Perdersi (per amore) in un bicchiere d’acqua tredicesima TO A

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tredici tempo ordinario liturgia parola

Perdersi (per amore) in un bicchiere d’acqua

(2Re 4, Matteo 10)

Tredicesima domenica Tempo Ordinario anno A

Un letto, un tavolo, una sedia, un candeliere. Non serve altro per trasformare una stanza vuota in un grembo fecondo. La prima lettura è commovente.

Forse avere fede è proprio questa capacità molto materna di trasformare una grotta in una Natività, un deserto in un fiore, un lutto in una possibilità. Per inventare un Cenacolo prima del Tempo, per anticipare quella stanza del piano superiore dove un po’ di pane, un bicchiere di vino, una brocca d’acqua canteranno in eterno l’amore spudorato di Dio per la nostra umanità.

Un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere, per non dire più che la vita è povera e che la fede è un dono per pochi che arriva dal cielo, la fede è la trasfigurazione del quotidiano.

La fede è rimboccare le coperte di un letto per donare riposo alle parole dei profeti, è creare uno spazio di silenzio, un Sacro Vuoto nella parte più preziosa del cuore per credere ancora al racconto della vita, per non smettere di ascoltarla la vita, anche se si è fatta vecchia e sterile, come per quella coppia che attendeva come manna il passaggio di Eliseo.

La fede non è altro che un tavolo, un altare quotidiano, un frammento di terra che cammina incontro al cielo, fede è saper star seduti a tavola. Niente di più, è apparecchiare alla vita, è invitarla a farci compagnia, è implorare la storia, che si fermi, che ci parli, è non aver vergogna di mostrarci bisognosi, è stare sulla soglia della tenda, nell’ora più calda del giorno, in attesa di qualcuno che ci regali il suo sguardo sulla vita. Fede è apparecchiare la tavola ogni giorno, con la cura del particolare, è sedersi a spezzare il pane della compagnia ma anche quello amaro del fallimento, è non rifiutare nemmeno il boccone del traditore perché non bisogna aver paura della vita mai, perché in ogni pezzo di pane c’è l’incarnazione di un Dio che chiede di trasformarci in suo corpo.

La fede è un gesto artistico e creativo, la sedia diventa una preghiera di legno, l’invito alla sosta e il candeliere un atto di coraggio, che venga fatta luce, che venga alla luce la vita.

Eliseo diventa voce della promessa di un figlio, e pare, ad una lettura superficiale che il miracolo sia intervento divino dall’alto invece no, miracolo è che una donna vecchia e senza figli sia stata capace di trattenere per tanto tempo la luce tra le dita, così tanta da saper illuminare il quotidiano, una luce così intensa da trasformare una stanza vuota in un grembo di vita. Il miracolo è quello di una donna che non ha smesso di fare l’amore con le cose.

La fede è saper libare la luce da ogni cosa.

Basta un bicchiere di acqua, in fondo, lo dice bene il vangelo, basta un bicchiere d’acqua per hi ha imparato ad ascoltare la vita. Per chi ha imparato la sete di ogni essere vivente. Ma devi aver dimenticato la banalità, non devi credere che un letto, un candeliere, una sedia, un tavolo, un bicchiere siano solo oggetti, devi liberare la luce che si portano dentro, devi accorgerti che ogni cosa è più di quel che appare, che la funzione manifesta può essere solo un alibi per iniziare ad inventare nuove relazioni, che una cosa non si esaurisce rispondendo al nostro bisogno. Neanche un figlio.

Ecco forse la fede è proprio questo, smettere di sentirsi il centro del mondo, la misura delle cose e fidarsi, creare le condizioni affinché la vita parli e si racconti e ci trasformi. Lasciare libere le cose di essere più di quel che mi appaiono, più di quel che mi servono. Accogliere in una stanza al piano superiore e ascoltare.

E allora madre e padre possono essere etichette care ma povere, minime e forse rischiose. Perché quei due corpi che ci hanno messo al mondo sono molto di più. Sono luce da liberare.

