PER QUANDO diciassettesima domenica del tempo ordinario anno A

Madonna del Monte Dopo il temporale

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Per quando

Per quando la vita è inciampata nelle mie miserie,

ed ha sorriso.

Per quando non si è scandalizzata di me,

per quando qualcuno ha trovato un tesoro sepolto proprio sotto le rughe dei miei giorni,

per quando l’ha trovato per caso e non me l’ha fatto pesare,

per quando l’ha trovato e io non ci credevo.

Per quando chi mi amava non ha smesso di scavare nonostante le mie resistenze,

per quando non c’è stato fatalismo ma l’incontro con un Dio inaspettatamente

comico travestito

da dea fortuna, o destino, o fato. E ridendo ha sfiorato la mia fronte.

Per quando chi mi amava ha deciso di perdere tutto di me,

ma proprio tutto, pur di non perdermi.

Per chi, dopo aver dato al mondo tutti i suoi averi, è riuscito a rimanere solo, e nudo, ed esposto con tutto il suo essere vulnerabile davanti a me.

Per quando chi mi amava ha scelto la scandalosa maturità della zolla affamata di seme.

Per quando tutto questo è avvenuto proprio a me, e ve lo giuro, è avvenuto.

Per quando io non riuscivo a credere a quel tesoro,

e non riuscivo a credere che era me

ma proprio non potevo negare la gioia negli occhi di chi mi amava, beh, per tutto questo: grazie

è il Regno dei Cieli

è il Vangelo

è qualcosa che mi sembra Dio.

E io non lo so bene se ho fede oppure no ma quando è successo io so che sono stato felice di essere stato partorito al mondo. E credo che anche Dio lo fosse. Come chi trova un tesoro.

Per quando mi ero perso ma la Vita segugio è venuta a cercarmi,

per quando ho lasciato perdere ma la storia è tornata a bussare,

proprio alla porta della mia, della mia storia.

Per quando ho buttato tutto credendo fosse senza valore,

per quando qualcuno ha dimostrato che non potevo essere io a decidere la preziosità di me stesso.

Per quando l’amore si è fatto cocciuto, tormento, assillo.

Per quando qualcuno ha deciso che non c’era nessun altro da cercare ma me, proprio me, ed è successo, ve lo giuro.

Per quando ho avuto rabbia per quella fissazione

e poi paura

e poi vergogna

e poi ho ceduto.

Per quando ho accettato che dentro lo scarto dei miei giorni si annidasse una perla.

E non ho avuto paura di riconoscere che ero io

perché era scritto negli occhi di chi mi cercava.

Per tutto questo: grazie.

A Dio, al Regno, alla Vita. A Qualsiasi Accadimento di cui ancora non conosco nome.


Per quando si vive così come viene, come rete gettata nel mare

per quando tutto si prende e poi si deciderà cosa trattenere

per la vita normale

feriale

per quel suo raccogliere pur di giustificare la rete prima che sia troppo tardi

per la pazienza di chi ha trattenuto il bello e sorridendo non mi ha fatto pesare lo scarto

Per tutto questo, solo, grazie.

 Solo, grazie.

Ora posso sedermi sul bordo del campo, in riva al mare

e da discepolo della vita ringraziare per ciò che è stato

cose nuove e cose antiche

cosa importa? “tutto concorre al bene

se non si nega la verità,

se non si ha paura di mostrarsi per quel che si è

di leggersi in occhi altri

poveri martiri bisognosi di un Dio

insopportabile e infaticabile

cercatore di preziosi.

Come fosse grano (Matteo 13) Sedicesima domenica TOA

Madonna del monte

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Come fosse grano

E così mi dici ancora che la vita è seme buono seminato nel campo del tempo.

Ma io non ci credo più

al tuo Regno

e mastico anche io la maliziosa

domanda

accusa: sei tu che ci hai seminato in vita!

E ti chiedo conto

di questo vivere gramigna.

Sei tu l’onnipotente contadino,

tuo il campo,

tuo il seme

tua ogni cosa,

sei tu

mio amato colpevole,

seducente amico,

fallimentare contadino dei miei giorni.

