Liberatelo e lasciatelo andare

papà a crocetta

foto: "Inizio", papà a Crocetta

“Liberatelo e lasciatelo andare”

“Liberatelo e lasciatelo andare”, era qui che volevi portarmi vero?

Ancora una volta.

Alla libertà.

Avevo camminato fino a qui tante volte, avevo percorso spesso la lunga pagina di questo Vangelo, fino alla fine, fino a quella frase: “liberatelo e lasciatelo andare”. Che bella la libertà, il porto sicuro, il più grande desiderio che ho in cuore da sempre. Nel ventre della morte, a tempo scaduto, a esplodere come un seme, sfacciata e tenera come la primavera: la libertà. Che sogno. Mi sforzo di crederti proprio per questa promessa di libertà.

Ma non bastava. Ieri ho scoperto che tutto questo ancora non bastava. E forse non basterà.

Non basta sognarla la libertà, nemmeno descriverla basta, o illudersi di battersi per ottenerla. La libertà è esigente, la libertà è una donna preziosa, dopo averla conquistata decide lei come e quando concedersi fino in fondo. Chiede di incarnarsi la libertà, di entrare nei muscoli, nel sangue, nel respiro. Di fare l’amore, di fare la morte. Chiede di abitare un sepolcro e poi di frantumarne la roccia. Come un seme. Come una fecondazione. Gravida è la libertà.

La libertà arriva solo alla fine e chiede tutto. E lascia senza parole. Lazzaro.

La liberà la puoi nominare solo dalla croce. Nel buio del Calvario, in silenzio. O dal fondo di una tomba.

Liberatelo e lasciatelo andare”. È stata l’ultima lezione di papà Franco, mi hai insegnato Signore, grazie a lui, ancora una volta, che le parole sono corpo, carne e sangue, che se si limitano a rimanere suono possono vagare, possono fare tanto male, ma non liberano nessuno.

Siamo fatti per diventare liberi, alla fine, ed è per questo che la morte di papà ha riportato calma nel mio cuore, e Vuoto. Calma, vuoto e lacrime: tutto ciò che accompagna la libertà di chi si ama.

Calma, perché è giusto lasciar andare. Anche quando si vorrebbe solo trattenere. Come hai detto a Maria nel giardino della resurrezione. Papà mi ha lasciato sempre andare, anche in questa ultima avventura a Crocetta. Quanto era orgoglioso!

Vuoto, perché questa cosa che si apre dentro e che rimbomba di ricordi è qualcosa di struggente e miracoloso. Perché la libertà ti svuota dentro, solo la morte rende evidente lo spazio lasciato dall’amore liberato.

Lacrime. Non è vera libertà quella concessa senza piangere. Non c’è nessuna verità nelle parole aride, nei cuori che spiegano la vita senza la pioggia salata degli occhi.

Sono stati strazianti questi giorni, inaspettati, sono arrivati a travolgere e stravolgere ogni cosa. Anche questo mio scrivere di cose tanto private, di farlo qui e di esporlo a tutti… non credevo fosse possibile. Ci ho pensato prima di scrivere. Sono stato sul punto di chiudere tutto, di stare da questa parte, col mio dolore e tutto il resto chiuso fuori. Poi invece ho scritto. E mi è servito tanto, perché solo scrivendo le cose nascono e mi parlano davvero, ne ho bisogno, è vitale. Anche papà lo sapeva, e adesso sa che mi commuoveva tanto sapere che stampava le mie prediche per portarle a chi gliele chiedeva. Tra poco uscirà un mio libro, non sarà la stessa cosa, non la stessa emozione.

Non avrei mai pensato di scrivere della morte di papà così, di scrivere per lui ma non per un funerale, di scrivere dalla camera di quando ero ragazzino, non avrei mai pensato niente di quello che sta succedendo. Non avrei mai pensato di pubblicare queste cose, fino all’ultimo ho avuto paura che fossero troppo nostre, non era e non sarà mai il nostro stile, ma qui è crollato tutto, ci sono macerie in giro e io posso fare solo questo, regalare parole, nella speranza che possano essere d’aiuto a qualcuno. Anche a costo di mostrarsi a nudo. La libertà vuole la croce, e sulla croce sei nudo.

Liberatelo e lasciatelo andare”, qualche giorno fa avevamo scelto di accompagnare la morte di papà con due pagine del Vangelo: il buon samaritano, perché il suo impegno per la Caritas è stato totalizzante. E poi la pagina della tempesta sedata. Papà è morto mentre papa Francesco, da solo, dal cuore del dolore citava la stessa pagina. Non è questione di segni. Non ne servono certo altri. Ma mi sono commosso. E stupito.

“Liberatelo e lasciatelo andare”, solo adesso sento la libertà vibrare appassionata nella carne, di quella passione per la vita, feroce passione per la vita che è stato il regalo più bello che papà mi ha fatto. Solo adesso capisco la mia disperazione dei giorni scorsi, solo adesso ho potuto dar nome a quello che ho visto negli occhi di papà il giorno prima che morisse, mentre piangendo segnavo quella croce di olio sulle sue mani. Solo adesso posso dire cosa mi ha spaventato di quello che leggevo nei suoi occhi, lì io non ho visto semplicemente dolore, non solo la morte, lì ho visto la negazione dell’uomo, ho visto, crocifisso a quel letto tutto ciò che papà non è mai stato, in quella voce che era sua ma non riconoscevo più, in quel letto a cui era ancorato, lui che le ancore le levava per gonfiare di passione i suoi giorni, io ho visto il contrario di ciò che chiamo fede. Quello che ho visto, quello che mi ha schiacciato di dolore è stato vedere mio papà nella totale mancanza di libertà.

Lazzaro non viene resuscitato, Lazzaro viene liberato. Ed è questo per me il vero volto della speranza.

La morte è la libertà.

Sono stati giorni strazianti questi, davvero non sarà più niente come prima, per me, per la mia famiglia di sicuro. Sono stati giorni in cui ognuno ha cercato il modo di sopravvivere, di stare a galla. Ci siamo scoperti vulnerabili, fragili. Ci siamo scoperti divini. Di quel volto di Dio che spero continui a voler visitare i miei giorni.

Un abbraccio a tutti,

grazie per i tanti messaggi, scusate le risposte veloci, ma vi prometto che vi ricorderò uno ad uno, nei prossimi giorni, nel Silenzio di Crocetta.

E poi verrà finalmente il momento in cui pregheremo finalmente insieme, liberi.

Alessandro

Manda già cattivo odore!

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foto: Ricordi del viaggio in Tibet

Manda già cattivo odore!

(la Resurrezione e la puzza della morte)

 

Gesù scoppiò in pianto”, davanti al sepolcro di Lazzaro Gesù scoppiò in pianto. E adesso venite pure avanti cattolici ferventi e teologi perfetti e dite a Gesù che non deve piangere, che non è giusto che si disperi perché tanto il Padre sta agendo anche dentro quel sepolcro. Fatelo sentire in colpa per quelle lacrime, diteglielo che la disperazione non è sentimento cristiano, dite che non vi aspettavate che proprio lui si lasci andare a un cedimento di questo genere, che in questo momento serve speranza. Ditegli che Lazzaro non è il primo e non sarà l’ultimo a morire, dite che la luce è dentro quell’ombra, ditegli che miracolo non è guarire ma godere dell’affetto di Marta e Maria e che non importa essere arrivato tardi, tanto i gesti di lutto erano solo consolazione personale, diteglielo a Gesù che la sua mancanza di fede lascia senza parole, ma diteglielo con delicatezza, perché un buon cattolico non alza mai la voce e non giudica.

A me questa religiosità delle risposte non appartiene per niente. Questa uccisione del dolore, ma con il sorriso, fa solo arrabbiare. Io credo che la vita, e quindi la morte, non si possa spiegare. Io credo che chi tenta di farlo sia irrispettoso o ingenuo. Io non credo a una religiosità che non valorizza ogni momento della vita, anche il più duro, io non credo nelle parole consolatorie di certa religiosità, credevo fosse chiaro già da tutte le riflessioni pubblicate fino ad ora.

Io a questa fede che sa sempre cosa dire non trovo nulla da chiedere.

