L’ho lasciato uscire (dalla chiesa)

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foto: “L’ho lasciato uscire” (dalla Chiesa).

Ieri c’era questo uccellino in chiesa. L’ho liberato aprendo la finestra. Una delle celebrazioni più commoventi. Sapessi farlo più spesso!

 

Sei tu che celebri

 

Sei Tu che non hai mai smesso di celebrarci.

 

Sei Tu, Amore

che mai come ora sei

chinato nelle nostre carni

morenti

d’amore.

 

Sei tu che baci

i nostri corpi

riconciliandoci con la fragilità

d’essere

dell’Infinito

respiro.

 

Sei tu che parli

dentro

le voci

commosse dal silenzio.

 

Sei tu che

profumi di fragranze

corpi

mai così raccolti.

 

Sei tu che celebri

e io per decreto

di essere uomo

mi commuovo di tanto amore

che riempie la mia

beatissima inutilità.

 

 

 

L’amore fa paura Emmaus Terza domenica di Pasqua

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foto: Il cielo di Crocetta

Liturgia Parola Terza domenica di Pasqua

L’amore fa paura

(Emmaus Luca 24)

III Pasqua anno A

Riconoscere. Non “credere” o “vedere”. La fede è un atto di “riconoscimento”.

Non è facile.

Non puoi mostrare niente se non il passato. Ferite comprese. Gesù non apre finestre sul paradiso, Gesù lascia entrare luce sul passato attraverso le ferite.

In fondo sarebbe stato più semplice credere in un Risorto da cercare Altrove. “Andrà tutto bene”, mi sento ripetere, ma non funziona così per la fede, la fede è riconoscere la sua presenza, il suo passaggio nel cammino degli uomini. Cammino quasi sempre faticoso. Eppure visitato. Lui è Colui che ha attraversato e continua ad attraversare la mia storia. Senza risolverla.

Smettete di interrogarvi sul futuro della chiesa, vi prego, non mi importa niente se tutto tornerà come prima oppure no, se la fede smetterà di essere virtuale, se i laici troveranno maggior spazio, non mi importa niente. Io voglio riconoscerlo ora. Nella piazza vuota di San Pietro. O lo riconosci anche lì (soprattutto lì) oppure crediamo in un Dio diverso.

Fede non è gettare il cuore oltre l’ostacolo, sperare nel paradiso. Fede è atto di coraggio. E di memoria. Tornare da capo, rientrare nella vita e scoprire che Lui è passato da lì. Anche se non lo immaginavamo così. Anche se non lo vogliamo così, anche se sentiamo che quel volto di Cristo sofferente e appassionato degli uomini non ci porterà lontano. Anche se è fare memoria di un fallimento. Inutile fingere.

Anche se, quando lui c’era, noi siamo scappati. Perché il divino non è per niente consolatorio. E reggere il Suo volto è anche terribile. Per favore smettete di parlarmi dell’amore come di qualcosa che rende facile la vita. Lo sappiamo tutti che dall’amore spesso scappiamo, perché l’amore espone e fa paura.

Allora si aprirono loro gli occhi”, mi vengono in mente Adamo ed Eva, si aprirono loro gli occhi e scoprirono di essere nudi. E il paradiso si chiude. Ecco credo che la fede sia esattamente questo. Scoprire di essere nudi. E che nudo è pure Dio.

Per favore basta rivestire quel corpo esposto in croce di paramenti di ogni sorta per coprirne lo scandalo. Lasciate che a mettere il mantello a Cristo siano i soldati, per prenderlo in giro. Chi lo riduce a essere un re potente secondo le nostre logiche, chi usa la religione per il potere prende il giro Cristo e prende in giro se stesso.

Fede sono occhi che si aprono al dramma della nudità. Credere è come fare l’amore, bisogna essere nudi ed esposti. Ed essere disposti al dolore. Della consegna. Totale.

Riconoscerlo in quel gesto di pane spezzato e in quella benedizione piovuta su cuori impauriti e traditori. Riconoscerlo grazie a un cuore che ricomincia a battere, che “arde nel petto”, un fuoco, unico gesto degno di fiducia. Ai cuori tiepidi, a chi finge innamoramenti, a chi parla del Signore con gergo da burocrate, a chi tiene nel cuore la sete di potere, a chi non sa piangere, a chi non sa gioire, a chi non si arrabbia, a chi è sempre in controllo, a chi spiega ogni cosa, a chi non si commuove, a chi mi vuole insegnare come devo rispondere al dolore, a tutti voi, dal cuore spento, vi scongiuro, non parlatemi di Dio, non vi crederei mai. Non vi crederò più.

Bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”, chi può reggere la portata di questa frase? “Cuori lenti”, dice Gesù ai due discepoli. Cuori lenti, di quella lentezza che ci prende e ci stringe alla gola quando il dolore decide di inchiodarsi nelle nostre carni. Eppure in quel patire c’è la Sua presenza. In ogni patire. Bisogna passare di lì. E non una volta per sempre. Non come un incidente di percorso. Per favore smettete di dire che ci dimenticheremo di questo dolore. Perché io non voglio dimenticarlo. Anzi, voglio farne memoria. Ma lo capite che l’unica cosa che possiamo dire di Lui è la Sua presenza nel cuore del dolore? Fate questo in memoria di me. E non sta parlando di paradiso ma di carne e pane e vino e sangue. Memoria della croce, memoria dell’amore. Memoria di una cena ultima in cui amore e morte non sono mai state tanto vicine. Memoria di quando lui era con noi e noi non l’abbiamo riconosciuto. memoria di quando lui è con noi, con me, adesso, e io voglio scappare. I due di Emmaus non lo riconoscono a Emmaus, lo riconoscono nella memoria dell’Ultima Cena. Dove chi ama davvero, forse chi ha capito davvero, è stato quello che è fuggito. Ed era notte.

E poi un racconto, all’inizio di tutto un grande racconto. Uno di quelli che ti vien voglia di ascoltare milioni di volte. Tutto inizia sempre con una storia da raccontare, con una storia che mi racconta. Anzi, a leggere bene, tutto inizia con qualcuno che ascolta. Perché prima di tutto Gesù, come sempre, domanda e ascolta. “Cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Io non so bene cosa sarà il futuro, non mi appassiona nemmeno più di tanto il destino della pastorale, non mi interessa proprio, non credo ci saranno grandi stravolgimenti. Credo invece che il Risorto si divertirà ad abitare le domande delle persone che hanno voglia di ascoltare, di ascoltare davvero. Cioè di lasciarsi fecondare dalle parole dell’altro, di coloro che hanno voglia di fidarsi dell’altro e di cambiare punto di vista grazie all’altro. Ci sarà una buona parte di chiesa che continuerà a voler spiegare ad ogni uomo come deve comportarsi per ereditare il Regno e ci sarà qualcuno che semplicemente ascolterà con interesse le fatiche della gente. Magari non si sentirà chiesa, ma sarà frammento del Suo volto. Io non so come sarà il futuro ma mi piacerebbe pensare a Crocetta come a uno spazio in cui insieme, seduti uno vicino all’altro proveremo, in silenzio, ad ascoltare… cosa sono questi discorsi che state facendo? Siamo noi. E siamo confusi e bellissimi.

III Pasqua A 2020

 

Per scaricare il numero di Maggio di “Macerie”:

MACERIE_n1_Maggio_wwwalessandrodeho.com

MACERIE

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Ecco a voi il numero zero di “Macerie” un periodico a cadenza occasionale.

Alla fine di queste righe trovate il pdf da scaricare.

“Macerie” è bellissimo, graficamente intendo, per questo ringrazio Herbert Bussini, un professionista, un artista, soprattutto un amico.

Ma subito due domande importanti, poi, se volete, continuate a leggere…

  1. Cosa ne pensate di questo numero? Commenti e consigli per correggere il tiro. Il silenzio lo prendo come una bocciatura del progetto.
  2. Sareste perfino disposti a pagare per leggere i prossimi numeri? Se sì preferite la versione elettronica (meno poetica ma più economica…tipo 3-4 euro) oppure la cartacea (bella, profumata e da collezionare ma, purtroppo, più cara…tipo 8-9 euro?). I prezzi sono indicativi, dovrò appoggiarmi a qualche piattaforma per il commercio elettronico (a proposito….consigli?)

ed ora se volete potete continuare a leggere:

Perché un periodico?