Silenzio.

mentre cresce,

l’onda zizzania

e il grano spinge comunque,

mentre toglie il respiro

e non si ferma la mia fame di vita

il mio non voler credere che il Regno

sia solo un complotto degli dei.

Silenzio.

E non dire che non vuoi,

non sarebbe più onesto dire che non puoi?

Silenzio

che fa crescere la vita così come viene

io e te occhi negli occhi

e una lacrima increspata sul ciglio

della compassione.

Ma nessuno Signore

sa, e nemmeno io ancora,

di quando tu ti chini sulla mia storia.

E io sono il primo assente

a una consapevolezza troppo dolorosa.

Nessuno sa

la dolcezza con cui mi vedi,

presenza notturna ai miei giorni,

a seminar zizzania nella mia di vita

con una chirurgica perversa vocazione,

forse per abitudini antiche

forse per quella solita paura di godere.

Eppure tu come madre apprensiva sempre pronto a scusarmi.

Nessuno sa

nemmeno io

nessuno vede

nemmeno io

che fingi per amore nostro

e rinneghi ogni sapienza agricola

leghi la zizzania in fasci

come fosse grano

e nessuno sa che lo fai per amore

per sederti con me

tuo nemico notturno

per ringraziarmi del grano

per godere di un raccolto

mentre alle spalle un fuoco

zizzania illumina la notte.

Elogio della corruzione (pulito è sterile) Quindicesima domenica Tempo Ordinario anno A

Crocetta, sentiero

Elogio della corruzione (pulito è sterile)

(Isaia 55 e Matteo 13)

Quindicesima domenica Tempo Ordinario anno A

 

“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra…”

e così ti accorgi che tutto ti attraversa, che l’uomo è terra, davvero terra, che non è solo metafora, e che hai quindi vitale bisogno che piovano parole e gesti d’amore. E così ti accorgi che sei terra e che quindi sei fatto anche di arsure e di raccolti devastati dal furore di una tempesta. E di semine seminate solo apparentemente invano. Perché la terra prende ogni cosa e niente la lascia intatta.

Che piovono pure silenzi quindi, e che anche quelli entrino dentro, fino a trasfigurarsi in rughe e lacrime, fino a cambiarci il colore degli occhi.

Siamo terra. Siamo impastati ad ogni istante e sempre esposti al rischio di essere misurati in base al raccolto che si chiude nei granai. Ma la pioggia e la neve scendono in profondità sempre, e nei tempi d’arsura scende un sole che ti brucia fino alle radici, e anche questo è destinato a tornare al mittente portando con sé qualche specie di frutto. Se ricordiamo che siamo terra.

Cosa sia frutto è la vera legittima domanda. Non è solo il raccolto da ammassare a fine giornata, non è solo ciò che rimane una volta bruciato lo scarto, a dire chi siamo stati alla fine della nostra breve incisione sulla crosta terrestre sarà tutto, ogni cosa che piove dal cielo.

Ma primo frutto è imparare ad uscire e a lanciare il seme. Come il seminatore della parabola. Che vuol dire corrompersi. Compromettersi. Imbastardirsi. Esporsi. Anche se ti chiami Dio, soprattutto se ti chiami Dio. Uscire e buttarsi, cioè accettare di sporcarsi, di perdersi, di deludere le attese, di mettere a soqquadro le previsoni. Ed è già frutto questo, anche se dovesse lasciare vuoti i granai, perché significa perdere quella seducente perfezione del seme, quella eterna promessa garantita da una protezione che mantiene inalterata ogni possibilità. Il primo vero frutto è scendere dal cielo come pioggia, come neve, come il nostro Signore, il primo frutto, spesso anche l’unico, è uscire dalla mano del seminatore, marcire sotto uno strato di fango, perdere la faccia, perdere la perfezione, perdere tempo, perdere la strada, perdere ciò che ti eri conquistato restando al centro del palmo dell’Onnipotente fecondatore. Il primo vero frutto è uscire, e perdersi.