Io a Gesù, sicuro, non avrei detto nulla, lo avrei lasciato piangere. E non solo Gesù, ma tutte le persone colpite da qualche dolore, le avrei lasciate piangere. Spero di non aver mai rifilato a nessuno, nel momento del dolore, risposte consolatorie, risposte di nessun tipo. Spero di non aver mai messo a confronto il dolore di uno con il dolore di un altro. Se muore qualcuno che ami non ti serve a nulla sapere (perché già lo sai) che sono morti in tanti. E non rilanciare mai con i dolori cosmici (“pensa a chi muore in guerra, o di fame…”) perché in quel caso considero diritti perfino la maleducazione.

Io di questa religiosità clericale, che vuole sempre tenere tutto sotto controllo, che vuole consegnare compiti ben fatti in attesa di un voto finale ottimo, che quando colora non vuole mai uscire dai margini, io di questa fede non so casa farmene.

E non è vero che non ho speranza, non è vero che non credo, credo fermamente che non finisca tutto qui, lo credo ancora di più oggi, dal ventre di questo dramma personale e collettivo. Non credo di aver mai avuto fede come in questi giorni. Forse però intendiamo cose diverse.

Io ho speranza, ma non nelle facili risposte, mi spiace, la mia speranza ha un volto, la mia speranza piange davanti al sepolcro di un amico. La mia speranza è il Cristo vivo, per come i Vangeli mi raccontano, la mia speranza è un corpo che continua a incarnarsi anche nel dolore. Perché resurrezione non è qualcosa che sarà se non è già qui, e se non si prende con se il dramma della vita.

La mia Speranza all’inizio di questa pagina evangelica, Giovanni 11, la storia di Lazzaro e di Marta e di Maria,  fa una cosa che nessuno osa fare “quando sentì che (Lazaro) era malato rimase per due giorni nel luogo dove si trovava”, la mia speranza invita il tempo, lo chiama il tempo, concede al tempo di essere il vero protagonista di questa narrazione, la mia speranza è Signore del tempo. E il Signore del tempo lo sa bene che non sono le risposte a essere importanti ma i processi di attraversamento (le pasque), il tempo va amato, custodito, adorato. Il tempo dell’amicizia, il tempo del dolore, il tempo dello smarrimento, della ribellione, ogni tempo. La mia speranza, l’unica speranza, non sta nelle persone che dicono che devo smettere di soffrire ma in questo mio amato Signore che mi permette di alzare la voce, lamentarmi, scagliarmi contro le forme ingiuste della vita, ribellarmi, anche gridare contro al cielo la nausea e la delusione. Il mio Signore mi spiace per voi, ma mi ama per come sono.  La mia speranza è in Cristo, Signore chi invita sempre il tempo a fare l’amore con la morte. Perché non ha paura di lasciare a ognuno di vivere quel tempo, prezioso. Di viverlo da vivi!

Gesù piange, non sorride da primo della classe, spiegando che tanto alla fine tutto si sistemerà, perché il mio Dio ha venerazione per ogni singolo attimo della vita, anche di quello che ai benpensanti sembra sconveniente. Il mio Dio non ha paura delle parole masticate e sputate, non mi condanna se quando scrivo uso il cuore, non viene a tenermi lezioni di catechismo se sto soffrendo. Il mio Dio è quello che lascia a Giobbe di essere Giobbe. E’ il Dio di Qoelet, è il Dio della Bibbia. Umanissima narrazione dell’umano in tutte le sue forme, senza censure. Dell’umano. Del suo fango e del suo spirito, di tutte le sue angeliche porcherie.

Gesù invita il tempo e lo apre con delicatezza in ogni angolo di quella narrazione, come si spiega la benda da un cadavere, come si apre una tovaglia per il pranzo, a ognuno il suo pezzo sacro di tempo, perché ognuno possa rispondere come vuole, perché quello sia tempo gravido, fecondo, di lacrime e di dolore, travaglio, parto, o semplice sfogo. Lui apre il tempo e lo abita in silenzio. Con noi. Senza finzioni. Il mio Signore è il Signore del tempo, non ha paura di lasciarlo essere, non vuole che finisca presto, non ha nessun problema a farlo parlare.

Gesù dona tempo a tutti, i primi in questa pagina evangelica sono i Dodici, lo dona con coraggio e accoglie le loro incomprensioni e le loro illusioni, “andiamo anche noi a morire con lui”, dice Tommaso, in quel tempo per lui ancora troppo acerbo, non aveva capito che si muore soli, che sempre si muore soli. E che la speranza ha bisogno dei giorni del sepolcro e che anche si risorge, ma sempre soli. Lontano da occhi che non possono capire, e non possono spiegare se non per poetiche evocative immagini. Non la si spiega la morte, non la si spiega la vita, neppure la resurrezione si spiega, per questo servono poeti, che non spiegano, evocano. Nella Chiesa oggi, servono poeti. Meno teologi, meno preti, più poeti.

Dona tempo a Marta perché lei “gli andasse incontro”, cioè perché lei scegliesse di uscire di casa e di risorgere. A suo modo. Con i suoi tempi. A lei serviva quel tempo e Gesù glielo concede, e concede a Marta la vitalità della ribellione “se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto…”  e solo dopo, senza lezioni ma con uno sguardo, senza condanna ma con tutto se stesso, parla di Resurrezione, ma non come concetto astratto ma come incontro. “Io sono la resurrezione e la vita”. Certo che lo sapeva Marta, certo che credeva in Gesù, ma davanti alla morte non basta sapere, occorre abitare il tempo e avere compassione e condividere il dolore, e stare e prendere per mano e lasciare che il silenzio cammini nel tempo per tutto la durata che vuole. E aspettare che Lui si faccia vicino. Nel frattempo, umilmente, senza paura, in silenzio, accennare poeticamente i gesti della Compassione, noi non siamo resurrezione e vita, ma possiamo evocare Lui. Ed è tutto quello che possiamo fare. Evocare in religioso silenzio. Senza fare fretta al dolore. Senza mostrare con parole troppo sicure, con parole che vorrebbero spacciarsi per parole di fede, che non sappiamo stare zitti perché in realtà abbiamo la stessa paura di morire di chi dice di non credere in niente.

Gesù dona tempo a Maria. Che si alza e vola incontro all’amico e non va a piangere al sepolcro come pensa la gente (perché la gente pensa sempre di sapere cosa sia giusto fare quando soffri!) e si inchina e anche lei chiede conto a Gesù. E piange. E Gesù non solo la lascia piangere ma piange con lei, capite? Io credo in questo Signore, in questo figlio dell’Uomo che prende sul serio le mie lacrime e le lacrime di tutti.

Si commosse profondamente e molto turbato”. Molto turbato, lo capite che non finge? Lo capite che da quel momento in poi non possiamo più chiamare in causa il Dio che risponde con esattezza e precisione ai dolori del mondo? Lo capite che si può aver fede mentre si piange, mentre non si prega, mentre si è turbati, mentre si è arrabbiati, mentre di vorrebbe solo morire, mentre non si capisce, mentre si litiga con Dio, mentre ci si sente delusi dalla vita…?

Ma io questo l’ho scritto in ogni pagina, davvero non si capiva?

Io ho tanta speranza, in questo Padre che ama il mio essere figlio e che non lo censura mai. Ho meno fede in una Chiesa impaurita che non regge la libertà del cuore.

Io credo in Cristo, nel Cristo della libertà, la libertà di togliere le bende da un cristianesimo che non vuole sentire la puzza di morte (Marta dice “Signore manda già cattivo odore!”).

Io credo nel Cristo che mi libera (“Liberatelo e lasciatelo andare”) anche se le mie parole puzzano di rabbia, puzzano di sconfitta, puzzano di dolore.

Io credo, credo davvero che non finisca tutto qui ma credo anche che tutto quello che noi chiamiamo “qui” sia lo spazio in cui ognuno deve imparare a scoprirsi liberamente e semplicemente uomo.

Io credo davvero in questo Cristo e credo che il primo movimento della Resurrezione sia la mia libertà di essere Alessandro.

RIDATEMI LA MORTE!

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foto: Viaggio in Tibet, gennaio 2016. Un tibetano pregando si prepara a morire

IO RIVOGLIO LA MORTE!

No, non è la morte a farmi problema, io la conosco la morte, mi cammina dentro da tanto tempo, da sempre, alla morte ero pronto, davvero. Non c’è riga che abbia scritto, non c’è pensiero, non c’è decisione, nemmeno sorriso che non fosse abitato da quel seme luminoso che è il morire.

No, non è la morte a farmi problema, è infatti proprio a partire dalla morte ho deciso la mia prima vera svolta vocazionale, se ho provato a essere infermiere è stato per un tentativo giovanile di dare senso a quel mistero. Non è bastato. Ma è stato prezioso.

