Gesù uccide Dio (Matteo 4,1-11 ) I Quaresima anno A

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foto: Bosco della Madonna del Monte

Liturgia Parola I Quaresima anno A

Gesù uccide Dio

(Matteo 4,1-11 )

I Quaresima anno A

 

Non fare nulla, resistere, lasciare che le pietre continuino ad essere pietre, sperare che il pane sia condiviso per contrazione cardiaca di fraternità e non per imposizione divina. Resistere alla tentazione di riuscire, di apparire e di risolvere. In qualche modo resistere alla tentazione di essere Dio, di essere Dio come l’uomo lo immagina. Gesù quel giorno, e per tutti quelli successivi, Gesù decide di iniziare a uccidere Dio. Di uccidere l’idea di Dio che abita il cuore dell’uomo. E non ci riuscirà. Non ancora.

Nel deserto, faccia a faccia con il Divisore, tentazione unica per mostrare l’onnipotente divina natura, lotta a viso aperto, vita e morte in prodigioso duello, tentazione vera, quel giorno, come sempre, è: attaccare, mostrare, violentare a fin di bene, tentazione vera è schierare le potenze divine, umiliare il male, usare la forza. Ma forse non esiste nessuna schiera, e sicuramente quella non è volontà di Padre. Allora non resta che fallire, deludere l’uomo, mostrare che non esiste un Padre che trasforma in pane i sassi, non esiste un Signore che interviene a sostenere mentre si butta la vita, non esiste un Amore che usa il potere in nome del bene. Non esiste quel Dio, quel Dio va ucciso, con tutti i rischi del caso. Primo rischio tra tutti sarà che senza questa idea l’uomo non capisca più perché deve credere in una qualche divina inutilità. Non è facile uccidere Dio. Scelta che nessuno vuole davvero. Tanto che questa idea del Dio Onnipotente che ferma le guerre e i virus e fa miracoli se preghi continua a risorgere senza pietà. Tentazione vera è sapere che uccidere quel Dio è e sarà inutile perché l’uomo alla fine lo terrà sempre in vita. Gli serve, appunto. Per abitudine, per sopravvivenza o semplicemente per paura ma gli serve, gli si inchina davanti e a lui sacrifica.

Nient’altro che fallire. Agli occhi del mondo mostrarsi inutile e perdente, far scivolare via la sfida, in qualche modo imparare a essere fedeli a quel silenzio che rimarrà impenetrabile e scandaloso perfino sul Calvario. Un Padre muto, oltre le nuvole, mentre il figlio, sotto, muore per amore. Dramma senza precedenti. Dio è morto, in nome dell’umana libertà. Dio continua a morire per l’umana libertà. Mentre l’idea di un Dio religioso e potente, di un Dio della difesa delle tradizioni, ma anche di un Dio affidabile perché dialetticamente affascinante, o di un Dio vicino perché schierato solo con gli ultimi, o di un Dio comunque utile per riempire i nostri bisogni resiste senza pietà. Un Dio che non si arrende al silenzio continua a resuscitare, a rinascere, cocciuto come la nostra paura. Ognuno ha il suo Dio: preti, teologi, catechisti, missionari, santi, tradizionalisti, progressisti, politici, parrocchiani, veggenti, io e te che stai leggendo… ognuno ha il suo Dio e lo difende. Gesù invece prova ad ucciderlo.

Io non lo so se il Signore induce o non abbandona alla tentazione ma so bene, perché lo scrive il Vangelo, che il deserto, la fame e il ricordo di Esodo, non sono una sventura ma lo spazio che lo Spirito sceglie per Gesù. Una rischiosa benedizione. Per Gesù. Perché quelle tentazioni, quelle del vangelo, non sono le mie, non sono le nostre, qui non si sta parlando della tentazione vaga del potere, quella banale, quella che prende ciascuno di noi, qui c’è altro, qualcosa di indicibile, qui c’è il Figlio che impara lo scandaloso Silenzio del Padre. Qui c’è un Figlio che decide di deludere l’uomo in nome di una libertà che l’uomo, sinceramente, non sembra meritare mai.

Deserto, spazio della fame. Luogo che rende selvatici, come tigri, quando la fame azzanna il cervello, quando quello che rimane dell’uomo è un corpo minacciato, un corpo violento e pronto a tutto pur di sopravvivere. Gesù si fa davvero uomo, più ancora che in quella grotta di angeli e pastori. Qui Gesù incarna la natura dell’uomo che ha fame, di quello che siamo davvero quando la fame svela la nostra natura. Qui Gesù non parla astrattamente degli uomini ma si incarna nella nostra natura. Quando abbiamo fame diventiamo tigri violente. Quando abbiamo paura pretendiamo interventi divini. Quando non vogliamo morire ci inchiniamo a chiunque per essere rassicurati. Non sono tentazioni nostre queste, questa pagina è la descrizione più vera dell’uomo. Nel deserto, dopo quaranta giorni, Gesù si incammina nell’uomo, Gesù scende veramente nella nostra natura, ci svela per quello che siamo, senza finzioni, quello è il deserto e lì è chiamato a decidere: che razza di Dio vuoi offrire a queste tigri affamate di pane, sicurezza e potere?

