L’amore non si capisce Ventiduesima domenica Tempo Ordinario A

rovi in cielo
Rovi in Cielo. Crocetta agosto 2020

Dal libro del profeta Geremìa

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto violenza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno;
ognuno si beffa di me.
Quando parlo, devo gridare,
devo urlare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me
causa di vergogna e di scherno tutto il giorno.
Mi dicevo: «Non penserò più a lui,
non parlerò più nel suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

L’amore non si capisce

(Geremia 20, Romani 12, Matteo 16)

Ventiduesima domenica Tempo Ordinario anno A

Quando Matteo scrive questa pagina tutto è già successo: la sofferenza a Gerusalemme, il rifiuto di anziani, di capi e di scribi, la croce e la resurrezione. Tutto è già successo, Gesù ha già vissuto fino in fondo la sua personalissima risposta alla vita, questa non è pagina che anticipa un finale ma sono righe scritte per la memoria, per non dimenticare, per non dimenticarsi: che sull’amore non ci si capisce. Mai.

Scritte per non dimenticare che in ognuno di noi ci sarà sempre un Simone e un Pietro, due sguardi dello stesso cuore, due nomi dello stesso volto, due uomini in lotta racchiusi nello stesso corpo. Due modi diversi di intendere la vita. Per non dimenticare che l’amore apre al conflitto sull’essenza profonda del nostro essere al mondo, l’amore è spada, l’amore non è la soluzione ai problemi della vita ma è il problema serio della vita.

Lo dico subito, non deve vincere Pietro su Simone, non è questo che deve accadere, l’amore non chiede vincitori ma solo discepoli disposti alla lotta.

Amore è la parola più ambigua che si possa usare, io stesso, nel mio piccolo mi accorgo, in queste riflessioni, da queste pagine, che spesso non ci capiamo. L’amore sfugge, provoca, l’amore è scandalo. L’amore non è il sorriso buono che calma le tempeste, non è la dolcezza che riempie il baratro della morte. Forse non bisognerebbe parlare più d’amore.

Non deve vincere Pietro su Simone, sono due visioni opposte ma acerbe sulla vita. Per Simone l’amore è risposta ai bisogni, promessa consolante, se ha lasciato, come ognuno di noi, la riva del proprio lago è per aver intuito un buon affare. Per Pietro, nome nuovo dato dal Maestro, l’amore è sacrificio (“non ti tradirò mai”), per diventare il primo tra i discepoli, costi quel che costi.

Per Gesù l’amore è una gravidanza. Un parto. Una nascita. Una morte. Per Gesù l’amore è oltre il cuore romantico di Simone, è oltre una visione felice della storia, è oltre una risposta facile alle attese della gente. Per Gesù l’amore è oltre la visione sacrificale di Pietro, che sarebbe disposto a sacrificare tutto pur di affermare se stesso (quante vocazioni bruciate in questa follia…).

Per Gesù l’amore è la croce. E ognuno di noi ha la sua croce. Per Gesù dire amore è dire croce. Ed è l’unico modo per provare a comprendersi. Ma occorre sapersi perdere.

L’amore crocifisso è vulnerabile: sconfigge, uccide, l’amore è violento. Seduce, come dice benissimo Geremia, l’amore prima ci porta in territori sconosciuti, spingendoci a gesti e decisioni più grandi di noi e poi, quando ormai non possiamo tornare indietro (e viene in mente Giuda) ci chiede di decidere solo di trovare il modo per morire. Come Gesù o come il traditore, due alberi uguali, due storie appese, che solo il Misericordioso saprà riconciliare.

Certo che non ci capiamo quando parliamo d’amore perché parliamo di morte, di vite crocifisse. Perché amare, e questo vale per tutti, è la nostra croce personale, è imparare a liberarci di noi, imparare a smarrirci, a cambiare, a lasciare che la vita ci seduca e poi ci chieda di imparare un’identità diversa. Amore è scoprire un volto di noi nuovo e poco rassicurante.