1. Perché mi mancava uno spazio in cui scrivere in modo libero a partire da quel che mi ispirava il momento (lo facevo negli editoriali del Notiziario Parrocchiale di Arcene)

2. Perché ho una montagna di archivi interessanti (scritti, preghiere, ritiri, prediche, pezzi di libro…) che chiedono una seconda possibilità

3. Perché ho un sogno, riuscire a sistemare le tre stanze di casa mia che potrebbero diventare luogo di accoglienza per chi desiderasse condividere il mio stile di vita per 1 o 2 giorni

A questo punto buona lettura.

MACERIE_n1_Maggio_wwwalessandrodeho.com

Ah, qualcuno ha chiesto se “macerie” è il mio libro, no! Quello è fermo per Coronavirus… doveva essere già in giro… lo troverete qui… spero presto…

http://www.amazon.it/Maria-cammino-Alessandro-Dehò/dp/8831552759/ref=sr_1_3?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=maria+deho&qid=1587822830&sr=8-3

 

 

Voglio Morire

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Articolo scritto per la Caritas di Bergamo

Voglio morire

Bisogna voler morire. Impararlo. Con pazienza. Ogni giorno, prendere una parte di noi e ammazzarla. E farlo in silenzio. Come gesto sacro. A noi stessi. Giorno dopo giorno. Sgranare la morte. Rosario sapiente.

E mentre facciamo morire una parte sempre nuova di noi smascherare ogni tentativo di fuga. Accorgersi che la maggior parte di quello che facciamo non è altro che un tentativo di resistenza (patetica ed inutile) al dramma del morire.

Facevo l’infermiere, secoli fa. Mi ricordo benissimo il germogliare in me di un pensiero lucido e terribile, ero un ragazzino e avevo visto molte persone morire, molte anche guarire, ma mi ricordo perfettamente il senso di sconfitta anche davanti alle guarigioni. Fingevo di non chiedermelo eppure l’ombra era lì: quanta vita abbiamo regalato a questa persona? Morirà comunque. Non esiste soluzione. E il dubbio c’era: abbiamo solo dilatato la sofferenza di vivere.

Chissà se è stato anche questo pensiero a portarmi in seminario, chissà. Pensavo di poter trovare, da prete, le parole giuste per l’Irreparabile. Dare Senso. E allora ad ogni funerale ecco l’ossessiva attenzione, il maniacale senso di responsabilità, il voler trovare qualcosa di personale da dire per ogni fratello, per ogni sorella morta. Ed entrare nel Vangelo e usare tantissimi brani diversi per poter rileggere la vita dal punto di vista del morire. Per dire che a risorgere si impara ogni giorno, amando. Ora non sono più in parrocchia e i riti funebri sono la cosa che mi mancano di più. Ma forse nemmeno questo bastava, davanti alla morte. Nemmeno opporre parole di vita e di amore.

Adesso scrivo da una casa immersa nel bosco, ho appena perso papà, in modo drammatico, ma fuori la primavera si ostina a cantare. Non mi dà fastidio. Ma conservo memoria dell’inverno appena trascorso. E non dirò che la saggezza è nel sapere che dopo l’inverno c’è la primavera ma, al contrario, saggezza è nella primavera stessa che, spietata, si consegna ogni anno all’inverno. Quello dobbiamo imparare. Imparare a morire. Perché l’ultimo respiro umano è sempre invernale.

Imparare a morire, come a sapersi consegnare un pezzo alla volta al Mistero. Come voler insistentemente indicare un Altrove che deve essere per forza più grande di una semplice transitoria primavera. L’inverno come pertugio, porta stretta, passaggio. Pasqua?

Io voglio morire un pezzo alla volta per imparare a sentire che ogni parte dell’uomo aspira all’Eterno. O credere e imparare questo oppure consegnarsi al dramma di una vita senza senso.

Vi prego di non leggere queste righe come un esercizio sterile di pensiero. Prendere sul serio il morire significa accorgersi di quanto, per esempio, anche le nostre attività parrocchiali siano spesso un tentativo di non riuscire a morire. L’iperattivismo, anche di certe Caritas parrocchiali, nasconde spesso, in tantissimi volontari, la paura di morire, di essere inutili, di non contare più niente, di uscire dal gioco dopo la vita lavorativa. Sentirsi utili, va bene, ma fino a quando?