E io vorrei avere un tavolo, una sedia, un candeliere, un letto per trasformare il tempo in stanza superiore, un grembo capace di ascolto. Vorrei far sedere mamma e papà, e imparare a rimetterli al mondo, nel mio grembo, imparare ad ascoltarli per accorgermi di loro, accoglierli e stupirmi di tutta la luce che si portano dentro, perché ogni madre è anche figlia, e innamorata, e sorella, e donna. Perché ogni madre è ciò che è e ciò che è stata non solo per me. Avere fede è liberarsi dalla vergogna, dalla paura, dal pudore che non ci permettono di ascoltare. Quanto vorrei avere ancora un bicchiere d’acqua per quell’uomo che è stato anche mio padre ma che non è stato solo mio padre. Amare Cristo più dei genitori non è un atto stupido di competizione ma è il regalo evangelico della libertà. Amare così tanto la libertà da non ridurre i nostri affetti ad un ritratto ad una dimensione. La pagina di Vangelo di oggi è invito a liberare la luce che chi amiamo si porta dentro.

Aver fede è sperare di avere genitori che non ci vedano sempre e solo come figli. Che sappiano amare la libertà così tanto da vedere in noi anche uomini e donne, santi e peccatori, originali narratori del volto di Dio. Noi non siamo solo ciò che gli altri credono di sapere di noi.

Ama e lascia andare, ama e sciogli dal ruolo, illumina le cose, i volti, gli eventi, lascia che raccontino l’inedito, non disarmare la sorpresa, rendi grembo accogliente ciò che la paura può soffocare nella sterilità.

Aver fede è atto di libertà, è far cantare la luce che pulsa sotto la scorza di ogni cosa, dal tavolo al padre, dalla sedia alla madre. Un bicchiere di acqua racchiude la luce dell’Universo.

Aver fede è atto di libertà, e allora prendiamo la nostra croce, liberiamoci dalla paure e inchiodiamoci alla vita, liberiamo il bisogno d’amore che ci portiamo dentro, perdiamoci per gli altri, regaliamoci la saggezza di chi perde il controllo, innamoriamoci, usciamo dai margini, impariamo a camminare il profilo sottile tra vita e morte, tra perdersi e trovarsi, accogliamo ogni cosa di noi, senza condanna ma con la solennità che tutte le cose si meritano, alleviamo lo stupore, accompagniamo nella stanza superiore ogni sussulto del cuore, ogni sbavatura, qualsiasi entusiasmo.

Liberiamo la luce, perdiamo la scorza della vita, offriamo un bicchiere di acqua fresca ad ogni parte di noi stessi. Impariamo ad abitare la stanza superiore, impariamo l’accoglienza, innamoriamoci dell’ascolto.  Liberiamo la luce.

XIII Tempo Ordinario A 2020

Io ho paura di me 12 Tempo Ordinario A

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foto: Presenze nel bosco (grazie Gino) Crocetta

Liturgia Parola 12 TOA

Io ho paura di me

(Geremia 20; Matteo 10)

Dodicesima domenica Tempo Ordinario anno A

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi apostoli “Non abbiate paura degli uomini…” e invece io ho tanta paura degli uomini, da sempre. Sento la durezza dell’animo umano, mi fa paura la violenza, la rabbia, la vendetta mi fa paura, la sofferenza che porta chi può approfittarsi di me. Ho paura perché mi conosco, so bene che noi uomini possiamo diventare terribili, ho visto amori trasformarsi in torture e legami chiudersi a cappio, conosco, e non per solo per sentito dire, la frustrazione che diventa rabbia, l’ingiustizia che si trasforma in aggressività, la gelosia che deforma i lineamenti del cuore. Conosco l’uomo, e mi fa paura, perché so bene che per amore, per paura della solitudine, ma anche per niente, può diventare cattivo, so che basta un “no” per scatenare reazioni d’inferno, o mezza incomprensione per perdersi per sempre.

Io ho paura dell’uomo perché sono un uomo.

Io ho paura degli uomini e quando Geremia accusa perfino gli amici affermando che stanno aspettando la sua caduta io credo che ci sia qualcosa di terribile dentro di noi. E che il male esiste, e che non tutto è spiegabile, e che siamo poveretti in cerca di aiuto ma se non abbiamo il coraggio di dirlo, alla fine, ci trasformiamo in carnefici.

            Io ho paura degli uomini, e di quel mondo che Geremia disegna, fatto di vendetta e di violenza, e mi dà fastidio che il profeta tiri dentro il Signore sentendosi sicuro di averlo dalla propria parte. Ma quale è la parte di Dio? Io non riesco a schiodarmi dai piedi della croce, se mai c’è una presa di posizione divina quella è il Calvario, dove tutta la violenza dell’uomo è grumo di sangue e terra e l’odio grida la rabbia degli uomini. Eppure, con buona pace di Geremia, io, di vendette, sul Calvario, non ne ho viste, non secondo la nostra logica. Solo un grande silenzio, solo il dilatarsi di una libertà concessa contro ogni logica, solo un amore che in quel momento aveva troppa sete per raccontarsi. Io penso al Calvario e l’uomo mi fa paura. Perché sono abbastanza vecchio da sapere che anche il mio cuore non è immune dal male. E che anche io so crocifiggere.