Non basta cambiare il nome, non basta passare da Simone a Pietro, non basta diventare preti, non basta sposarsi, quello è solo l’inizio, bisogna avere il coraggio, ogni giorno, di perdere la nostra identità, quella costruita con tanta pazienza, bisogna imparare a smarrirci per poterci riconoscere negli occhi misericordiosi del Crocifisso, l’amore è sentirsi morire per aver tanto sbagliato e sentirsi rinascere grazie al Suo amore. L’amore è morte e vita, l’amore è un parto, gravidanza, l’amore sono lacrime di liberazione.

Non basta cambiare il nome, non basta passare da Simone a Pietro, occorre perdere la faccia davanti agli altri. “Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffe di me”,  l’approvazione di chi si sta intorno è importante, soprattutto da bambini ma poi. Poi il Simone che è in noi cercherà l’approvazione della gente e sarà un tradimento all’amore, come quando la Chiesa spaccia per Vangelo il suo bisogno di essere significativa per la gente. Oppure il Pietro che si muove in noi cercherà carnefici così da trovare approvazione tra lo zoccolo duro dei credenti che vuole sempre un martire da venerare.

Invece l’amore è scomodo, l’amore non si fa usare, l’amore è la croce, l’amore è accettare di non essere compresi (e perché gli altri dovrebbero comprendere la nostra vita se noi stessi abbiamo fatto fatica ad accettarla? Perché dovrebbero capire gli altri se noi stessi abbiamo prima costruito un’immagine di noi per poi farla a pezzi?), l’amore è la solitudine di chi fa morire la propria immagine di sé e non pretende che gli altri la comprendano. L’amore è morire ma non per amore del puro sacrificio, non trasformando gli altri in colpevoli ma comprendendo sinceramente il loro smarrimento, “non sanno quello che fanno”, e non lo sanno davvero. Perché l’amore crocifisso non si sa.

Simone e Pietro si muovono e lottano dentro di noi e sono due nomi, uno vecchio e uno nuovo, ma con lo stesso problema: “conformarsi a questo mondo” (Romani, seconda lettura). Simone conformato alle attese oppiacee di ogni religione, Pietro alle attese sacrificali di ogni istituzione. Invece “lasciatevi trasformare”, Pietro e Simone, fino a farvi unificare in un Simbolo di opposti, in una lotta che solo nel Padre troverà riposo, lasciate parlare solo il Crocifisso.

Amore e Croce si incontreranno in un Corpo reso sacro dall’amore. E noi saremo amore quando riusciremo a unificarci in una morte senza rancore, dopo aver perso la nostra falsa immagine di noi stessi, la schiavitù verso il giudizio altrui e aver svelato il volto di Dio. Inutile e bellissimo, utero di nascita definitiva.

Quando parliamo d’amore non ci capiamo mai. Simone e Pietro ci confonderanno sempre. Non resta che provare a imparare a perdere, a perdersi. E quando perfino le parole ci avranno lasciato, se nei nostri occhi non ci sarà traccia di rancore, allora e solo allora, non per sacrificio ma per scelta, noi saremmo belli e liberi, come solo l’amore crocifisso sa essere.

Sussurra la nuvola nella pietra Ventunesima domenica tempo ordinario A

Ombra di Crocifisso sul muro della cappella di Crocetta

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Sussurra la nuvola nella pietra

(Matteo 16,13-20)

Ventunesima domenica Tempo Ordinario anno A

Forse questa pagina va accolta camminando piano e sotto la superficie delle parole, provando a scendere in profondità nei solchi aperti dalle domande. E non fermarsi, perché quanto descritto non è sterile interrogazione di un Messia curioso ma coraggiosa traccia, itinerario, traiettoria possibile. Per ogni discepolo.