Intanto moltiplichiamo. Le nostre parrocchie moltiplicano. Anche in questo periodo di Coronavirus guardo con certa malinconia l’ingenuo tentativo di tante parrocchie… via web si moltiplicano i tentativi per non morire. Si replica una pastorale identica all’ordinario ma usando canali diversi, come Facebook, canali che fino al mese scorso qualcuno considerava la rovina delle comunità. È chiaro che chi crede in questo sta solo prendendo tempo per sperare di tornare presto ad un “prima”, quando le cose, secondo lui, funzionavano.

Io credo che questo tempo, il modo in cui stiamo reagendo, stia svelando ancora una volta che non abbiamo più il coraggio di accogliere la faticosa realtà della morte. L’evangelico destino del seme. L’ineluttabile vocazione cristiana al fallimento e allo scarto.

Questo può essere il momento per tornare a imparare a morire, per spazzar via l’ingenua retorica dell’eterna primavera. Questo è il momento di tornare a prendere sul serio il tema della Morte. Magari iniziando a lasciare vuoti molti degli spazi occupati. Magari imparando a fare più silenzio.

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Sottovoce (appunti disgregati) (Giovanni 20,19-31) II domenica di Pasqua anno A

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foto: Muro cappella di casa mia, Mozzacoda Crocetta, stamattina

Liturgia Parola seconda domenica di Pasqua

Sottovoce (appunti disgregati)

(Giovanni 20,19-31)

II domenica di Pasqua anno A

Sottovoce, come se non volesse disturbare, senza incrinare la poesia del silenzio. In punta di piedi, come quando il sole tramonta e accarezza di buio la valle incartando un po’ di calore in ogni casa.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei…

Servono porte chiuse e come paglia solo il sacro timore di morire. Serve silenzio e intimità, serve che non ci sia molto più dell’essenziale, un po’ di pane e almeno qualche traccia di calore umano. Serve una vita deposta, come dimessa. Serve sapere che di resurrezione è inutile parlare, è qualcosa di intimo, qualcosa che germoglia dentro.

Dentro, e al buio. E al silenzio. Pronunciare la parola “resurrezione” in una piazza o in una chiesa, alla luce del sole, impastandola di suoni di campane troppo decise, gettandola nella rissa delle lingue, dipingerla in opere d’arte, immergerla in catechistici proclami sarà atto blasfemo e sostanzialmente inutile. Nemmeno Tommaso crederà all’annuncio, che non basta dire “abbiamo visto il Signore”. Chiudere le porte, creare un grembo protetto, sapere che nemmeno gli amici crederanno per “sentito dire”. Che anche la nostra non si può chiamare fede se è solo per sentito dire.

Serve che non si creda, nemmeno per un secondo, che la resurrezione sia come girar la pagina di un libro. Credere è scendere, scendere dentro, imparando dal Risorto, incamminarsi silenziosamente dentro le piaghe della vita. Che non saranno mai tolte. Io questo riesco a crederlo, che vivere la resurrezione non è abbandonarsi al sogno che “andrà tutto bene”, non è credere nell’esistenza di un posto sospeso e angelico, non è abbandonarsi alla luce, non un eterno riposo, non è un liberarsi dalle angosce terrene per diluirsi in un Infinito senza confini… io, come Tommaso, voglio che le piaghe siano prese sul serio. Non posso credere che vengano dimenticate.

In nome di questa vita, in nome del miracolo del nascere e del morire, in nome di chi ci ha creduto, in nome di ogni lacrima versata, di ogni violenza subita, di ogni ingiustizia. In nome di chi ho visto morire male. In nome di tutti i bambini a cui si è fermato il cuore, in nome di chi la vita l’ha subita… ma anche solo per me, che nel mio piccolo mi sono innamorato e fidato di questi giorni che diventano anni, anche solo per me che mi sono affezionato alle persone, che mi sono emozionato, che ho preso sul serio il compito di comprendere il dramma umano, anche solo per me, io non posso accontentarmi di una chiesa che dice “abbiamo visto il Signore”.