            Io, Signore, è di Te che non ho paura, io quello che posso fare, al massimo, è continuare a consumarmi per dire che non possiamo avere paura del Vangelo, che tutte le costruzioni castranti e colpevolizzanti che portano il tuo nome sono solo blasfeme caricature scaturite dalle paure umane che ci portiamo dentro.

            Io ti prometto che non avrò mai paura di te. Questo, posso, questo ti giuro. Io non ho paura di svelarti cosa si muove nel mio cuore, di spogliarmi dalle mie difese di fronte al volto di Cristo, uomo incapace di condannare e di umiliare. Io ho paura di mostrare agli uomini il mio cuore, non di svelarmi a te. Ho paura anche di tenere tra le mani le fragilità del fratello, ho paura di ferire, ho paura di movimenti troppo bruschi, ho paura di fare ancora male. Ho paura che l’altro non capisca. Di te invece no, tu che conosci i segreti, tu che sveli le intenzioni, tu che rendi visibili i movimenti misteriosi della coscienza… io non ho paura di Te, perché tu vedi ad una profondità impensabile, perché tu sai che anche il dolore procurato non è mai stato per pura cattiveria, perché tu sai le nostre fragilità, perché tu non hai paura di noi.

            Io avrò ancora paura degli uomini Signore, perché ho paura anche di me stesso, perché mi sono trovato a camminare in tenebre che non credevo potessero entrare negli angusti spazi della mia mediocrità, perché ci sono cose che non vorrei mettere in luce, perché ci sono angoli che non mi piace guardare.

Eppure non basta. Mi vergogno. Non basta non avere paura di te, è troppo, facile e serve anche a poco.

Io desidero Signore imparare a non aver paura dell’uomo, e mentre scrivo, tremo.

Non avere paura dell’uomo.

Ma non come quando mi sforzavo di credere che il mondo fosse un luogo accogliente e morbido, non come quando cercavo di dilatare la caricatura seminaristica disinnescando le contraddizioni buone delle pulsioni, non come quando mi sforzavo di costruire comunità parrocchiali perfette e sorridenti e asettiche, non come in certi sogni giovanili copiati da patetiche Giornate Mondiali della Gioventù, non come quando ero convinto di amare gli uomini mentre invece accoglievo solo quelli che mi assomigliavano, non come quando declinavo fino allo sfinimento la parola tanto di moda: “antropologico”…ma in quel termine non c’era traccia di uomo, di quello vero, solo cercavo accoglienza in una parte di chiesa apparentemente progressista e fastidiosamente snob.

Non avere paura dell’uomo, non come quando dicevo di amare l’uomo e invece avevo paura di mostrare il mio vero volto, le mie vere passioni, i miei adorabili difetti, le mie insopportabili contraddizioni. Non come quando credevo, ma non me lo dicevo, che amare Dio fosse un modo per nascondere la maledetta paura che gli uomini e le donne fanno, la paura di essere svelati da un qualsiasi tipo di innamoramento.

Perché la paura di amare gli uomini, Signore, non è altro che la fottuta paura di amare me stesso.

Io non avrò mai paura di te Signore, ma questo conta poco, io non voglio aver più paura dell’uomo, di quello vero, di quello che puzza, di quello che mi da fastidio, che mi contraddice, che mi importuna, che mi snobba. Io non voglio più avere paura dell’uomo che sono io, quello che deve imparare a dire di no senza sentirsi in colpa, quello che non ama tutti, che non è sempre accogliente, che ha bisogno di silenzio, che non risponde alle paternalistiche caricature della figura del prete che tanto male continuano a fare alla chiesa vera.  Io non avrò mai paura di te Signore, io questo te lo giuro, ma forse non serve a niente. Fede, fede vera è non avere, come te, paura dell’uomo. Anche quando ti inchioda a colpe non tue. Fede vera è non avere paura di quello che ci portiamo dentro, fede vera è non avere paura di me, è iniziare a guardarmi davvero con i tuoi occhi.