Non è la morte a farmi problema, è infatti a partire dalla morte di un amico carissimo che valuto lo spessore di ogni possibile relazione perché è proprio la morte di Claudio, aveva poco più di trent’anni, ad avermi svelato la possibile profondità degli affetti.

Non è la morte a farmi problema, è a partire dalla morte che mi sono incamminato verso la mia seconda vocazione, mi son fatto prete, per questione di Senso, e pur cosciente di tutti i miei limiti e di tutte le mie mancanze, dei tanti errori e forse pure di alcune valutazioni vocazionali sbagliate, so per certo che non c’è stato momento per me più prezioso, da prete, dei giorni del lutto con le famiglie che ho accompagnato, mai momento più sacro e più umano del funerale. Per ognuno ho cercato di rendere prezioso quel momento, come potevo, con tutto me stesso. Ho sempre scritto omelie diverse e cercavo per ogni persona dei ricordi che provassero a rendere quel momento unico. Perché siamo unici no? Questo io lo credevo davvero.

Non è la morte a farmi problema, è la morte della morte a essere per me insopportabile. Rivoglio la morte, rivoglio tutto di lei, la rivoglio per come ho imparato a conoscerla prima di questi terribili giorni, io senza morte non posso vivere!

E’ morta la morte, l’abbiamo spogliata di tutto quello che la rendeva viva e anche cara, sicuramente preziosa. Non sono per niente pronto per questo modo di morire, non reggo questa mancanza di tutti gli atti del lutto, questo essere derubato della pietà, del silenzio, delle lacrime, non è morire questo, questo è scomparire. Ed è ingiusto, perverso, disumano, io questo non lo sopporto. E ho paura che per me sita iniziando una terza imprevedibile vocazione.

Non è la morte a farmi problema ma la morte del morire. Quella che sta portando via troppe persone, quella che sta umiliando le ultime ore di chi amo, quella delle bare caricate su furgoni militari, quella delle benedizioni frettolose davanti al cimitero e che qualcuno riprende e che poi arrivano via WhatsApp. E ti sembrano spezzoni di una fiction macabra e nemmeno troppo realista. Mi fa problema la morte del morire, quella morte che ha già ammazzato anche parte di me, in silenzio. Non si può morire così. Così non si riesce neanche a morire!

“In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” (Giovanni 11)

Domenica prossima è il Vangelo di Lazzaro, pagina di lacrime e speranza. Pagina che comincia con una tessitura preziosa di ciò che rende credibile la vita: un tempo, un luogo, relazioni d’affetto, un volto sofferente, ricordi d’amore, un grido di aiuto.

Io questo voglio Signore, questo pretendo. Non la guarigione, il miracolo, non che la morte sia sconfitta, lo so che la morte non è una sconfitta, non chiedo a te Signore, non chiedo intercessione ai tuoi santi, non chiedo niente di niente a  nessuno se non un minimo di coerenza. Un brandello di umanità. Il miracolo di poter morire. Non sono arrabbiato Signore solo sono smarrito perché credevo di poterla avere al mio fianco la morte, perché io l’ho sempre trattata con rispetto, l’ho amata, l’ho sentita come parte di me, l’ho interrogata, l’ho sedotta, l’ho pregata, l’ho resa la culla vivente della fede e spesso anche della speranza, e invece, dopo averci camminato vicino per 45 anni lei oggi non c’è più. Perché è stata portata via.

In quel tempo“. Invece non c’è tempo in questa quarantena, siamo tutti sospesi, io non so se mio padre riesce a contarli i giorni da sotto quel casco in cui si ostinano a sparare ossigeno ma spero proprio di no, perché sarebbe una tortura, so solo che provo a scrollarmi di dosso i suoi occhi imploranti ma non so più da quanto lo sto facendo,  un giorno? Un mese? Un anno? Non lo so, perché non so più che tempo sto vivendo, non mi è mai successo di non aver voglia di alzarmi al mattino, non mi è mai successo di sperare che arrivi subito notte. Non ha più senso mattina e notte quando sei in quarantena e aspetti che qualcosa cambi. Hanno ucciso il tempo, e quindi anche la morte che col tempo fa l’amore.

Lazzaro, Marta, Maria, Gesù… volti, storie, io lo so il volto dei miei cari ma solo perché me lo ricordo…ti stai accorgendo Signore che dei tanti Lazzaro che stanno morendo nei nostri ospedali noi non vedremo più gli occhi? Nessuna sindone per noi, nessuno sguardo a madri o discepoli. Nessuna lacrima, nessuna carezza, nessun cireneo, nessuna croce ben piantata sul Calvario, solo una voce di medico che dice che è finita. Ma senza volto, senza nome, è la morte ad essere uccisa. E io questo non lo sopporto.

Il villaggio di Maria e Marta. Già un villaggio, perché è il villaggio a dire di una mancanza, sono le case vuote, le strade che conservano qualche ricordo importante, le chiese, il cimitero. Qui è tutto chiuso. Io ero pronto alla morte, mi stavo preparando da una vita a far cantare e piangere le pietre e invece niente. Arrivano bare e non ci sono case aperte al dolore e alla visita dei parenti e degli amici, non c’è liturgia, non c’è lutto, non c’è preghiera, non c’è umanità. Io alla morte ero pronto, non ero a tutto questo, e mai lo sarò, non ero pronto a scoprire che la morte sarebbe morta prima di me.

Forse i ricordi, forse quelli rimangono, come quando Maria cosparse i tuoi piedi di profumo ma sai, non so più dove collocarli i ricordi. Sono stanco. Sono svuotato. Sono smarrito. Per appendere i ricordi serve una stanza in cui ci si possa sedere e raccontare e ricordare. Ma serve anche un corpo morto da guardare! Sono i giorni del lutto. Sono indispensabili capisci? E invece qui non c’è nulla.

Sono deluso. Ecco, forse più di tutto sono deluso, non riesco a essere arrabbiato, non riesco a prendermela con nessuno, sono solo deluso da questa vita che ho amato anche quando appariva ingiusta e bastarda, ma l’ho sempre rispettata, cantata, adorata. Adesso sono deluso per questo vuoto. Per questa morte della morte. Pensa se fosse successo a Te Signore, pensa se nessuno avesse potuto seguirti sul Calvario, se nessuno ci avesse parlato delle tue ultime ore, se nessuno ti avesse seguito. Se tu fossi morto senza Passione. Ecco, hanno ucciso la morte in questi giorni, io spero che possa risorgere, la morte dico, e il dolore, che possano risorgere dei modi per raccontarlo, altrimenti rimarrebbe solo una vita senza Passione.

 

Almeno credo. Spero.

ales

foto: Io “qualche” anno fa, la foto è scattata da papà

ESERCIZIO DI SCRITTURA SULLA BUONA MORTE

Ho provato a riscrivere, senza pensarci troppo, la preghiera sulla buona morte, così, come veniva. Ho provato solo a ritradurre secondo una sensibilità più mia senza limare troppo forma e pensieri. ho aggiunto alla fine anche la versione originale.

La foto qui sopra è antica, sono io da piccolo, mio papà è ottimo fotografo. La foto è sua. Secondo me eravamo a San Rocco, chiesa che negli anni 80 era ancora in campagna, fuori Romano, chiesa dove riposano i morti di peste. Lì ricordo lo scorrere impetuoso di un canale d’acqua, si intravede. Morte, vita, scorrere… Ho scelto questa foto perché credo che in questi tempi bisogna tornare a sentire che il morire e il nascere non sono momenti poi tanto lontani, almeno credo. Spero.

TU, MISERICORDIOSO

Quando le mie mani finalmente avranno imparato ad aprirsi e a lasciarsi trafiggere dal Vuoto, Misericordioso, finalmente, sentirò la tua carezza.

Quando i miei occhi finalmente vedranno quell’Invisibile tanto ingenuamente descritto, Misericordioso, amerò il Tuo commuoverti di me.

Quando le mie labbra saranno finalmente baciate dal Silenzio, Misericordioso, baciatemi.

Quando le mie guance saranno libere di sorridere e i miei capelli si muoveranno accarezzati da un vento che sarà solo mio e tuo, Misericordioso, bacia gli occhi di chi ancora non può vedere la luce nelle ombre.

Quando le mie orecchie finalmente saranno libere di ascoltare il suono del Silenzio, Misericordioso, io spero solo di riconoscerlo.

