sia il perdono ma sento che il vento un poco disperde ira e rancore. E io sto meglio. E non c’è bisogno di dimenticare, le cicatrici restano, ma il fiato del Silenzio almeno le accarezza.

Io non so cosa sia perdono ma leggo Siracide e credo in lui quando consiglia di pensare alla “dissoluzione”. Attorno a me c’è una natura che prima di ricominciare dissolve. E io respiro questa dissoluzione. Sento che c’è saggezza in questo. Non so cosa sia perdono ma sento la forza di tanto dolore dissolto. Penso alle morti antiche, ai volti dimenticati, a volte penso ai caduti in guerre che nessuno ricorda nemmeno più. Dove è finito tutto quel dolore? Penso che io sono solo un pezzetto, unico ma anche infinitamente piccolo. Non ho paura, sento che anche per me arriverà la dissoluzione. Sento che è già iniziata. Spero solo che qualcuno mi accolga. Questa è la mia fede. Qualcuno che teneramente prenda l’ultimo respiro e piangendo mi chieda perdono. Per una vita che non ho chiesto e che non è stata semplice. Per il troppo dolore. Per avermi chiesto di indossare abiti scomodi. Perdono per questo cuore che mi son ritrovato in petto e che si porta dentro un senso di inadeguatezza e di colpevolezza pesanti. Che fa piangere. Del mio pentimento sono già sicuro, come anche che Lui lo riconosca e commosso lo accolga.

Nessuno di noi vive per se stesso”, intanto cerco qualcuno per cui vivere, perché senza qualcuno da amare rancore e ira avrebbero facilmente la meglio su di me. Cerco qualcuno da amare e mi spiace non avere figli da benedire, forse anche per questo qualcuno mi chiederà perdono. Cerco di capire per chi vivo, cerco di trovare un modo per far sentire la mia presenza. Non so cosa sia il perdono ma so che non posso certo vivere per me stesso. Che l’amore cerca sempre qualcuno e che ira e rancore possono impedire questo approdo vitale.

E poi non sette ma settanta volte sette. Non so cosa sia perdono ma comprendo, grazie al Vangelo, che l’unica strada per non morire risentito con la vita, per non morire tradendo l’amore è quella di allargare, di allargare sempre, di lasciar andare il cuore dietro a quello sguardo. Cercare un orizzonte infinito, guardare il cielo e lasciar andare. No che non dimenticherò, no che il male non passerà, certo che il dolore subito sarà ancora e sempre presente e mi avrà cambiato i connotati del cuore e avrà spento un po’ la luce negli occhi, certo che nulla tornerà come prima ma io avrò passato almeno la vita a dilatare per non implodere, a lasciar andare per non chiudere le mani a pugno. E piangerò, e alzerò la voce, e scaglierò domande verso il cielo come si scagliano sassi contro un nemico. E non capirò cosa sia perdono, ma avrò lottato per non implodere nel risentimento.

Non so cosa sia perdono ma giuro, continuerò a pensare alla fine, e la invocherò come si invoca un miracolo, un limite a tutto il dolore del mondo. Al dolore di ieri, di oggi, di domani. Al mio dolore, che spero trovi sempre il coraggio per legarsi a quello degli altri. Non so cosa sia perdono ma implorerò la dissoluzione che viene, come carezza leggera, a dissipare le sofferenze. A diluirle nell’Eterno. Penserò a me, non sono altro che cento denari lanciati in un tesoro da diecimila talenti.

Non so cosa sia perdono ma credo che passerò la vita a pensare alla morte, come unico approdo credibile, come unica speranza, come si pensa a un ritorno a casa, non dimenticherò il dolore inflitto e quello subito, conterò le cicatrici e piangerò per le persone che ho ferito, non ci sarà pacificazione solo un cammino verso la morte, per fortuna. Camminerò verso una porta cercando di prepararmi a mettere gli occhi nell’Amore. Non so cosa sia perdono, spero solo di essere tanto occupato dal cammino da non rimanere incagliato nell’odio e nel rancore.

Mi scoppierebbe il cuore ventitreesima domenica Tempo Ordinario anno A

Crocetta

Dal libro del profeta Ezechièle

Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.
Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.
Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge.
Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Mi scoppierebbe il cuore

(Ezechiele 33, Romani 13, Matteo 18)

Ventiduesima domenica Tempo Ordinario anno A

Vorrei imparare a vivere come la sentinella di Ezechiele: attento, sempre.

Ma non vigile contro i nemici. Non come una sentinella di quelle che tengono lontano i pericoli armando gli occhi e gridando allarmi. No, vorrei imparare a essere un uomo attento prima di tutto al suono delle Sue labbra “quando sentirai dalla mia bocca una parola”. Un uomo coraggioso, capace di perdere tutto pur di non perdere la verità “tu dovrai avvertirli da parte mia”.

Come vorrei essere come la sentinella di Ezechiele, che non è una sentinella impaurita dalla vita, non una che guarda l’orizzonte per chiudersi in difesa e non permettere invasioni… ma uomo coraggioso prima di tutto con se stesso: che anche la sorte del malvagio incide nella sua storia “della morte sua io domanderò conto a me”. Versetto terribile e coraggioso, vero profilo del profeta: non solo un portatore di avvertimenti divini ma corpo che si assume il rischio di entrare in relazione con il male, perché la vita non la si cambia condannandola ma assumendola. Una sentinella attenta e disponibile a compromettersi.