“La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”

Perché è normale che la nostra fede, quando muove i primi passi, si appoggi al credo di gente che abbiamo amato. Non è vero che non importa, donava sicurezza sapere che persone amate, stimate, di fiducia avessero scelto il Vangelo come orizzonte di senso. Rassicurava e spesso bastava. Ci si sentiva piccoli di fronte alle domande e non certo all’altezza di mettere in dubbio quello che altri più saggi di noi, credevano. Al primo dubbio basta pensare alla fede della gente da cui stavamo imparando a vivere. A cui volevamo assomigliare. Cosa dice la gente attorno a noi? Era una fiducia a loro più che ai contenuti di fede.

Risposero “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”

I discepoli hanno ottime frequentazioni, non c’è dubbio. Oppure censurano bene e riportano il meglio del repertorio. Forse imparare la fede è anche prima di tutto selezionare i testimoni, scegliere quelli che sembrano più affidabili. Eppure le risposte degli altri, proprio perché sono di altri, anche se sono buone, anche se sono rassicuranti, non possono bastare. Sono risposte già concluse, di vite già arrivate a compimento, di profeti che hanno scandalizzato ma poi hanno ricevuto la santificazione. Sono, come tutte le risposte, concentrate sul finale. Gesù ama le domande. E nell’itinerario di fede è proprio la domanda che aiuta a procedere.

“Ma voi, chi dite che io sia?”

Questa è la domanda radicale per il discepolo, questa è lo spartiacque tra una fede bambina e una fede adulta.

E certo, qui si rischia anche di annegare. Ma non esiste itinerario di fede senza rischio di smarrimento.

Quando arriviamo a sentire che il rapporto con l’Infinito si fa serio, quando arriviamo a sentirci interpellati, quando sentiamo che non possiamo più fingere. E non c’è più niente e nessuno da citare. E non possiamo coprirci con la fede di altri. E poi c’è quel “ma” che è una spada, una provocazione, una rottura.

“Ma” io cosa dico di te? Non solo con le parole, non tanto con le parole, cosa dico di chi nomino ogni giorno, di chi ho la fortuna di aver trasformato in “lavoro”?

“Ma” sei ancora tu il filo rosso che lega i miei tentativi di vita buona?

Perché è tutto qui, forse. In quel “ma”. Che segna poi anche una distanza tra me e qualsiasi altra interpretazione di Lui. Io in quel “ma” ci trovo davvero “me”, ci trovo tutti i tentativi di ogni persona che prova, spesso a fatica, di rispondere in modo personale all’appello di Dio nella sua di storia. Senza risposte preconfezionate, senza dover replicare la fede di altri. Senza la paura del dubbio e delle domande. Una fede adulta.

Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente

Vivente”, Pietro non è che indovina l’unica risposta possibile è che proprio non sbaglia il finale, che è perfetto, perché è aperto. “Vivente”, la sua risposta non chiude ma riconsegna alla vita. Figlio di quel Dio che si racconta in modo personalissimo nella vita di ogni vivente.

Se dico che la risposta è “vivente” non sto fissando il volto di Dio ma sto dicendo che finché c’è vita ci sarà sempre una crescita, un cammino, un tradimento, un ripensamento, un perdono, ci saranno cambiamenti. Cristo è il Figlio del Dio che vive e cresce dentro i nostri cambiamenti. La vita è qualcosa che non si può mai fermare, fissare. Il Dio che sceglie di allearsi alla vita è un volto in costante mutazione.

Gesù dice che è il Padre che è nei cieli ad aver rivelato questo sguardo a Pietro, non il sangue, non la carne, non la semplice riproposizione dell’esistente ma una grandissima capacità di mettersi in ascolto e di sentirsi come parte della rivelazione del mistero della vita. Pietro fa esperienza di mettersi in ascolto di questo Dio che chiede vita per potersi manifestare. E non è un caso che qui Pietro sia volto cristallino dell’amore, dopo poche righe sbaglierà tutto poi riprenderà e poi tradirà e poi piangerà… ecco il Figlio del Vivente raccontarsi dentro le contrazioni anche contraddittorie di ogni vita. Fede è accogliere questo travaglio.