Quando la mia immaginazione sarà libera di essere finalmente se stessa e il mio spirito sarà definitivamente scivolato fuori dai limiti della convenzione, Misericordioso, fatemi conoscere la libertà dal giudizio e dalla condanna, vecchie miserie umane che non sono per nulla Tue.

Quando il mio cuore cesserà di battere, Misericordioso, io sono sicuro che voi leggerete tra le pareti di quel muscolo tutta la mia inesauribile fame di vita, è l’unica cosa di cui sono orgoglioso. 

Quando verserò le mie ultime lacrime, Misericordioso, raccontatemi tutte quelle che ho versato nella mia vita, anche quelle che non mi ricordo, perché lì io sono stato davvero me stesso. E bellissimo. Come tutti quelli che hanno un motivo per cui piangere.

Quando i miei parenti e amici si stringeranno attorno a me spero solo che imparino da te, Misericordioso, l’arte della misericordia.

Quando avrò perso tutti i sensi, Misericordioso, o sarai finalmente tu l’unico Senso oppure, te lo dico, potevi fare a meno di regalarmi il primo respiro.

Quando l’anima mia uscirà definitivamente da questa illusione ed entrerà nella Verità, Misericordioso, aiutatemi, tenero amante, a fare l’amore con quello che sarò diventato, con il mio Essere definitivamente nato.

Finalmente, quando saremo occhi negli occhi, quando vedrò per la prima volta lo splendore dell’Amore, sono sicuro che sorrideremo, piangendo di gioia, è finalmente terminata la tua attesa, è finalmente finito quel mio Riposo che sembrava eterno, eccomi venuto alla luce. E inizieremo a camminare. Ancora insieme.  

(Alessandro Deho’)

 

 LA VERSIONE ORIGINALE:

A NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO

Gesù Signore, Dio di bontà, Padre di misericordia, io mi presento innanzi a voi con un cuore umiliato e contrito. Vi raccomando la mia ultima ora, e ciò che dopo di essa mi attende.

Quando i miei piedi, immobili, mi avvertiranno che la mia carriera in questo mondo è presso a finire, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando le mie mani, tremole e intorpidite, non potranno più stringervi, Crocifisso, e mio malgrado vi lascerò cadere sul letto del mio dolore, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando i miei occhi, offuscati e stravolti dall’orror della morte imminente, fisseranno in Voi gli sguardi languidi e moribondi, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando le mie labbra, fredde e tremanti, pronunzieranno per l’ultima volta il vostro Nome adorabile, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando le mie guance, pallide e livide, ispireranno agli astanti la compassione e il terrore; e i miei capelli, bagnati dal sudor della morte, annunzieranno prossimo il mio fine, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando le mie orecchie, presso a chiudersi per sempre ai discorsi degli uomini, s’apriranno per intendere la Vostra voce, che pronunzierà l’irrevocabile sentenza onde verrà fissata la mia Sorte per tutta l’eternità, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando la mia immaginazione, agitata da orrendi e spaventevoli fantasmi, sarà immersa in mortali tristezze, ed il mio spirito, turbato dall’aspetto delle mie iniquità e dal timore della vostra giustizia, lotterà contro l’angelo delle tenebre, che vorrà togliermi la vista consolatrice delle vostre misericordie e precipitarmi in seno alla disperazione, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando il mio debole cuore, oppresso dal dolore della malattia, sarà sorpreso dagli orrori di morte, e sarà spossato dagli sforzi che avrà fatto contro i nemici della mia salute, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando verserò le mie ultime lagrime, sintomi della mia distruzione, ricevetele, o mio Gesù, in sacrifizio di espiazione, affinché io spiri come una vittima di penitenza: ed in quel terribile momento, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando i miei parenti ed amici, stretti a me d’intorno, s’inteneriranno sul dolente mio stato, e v’invocheranno per me, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando avrò perduto l’uso di tutti i sensi, ed il mondo intero sarà sparito da me, ed io gemerò nelle angosce dell’estrema agonia e negli affanni di morte, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando gli ultimi sospiri del cuore diranno che l’anima mia starà per separarsi dal corpo, accettateli come atti di una santa impazienza di venire a Voi e Voi, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Quando l’anima mia uscirà per sempre da questo mondo, e lascerà il mio corpo pallido, freddo e senza vita, accettate la distruzione del mio, essere come un omaggio che io vengo a rendere alla vostra Divina Maestà; ed allora, misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Finalmente, quando l’anima mia comparirà innanzi a Voi, e vedrà per la prima volta lo splendore immortale della vostra Maestà, non la rigettate dal Vostro cospetto; degnatevi ricevermi nel seno amoroso della vostra misericordia, affinché io canti eternamente le vostre lodi. misericordioso Gesù, abbiate Pietà di me.

Morire con i piedi (esercizi di scrittura collettiva sulla buona morte)

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foto: Patagonia, in viaggio con Enrico

Morire con i piedi

Oggi è il giorno di San Giuseppe, mi pare sia il protettore per la buona morte. E così mi è venuto in mente un vecchio mio progetto, oltre all’autobiografia dettata dalle morti che mi hanno cambiato la vita, vorrei provare a riprendere quelle tradizioni abbandonate da tempo, quelle pratiche per la buona morte che non sono più di moda. Non le conosco, ne ho sentito parlare, mi incuriosiscono. Sembrano così fuori dal tempo. Ecco, forse sto proprio cercando qualcosa che stia fuori dal tempo, cioè che non si lasci trascinare dal vortice dell’immediato. Stare fuori dal tempo, per vedere le due o tre cose che servono per non farsi travolgere.

 Volevo riprendere le pratiche o le preghiere per la buona morte per applicarle alla Chiesa che conosco, a questo modo di fare chiesa che non parla più, non respira, non ha battito cardiaco. Modalità di chiesa che sta morendo, ma che sta morendo male. Anche in questi giorni, convulsioni senza senso tra chi si appella a un Dio dei miracoli e chi sta zitto. Ma non in silenzio, zitto perché muto, perché non sa cosa dire, perché non si è allenato a trovare gesti, liturgie, parole che sapessero guardare al mistero del morire. Stiamo rincorrendo i social (che improvvisamente son diventati alleati!) ma sui social ripetiamo le modalità svuotate di un tempo, e allora che senso ha? Non sappiamo più guardare negli occhi la morte. Il fallimento. La sconfitta. Abbiamo sprecato troppo tempo nell’animazione degli oratori pensando fosse un modo per rianimare il cristianesimo. Abbiamo trasformato la pastorale in una serie di uffici, un’azienda, non abbiamo saputo camminare a fianco dei ragazzi da padri, siamo stati la loro controllata evasione. Ministri di un cristianesimo che non fa male a nessuno, svuotato del dramma. Senza sangue. Dissanguato, esanime, troppo pulito, indolore.

Forse il dramma di questi giorni che arriva come colpo tra le costole può aiutarci a riaprire gli occhi.

Serve una terza vita, non possiamo tornare al miracolismo medievale, non possiamo continuare a replicare pastorali insipide. Serve una terza via.

Ricordo che tanti anni fa, in uno scambio di opinioni tra giovani preti, dissi che sarebbe servita una catastrofe a rianimare i nostri oratori. Mi presero in giro. Forse avevano ragione ma quello che volevo dire non era augurar sciagure era che ero stufo di gingillarmi a scegliere il tema dei Centri Estivi, che il clima di ricreazione infinita dei nostri oratori mi stava nauseando, che me li ricordavo io i morti e il dolore e la ricerca di senso che animava il mio essere infermiere…

Fabio era un adolescente quando io ero a Scanzorosciate, giovane prete; Fabio adesso forse mi sta leggendo, chissà se si ricorda, un giorno si avvicina e mi dice “don, basta, ma parli sempre di morte!”. Avevi ragione Fabio, ma è stato il regalo più bello che ti ho fatto sai? Se impari a parlar di morte non hai buttato la tua vita, sai fare i conti con il cuore e con i nervi, con il corpo e con l’anima.

Insomma ste cosa della buona morte mi affascina e allora stamattina decido di navigare su siti che mai avrei pensato di considerare, cattolicesimo di vecchia data, puzza di conservazione, formule antiche, grafiche imbarazzanti. Ma per fortuna la mia ricerca dura poco, trovo subito un sacco di materiale. E allora stamattina comincio: riscrivo per me delle preghiere per la buona morte.  Se qualcuno vuole aiutarmi, riscriviamole insieme. La parte virgolettata è l’originale, il resto è mio. Se volete potete aggiungere, cambiare, riscrivere, scuola di scrittura collettiva sulla morte. Cominciamo da qui:

“Quando i miei piedi, immobili, mi avvertiranno che la mia carriera in questo mondo è presso a finire, misericordioso Gesù, abbiate pietà di me”. (Prima strofa della preghiera per la buona morte trovata in internet)

Ora che i miei piedi stanno, immobili, dammi o Signore la forza di accarezzarli, piano. Un inchino alla parte di me che mi ha sostenuto, una carezza a quelle radici sempre temporanee.