Io ho visto, come tutti, le piaghe e il sangue. Io ho creduto, come tanti, che forse sarebbe stato meglio non nascere perché il dolore è davvero qualcosa di insostenibile e ingiusto. Io alla vita terrena ci credo, con atto di fede totale, io non me ne faccio nulla di un Dio che abita un altro luogo, di uno che si dimentica del sangue e del dramma a cui siamo stati costretti. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Ha ragione Tommaso, mio gemello, mio simile, ha ragione Tommaso! A cosa serve la ripetizione di parole di speranza che non hanno il coraggio di entrare nelle ferite del mondo? A cosa serve una fede che davanti al mio sepolcro, al mio dolore, che è sacro (e che non dovete mai osare mettere a confronto con il dolore di altri!) ripete con fastidiosa sicurezza che Dio esiste?

Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Io quest’oggi ho solo appunti disgregati, dottrine frantumate, macerie esistenziali. Ma se oso anche solo far cadere qualche parola su questo sfondo bianco è perché Gesù le ferite se le è portate con sé. Anche oltre la morte. E mi ha chiesto di entrarci. Io alle ferite ci credo, nel dolore ho una fede incrollabile, io dentro le piaghe posso continuare a entrarci.

La fede è un atto di immersione, di discesa negli inferi del vivere quotidiano. La fede è non dimenticare, è tenere aperta una domanda, è vivere da feriti. Esposti. Io non so quello che sarà dopo, io, alla luce di questo Vangelo, posso dire che oggi il mio dolore non è dimenticato, che è preso sul serio. Io so che Qualcuno non lo dimentica, lo custodisce. Ci soffia sopra, come una mamma. E come una madre mi dice di riprendere a camminare, e come una mamma mi dice di non vivere da risentito, mi chiede di perdonare. Io mi fido solo di chi prende sul serio le mie ferite.

Mio Signore e mio Dio” non saresti “mio” se non abitassi il mio dolore, i miei drammi, le mie angosce. Non saresti “mio” senza memoria della mia vita, di chi ho amato, di ciò che ho perduto. A me non interessa che altri ti abbiano visto, io voglio imparare a sentirti mio. Come ferita incisa per sempre nella mia carne.

II domenica di Pasqua A 2020

ADAMO (Genesi 2)

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foto GERUSALEMME 2019

Scritto qualche mese fa per il notiziario parrocchiale di Romano di Lombardia

ADAMO (Genesi 2)

La bacio. Quando nessuno mi vede. Mi inginocchio e la bacio, con pudore, con passione, con gratitudine. Sento le mie labbra e spero di donarle lo stesso brivido che provo io. Mi avvicino e lei, che sembra sempre fredda e distratta, fa finta di non accorgersi e poi la chiamo: “madre”, sottovoce, perché lei ascolta. Quando nessuno mi vede mi stendo sulla corteccia del mondo, nel limite più estremo della vita, appena prima della sepoltura e la bacio, la terra, che mi è madre.

Arrivo da lì. Lo sento, siamo fatti dello stesso impasto di materia calda e di acqua, e poi di un bacio, come di un respiro. Tutto respira.

Mi avvicino piano e la bacio, la terra. Lo faccio spesso, lo faccio per ricordarmi da dove sono arrivato. Dove sto andando. Diranno che era un paradiso, per me lo è ancora, scacciato dall’illusoria perfezione ho imparato ad amare anche ciò che non avevo coltivato, innamorato del selvatico, del selvaggio, della libertà.

E poi bacio così ogni cosa che vola, cammina, striscia, scava. Bacio la vita che nasce e quella che muore, bacio i frutti prima di mangiarli e gli occhi della donna che amo, bacio i cuccioli d’uomo e di animale, bacio il vento, e lui sorride.

Mi chiamo Adamo, sono nato da un bacio.

Spesso vorrei tornare nel suo grembo. So che succederà, la chiamano morte, sembra una fine, per me invece la sepoltura è una semina. Ma se non hai mai imparato a baciare la terra questa cosa non la capisci. Adam, il mio nome è fatto di terra, terra sono e terra ritornerò. Non ho mai smesso di essere terra, terra baciata dal Soffio che Crea, quando il Creatore, visto da nessuno, si chinò a baciare questa massa immensa di fuoco e aria e acqua e terra. Solo le cose baciate prendono vita, non puoi baciare solo chi ti piace, devi baciare ciò che vivrà grazie al tuo Soffio. Il bacio non sancisce l’amore, lo permette.