Per comprendere che siamo esseri rivelatori, che siamo nati per questo. Quando crediamo, quando ci lasciamo attraversare dalla vita, noi diventiamo rivelazione dell’Amore. Come se riuscissimo a strappare il velo dell’abitudine che ci fa ragionare solo per nessi tra cause ed effetti. Siamo esseri rivelatori quando permettiamo al Cielo di raccontarsi qui, sulla terra. Come quando una nuvola sussurra dal cuore di una pietra. Pietro, appunto.

Unico primato dell’uomo è quello di essere pontefice tra terra e cielo e viceversa. Rivelatore. A volte anche qualche papa è stato pontefice. Almeno per un attimo, come tutti noi. Frammenti di esperienze in cui la Vita non ripete più il credo di altri, non si adagia attorno a facili risposte ma osa mostrare la gratuità dell’Amore dentro lo scorrere degli eventi. Figlio dell’uomo che ama è il volto di Dio, figlio del Dio vivente nelle storie misere e splendide degli uomini. Figlia del cielo questa terra che diventa riflesso dell’infinito.

Ma adesso basta, è meglio far silenzio. Ci si è esposti troppo. Si rischia lo smarrimento. “ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”.

Smarrimento, come quello di quando Pietro pensa ad alta voce (e pretende di correggere il Maestro) che l’amore, quel legame tra cielo e terra sia qualcosa di tenero e gioioso. Invece.

Ha la forma della croce. L’amore ha la forma della croce. Che tiene insieme terra e cielo, uomo e Dio. Non smetteremo mai di impararlo.

Un grido gridato per amore Ventesima Domenica tempo Ordinario A

Dulcinea

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Un grido gridato per amore

(Matteo 15,21-38)

Ventesima domenica Tempo Ordinario anno A

 Bisogna solo aver pazienza, e tanta fede, purtroppo c’è ancora troppa resistenza, resistono le antiche barricate e qualcuno, con ingenua pericolosità, ne costruisce di nuove, eppure cadrà, è già caduta, ma quando ce ne accorgeremo davvero, quando la accoglieremo con gratitudine sarà tutto diverso, ci vuole tanta fede e tanta pazienza ma finalmente arriverà il giorno in cui riusciremo a scegliere di abitare il mondo, di vivere la fede come stranieri in terra straniera, senza rancore, con gratitudine, con tutta la necessaria umiltà, con il crollo delle pretese che l’essere stranieri comporta, camminando in punta di piedi e stando attenti a non urtare l’altrui sensibilità. Solo così potrà rifiorire la vita. Solo così il Vangelo potrà risintonizzarsi al mondo.

Ma ci fanno paura gli stranieri, figurarsi arrivare a comprendere che solo loro possono convertirci…

Fino a quando ci sentiremo “padroni a casa nostra” fino a quando difenderemo ogni forma delle antiche tradizioni, fino a quando crederemo che il futuro passi per una traduzione nuova del lezionario… non ci sarà la fede della pagina evangelica di oggi.

Solo quando riusciremo a convertirci in madri straniere affamate di vita e smetteremo di  rincorrere il maestro cercando di zittire chi importuna il nostro silenzio noi scopriremo la forza risanatrice dell’Incontro.

La donna Cananea non solo è straniera ma è straniera in terra straniera. Come Gesù. Occorre andare sinceramente lì, in un luogo dove ognuno è costretto a convertire il proprio sguardo, le proprie convinzioni. La terra straniera converte anche Gesù.

In terra straniera ci si deve spogliare di tutto, non c’è più nulla di scontato. In terra straniera, al crollo delle consuetudini, cosa rimane? Un grido gridato per amore.