Mi sono stati fedeli, i piedi, sono stati il mio coraggio e la mia fuga, il mio sostegno. E poi, adesso che sono immobili, adesso che non mi portano più da nessuna parte, adesso, posso permettermi di guardarli con tenerezza, come le cose che non sono più utili, come un dipinto, come un’opera d’arte che non serve a niente se non a cantare bellezza.

Li guardo e per la prima volta, adesso che sono immobili, per la prima volta sento le tue carezze, quante volte mi hai lavato i piedi Amata Mia Disperata Ossessione! Quante volte mi hai concesso la follia della ripartenza! Quante volte mi ha permesso di camminare, anche quando fuggivo da te! Si chiama amore mia cara divinità piegata come madre al capezzale dei miei piedi.

I miei piedi, quelli che mi guardano ora, immobili, quelli che mi hanno portato dove il cuore non osava arrivare, che hanno assecondato nelle mie fughe meschine. Quelli che forse hanno anche calpestato qualcuno, ma tu lo sai, non c’è mai stata cattiveria. Tanta paura, quella sì, spero tu non la consideri peccato.

Ora che sono fermi, immobili, Signore, io vorrei ringraziarli per quando abbiamo iniziato, per i primi passi, per tutte le volte che mi sembrava di ricominciare, per tutte le volte che ho imparato da capo a camminare con loro.

Vorrei ringraziarli per le camminate in montagna e per i pellegrinaggi, per quando si muovevano in corsia, per quando salivano i gradini di un altare, per quando oltrepassavano la soglia di una casa dove mi aspettava un malato o un morto. Per le volte che speravano di essere solo accarezzati e mi chiamavano muti da sotto le lenzuola e non capivano il perché di tanto vuoto.

Ora che i miei piedi mi guardano, immobili, vorrei chieder loro scusa, per quando pretendevo da loro danze che non mi appartenevano. E visto che è l’ultima occasione, visto che non c’è più tempo, vorrei chiedere scusa per le scarpe troppo strette, per quando ho indossato contemporaneamente scarpe diverse, per le volte che non ho avuto il coraggio di camminare a piedi nudi, per la paura di ferirli, di ferirmi.

Non pensavo che si cominciasse dai piedi a morire. Da qualche parte bisogna pur cominciare. Si parte a morire dalle radici. I frutti rimangono anche dopo di noi.

Ora che i miei piedi, immobili, mi stanno dicendo che siamo al capolinea vorrei chiedere a loro di avere pietà di me, per le volte che non ho saputo portarli dove il sogno chiedeva, per le volte che non ho capito che le ali non sono più affidabili dei passi. Per le volte che non ho avuto pazienza. Per la mia antica diffidenza alla lentezza, perché da sempre cammino troppo in fretta.

Adesso che sto imparando a morire, e lo sto facendo a partire dai piedi, chiedo perdono per le volte che li ho convinti ad assecondare traiettorie che servivano a mostrare parti di me che non erano me.

Adesso che sto imparando a morire Signore, adesso, i miei piedi sono finalmente immobili, e tu puoi lavarli e accarezzarli con calma, e io finalmente, non oppongo più resistenza. Che sia questo morire? Che sia questo amare?

Voglio continuare a imparare a morire

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foto: Lo sguardo che parte da Crocetta (ciò che vedo da casa mia)

(A San Giuseppe, e alla buona morte)

Appena finirà tutto questo, perché finirà, in un modo o in un altro ma finirà, voglio tornare a fare quello che stavo facendo prima, fino a pochi giorni fa, voglio tornare a fare l’unica cosa che dona senso ai giorni, l’unica cosa per cui sento di essere al mondo, l’unica che ho capito, l’unica che oggi mi sento di chiamare “vocazione”: voglio tornare a imparare a morire. Imparare, a, morire, giorno dopo giorno. E imparare ad amare, certo, ma forse è la stessa cosa. Vita e morte si devono affrontare, prodigioso duello, sensuale ed erotica penetrazione.

Voglio tornare a casa, in alto, nel silenzio, in quella quarantena scelta lontano dall’illusione che il mondo sia scontato, disponibile, facile. Lontano da un mondo che si illude di non dover morire mai. Lontano dall’inganno che tutto sia sempre a disposizione. A Crocetta si muore ogni giorno, è il paese stesso a raccontarlo, troppe le case abbandonate per continuare a illudersi, troppi i muri crollati e i detriti di un tempo che non tornerà più. Troppi i ricordi, troppi gli abbandoni, troppi i vuoti. A Crocetta si vive bene perché la morte non si nasconde, canta in ogni pietra, danza senza inutili drammi, sorride dal ventre svuotato di ogni casa ridotta a maceria. A Crocetta la morte non mi fa così paura, perché non bisogna attenderla come ladro nella notte, a Crocetta il ladro sono io, arrivato in ore mute e in punta di piedi per chiedere ospitalità.

Voglio tornare a Crocetta perché quello è il mio posto, perché lì la vita e la morte sono sedute allo stesso tavolo. Voglio tornare nel paese dove niente è scontato, dove il silenzio non fa paura, dove non si possono chiudere i negozi perché i negozi non ci sono, dove la spesa si fa una volta alla settimana perché di scendere non si ha mai troppa voglia. Perché è meglio guardarlo da qui il mondo. Perché dove in tanti vedono una fuga tu lo sai, in cuore, che è proprio qui che hai finalmente smesso di fuggire.

Voglio tornare a Crocetta dove è la natura a dettare i tempi e la natura lo sa che non c’è vita senza morte. Voglio tornare a Crocetta dove non è questione di quarantena, si cammina spesso senza incontrare nessuno. Eppure quanta gente mi cammina incontro, sempre. Vivi e morti, a Crocetta non c’è differenza, il corpo diventa un santo campo di incontri e ricordi.

Voglio tornare a casa, a Crocetta, dove la mia agenda si è finalmente svuotata, dove non devo più fare o dimostrare niente a nessuno.  Dove il mio “non fare” è un sorriso al vivere morendo. Dove ho già fatto morire tanta parte di me, dove tante cose ancora devo imparare ad accompagnare verso la fine. Ho tante liturgie funebri da inventare, ho funerali da celebrare per ogni giorno che mi resta da vivere, per ogni gesto non riconciliato.

Voglio tornare a casa, voglio tornare a imparare a morire, e ad amare. Voglio fermarmi a Crocetta, camminare verso il santuario e accogliere, ma poche persone alla volta, e che l’accoglienza sia solo la condivisione della precarietà, e che ogni parola si possa caricare di verità. Voglio che venga solo gente che non si aspetta risposte, che non si aspetta facili consolazioni, voglio solo allargare uno spazio di silenzio, voglio solo srotolarlo il silenzio, e vivere continue liturgie di morte. E non creare comunità, gruppi, oasi… non costruire niente. Svuotare, lasciar andare. Morire. Sorridere. Morire ancora. E timidamente vedere resurrezioni, ma come quando vedo i caprioli danzare tra i boschi, lampi di poesia.

Voglio continuare a disarmare l’ansia da prestazione, e voglio dare dignità alla paura. E non aver più paura di fallire perché non c’è nessun obiettivo se non quello di fallire. E rendere solenne ogni sconfitta.

E smettere di volere. E accogliere e lasciare andare, e lasciar accadere.

(dedicato a tutte le persone che da ieri mi stanno regalando le loro storie di morte e resurrezione, grazie, grazie di cuore)

Ti scongiuro, smetti di fare miracoli Quarta Domenica Quaresima anno A 2020

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fotografia: Romano di Lombardia, Vuoto III
Liturgia parola 4 domenica quaresima anno A

Ti scongiuro, smetti di fare miracoli

(Cieco nato Giovanni 9)

IV Quaresima anno A

 

Perché l’hai guarito? Lui non ti ha chiesto niente! Sei stato tu a vederlo, lui non ha gridato, non ti ha implorato, non ti ha chiesto niente! Non ti ha pregato di riacquistare la vista, perché hai guarito quel cieco? L’hai fatto solo per dare una lezione ai tuoi discepoli? O forse è solo una leggenda questa delle guarigioni? Sai che preferirei fosse così? Un modo ingenuo che le prime comunità hanno trovato per farsi un po’ di pubblicità.