Il seminatore esce e lancia, e c’è da trattenere il fiato, il volo è comunque sempre e solo una caduta, un rischio poco calcolato e dal finale già scritto, la vita è una parabola verso lo schianto finale, il seme è perduto, il volto di Dio si sporca per sempre di terra. Incarnazione. La corruzione dell’idea, la mediazione, il compromesso, la possibilità del fallimento, la parabola della decomposizione da contrapporre al mondo ideale della perfezione, non è un caso che chi è troppo pulito sei sterile. Uscire è perdersi, come sperimentare la debolezza di ogni parola nel momento esatto in cui tenti di mettere su carta la luminosità di una intuizione, eppure anche questo è frutto, come la pioggia e la neve, anche questo non ritorna a mani vuote, ogni cosa che si trasforma e ci trasforma, ogni cosa che si corrompe e si imbastardisce e marcisce e può anche non germinare, ogni cosa che non si trattiene nel mondo sterile dei perfetti è già frutto.

E allora sia benedetta la strada, e tutte le resistenze opposte alla nostra figura. Sia benedetta la strada che si è chiusa come armatura a respingere la fecondazione delle chirurgiche semine di idee. Benedetti i volti che mi hanno chiuso la porta in faccia, benedetto chi ha chiuso gli occhi e il cuore ai progetti educativi, benedetto anche tu che non hai voluto saperne di me, che mi hai chiuso all’angolo rimandando al mittente, con estrema violenza, tutte le mie certezze pastorali. Vi prometto che non morirò prima che l’incontro con voi abbia dato frutto, vi giuro che mi avete cambiato e che già questo vi rende simili alla pioggia e alla divina neve.

E benedetta sia la mia vita quando non ha risposto alle attese, quando si è chiusa e ha lasciato delusione nei volti degli altri, benedette le persone che cambiano idea, che imbastardiscono il profilo ideale e perfetto che si erano costruiti di me, benedetto chi non mi vede più immacolato ed eternamente promettente come un seme, benedetto chi non mitizza il fratello per crearsi un alibi chelo preservi dalla compromissione con il reale. Benedetta la mia vita quando non si è lasciata convincere dalla velleità della semente del pensiero. E benedetto il mio Signore che accarezzando la pelle dura del sentiero, la terra calpestata e infeconda me l’ha mostrata come incomparabile tesoro.

Benedetto il terreno sassoso e tutte le mie idee che non hanno messo radici, benedette gli entusiasmi dei primi improvvisi germogli e le risate liberatorie attuali, meno male che non hanno messo radice le mie “onnipotenti” visioni pastorali! Ed è tesoro, è già tesoro anche quello per cui avrei dato la vita e di cui ora non rimane più nulla. Questo è già frutto.

E benedetti rovi che soffocate i nostri progetti pastorali, benedetti rovi difficili da maneggiare, pericolosi e dolorosi. Benedette spine che ci costringete al doloroso fallimento, quanto ancora dovrà passare prima che iniziamo a ringraziare tutte le condizioni che ci stanno smascherando. Il rovo è come pioggia e come neve, problema vero è quando non ci lasciamo trasformare, è quando non permettiamo alla vita di parlarci.

E che stupore la terra bella e buona che porta frutto insperato e moltiplicato. In qualche modo neppure lei risponde alle attese, si prende gioco di noi, produce più del dovuto, sorpassa i sogni del seminatore.

E così alla fine è che la vita non risponde mai alle attese,  ma ci chiede, ci chiede solamente di poter piovere su di noi nella speranza che si provi a interpretarla per comprendere che nulla, ma proprio nulla arriva per lasciarci intatti come semi in una teca. E che se c’è un inferno è solamente quello di non ascoltarla questa storia, di attraversare la vita invano, aggrappati alla nostra perfetta e pulita e sterile idea di seme.

Crescerò (finalmente, fino a diventare piccolo)

(Matteo 11)

Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno A

Crescerò (finalmente, fino a diventare piccolo)

(Matteo 11)

Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno A

 

“…e le hai rivelate ai piccoli”

Non può far altro, non c’è scelta, nessuna alternativa, l’amore si svela solo ai piccoli. Bisognerà pur farsene una ragione, un giorno.

I dotti non reggono le rivelazioni. I sapienti hanno troppa paura di ciò che non riescono a spiegarsi.