XII Tempo Ordinario A 2020

 

Ascolta il corpo (Corpo e Sangue di Cristo)

Ascolta il corpo

(Deuteronomio 8; Giovanni 6)

Corpo e Sangue di Cristo anno A

Lascia cantare le cose. Permetti alla vita di non smarrirsi dentro il limite delle spiegazioni, non occupare tutto con il pensiero, ritirati davanti al battito vitale della natura, permetti agli elementi di inventare melodie inedite.

Spostati, fai un passo dentro l’ascolto, non ingombrare di te, ricorda che ogni cosa è più di quel che appare.

Impara che c’è un canto sepolto sotto l’ombra delle cose e che perfino una pietra abbandonata ai margini del sentiero ha un cuore che chiede d’essere ascoltato.

Ascolta il mare, il vento e l’ultimo respiro del vecchio che muore; impara a seguire il pianto del bambino, il volo di un uccello, il profumo del tramonto.

Il cuore innamorato ascolta.

L’erba, la zolla di terra, il riposo dell’animale. E le stelle. Ogni cosa canta. Non di solo pane viviamo ma di quella parola che esce dalla bocca innamorata di Dio e che si pone nel cuore dell’esistente. E attende. Aspetta d’essere ascoltata.

Non di solo pane vive l’uomo, trasforma il tempo in occasione di ascolto per far esistere ciò che chiede solo di poter raccontare il bacio di Dio che brucia in cuore.

Accarezza ogni cosa con curiosa delicatezza, e aspetta.

Ricordati di tutto il cammino”, di tutto, nulla è così banale da meritare il silenzio, e non censurare il dolore, impedisci al tempo di sistemare tutto, ascolta il rumore del disordine, il grido delle ferite, e la morte. Lasciala parlare anche quando vorresti fuggire.

Ribellati, non permettere al silenzio di rubarti il tintinnio delle lacrime versate. Permetti al cuore di contorcersi e smarrirsi.  Abbi rispetto di ogni dolore, ascolta il loro canto, ne avrai bisogno per decifrare gli abissi del reale.

Ricordati di tutto il cammino nel deserto, non dimenticare la fame, la sete, i serpenti velenosi e gli scorpioni, anche loro cantano il bacio divino, senza di loro il profilo del Signore sarebbe incompleto. Illusorio. Patetico.

Per ricordare tutto, per non buttare niente, per non credere che possano esistere istanti senza valore, devi imparare ad innamorarti anche delle partiture che non ti sono affini.

Si può piangere di dolore, ma non si può credere che ci siano istanti che non abbiano la dignità di essere ascoltati. Non chiedere a Dio di liberarti dalla fatica di vivere, chiedi invece di affinare l’orecchio del cuore.

Impara il canto delle cose sepolto sotto le apparenze, non aver paura di scoprire quello che hai nel cuore tu. A cosa ti serve quel mistero in pieno petto se non accetti di abitarlo?

Impara il pentagramma del creato e scopri che il pane che non canta è già morto, impara ad ascoltare il Signore nel vento, nelle api, nella notte, nel cinguettio, in un ruscello, in un silenzio quasi perfetto, in questo niente che si lascia abitare. Quanto esce dalla bocca del Signore è un respiro incontenibile e fantasioso, è il canto segreto di ogni cosa.

E poi ascolta Lui, Lui che dice che è nella carne che abita il divino. Non solo nelle cose, che un cuore di poeta ci poteva comunque arrivare, ma in questa carne che ogni religione si affretta a considerare impura. In questo corpo che spesso non ci piace, in questa nostra storia così ambigua e faticosa. In questa carne che non ci concede pace.

Impara ad ascoltare il suono divino nel pane, cerca il cuore dell’esistere, scopri il Cielo nella Terra, credi al Corpo, di Cristo, di Dio e di ogni uomo.

Non solo la manna parla di Dio, non solo il Creato così maestoso e solenne ma anche questa povera cosa che è l’uomo.

Ricorda tutto, non dimenticare nulla nemmeno di te.

Ricorda di tutto il cammino nel deserto, ricorda i passi falsi, gli errori e le umiliazioni. Insegna ai tuoi figli ad ascoltare la vita vissuta, il sussurro di Dio non si accontenta di manna, nemmeno dell’ostia consacrata, ma decide di rimanere in ogni uomo che si concede all’amore.