Il divisore non ha dubbi: serve un Dio facile, uno che riempia i vuoti, questo chiedono, di questo hanno bisogno. E Gesù ci pensa, sente che in qualche modo è vero ma lotta. Il divisore non ha dubbi, l’unico Dio che continueranno a pregare anche dopo di te, Gesù, è quello che risolve la vita, che moltiplica miracoli, che è onnipotente. Gesù lo sa. Questa è la tentazione. Drammatica.

Ma Cristo sceglie di colpire quell’immagine di Dio, la colpisce a morte e continuerà ad ucciderla per tre anni, sapendo bene che quell’omicidio sarà la sua condanna a morte. Credo che Gesù sia figlio di Dio proprio perché uccidendo l’idolo si condanna alla croce.

Quel giorno nel deserto non è questione dialettica tra un Messia e il Tentatore, in gioco c’è l’uomo, c’è la grande tentazione: accontentare l’uomo e lasciarlo schiavo dei propri istinti o accettare di deluderlo, prestare il fianco alla sua banalità, consegnare dentro quel silenzio l’alibi per l’umano tradimento?

Io non so se il Signore induce o non abbandona alla tentazione ma so bene che quel giorno le tentazioni erano sue, erano così potenti da essere solo sue. E che se credo ancora in Dio è proprio per quel suo modo di uccidere la mia idea di Dio, anche se questo mi lascia sempre in cammino e insoddisfatto. Credo nel Padre per questa sua assenza, per questo suo silenzio, per aver fatto a pezzi le immagini di lui, anche e soprattutto le più devote. Io so bene, lo so ogni giorno di più, che credere è camminare incontro al silenzio, è uccidere l’immagine divina e consolatoria che cocciutamente risorge ogni mattina. Io so bene che tentazione è trasformare, accontentare, dimostrare, scendere dalla croce. Io so bene che tentazione vera è non fallire, non perdere la faccia. Vincere. Io so bene che ancora non riesco a morire. Ed è per questo che ti ringrazio Signore, perché tu presidi il deserto e muori sconfitto e vedi quell’uomo libero e divino, a tua immagine, che ancora io non riesco a far nascere.

I Quaresima A 2020

Basta poco (Levitico 19, 1Cor 3, Matteo 5,38-48 ) Settima domenica tempo Ordinario anno A

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foto: Mozzacoda

Liturgia Parola VII TO A

Basta poco

(Levitico 19, 1Cor 3, Matteo 5,38-48 )

Settima domenica tempo Ordinario anno A

 

“Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.” (Levitico 19)

Eppure basta poco. La santità è davvero cosa poca, feriale, umile, che non può far paura. Quasi un consiglio mite, sussurrato, per non rovinarla questa miracolosa esperienza, questo respiro di respiri che ci rende fratelli, che chiamiamo vita.

Cosa poca la santità, come l’aria, l’acqua e la terra. Come il fuoco e l’alba e i capelli e le rughe. Come un giorno feriale che non spinge per farsi ricordare. Come un’opinione non urlata, come ciò che non sopporta di essere ridotto a “evento”.

Cosa poca e famigliare la santità, spingerla sugli altari è stata spesso blasfema scelta trionfalistica. Maschile, becera. Dio ci perdoni. Lei comunque scivolava via, mai reliquia di virtù, lei sanciva la vita, la raccontava, la cantava, non interessata ad altro se non a dire che questa stramba commedia umana restava scrigno di stupore.

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il fratello” (Levitico 19)

Cosa poca la santità, come quando smetti di covare odio perché non ne puoi più di quello che stai diventando e allora inizi a scaldare nidi di compassione, a inventare gusci di custodia dell’umano, a riscaldare la vita altrui perché non si sciupi.

Non servono grandi cose per dire la santità, solo accorgersi di come l’odio, quando ristagna nello stomaco, stringe la voglia di vivere, rende acido il respiro e affannoso il cammino.

Santità è vivere, vivere vivendo, meglio che può, non per fare grandi cose ma almeno per non offendere chi all’Inizio ha avuto la brillante idea della Creazione.

Buona creanza la santità, come quando si riassetta il letto di una stanza che ci ha ospitato e si piegano gli asciugamani e poco importa se tutto verrà lavato, lo sappiamo, buona creanza. Io non so se voglio diventare santo ma avere il tempo e la tranquillità, appena prima di morire, di rifare gli angoli al letto, quello desidererei di sì.