Non ne posso più dei tuoi miracoli, lo hai capito vero? Anche oggi, se dovesse smettere questa epidemia bastarda, se per qualche strano motivo dovesse fermarsi, dovremmo per caso ringraziarti? E i morti che non tornano più? E chi non hai guarito, e l’ultimo morto di questa catastrofe, ai suoi parenti cosa dovremmo dire? Chi aveva peccato lui o i suoi genitori per non essere contato nell’elenco dei salvati? E i morti che stiamo portando al cimitero senza un saluto, quale il loro torto, di essere morti troppo presto? No, per favore, non fare miracoli.

Il cieco del Vangelo di oggi, perché l’hai guarito? Non mi importa niente se da secoli ogni guarigione è sempre ascritta a tuo vantaggio, come fosse una prova della tua divinità, non mi importa più niente perché sai, in questi giorni, a me una domanda sta mangiando l’anima: ne valeva la pena aprire gli occhi? Non solo al cieco ma a tutti noi, e a me! Sono quarantacinque anni che vedo gente soffrire e morire, la morte mi è compagna di viaggio da sempre, ho visto morire in modo drammatico quando ero infermiere in ematologia tanti anni fa, ho visto morire amici, ho visto morire giovani, ho celebrato tanti funerali, ho sempre cercato di dire parole che reggessero l’urto del dolore ma… troppa morte! In ogni angolo, alla fine, morte. Sai che in ogni cosa che nasce io non posso non pensare che stia già morendo? Ieri mi son messo a scrivere la mia autobiografia scandita attraverso le morti che mi hanno cambiato la vita, giuro, l’ho fatto, sono tantissime. Se un giorno avrò il coraggio lo scriverò quel libro, dolente e tragico, ad ogni pagina non potrei non chiedermelo: ne valeva la pena aprire gli occhi per vedere tutto questo dolore?

Perché ti scrivo queste cose adesso? Perché non ho mai avuto il coraggio di dirtelo prima? Te lo scrivo perché domenica ho visto gli occhi di mio padre. Li ho visti da dietro un casco per la respirazione, lui voleva strapparselo quel casco ma aveva i polsi legati e io dovevo stare lì e guardarlo negli occhi mentre tra me e lui solo lacrime a dire che né io né lui non ne potevamo più. Io spero che mio papà esca da quell’inferno, io spero che torni a vivere ma a me i suoi occhi impauriti chi me li strappa via? Chi me li porta via dal cuore? Come faccio a dimenticarli? Qui si che ci vorrebbe uno dei tuoi presunti miracoli, ma per chiudere gli occhi del cuore su un dramma insopportabile, non per aprirli!

Anche al cieco, perché non hai chiesto a lui se voleva guarire? O meglio, perché non hai chiesto a quell’uomo se volesse nascere, perché di un parto si è trattato, una replica di Genesi, fango impastato per far venire alla luce. Perché a nessuno chiedi mai se vuole nascere? Perché è ancora considerato peccato voler morire?

Ti sei almeno accorto che a quel cieco hai rovinato la vita? Occhi aperti su un mondo infame. Genitori impauriti, amici che non lo riconoscono, una società che lo espelle, una chiesa che litiga su interpretazioni della legge, lui ridotto a un caso giuridico. Lui, solo, dannatamente solo, fuori dalla città, abbandonato. Hai aperto gli occhi sulla sua radicale solitudine. Perché si nasce e si muore soli e qui a Bergamo ce ne stiamo accorgendo con scandalosa quotidiana narrazione.

Ma nelle tue notti di preghiera ti sei mai chiesto se noi volevamo le tue guarigioni? E tutte quelle suppliche per guarire, tutti quelle madonne che dovrebbero far finire guerre e pestilenze, ma chi prega si è mai chiesto come giustificare eventuali prodigi agli occhi dei parenti di chi è morto?

Io spero che i tuoi miracoli siano solo un genere letterario, perché se fossero veri io mi schiererei dalla parte di chi non tu non hai mai esaudito. Di chi è rimasto cieco, sterile, paralitico, muto, indemoniato, peccatore. Io scelgo di andare con loro. Mi metto dalla parte degli inascoltati.

L’ultima parrocchia che mi ha visto parroco aveva un santuario, alla madonna del pianto, in tanti chiedevano grazie e miracoli, io non lo so ma non posso dimenticare chi da quella madonna ha ricevuto solo silenzio. Che parole usavo a quei tempi quando mi chiedevano benedizioni? Che non era la guarigione il miracolo ma l’umanità, che la madonna non era stata esaudita, che miracolo vero era piangere e avere qualcuno da amare, che miracolo è il modo di vivere la morte e la vita con piena umanità, come passaggio di maturità. Ma ti rendo conto? Ho sempre sperato che nessuna madre, dopo aver perso un figlio, tornasse a chiedermi conto di quelle mie parole.

Io spero che le tue guarigioni siano solo un genere letterario, oppure, ed è questa l’unica mia speranza, l’unica speranza che mi permette ancora di scrivere riflessioni sul Vangelo, io spero che sia vero che alla fine tu ti sia convertito, che tu abbia smesso di chiedere miracoli al Padre dei Cieli. Spero che alla fine tu abbia scelto, mentre forse anche il cieco guarito ti vedeva morire tragicamente in croce, di stare dalla parte degli inascoltati. Dei dimenticati, dei non guariti, di chi muore senza amici, di chi non è esaudito, ci chi muore oggi senza funerale, senza affetto, senza liturgie. Io mi auguro che tu abbia scelto di smettere l’arte del miracolo e di stare dalla parte delle madri che piangono e raccolgono cadaveri e non di quelle che promettono guarigioni in cambio di preghiere. Il fatto che tu sia morto fuori dalle mura, per mano della politica e della chiesa, sotto un cielo muto da parte di Padre; io credo che quel tuo modo di morire, quell’ombra dolorosa sia lo spazio che ti fa apparire affidabile ai miei occhi. Io credo e spero di avere il coraggio di morire stando dalla parte degli  inascoltati.

IV Quaresima A 2020

Rabdomante di vita (Samaritana al pozzo) 3 quaresima anno A

Cattura

foto: Romano di Lombardia, cielo, pioggia, tetti.

Liturgia parola 3 quaresima anno A

Rabdomante di vita

(Samaritana al pozzo Giovanni 4)

III Quaresima anno A

 

Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno”. Quanta poesia ho fatto Signore su questa tua stanchezza, su questo tuo bisogno di acqua, su questo tuo “voler aver bisogno di noi”, ricordi quante volte ho declinato questo pensiero? Solo che adesso è difficile, adesso che abbiamo bisogno che qualcosa cambi davvero…adesso che non è possibile continuare con questa tortura di assenze, adesso che ci è stato tolto perfino lo spazio dell’accompagnamento e del lutto, adesso è ancora più difficile accettare di vederti lì seduto, e stanco, come noi, nella sosta di un questo viaggio che tutti avevamo sognato diverso. Adesso è proprio dura accettare che tu sei il volto del Dio inutile.

Ma mi siedo con te, posso? Non dico niente, non ho parole, manca la lucidità di mettere in fila due pensieri. Mi metto qui solo perché sono abituato a te, e perché tra gente povera ci si capisce no? Mi siedo qui con te, nel cuore di questo mondo che in poco tempo ha dovuto imparare a nascondersi, non eravamo più abituati, ci è voluto un po’, adesso però non c’è quasi più nessuno in giro, l’orologio si è fermato per sempre su questo torrido mezzogiorno che toglie il respiro, come ora, qui al pozzo, tempo in cui nessuno esce di casa, per sempre mezzogiorno, un incubo. Ognuno è solo con le sue seti sempre più brucianti, senza un secchio per cavar un po’ d’acqua, davanti a un pozzo profondo che ha sempre promesso vita e che ora invece rimbomba solo sirene di morte. Ognuno è solo, come me e te adesso, e la solitudine fa più paura perfino della morte.

Il mondo si è ritirato. È una brutta sensazione. Abbiamo scoperto la verità, siamo sospesi su un mucchio di false sicurezze che semplicemente si sciolgono, sottrazione, una “contro-Genesi”, il silenzio inghiotte la Creazione. Un Dio che sembra rimangiarsi la Parola. Ed è cosa tragica.