Serve un cuore piccolo.

E un cuore piccolo non è altro che un cuore colmo di rivelazioni. Eternamente in balia dell’eterno stupore dell’accedere degli eventi.

 

Serve costanza e tantissima fede per mantenere piccolo il cuore.

Che spesso si ingrossa di dolore e si dilata di abitudini.

E così ci sfugge di mano, ingombra, cade, si spezza.

Fa del male.

 

Questo occorrerà imparare prima o poi, l’arte di abitare una vita capace di sostenere (senza enfasi) l’esuberanza dello stupore.

E poi parole calme, e lente, che la rivelazione non regge la frenesia.

E tanta sana autoironia anche, chi è davvero piccolo non sopporta di esser preso troppo sul serio.

 

Serve di convincersi che una vita piccola non è una vita dimessa.

Piccolo è colui che non spiega le cose della vita ma che si lascia spiegare dalla vita: come si spiega una tovaglia per accogliere degli amici, un lenzuolo ad asciugare al vento, le ali di un’aquila per il volo, una lettera appena fuori dalla busta.

Anche un libro può spiegarsi, quando evita di volerci convincere.

 

Ti amo Signore della Terra e del Cielo e di ogni altro respiro che si muove di mezzo agli estremi. E ti chiedo scusa per quando, gonfio di quella buffa sapienza che hanno i bambini viziati, ti ho immaginato onnipotente.

Per quando cieco dell’arroganza dotta di certi eterni adolescenti credevo di contestarti ma era solo un modo per provare, goffamente, a nascondere il mio bisogno di sentirmi vivo, e importante, e unico.

Ti chiedo scusa perché spesso mi fingo ancora dotto e sapiente come un ragazzino viziato. Crescerò un giorno, finalmente, fino a diventare piccolo.

 

“…nessuno conosce il Figlio se non il Padre…nessuno conosce il Padre se non il Figlio”

Ti amo Signore della Terra, del Cielo, di ogni cosa, padre mio. Ora che siamo padre e figlio ti amo. Ci doniamo a vicenda con tenera debolezza, abbiamo imparato tutti e due ad affidarci. Solo un padre e un figlio possono spiegarsi con deponenti atti di umana attenzione.

Non credo in nessun altro tipo di fede. Deponenti atti di attenzione umana, come quando mi prendevi per mano, o io ti accompagnavo a morire. Come quando non c’era spazio per spiegare niente, per fare niente, per dimostrare niente. Solo un padre e un figlio possono stare in silenzio fino a lasciarsi scivolare l’uno tra le attenzioni dell’altro sapendo che la vita non si spiega mai, solo si nasce e si muore, ma insieme.

Insieme.

Che uno diventa padre solo in presenza del figlio, e viceversa.

La vita non è dei dotti e dei sapienti ma di chi, semplicemente, la condivide.

 

“Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro…il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”

Un giogo dolce, che la vita comunque bisognerà portarla fino in fondo, in qualche modo. E fingere che sia tutta discesa, che sia l’avventura più bella e che con Dio nulla bisogna temere…beh tutto questo lo lasciamo alla propaganda per le vocazioni. La vita in qualche modo bisogna spingerla fino in fondo, un giogo serve, siamo onesti. Fede è scoprire che c’è un modo per portare i pesi, i dolori, perfino il dramma. E non con sacrificio o con perseveranza. Ma è la dolcezza. Il giogo non è giusto, è dolce. E di dolcezza si può gioire e piangere, con dolcezza si può accarezzare la vita e provare a non tagliarsi le dita. Dolcezza è bere fino in fondo il calice con mitezza, sottovoce.

 

E il peso sarà leggero. Ma peso sarà. Un cuore piccolo sa bene che, per fortuna, ogni cosa ha il suo peso, e che è proprio il peso a sottrarre ogni realtà dall’inconsistenza.

 

E poi il riposo.

Alla fine, il riposo.

Dentro ogni cosa, anche la fatica più immane: il riposo, che è l’atto coraggioso di chi riesce a fermarsi e a scoprire in quel momento di apparente immobilità che la vita non si è inceppata, ma si è compiuta.