Impara ad inchinarti davanti all’ostensorio della Sue presenza che è il copro che respira, che mangia, che fa l’amore, che si nasconde, che si trascina, che ferito muore.

Impara ad ascoltare il sussurro divino nei corpi delle persone che incontri, non di solo pane vive l’uomo ma di quel silenzio misterioso che abita il segreto di ogni vita.

Impara ad ascoltare la nostalgia del divino dentro i silenzi imbarazzati dei falliti, nelle troppe parole di chi reclama attenzione, in chi pretende, in chi ti insulta, in chi non riesce ad amarti senza pretendere l’esclusiva.

Non giudicare solo le apparenze, ascolta il canto divino in quel bisogno d’amore che ti ha portato ad amare e abbandonare, ascolta il bisogno di Dio in chi ti ha ferito. Ascoltalo nelle paure dell’uomo che non si sente mai all’altezza.

Ascolta l’uomo, ascolta il copro e il sangue. Ascolta come ascoltava Gesù, ascolta la fame e la sete, ascolta il bisogno di essere perdonato, ascolta la paura, ascolta e fai spazio.

Crea spazi di silenzio. E non riempire mai con parole di condanna.

Trasforma il tuo corpo e il tuo sangue in uno strumento accordato.

E fai cantare la storia di ogni uomo, è l’unico modo per incontrare Dio. 

GRAZIE

GRAZIE, Intanto Grazie di cuore, COMETE è Herbert Bussini, Gloria Marchetti, Fabio Ezp (date un occhio ai loro profili… interessanti e utili! Secondo me tra musica, fotografia e arte varia sono una risorsa da non lasciarsi scappare )

GRAZIE a tutti voi. Obiettivo di COMETE era una cinquantina di copie… così tra amici…in poche ore eravamo oltre i duecento numeri prenotati e ora… più vicini ai 500 che ai 400!!!! Non so che dire, sono davvero senza parole. Spero di cuore che COMETE possa esservi d’aiuto, per me lo è stato, scriverlo intendo, mi ha aiutato ad abitare il dolore. Che è già tentare ipotesi di speranza. Nello scritto (come sempre, ma stavolta anche di più) ci sono proprio io, il modo con cui ho provato a reggere il mese del virus che ha cambiato definitivamente i contorni anche della mia famiglia.

Con COMETE spero di iniziare qualcosa di continuativo. Grazie davvero di cuore a ognuno di voi per la fiducia, vi allego un po’ di foto…la prima è il cielo di Crocetta adesso, le altre sono della parte di casa che un po’ alla volta proverò a rendere abitabile…dalla MACERIE a…casa…grazie alle COMETE! (scusate il disordine)

un abbraccio forte, grazie che ci siete

PS Da adesso per me comete è già un figlio che viaggia (vola) per i fatti suoi, sto pensando a FUOCO e potrebbe essere qualcosa legato a ESODO e al commento spirituale di qualche film di cui consiglierò la visione…ma vi terrò aggiornati.

Non basta essere creato (Trinità)

Crocetta, muro e sole

Così, tutto

diventa figlio.

Fin qui spinge

l’amore.

Come ascia nelle vene per ogni corteccia violentata,

negli orecchi aghi, perforante guaito del cane che muore,

spezzarsi d’ossa ogni frattura di ghiacciaio.

E nella carne,

l’uomo.

Ognuno unigenito,

a provare, sempre a provare

a credere

che l’unica onnipotenza sia d’amare,

e che solo questo,

a volte, sciolga

l’enigma della condanna

d’essere nati.


Così ti condanni alla nascita anche tu,

perché tutti si svelino figlio,

e salvo sarà

scoprirsi generato

(non basta essere creato).

Legati nello stesso destino,

trafitti degli stessi dolori,

partoriti da annunciazioni incomprensibili

salvati amati e uccisi.

Angeli profeti potere stelle comete e chiodi,

la stessa solenne fanghiglia.

Non basta essere creato,

per essere salvato,

ma, generare

tra bocconi di pane e bicchieri di vino

sotto un Cielo

che

si può credere

grembo, gravido.