Mi chiedi della Chiesa? L’ho vista in difficoltà anche stavolta sai? Ma è un mio punto di vista. Sappiamo solo litigare, da una parte chi crede che a furia di preghiere il Padre si svegli e faccia smettere questo flagello. Che per me questa è una bestemmia bella e buona. Dall’altra parte una fede moderna che, detto tra noi, non mi sembra in grado di reggere l’urto del mistero. Tante parole troppo insignificanti. Tanta aggregazione. Tanto illudersi che il Vangelo si chinasse fino a passare dentro a mille banalità. Io non ci ho mai creduto. Lo dico sottovoce ma mi sembra che la pastorale degli ultimi tempi si sia concentrata su altro, che abbia tradito il campo di gioco, invece noi siamo al mondo per fare i conti con la morte. E con l’amore. Che però senza morte è orfana ed inutile. Tenerle insieme amore e morte, questo il nostro compito. Il resto non conta nulla.

“Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù “dammi da bere”. Non ti avrebbe chiesto niente lei, sarebbe arrivata, avrebbe preso ciò che le serviva e se ne sarebbe andata. Eppure tu la fermi. La obblighi a sentirsi importante. Utile. Cercata. Non risolvi mai nulla tu, non sei per niente un Dio che risolve i problemi, neanche a pregarti, invece preferisci resuscitare nelle persone quel poco che hanno, rendi importanti le persone attraverso pochi pani, pochi pesci, un po’ di profumo, un’anfora…

Non riesco a non pensare a questo dramma collettivo, a questo smarrimento infinito, alla balbuzie pastorale delle nostre parrocchie. Bloccate non tanto da un decreto ma dallo smarrimento che viene dall’essere divise dentro. Ci siamo scandalizzati per la facilità con cui la gente ha fatto a meno di noi. In verità questo avviene già da tempo. E forse è giusto. Ci siamo intestarditi sulle liturgie da celebrare e non ci siamo scandalizzati per la nostra incapacità di resuscitare umanità buona nella gente. Sì, avremmo dovuto imparare da te e non ci siamo ancora riusciti, avremmo dovuto sederci al pozzo insieme a tutti a dire semplicemente “abbiamo sete” e “non abbiamo risposte”. Avremmo dovuto rimanere lì, stanchi e seduti e in silenzio, a ringraziare medici e infermieri, a fare i complimenti a chi si curava della vita, a chi non smetteva di cercare soluzioni, a chi teneva la mano ai morenti. A vedere presente il Vangelo dentro quei gesti di umanità che sono la vera e unica liturgia possibile. Il Vangelo resuscitato nei gesti di chi cerca, spesso invano, di mantenere umano l’atto del morire.

Invece di stare zitti proprio non riusciamo e riempiamo spazi con catene di preghiere, benedizioni dal testo discutibile, novene e…ti risparmio le forme di pastorale più bizzarre e di poco gusto.

Io ti guardo assetato e inutile e bello, qui sul bordo del pozzo, e mi vergogno della mia incapacità di accettare con pacificazione questo momento di sete e di inutilità profonda. Questo momento in cui non riesco ad accettare la mia fragilità, la mia rabbia, il mio senso di vuoto. Chiedilo anche a me Signore, chiedi qualcosa anche a me, chiedimi di darti da bere! Perché io non credo di avere nemmeno un goccio d’acqua. Ma tu la vedi. Rabdomante di vita.

“L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente di acqua viva”. Stai parlando con la samaritana, è una storia d’amore, le tue sono tutte storie d’amore. E come in ogni storia d’amore i baci non hanno capo né coda, non si comprende più chi dona e chi riceve, chi bacia e chi è baciato, e l’acqua diventa solo l’elemento per sostenere a galla due corpi che credevano di affondare. Amare e essere amati diventano inscindibili, si scende tutti nello stesso pozzo, abbracciati alla stessa corda, vertiginosamente immersi in un baratro profondo di estasi. E così scopriamo che c’è una sorgente di vita in noi. Ma che solo l’amore può svelarlo. Noi siamo il pozzo.

E io non so a cosa serva adesso amare e che acqua sia questa di cui anche io sarei sorgente, non lo so davvero. Non so davvero se riesco a chiedere il dono di diventare sorgente perché mi sento ancora e sempre più assetato. Ho sete di aria, di strade, di cielo, di sguardi, di affetti, di sorrisi, di tempo. Ho sete di rivedere chi mi manca, ho sete di strappare dal cellulare tutte le voci e i messaggi per seminarli nei loro corpi. Che lì è il loro posto, lì danno frutto. Ho sete di considerare ogni uomo una sorgente. Mi sorridi, forse finalmente ho capito, è questo l’unico miracolo. La sete di considerare ogni uomo una sorgente di divinità.

Mi sciolgo in un pianto senza fine. Sgorga acqua dalle ferite. Tra i singhiozzi le mie parole spezzate “…non finisce tutto qui vero? Non siamo comparse di un qualche perverso spettacolo? Parlami di eternità, dimmi che l’amore è più forte…”. Tu sorridi e bevi.

III Quaresima A 2020

Bisognava fermarlo prima

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Bisognava fermarlo prima

Certo che bisognava fermarla prima. Prima, prima, molto prima, era un volo prevedibile il suo, perfetto, chirurgico, va bene, ma prevedibile: decollo e atterraggio, va bene, senza sbavature… ma noi dove eravamo?

Fuori posto e fuori tempo. Stanchi, sorpresi, frastornati. E allora lei parte da lontano e arriva, e poi un tocco, come una carezza dolce e velenosa e lei si lascia sedurre e si ferma, proprio qui.

Non siamo ancora preoccupati, non riusciamo nemmeno a pensare, siamo lontani, troppo lontani dal punto di pericolo. Fuori area. A vederlo adesso tutti capaci ma lì, ci siamo fatti prendere controtempo.

Proviamo a recuperare, recupereremo subito, siamo in tanti, è solo un attacco, adesso poi la stagione si sta mettendo al bello, tutto ricomincia, e allora basta chiudere. Ma non chiudiamo, non in tempo e non insieme, non c’è gioco di squadra e allora lei cambia, uno scambio veloce, perdiamo le sue tracce, per un attimo, fatale, e mentre tentiamo di aggredire nel nuovo punto ferito ci accorgiamo che abbiamo aspettato troppo, che adesso lei è vicina, sembrava un attacco come gli altri, bisogna fermare, fermare e chiudere, e allora allarme, concentrati, ma lei è veloce troppo veloce e prende controtempo, noi ci siamo ancora tutti, siamo lì ma è chiaro che qualcosa sta succedendo e qualcuno lo intuisce, forse i più esperti, forse i più lucidi, sta accadendo qualcosa di inatteso, inaspettato, di surreale, in un vuoto senza senso, in un mondo che sembra altrove, nella fotografia più lucida della follia umana che non riesce a capire mai le priorità, che si accorge sempre dopo, che semplicemente non c’è, nel silenzio più assordante che io ricordi accade, accade che lo scambio va a buon fine, la traiettoria di inizio ritorna, dopo uno scambio rapido, al mittente, che ora è in zona letale, è più vicino, è noi siamo meno pronti, sempre più in ritardo, ma non è detta l’ultima parola, proviamo a chiudere la porta. Tanto lo sappiamo non può che andare a terminare la sua corsa… no, qualcosa succede, una torsione delle attese, una sfida alle leggi della scienza, solo un folle poteva aspettarselo, o i visionari, o gli artisti. Inchiniamoci al re, alla sua corona, siamo stati colpiti e affondati, non c’è più niente da fare, è il colpo definitivo. E lui corre, corre, corre…

…si avvicina, non c’è nessuno in giro, ci aspettiamo che metta la maschera, bisogna metterla la maschera, e poi tu lo fai sempre e invece no, oggi no, corre e si avvicina, corre e questa volta cerca amici, cerca un abbraccio e noi lo vediamo ed è come se corresse incontro a noi e non fa più paura. Io sono seduto sul tappeto, come quando ero piccolo, a pochi passi mio fratello, stremato da giorni di assistenza, e intanto lui ci corre incontro e lo sappiamo perché sta correndo verso di noi, perché papà è qui, sulla sua poltrona, davanti alla tele come sempre quando gioca la nostra Juve. Ma oggi è un giorno speciale, strano, è riuscito a lasciare per poche ore il letto e anche se non abbiamo voglia, che andava fermato tutto, che tutto era già fermo, alla fine ci siamo alzati in piedi e abbiamo pure esultato, e la maschera questa volta la mettiamo noi Paulo, quella mascherina che purtroppo abbiamo imparato a indossare quotidianamente, la mettiamo noi, a ricordare il tuo caratteristico modo di esultare, perché il tuo è uno di quei gol assurdi in uno stadio assurdo per un popolo assurdo che non sa più riconoscere le priorità, ma proprio per questo noi assurdamente abbiamo esultato, perché quella traiettoria velenosa non era la descrizione di un virus ma di un gol, un gol per un pubblico spaventato e assente, quel gol vogliamo vederlo come un richiamo. Forse una piccola profezia di speranza. Un gesto di atletica bellezza, come un dipinto chiuso in un museo, in attesa che si aprano le porte, ancora, in attesa che si possa ricominciare l’infantile e tenero gioco della vita. Nella vita che tutto possa ancora ripartire, per provare a immaginare visionarie traiettorie di vita.