Sfido chiunque a trovare oggi, nelle nostre comunità, dei pianti materni per le sofferenze altrui. Ci siamo incartati, stiamo bruciando un sacco di energie solo per conservarci in vita, quando la logica del seme dice esattamente il contrario. Cosa mi importa delle strutture del passato se non sanno più intercettare e farsi convertire dall’urgenza della vita? Cosa mi importa di voler conservare a tutti i costi le forme di un cristianesimo di appartenenza (penso alle processioni ma, in egual modo, a quelle esperienze che si definiscono “progressiste” ed ecumeniche che non riescono proprio a morire lasciandoci in pace)? Cosa mi importa di veder cambiare il volto della parrocchia? Cosa mi importa di partecipare a riunioni infinite che puntano solo a una riorganizzazione territoriale per non perdere posizione come se si trattasse di una guerra? Cosa mi importa di dover per forza colonizzare l’estate per non perdere il diritto acquisito in anni di “volontariato”? Cosa mi importa di una chiesa non solo che non ascolta più il grido gridato per amore dagli uomini e dalle donne che stanno cercano un modo per vivere il più degnamente possibile ma, e questo è quello che mi preme di più, cosa me ne faccio di una chiesa che moltiplica le strategie di sopravvivenza pur di non diventare come la madre cananea, pur di soffocare l’umiliante grido gridato per amore che dice: “Signore, aiutami!” E nient’altro.

Perché moltiplicare le forze per ribadire la nostra legittimità in questo mondo e non preoccuparsi affatto del silenzio, dell’incapacità di gridare il nostro essere bisognosi di essere salvati? Come si declina oggi il grido della donna Cananea? Perché non riusciamo ad aggrapparci con forza a quel “pietà di me, Signore, figlio di Davide!”? Pietà di noi perché siamo poveri martiri impauriti e smarriti. Pietà dei tuoi preti che non trovano ancora il coraggio di gridare il bisogno di essere amati. Pietà delle tue comunità così aggrovigliate sulle loro paure. Pietà per il nostro colonialismo culturale, per la nostra incapacità di riconoscere il vangelo, più vivo che mai, dentro forme e modalità che non capiamo, che ci mettono in discussione che, semplicemente, ci chiedono conversione.

Mia figlia è molto tormentata da un demonio”, perché non riusciamo a trovare nuove traduzioni per questa frase che è una porta aperta su un modo nuovo di stare al mondo? Dare voce alla preoccupazione di sentirci svuotati e posseduti e usati e resi schiavi da qualcosa che magari osiamo pure definire amore ma che non è, perché non libera più?

Non è facile convertire le proprie attese, non è stato facile neppure per Gesù. Questa pagina è coraggiosa. Come se Gesù avesse paura di arrivare fino a una visione così straniera e liberante della vita. Gesù sta in silenzio, non rivolge alla donna nessuna parola, come se non ne avesse, come se non comprendesse la grammatica di questa richiesta. Come se fosse spaesato. Silenzio. Come per ricordarsi di essere straniero in terra straniera.

E poi sembra spaventarsi, i suoi discepoli, così duri nella comprensione della fede, alla visione di quella madre bisognosa di vita, “si avvicinarono e lo implorarono”, la donna straniera converte pure i discepoli! Il grido d’amore converte più di una catechesi.

E Gesù però le spiega che è sempre stato così, che da che mondo è mondo la conversione passa attraverso l’elezione divina che sceglie un popolo per convertire, poi, il mondo intero. Ma qui eletta è la donna. Eletta è la madre. Elezione divina è gridare d’amore per un altro. Questo apre i confini.

E lei poi è bella, la madre dico, è bella perché sa tenere insieme due estremi che la rendono irresistibile: grida sì, ma senza pretesa. Grida il suo amore e si accontenta delle briciole.

Io non so ma credo che la conversione passi forzatamente da qui: imparare a gridare il nostro bisogno d’amore, ma da stranieri in terra straniera, che sanno di non poter pretendere, e che sanno ringraziare per ogni briciola di vita caduta a terra.

Come ringrazia un cane quando ritorni, quando ti accorgi di lui, lui che non ha vergogna di mostrarti che è contento di avere bisogno di te.