Sei bacie e poi il settimo a se stesso. A baciare il tempo che paziente aveva sostenuto la Creazione.

La chiamo “madre”, la terra, e chiamo “padre” il cielo, e mi sento sempre più figlio dell’acqua e del vento, mi appoggio alle montagne e mi abbandono alle onde del mare. Il silenzio è il mio liquido amniotico, sono frutto dell’amore penetrante degli elementi, adoro il ciclo delle stagioni.

Sì, anche quel frutto rubato in fondo lo sento padre, è lui che mi ha permesso di rinascere a libertà e questo non posso negarlo. Che sia questo crescere? Che sia questa la vera anima delle uniche due azioni che ci sono state chieste?

Quel giorno, che poi è ogni giorno, è il respiro originario di ogni istante, quel giorno Lui ha deciso di disegnare sul nulla quello che ora chiamiamo Creato, da rimanere senza fiato, e lo continua a creare e ricreare con evoluzioni costanti, in mezzo a quel creato due azioni: “coltivare” e “custodire”. A noi definirle compito o privilegio. Che origine di ogni peccato è considerare obbligo un privilegio.

Coltivare, amare così tanto la terra, farci l’amore con tutto se stessi, fecondarla di sogno prima che di semi e vederla fiorire. Siamo al mondo per questo capisci? Solo per questo. Guardati intorno, vedi deserto? Accusa te stesso, non la baci abbastanza la terra, baciala! Amala! Sii poetico e visionario, se non vedi il frutto maturo prima ancora di seminarlo il frutto non verrà, se non hai capacità di trovare le parole per descrivere il gusto non ci sarà nulla da assaporare né per te né per gli altri. Non sto esagerando, lo vedi bene anche nell’educazione dei figli, nell’economia, nella politica, a scuola o in oratorio, se non vedi quello che ancora non c’è la tua presenza nel mondo è inutile. Innamorarsi è sporgersi insieme verso l’inedito, è avere fame di futuro, è vederlo prima ancora che accada e poi stupirsi, perché la vita quando accade, se è sognata, eccede.

E custodire. Cioè decidere cosa abbiamo il gusto di non smarrire, cosa pensiamo sia buono da mettere nelle mani dei nostri figli. Custodire, che non vuol dire preservare dall’usura e dal pericolo, quello è un malinteso dovuto al poco coraggio dell’uomo no, custodire è qualcosa di vivo, significa creare le condizioni perché ogni cosa risponda alla propria vocazione profonda, perché ogni cosa diventi quello per cui è nata. Vivere mille anni al riparo da ogni minaccia, protetto dalla furia degli eventi, non è custodia è disgrazia. Custodire non è gesto di difesa ma azione spregiudicata di innamorati. Chieditelo, davvero questo è il segreto, chiedersi ogni giorno se l’oggetto del mio amore è stato messo nelle condizioni per donare al mondo la sua unicità. Ogni giorno devi chiedertelo capisci? Custodire non è mettere sotto una teca, sorvegliare, uniformare, impedire il deperimento ma aiutare lo svezzamento, creare le condizioni perché il seme si scopra solo un passaggio prima della fioritura. Custodire non è tranquillizzare ma svegliare, scuotere, implorare ogni seme affinché trovi il coraggio di custodire la propria identità, sbocciando nello stupito inedito di un fiore.

Mi guardi con sorpresa, io chiudo gli occhi e respiro profondo, e sai perché lo faccio? Perché mi ricordo di quell’istante in cui il Suo respiro mi esplose dentro mettendo il moto il cuore. Lo sai vero che i baci sono respiri creativi, sono il tentativo di non dimenticare quell’istante in cui tutto ebbe inizio. Un bacio appassionato è il Suo respiro a rimetterci al mondo.

All’inizio di tutto c’è un bacio, sì e anche una carezza, noi siamo figli di un respiro e di mani che ci hanno plasmato, siamo figli adesso, non sto parlando del momento degli inizi ma di ogni inizio e di ogni nascita, ogni cosa nasce se baciata e accarezzata.

Che poi Gesù, il nuovo Adamo, venendo al mondo non ha chiesto altro, un bacio e una carezza, ha chiesto tutto.