(GIOVANNI 3) In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Pietre incandescenti Trinità anno A

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foto: Con Nonna Maria tanto tanto tempo fa (grazie zia Dina per la foto)

Trinità liturgia parola

Pietre incandescenti

(Esodo 34; Giovanni 3)

Trinità anno A

 

L’alba, un monte e tra le mani tavole di pietra. Che bruciano. Sono incandescenti, come le due tavole della legge frantumate con rabbia contro il tradimento del suo popolo. Sono incandescenti, di quel fuoco che abita il cuore delle cose quando disegnano grandi responsabilità. Sono incandescenti perché Mosè sente di portare il peso di tutta la gente che in qualche modo sta provando a fidarsi di lui. E anche a fidarsi di quel Dio con cui Mosè dice di parlare. Sono incandescenti quelle pietre perché Mosè lo intuisce, anche la nuova legge sarà infranta, sarà sempre così, ogni legge in qualche modo autorizza il tradimento.

In fondo hanno ragione, pensa Mosè, come fai ad ubbidire a delle tavole di pietra? Come fai a essere fedele a un codice di regole?

Poi il Signore scende dalla nube, e Mosè non se l’aspettava. Nessuna nuova regola, il Signore scende e si ferma presso Mosè e gli consegna il suo nome. E Mosè lascia cadere le due tavole, e inizia a comprendere. Che le dieci parole non sono solo leggi da rispettare, sono le note di una sinfonia, sono l’inizio di una danza, sono porte che aprono a una consapevolezza nuova. Mosè, mentre vede il Signore scendere dalla nube e consegnarsi alla sua creatura, comprende che la verità non è una regola ma è il farsi prossimo ad ogni uomo, comprende, Mosè, in un attimo, il cuore di quelle dieci parole che, se lasciate sulla pietra, non servono a niente ma se lasciate libere di incarnarsi possono trasformare gli uomini da branco confuso a compagni di viaggio.

Dieci parole per inaugurare legami di amicizia, per permettere alle relazioni di trasformare la vita: e allora io non rubo nulla a chi amo e non perché è scritto in qualche codice ma perché ho affetto sincero per chi vive accanto a me. Perché quando qualcuno prende qualcosa di mio mi sento violentato. E perché mi sento legato a mio fratello, a ogni essere vivente, sento che siamo parte dello stesso destino. E se riesco a fermarmi in casa del fratello sarò ospite e non avrò interesse a ucciderlo, a tradirlo, a usarlo. E se consegno il mio nome a qualcuno vuol dire che saprò amare consegnando tutto di me. E questo basta, e non mi importa più se è scritto in qualche decalogo, non è più importante essere ubbidiente, è urgente e fondamentale provare a essere felice.

Mosè comprende che lui non crede nel Signore perché ha letto il decalogo ma perché si è sentito amato. E allora o la legge aiuta ad amare Dio, gli altri e perfino se stessi oppure la legge stessa sarà solo l’ennesimo idolo, la scusa per sentirsi giusti. Ma il Signore è sceso dalla nube e si è fatto vicino, questo conta, e vuole che anche noi iniziamo a danzare la possibilità della prossimità. E camminare leggeri negli occhi di un amico, come il Signore sta facendo con Mosè, e lasciare un profumo buono di misericordia e di pietà, di pazienza, di amore e di fedeltà.

Le mani di Mosè sono vuote, le tavole di pietra sono cadute, non servono più, hanno accompagnato fino a lì, fino a un incontro. Non si può comandare di amare, non è la legge che può dare felicità, il decalogo è indicazione di percorso, è il racconto della traiettoria che porta al Signore, a se stessi e ai fratelli. La verità è un incontro. Non saranno i dieci comandamenti imparati a memoria a convertire, non sarà la catechesi, nemmeno la messa, e tantomeno questa mia riflessione, tutto è segno, traiettoria, al cuore di tutto c’è un incontro. Mosè capisce che ai suoi fratelli non deve portare un documento divino ma un volto luminoso, il volto bello di un innamorato, gli occhi lucidi di chi ha fatto esperienza della danza sensuale di un Dio che, sceso dalla nuvola, si è messo a danzare per il suo amato.

Mosè porterà ancora le due tavole di pietra ma comprende che bisogna avvicinarsi tanto, tantissimo a quelle pietre, fisicamente, vicino, così vicino da leggere parola per parola, così vicino da leggere lettera per lettera, così vicino a ogni singola lettera da non riconoscerla più, vedere solo un solco nella pietra, come un sentiero, ed entrare in quel solco e camminare incontro al fuoco d’amore che ha inciso per sempre la Sua Fedeltà alla nostra libertà.

La verità chiede sempre il rischio di un incontro. Noi non ci fidiamo delle leggi, noi ci affidiamo solo alle persone che ci amano.

Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio”. Come se il Signore avesse inteso l’ambiguità della lettera. Basta regole, basta insegnamenti, basta spiegazioni. Ciò che è stato scritto e ciò che sarà scritto dovrà essere riletto alla luce della decisione divina di consegnarsi all’uomo. Ad ogni uomo. Gesù è Amore fatto carne, è il messaggio definitivo, l’uomo non è solo creatura tra le creature ma è lo spazio della consegna di Dio al mondo. La Scrittura ricorda la verità incisa nella carne.

Chiunque crede in lui”. Credere in Lui non come atto di obbedienza a una dottrina ma come sconvolgente consapevolezza di essere la generazione presente di Dio, di essere lo spazio in cui il Signore incide la sua presenza nel mondo. Credere è sentire di essere il frammento di mondo che può generare la prossimità divina al creato. Se non ci credo sono già perduto, condannato dalla mia ottusa pretesa di credere in un Dio comprensibile fuori da me stesso. Se mi accolgo, se assumo la mia carne e il mio sangue come sacramento dell’Eterno, come sacro spazio in cui il Signore, dopo essere sceso dalla nuvola in cui l’avevo confinato, si ferma e mi consegna il suo nome, cioè entra nella mia carne, in quel momento io credo.

Credo in me, credo in un mondo da amare, credo in un Dio che non è da spiegare ma da respirare, credo di essere lo spazio prescelto dall’Amore per mettere casa nel mondo.

Trinità A 2020

Questa casa non è un convento

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“Questa casa non è un convento”

Io vivo in una casa, proprio in una casa normale, non è eremo, non è convento. In un convento si vive in tanti e c’è sempre qualcuno all’accoglienza in casa mia ci sono…io.
Lo dico perché sta succedendo sempre più spesso che qualcuno viene a trovarmi, ed è chiaro che la cosa mi dona gioia (e un po’ mi imbarazza)… il problema è che può succedere che io non ci sia, o che sia impegnato con altri incontri… in quel caso io non posso far altro che scusarmi e chiedere di tornare un’altra volta… ma è un peccato!
Mi spiace molto, anche perché qualcuno macina non pochi chilometri. Datemi ascolto, prima di venire mandate una mail così ci accordiamo e non fate un viaggio a vuoto. Grazie!!!!!
PS: State prenotando COMETE in tantissimi…grazie!!!!!
Indirizzo mail: alexd31575@yahoo.it

Prenotazione di COMETE

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Ecco a voi “Comete”… un po’ rivista, un po’ libro… leggibile solo su carta…

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Cosa ci trovate all’interno?

Una riflessione tutta nuova che parte dall’ascolto del Requiem di Mozart, di quello di Silvia Colasanti e dalla parole di Mariangela Gualtieri.

Un editoriale comparso tempo fa sul notiziario di Arcene ispirato al film “The Tree of Life” di Terrence Malick

Un testo per una veglia di preghiera scritta anni fa, alcune preghiere…

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COMETE sarà disponibile solo su ORDINAZIONE. Entro e non oltre lunedì 8 giugno (questo per abbattere i costi… si stampa solo il numero richiesto)

Dal giorno 8 in poi… ASPETTIAMO… vi terrò aggiornati… e poi… sarò io stesso a spedire le copie.

Una volta ricevuta la copia a casa (solo da quel momento! Non prima) si può procedere al pagamento nella forma preferita: bonifico, PayPal…

Perché non pagare subito? Perché mi prendo io i rischi, se non arriva niente non pagate niente.

Quanto costerà? lo deciderete voi. In totale libertà. Vi assicuro andrà benissimo tutto, anche niente, quello che uno vuole e può. A me basterà rientrare dai costi di stampa, ma ormai vi conosco, non farò fatica. Quello che viene in più tanto sapete che lo userò per continuare a sognare di sistemare le stanze per l’accoglienza qui a casa.

COME ORDINARE? è facilissimo, cliccate su questo link (oppure copiatelo e incollatelo…) e seguite le istruzioni:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdEd726HOXc3X0az7_3OtsfFB2NzWfSVHybEApkjPbctOTGow/viewform?usp=mail_form_link

“Comete” è un lavoro che germoglia da un terreno di grande affetto e amicizia…

Grazie di cuore a Herbert per il prezioso lavoro di grafica, a Fabio e Gloria per le fotografie!!! E’ bello tornare a fare qualcosa insieme anche a distanza!

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