Un Dio distratto per amore diciannovesima domenica Tempo Ordinario A

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Un Dio distratto per amore

(Matteo 14)

Diciannovesima domenica Tempo Ordinario anno A

 Mi verrebbe voglia di chiedere al Signore il perché di tanta solitudine. Perché decide di andarsene sul monte, solo, in disparte, a pregare mentre costringe i discepoli ad una traversata notturna e solitaria? Ma sono domande che non avrebbero risposta, la pagina evangelica non ci permette ricerche in questa direzione, quello che le parole fanno è semplicemente: descrivere l’esistente, e non sto parlando di duemila anni fa. La pagina è la descrizione del presente. Ci piaccia o no, siamo soli, imbarcati nell’avventura di raggiungere l’altra riva, il vento è quasi sempre contrario e il silenzio di Dio una costante da accogliere.

Mi verrebbe voglia di chiedere a Gesù il perché di tanto silenzio, se davvero ha senso costringerci a una vita così, se non sembra troppo pesante il compito di remare contro venti sempre troppo contrari ma nemmeno a questo troverei risposta, e allora preferisco credere che anche Gesù sia triste, solo, in disparte, almeno preoccupato. Come può rimanere tranquillo un padre quando i figli stanno per morire?

Ecco, questa pagina mi aiuta ad immaginare la preoccupazione di Dio. E quindi quella di Gesù per i suoi amici costretti su quel guscio in balia dei venti. Immagino allora preghiere distratte le Sue, come quelle delle mamme quando un neonato dorme nella stanza accanto, come quelle dei vecchi sposi insieme da una vita quando uno dei due sta morendo, e si contano i respiri e si pensa sempre che quello appena espirato sia l’ultimo. E si pensa di morire con lui.

Ecco questa pagina mi fa immaginare un Gesù che si distrae per amor nostro.

Nella barca intanto si fa quel che ci può, difficile che la traversata della vita sia tranquilla, anche quando tutto sembra andare per il verso giusto c’è sempre quell’inquietudine di fondo, quella paura di cadere fuori dal bordo degli eventi e poi il vento, è possibile che ci sia sempre questo vento contrario?

Quelle del Vangelo sono immagini, ma sono immagini elementari, tutti possiamo ritrovarci in quella traversata notturna, non esiste immagine migliore per definire lo spaesamento che spesso ci prende quando non siamo più giovani ma non siamo abbastanza vecchi da poter tirare i remi in barca, troppo lontani dal porto di partenza e a distanza incerta sul possibile porto d’approdo. Intorno: il buio. E le onde. Nere. Che sembrano azzannare ogni nostro tentativo di vita.

Poi quella scena facile da decifrare ma difficile da reinterpretare: Gesù, sul finire della notte (come a rimarcare che la notte comunque dobbiamo attraversarla da soli) cammina incontro ai suoi discepoli. Non un miracolo originale, tante tradizioni religiose narrano del sogno di camminare sul mare, comunque efficace: se il mare è simbolo della morte, del caos e della paura Gesù lo domina, ci cammina sopra, lo rende abitabile.

Ed è tutto chiaro ma io non capisco cosa voglia dire per noi. Con sincerità lo dico, cosa significa che Lui domina le mie paure? Che Lui è più forte del mio smarrimento? Come mi cammina incontro oggi? E non mi si dica che è una pace che si sente nel cuore, non ci credo, non è la sua grammatica, Lui si è fatto carne e si affida al pane al vino al corpo e non a un vago sentire. Cosa significa per me, per noi, oggi, quel suo camminare sulle acque, quel suo venirci incontro?

Io non lo so, davvero non lo so. So solo che non mi basta che lui cammini. Io vorrei imparare a non morire dentro le mie di paure.

Forse è questo che pensa Pietro. Che sia Gesù a camminare sulle acque serve a poco, siamo noi che vorremmo imparare a sopravvivere. E Pietro chiede di essere abilitato al miracolo. Gesù lo chiama e lui obbedisce. “Vieni”, dice Gesù. Non aggiunge altro.

“Vieni” come unico antidoto alla paura.