Tramonto di Pasqua

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foto: Crocetta, adesso

Tramonto di Pasqua

Io questo lo posso cantare, io questo stavo aspettando, il tramonto del giorno di Pasqua. Il sole che scende a dire che la domenica ha ancora fine.

Ringrazio di cuore chi oggi ha portato anche per me il peso di parole enormi, dense, impegnative: Speranza, Gloria, Gioia. Ma anche Resurrezione.

Ringrazio per tutti gli auguri ricevuti, parole care, ricambiate. Parole solide. Ho avuto ancora più bisogno di vento e di vuoto oggi. E di questo sole.  Ho dovuto respirare tanto, e profondo, e muovermi lento, per sostenere il peso della cura.

Mi scuso se riesco a cantarvi solo l’ora del tramonto, ma lo faccio con fede, con una fede totale, radicale, che forse non ho mai avuto, non così.  Adesso canto il Vuoto, giurando che non è assenza.

Ora respiro, e lascio andare, questa la mia fede. Poter dire “non è qui”, poter continuare a dire, anche stasera: “non è qui”, questo è il nome del mio Dio, questo il mio nome.

Sono fortunato, tanto. Mi è stata data una grande opportunità, sedermi in un angolo di mondo che non ha pretese, non ha attese, vive una quarantena naturale, scelta, liturgica e toccante. Non servo a niente qui. Mi vogliono bene. E io attendo e provo ad accogliere. Sussurrando con un sorriso: non è qui.

Non mi sento troppo diverso da un albero. Godo del sole, regalo ombra. Ho bisogno di radici.

Io questo posso cantare, che tramonta il sole anche sul giorno di Pasqua, che il Suo nome è “non è qui”, che è “non trattenermi”, che siamo di passaggio, viviamo di esodo, ed è la sola grazia che conosco.

Mi scuso se vedo nelle chiese vuote di questi giorni il volto più bello di Chiesa, quello che si ritira, quello che poeticamente mostra un Altrove. Non credo durerà per sempre, quanto vorrei che non fosse solo un miracolo subìto. Tollerato a fatica.

Torneremo a riempire, purtroppo.

A me piacerebbe presidiare questo vuoto, perché in questo trovo poesia. In questa parola incartata nel pudore, quella di chi si commuove perché Lui passa, penetra le carni e scivola continuamente Altrove. L’Amore dilata nostalgie.

Io posso cantare solo di questo tramonto, mi spiace.

Questo mi piacerebbe fare, fino al giorno dell’ultimo respiro, anche quando tutto tornerà ad “andare bene”, anche quando ricominceremo, anche quando si riempiranno strade e chiese. Io vorrei continuare a raccontare di questo tramonto.

“Non è qui”, e fare spazio al Vuoto. “Non è qui”, e lasciar andare. “Non è qui”, e aprire spazi di deserto.

“Non è qui”, e far coincidere questo con il mio ultimo respiro. Imparare a morire.

 

FARE L’AMORE (risorgere) Matteo 28,1-10

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FARE L’AMORE (risorgere)

Matteo 28,1-10

Penetra

in silenzio,

finalmente

mi abbandono.

 

Si crepa d’orgasmo

la crosta terrestre

delle mie certezze

macerie.

 

Ansima

tra lacrime

incagliate

e trafitte.

 

Carezza

dal cielo

sui miei sassi sepolcri.

 

Grido

bianco, luce, neve

E godo.

Ormai dorme la guardia

di ogni mio pudore.

 

Non è qui,

ho già voglia di Lui.

Dal Vangelo secondo Matteo

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.

Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? (Isaia 53)

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foto: Crocifisso Foresti, Crocetta 2020

Venerdì Santo 2020

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? (Isaia 53)

 

Non mi consola sapere

che siamo noi le tue braccia,

non ho ancora così fede

nell’uomo.

 

Bestemmio l’arte

che da duemila anni

rende venerabile il dolore.

 

E non so più giurare

se sia stato il bacio

dato o ricevuto

a fiorire in tradimento.

 

Ma il Tuo volto sfigurato è

finalmente

quello di mio Padre.