Non sono preoccupato per la mancanza di gente tra le mura della chiesa, quello in fondo è un segno anche buono, sono preoccupato per la vita dura in assenza di sentinelle, sono preoccupato di non farcela a camminare fino al cuore profondo della Parola, perché non bastano i maestri serve qualcuno che si prenda cura di me e che sia disposto a condividere il mio destino. Sono preoccupato perché se non trovo profeti veri, gente che si lascia compromettere dalla mia miseria io del Vangelo sentirò sempre un sapore lontano, un vago profumo rassicurante.

Come vorrei che rimanesse solo l’amore, adesso, solo la Carità. Solo la forza che feconda la vita. Sogni del paradiso che sarà. Ma forse almeno si può ripetere intanto, senza aggiungere niente, con Paolo (seconda lettura), che se non danza l’amore dentro le leggi che reggono il mondo a nulla vale appellarsi al diritto. Che unico nostro diritto è di essere amati, e ugual cosa nel conto dei doveri. Come vorrei che tutta l’impalcatura si svelasse per quel che deve essere: un grande immenso pretesto. Ogni cosa è un pretesto, ogni respiro, ogni inchino, ogni lacrima, ogni cammino. Ogni oggetto di questa stanza, ogni libro, ogni poesia, ogni incubo, ogni dolore. Ogni utensile della cucina, ogni pagina del vangelo, ogni ramo di questo bosco che chiede di essere guardato oltre l’orizzonte del mio computer, ogni goccia di questa pioggia estiva e ogni preoccupazione che non smette di torturare il cuore. E anche la Legge sì, perfino la legge, che ceda finalmente l’abito del comandamento e si sveli per quello che è: un pretesto per amare, per sentirsi responsabili della felicità di ogni uomo. E se la la legge non porta a gesti concreti di custodia di ogni vivente sia la legge stessa a cambiare, per amore, perché solo l’amore è compromettente. Una Chiesa che si converta alla carità, che cambi per amare, per non aver altro debito se non “l’amore vicendevole”.

Come vorrei imparare a chiamare fratello, a sentire fratello ogni persona che commetterà una colpa contro di me. Perché il primo modo per smascherare il male e impedirgli di inventare nomi nuovi, i nomi uccidono come lame affilate: che la colpa non ci trasformi in nemici. Il primo gesto profetico della sentinella è sentire fratello soprattutto chi compie il male, è sentirsi parte del grande universo, sentirsi un corpo solo con gli uomini, gli animali, le piante e l’aria. E se il male colpisce a qualsiasi livello sentirsi feriti. Come fratelli. Essere immersi in una specie di compassione cosmica.

E allora zitto, imparare a piangere se il volto della vita è sfregiato, evitare di assumere con orgoglio mascherato di dolore il ruolo della vittima, sentirsi se non colpevole almeno responsabile di far parte di un mondo che si scorda di essere solo il pretesto per mostrare il volto dell’amore.

E non cogliere mai l’occasione per la vendetta, mai. Se qualcuno mi fa del male è doppiamente colpevole usare lo stesso odio per alimentare fuochi vendicativi. Anche se sono vittima giusto sarà non parlarne con nessuno così da tenere a bada l’onda di risentimento. Oppure parlarne direttamente solo con chi mi ha fatto male. Ma parlarne solo se in cuore lo si considera ancora davvero fratello.  Che cessino le prediche di chi non soffre con il carnefice. Se l’altro non lo amo, se non mi sento sentinella compassionevole della sua storia devo stare muto, per sempre. Ogni parola mi trasformerebbe in carnefice.

E se invece gli parlo e lui ancora non mi ascolta ecco la prima impresa a cui sono chiamato, perché io, la parte lesa, sono il soggetto di questo movimento di riconciliazione (magnifico il vangelo, del colpevole non dice nulla!), io dovrò cercare due o tre testimoni. Testimoni dell’amore. Profeti compassionevoli. E io sono sicuro che se dovessi trovarli, se riuscissi a trovare due o tre persone che sanno testimoniare amore vero, tre persone capaci di ascoltare il dramma mio e di chi mi ha fatto male con sincera compassione io sono sicuro che la mia vita sarebbe già cambiata. E ringrazierei chi mi ha fatto del male per la possibilità che mi ha dato di conoscere tre persone capaci di danzare l’amore.

E se non bastassero tre testimoni ecco l’utopia di Gesù: rivolgersi alla Comunità. Ma una Comunità, una Chiesa capace di verità e di compassione, che non giudica, che sente si sente responsabile del dolore, che non finge, che non ha paura di dire la verità e di mostrarsi complice del male, che non ha paura di perdere la faccia, che si fa carico della felicità dei suoi figli, che non miete più vittime, che si sente responsabile anche di me.

Ecco, se trovassi una Comunità così, anche solo per un istante, mi scoppierebbe il cuore di gioia, avrei conosciuto il Vangelo e correrei ad abbracciare il fratello che, facendomi del male, mi ha portato a vivere la possibilità concreta del Vangelo.