“Vieni” forse è davvero tutto qui. Forse la fede è questione di imparare a sentire il richiamo alla vita che il mondo ci canta continuamente, forse fede vera è riuscire a percepire quel “sussurro di una brezza leggera” per dirla con Elia, prima lettura, quel silenzio sottile che abita anche ogni tempesta e che ci chiama a diventare quel che siamo chiamati a essere. Uomini e donne a Sua somiglianza. Forse la fede è accettare le tempeste e pure il vento contrario, ma con la sicurezza che ogni esperienza della vita, in fondo, ci chiama a nuova comprensione di ciò che siamo, ogni esperienza, anche la più dolorosa, ci invita a rinascere, ogni esperienza è un invito a stupirci per ciò che possiamo diventare. Ogni istante, soprattutto il più drammatico, non è altro che la possibilità (non scontata) di venire ad uno stadio di maggior consapevolezza di sé.

Pietro si fida, e non è facile, tiene gli occhi su Gesù, è lui il profilo di uomo che può muovere decisioni. Siamo chiamati a camminare nel mare in tempesta o nell’incertezza liquida del quotidiano, ma lo possiamo fare solo se siamo innamorati di chi ci chiama. Il mare in tempesta è affrontabile solo da occhi innamorati. Solo gli innamorati accettano il rischio di cambiare, accettano il rischio di perdersi per raggiungere l’amato.

Poi è una vita che rischia di scivolare negli abissi ma è anche una mano, una presa forte, che tiene a galla. O forse, appena prima, è la capacità di chiedere “aiuto”.

Io non lo so cosa sia successo duemila anni fa su quella barca ma mi pare che oggi questo brano ci chieda semplicemente di fidarci della vita, di credere che ogni esperienza è una gravidanza che ci partorisce (spesso nel dolore) e che per rinascere quindi bisogna essere innamorati ma anche saggi, della saggezza di chi sa chiedere aiuto prima di affogare.

Mt14 diciottesima domenica del tempo ordinario

Cielo di Crocetta

In quel tempo, avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.

Muore Giovanni il Battista e Gesù si ritira, concede spazio al silenzio e alla solitudine. Non sfrutta il momento per imporre un’idea di Dio, non finge che la morte non abbia una forza sconvolgente sulla vita. La morte è la vita che si ritira, è bassa marea che mette a nudo, come ferite esposte, tutti i detriti depositati sul fondo e coperti dalle abitudini e dalle consuetudini. La morte svela. E Gesù si lascia colpire dalla morte. Non fa finta di nulla. Non concede risposte facili.

E quanto vorrei che tacessero per sempre certe semplificazioni sul morire, certi stupidi consigli sul modo di vivere il lutto. Certa predicazione poco evangelica che svaluta il dolore. Gesù alla morte del profeta si ritira in luogo deserto e in disparte. Lasciate che chi soffre si rechi negli stessi deserti e lasciate che scelga il tempo di sosta. Che la Chiesa vada nella stessa direzione, se vuole, ma lo faccia in silenzio, e con discrezione, come chi si ritira.

Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

le folle sono attratte dalla verità, dalle persone vere. E alle persone vere noi siamo disposti a consegnarci, a svelare anche la parte più malata e fragile di noi. Gesù non concede facili risposte ma da quel deserto che sta abitando, da quel “disparte” di dolore e paura, da quel silenzio da cui contemplare la caduta violenta dell’ennesimo profeta per mano del potere, da quello spazio ritirato di solitudine da dove può intravedere già anche la sua di fine… impastato di lacrime e silenzi può partorire l’unico sentimento in grado di reggere il confronto con la fragilità e la morte: la compassione. Senza compassione non dovremmo avere diritto di parola.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

Come se avessero vergogna. Come se avessero finito di usarli. Come se fosse arrivato il limite massimo di sopportazione. Come se i discepoli, i preti, i volontari parrocchiali fossero altro da quella umanità scartata e malata. Ecco l’errore mortale, il peccato all’origine di ogni fallimento pastorale: considerarsi altro rispetto alla folla. Se le nostre fraternità sacerdotali continuano imperterrite a fingere di essere luoghi per discepoli chiamati a prendersi solo cura del popolo continueremo a essere traditori del Vangelo. Fino a quando le parrocchie moltiplicheranno progetti pastorali per rispondere alle esigenze del mondo saremo solo patetici funzionari del religioso. Il giorno in cui avremo il coraggio di mostrare la piaga della nostra malattia, il giorno in cui ci mostreremo vulnerabili e bisognosi (ma noi continuiamo a negare l’evidenza!) in quel momento noi saremo liberi e veri, folla fragile e amata.