 

 

Non andrà tutto bene (Uno scritto andando spesso a capo e una riflessione sulle Palme)

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foto: Viaggio in Tibet con Enrico, gennaio 2016

NON ANDRÀ TUTTO BENE

 

Non ditelo ai bambini che “andrà tutto bene”,

chiedetelo a loro,

invece,

di dipingere la tristezza per il gioco che si rompe,

per il nonno che muore,

per la sera che nasconde il gioco.

 

Non raccontiamoci che dopo “nulla sarà più come prima”,

è ora di imparare a non nominare il nome invano:

Niente, Tutto,

sono versi da balbettare solo dopo aver attraversato piaghe di preghiera.

 

Non crediamo che bastino le morti di migliaia

per cambiare un grammo di quel che siamo

non saremo migliori,

nemmeno peggiori,

saremo

e per qualcuno sarà pena aggiuntiva.

 

Certo, proveremo a tirare a campare, che è un gran bell’esercizio

se fatto senza retorica.

I cani pisceranno agli angoli di strade e gli avvoltoi

continueranno a blaterare in diretta un eterno riposo

per quella giustizia che definisce eroi

chi copre antiche ed eterne ingiustizie.

 

Come saremo dopo, cosa diventeremo tutti

è domanda stupida, non esistono “tutti” nella danza della vita.

Esisto io.

E chi non c’è più.

 

P.S. allego qui sotto la riflessione scritta mesi fa per il Corriere Apuano (www.ilcorriereapuano.it) sembra passata una vita. Parlo di strade. La ripropongo così. Secondo me fa un certo effetto in questo tempo di “restate a casa”.

“La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada”.
Occorre che torniamo ad amare le nostre strade.
Quelle strade che permettono ai nostri passi di essere Vita.
Quelle strade che sono possibilità di relazione.
Quelle strade che sanno di promessa, anticipazione di una dimora.
Occorre che torniamo ad amare le nostre strade.
Quelle strade che ci hanno visto crescere, e sbagliare, cadere e rialzarci.
Quelle strade che sono nude e aperte, che certificano il passaggio.
Quelle strade che continueranno a indirizzare cammini anche dopo che ce ne saremo andati.
Quel giorno la folla, a Gerusalemme, non aveva capito niente però.
Però gli piaceva l’idea di un Dio che non si barrica nel Tempio, che non si nasconde dietro il Velo, che si mischia con la gente. (Poi, la gente, ha avuto anche paura, forse perché sulla strada del Calvario aveva capito il rischio di un Dio troppo umano).
Occorre che torniamo ad amare le nostre strade.
Quelle strade che sanno di polvere e mistero.
Quelle strade che gridano povertà e sussurrano solitudine.
Quelle strade che Tu Signore continui a percorrere, Dio fatto carne per camminare in questa umanità troppo disorientata. Quel giorno la folla stendeva mantelli, perché è bello sentire che un Dio voglia camminare dentro di noi. Sul Calvario si divideranno le Sue vesti. Che l’Amore fa paura.
Occorre che torniamo ad amare le nostre strade. Quelle strade che ci vedono camminare abbandonando le sicurezze. Quelle strade che raccontano di una nostalgia, di una casa paterna da raggiungere.
Quelle strade che Tu Signore hai camminato per testimoniarci la possibilità di una direzione. Di un Senso.
Occorre che torniamo con Te sulla strada che hai percorso per entrare in Gerusalemme, profezia della salvezza pasquale che da allora scorre nelle vene del mondo.
Occorre che entriamo con te in Gerusalemme, incredibile messaggio di speranza per tutte le Gerusalemme del mondo. Occorre che torniamo alle nostre strade.
Quelle della nostra quotidianità. Quelle di cui conosciamo benissimo la polvere.
Quegli spazi di terra frequentata da chiunque che permettono l’incontro, la comunicazione, la resistenza semplice al dramma dell’isolamento.
Occorre che torniamo alle nostre strade, e che lo facciamo adesso, subito, con passione. E che restiamo fedeli alle strade, anche quando vanno in salita sotto un cielo buio che sembra tanto al tuo Calvario.
Occorre che torniamo alle strade perché tu, sulla strada, ci attendi. E che il nostro camminare possa diventare sempre di più seguire, seguirti. E che il nostro amore si lasci fecondare dal bisogno di muoverci incontro a Te, incontro al fratello, incontro a noi stessi.