Lo so che il campionato andava fermato, che non c’era senso, che nessuno aveva voglia, che a volte lo spettacolo non deve continuare. Però mentre scrivo mio padre, quello che ha esultato a fatica per il tuo gol caro Paulo Dybala, adesso è in ospedale e sta lottando con un fiato che non vuole tornare. E noi siamo qui, in quarantena, a sperare in un colpo di genio, in un improvviso scarto della vita, siamo qui ad aspettare ciò che fino a poche ore fa sembrava impossibile. Perché dopo il tuo gol papà è peggiorato e il ricovero è stato urgente e impossibile da rimandare. E noi siamo qui, vicini a quella poltrona, in attesa come te, Paulo, di lasciare finalmente la maschera per lanciarci in un abbraccio senza fine.

https://video.sky.it/sport/calcio/serie-a/video-juventus-inter-gol-dybala/v580748.vid

La vita è un Calvario, trasfigurato (e viceversa) (Matteo 17,1-9 ) II Quaresima anno A

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foto: sovrapposizione di foglie tra Crocetta e Montereggio

Trasfigurazione 2020

La vita è un Calvario, trasfigurato (e viceversa)

(Matteo 17,1-9 )

II Quaresima anno A

 

Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” perché questa visione senza Calvario non solo non può essere capita, non solo non può essere narrata ma proprio non può esistere. Perché la Trasfigurazione senza il monte “che aveva loro indicato”, quello della manifestazione del Risorto, quello del capitolo ultimo del Vangelo, non è nemmeno immaginabile. La Trasfigurazione è comprensibile solo alla fine, nell’atto della sovrapposizione dei fatti e delle loro interpretazioni. Come se la pagina di Vangelo appena letta ci volesse avvertire di non trattare mai la Trasfigurazione da sola, di ricordarci che è stata scritta dopo, insieme al monte Calvario e a quello dell’apparizione dopo la Resurrezione.

Credere di poter decifrare la Trasfigurazione, la vita tutta, solo rimanendo nel perimetro stesso del testo è atto di miopia, è un tradimento alla parola. Bisogna vivere sovrapponendo. Imparando l’arte di muoversi, che la Vita è cosa viva e se provi a bloccarla, come si faceva con certi insetti rari in una qualche bacheca di museo, in quel momento la Vita non è più viva.

Bisogna salire al monte della Trasfigurazione ma non accontentarsi, non credere che sia solo quel monte. Bisogna salire al monte della Trasfigurazione e sovrapporre il Calvario e sovrapporre il monte della Risurrezione e quello che emerge è un gioco di luci e di ombre misterioso e affascinante. Sovrapporre, sentire che la vita è fatta a strati e che basta graffiare via le apparenze per sentire che sotto il volto luminoso di Gesù ci sono le tenebre della passione, che sotto il volto crocifisso c’è la luminosità del Risorto, che dentro le pupille della Visione ci siamo noi, groviglio di luci e tenebre.

Dobbiamo imparare a leggere la vita così, spostandoci nel tempo, scendendo in profondità e volando ad altri sguardi, facendo dialogare gli eventi e il tempo e le cose, muovendoci. Altrimenti la vita inganna. Altrimenti avrebbe ragione Pietro: fermiamo tutto così, costruiamo tre tende che qui la vita è buona e promettente. Invece è proprio questo il peccato del discepolo, è questo il rischio terribile: fermare la vita come fosse un insetto da museo. Non accettare la complessità, la sovrapposizione, la mutevolezza e la transitorietà delle cose.

Scorrere e vivere a piani differenti. E mentre c’è luce sentire l’alito freddo delle tenebre appena lì sotto, dove c’è vita non fingere che la morte non esista, dove c’è amore sentire il brivido dell’odio, non accontentarsi della prima lettura, sapere che innamorarsi è già soffrire per la nostalgia, che stringere patti è già esporsi al tradimento, e stare in questa complessità, il più leggeri possibile. E sovrapporre. E così non diventare mai definitivi, sapere che sotto le apparenze c’è anche un’altra verità e che le apparenze sono comunque una verità.

Gesù parla con Mosè e Elia, invano chiedersi di cosa siano il simbolo, poco importa se rappresentano la Legge e i Profeti oppure no, quello che Matteo vuole dire è che Gesù sul monte parla con gente che di casa sta in cielo. Quello che importa però è sovrapporre e vedere che sul monte chiamato Calvario Gesù sta in compagnia di due farabutti, di due scarti della società, di due condannati, gente che di casa sta all’inferno. E di sovrapposizione in sovrapposizione andare sul monte della resurrezione e vedere, vedere chiaramente, che in quelle figure di discepoli dubitanti che si chinano a terra ci sono ospiti celesti e ospiti terreni, ci sono santi e assassini, ci siamo noi. Che siamo luce e tenebra. Che siamo trasfigurazione, morte e resurrezione.

E questo dovrebbe aiutarci a non fermare mai la vita in un giudizio definitivo, a non rinchiudere in capanne rassicuranti le nostre conclusioni sulla vita. Nessuna conclusione per ora, solo un cammino sui monti, dove la sinfonia dell’esistenza si muove tra luce e tenebre, santità e disumanità. Sapere e vedere che anche sul Calvario, strappando il velo, c’è un Cireneo, un centurione e soprattutto c’è lo spazio del perdono di Gesù. Sapere che anche sul monte della resurrezione c’è spazio per il dubbio. Sovrapporre e stratificare la vita ci aiuterebbe a rimanere umili, e capaci di chiederci continuamente come fare spazio alla luce, come graffiare via le pareti della tenebra, almeno in un angolo, almeno lo spazio per un raggio di vita in una trama di morte. Ma anche graffiare via la troppa luce, per non dimenticare l’ombra della morte, che per ora, respira in ogni istante.

Imparare questa complessità potrebbe essere buona cosa anche per i tempi che viviamo che, in modo più esplicito, hanno mostrato la fragilità e la transitorietà delle cose. Inutile chiudere la vita sotto le capanne della illusoria sicurezza, inutile chiudere fuori la morte (a morire per epidemia di solito è sempre qualcuno lontano!), non si può. Basta graffiare le apparenze della nostra luminosa civiltà ed ecco la morte arrivare e bloccare tutto. Così è. Così era già. Così sarà anche in momenti apparentemente più tranquilli. Ci dimentichiamo di sovrapporre le esperienze, di sapere che c’è morte nella vita, che bloccarci in un sorriso eterno e in un disimpegno vacuo è una follia. Graffiare la vita e lasciare che morte e vita scorrano una nell’altra. Imparare a stare, sempre e comunque. Sul monte della Trasfigurazione era davvero “bello per noi stare qui”? Forse, di sicuro bastava graffiare e sentire che la morte sorrideva di noi. Ma graffiare anche sul Calvario dove un po’ di luce è filtrata attraverso lo stabat Mater e anche se magari “non era bello” però qualcuno stava comunque. Inutile fissare l’esistenza, graffiare e far passare rigagnoli di luce e non smettere di fluttuare nella complessità.

Sul Calvario solo silenzio, sul monte della Trasfigurazione una voce “questo è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento: Ascoltatelo”. Quella voce, mentre il volto di Gesù è luminoso, è inutile. Ma se sovrapponiamo, se riusciamo a sentire quella voce sul Calvario… cambia tutto. Qualcuno sul Calvario, graffiando, la voce l’ha sentita. “Questo è Figlio di Dio!” vita sovrapposta e trasfigurata, luce nelle tenebre, parola di Centurione.

II Quaresima A 2020