E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.

Sedetevi su questo prato, su questa erba che profuma di vita, non abbiate paura del tramonto, non sarà mai definitivo. Questo sembra voler dire Gesù. Imparare a sedersi nei propri tramonti, imparare a morire. E poi prendere i pani e i pesci, ma dopo averli chiesti, cioè senza pretesa, imparare ad accogliere quello che siamo, a sentire che il poco che abbiamo è riflesso dell’Infinito. E se non è chiaro…allora basta alzare gli occhi al cielo. E imparare l’arte della benedizione, del dire bene. Riuscire ad avere così tanto cielo negli occhi da dire bene della vita al tramonto. E spezzare, aprirsi come un seme. Partorire vita.

Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Io le dodici ceste piene le avrei lasciate in quel deserto, in disparte. A memoria. E avrei detto ai discepoli di tornare spesso a contemplare quel dodici riempito di scarto. Dodici vuoti pieni solo di pane avanzato. Si avanza solo se si accetta di essere scarto, come la pietra. Si avanza solo se ci si svuota, se si diventa cesta affamata. Se ci si sente parte della grande folla. Seduti su quel mare di erba. Affamati e bellissimi.

PROFUMO DI TRAMONTO diciottesima domenica tempo ordinario anno A

Appennino da Crocetta

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Perché poi bisognerà pure arrendersi

alla vitalità

della morte,

che chiede spazio,

e crea deserti

in disparte

come marea che svuota

e lascia fondali

ad elencare i relitti dei sogni

i vascelli affondati

le antiche ingenue

dolorose

speranze.

Bisognerà pure smettere di negare

la vitalità della morte

se anche l’Uomo nel deserto

sceglie di evidenziarne il profilo,

se anche lui

piange in disparte il Profeta vittima

della noiosa ripetitività

del potere.

Bisognerà pure arrendersi

alla vitalità dei morti che camminano

portando il peso dei fallimenti,

folle di smarriti

in fuga da un vitalismo senz’anima,

folle di massacrati dalla competizione,

scartati del potere,

eppure così belli,

spaventosamente simili

a me e a te

che leggi e sorridi e fingi

di essere tra i prescelti

ma poi di notte

nel deserto

in disparte

ti chini a baciare il cuore

in cerca di colui che cura.

Bisognerà pure baciarlo sulla fronte

quel ragazzino coraggioso

che nel cuore della liturgia piange

la sua fame.

Affamati, i santi sono bambini affamati

fatevene una ragione, liberi

di dire che hanno solo fame

cosa c’è di male?

sotto il rosone,

solo fame di essere amato

nella navata del sacro

perché mi guardate sospettosi?

tra i banchi imbalsamati

il mio corpo chiede vita.

Bisognerà pur dire un giorno che miracolo vero

è la moltiplicazione della parola fame

fame

fame

è non aver timore di chiedere pane e carezze e lacrime.

Per sé.

Bisognerà pur dire

un giorno

che ai discepoli l’altrui fame fa paura,

come ai preti paura fa l’altrui fragilità

“congediamoli” dicono, con tratto di

clericale e violentissimo

falso pudore.

Sedetevi nel ventre del vostro bisogno

invece

ora che l’erba è profumata di tramonto

Prendete quel che c’è. Tanto? Poco?

Domanda priva di fantasia

Tutto grida il bambino affamato.

Portate i vostri occhi al Cielo

E voi dodici fermatevi ancora un poco

in questo deserto

in disparte,

non abbiate paura

e contate

dodici

non abbiate paura

di diventare ceste di pane avanzato.

Avanzato.

Lo scarto fa procedere.