“Rimprovera apertamente il tuo prossimo” (Levitico 19)

Poi aprire le finestre, e fare entrare aria e non nascondersi. “Apertamente”, dice Levitico, così vorrei imparare a vivere, per i rimproveri e per i complimenti, dire le cose apertamente, e Dio solo sa che martirio questa prova. Apertamente, senza nascondimenti, senza voler umiliare l’altro e senza morir di scrupoli. E sentirsi meno onnipotenti, e reggere l’urto dell’altro, che possa non capire è da mettere in conto, che ci si possa perdere anche. Che poi, a pensarci bene, anche qui, è atto di galateo, un minimo di gratitudine verso chi ci ha infilato tra le labbra questo canto capace di incantare l’universo che sono le parole. Santità è questo profondo rispetto per la parola, per ciò che si scrive e si dice, per il grande dono dell’incontro. Santità è lasciare alla parola di essere parola, è dire, apertamente dire, e accettare che l’altro non capisca, ma non tacere. E ascoltare, mi vien da dire, anche ciò che fa più male. Che a volte siamo noi gli offesi.

È cosa poca la santità, è evitare lo squallore delle vendette che tanto servono solo a moltiplicare odio e non riescono mai a rimettere insieme i cocci, è lasciare al vento il rancore, almeno per furbizia, per non rendere troppo pesante la vita. Poi sì, magari, imparare ad amare, prima di tutto ad amarsi, ma finalmente senza grande enfasi, con discrezione, come certi vecchi che non si dicono “ti amo” ma che si vogliono davvero bene, ed è grande cosa. Ecco, credo di essere stanco della parola “amore”, voglio imparare a “voler bene”, a stare accanto alle persone, provare a non appesantirmi di rancori, provare a vivere più leggero. Santità?

“Siete tempio di Dio” (1 Corinzi)

E lasciar andare, che non c’è tempo, che siamo Tempio di Dio, lo dice bene Paolo che poi aggiunge “tutto è vostro!” che è come quando in montagna trovi il coraggio di sentirti piccolo, lasci che il vento elenchi la secolarità degli alberi, permetti alle nuvole di spostarsi e lasci andare tutto e senti che il Tutto ti afferra, tutto è mio e io sono dell’Infinito. E il fascino è nel maestoso volo dei rapaci, ben oltre le sterili divisioni (“Paolo, Apollo, Cefa…”).

“…tu porgigli anche l’altra…” (Matteo 5)

È cosa poca la santità, è piccola, a raccontarla fai presto e fai presto anche a perderla. Bisogna tenerla allenata, perché la santità non è altro che la libertà. Come quando decidi di non opporre male al male ma lasci andare, porgi la guancia per mostrare che dalle tue mani non uscirà vendetta. Non perché sei buono ma perché sai che il male si nutre anche della violenza della vittima, perché se attacchi diventi complice. Perché all’urto della violenza puoi opporre un muro oppure uno spazio vuoto, un respiro, per lasciare che la rabbia si lasci accompagnare fino a possibile esaurimento. E quando, dopo essersi trasformata in lacrime, ti scoprirà ancora al suo fianco (dopo tratti di strada condivisi e debiti condonati) forse in quel momento sentirete l’intonazione della vita che ricomincia. Quella sì. si può chiamare santità.

VII domenica TO A 2020

 

Signore degli Incompiuti (Matteo 5,1-37 ) Sesta domenica tempo Ordinario anno A

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foto: Madonna del Monte, strada verso il santuario

sesta domenica TO A liturgia parola

Signore degli Incompiuti

(Matteo 5,1-37 )

Sesta domenica tempo Ordinario anno A

 

Perché non ne posso più

di chi abolisce il passato con sorriso sufficiente,

di chi ha sempre bisogno di smarcarsi dalla memoria,

di che segna il territorio alzando le zampe, come i cani,

illudendosi padrone. Non ne posso più

di chi trova sempre colpevoli,

di chi sa solo ripartire da capo, che poi è sempre e solo un contorcersi in sé.

Non ne posso più, nemmeno di me, per quando ostento distanze e sputo condanne per non ammettere paure.

Forse è anche per questo che mi sono innamorato di Te,

che non abolisci ma porti a compimento,

e accarezzi questa vita in movimento, trasformandoci in funamboli sempre a un passo da noi stessi.

Mi sono innamorato di Te, Signore degli Incompiuti, di chi, per fortuna, non può portarsi a pienezza perché vive costantemente in equilibrio tra terra e cielo, sempre a un soffio dal divino abbraccio.

Mi sono innamorato di te quando ho sentito che potevo sentirmi ancora nel grembo della vita, e che il mio primo vagito era solo l’inizio di questa gravidanza a piena umanità. Mi sono innamorato di Te quando ho sentito che solo l’amore porta a compimento. Perché sono stanco di chi ancora non ha capito che vero è solo l’occhio innamorato.

E con occhi innamorati liberare la Legge, fino all’ultimo trattino, strapparla dall’aridità dei codici, dalla follia della presunta oggettività, dalla banalità di chi si accontenta di applicarla, dalla paura di chi crede che sia lei ad aver bisogno di difesa. La Legge ha bisogno di essere usata in un gesto rivoluzionario d’amore, solo così si libera, e si porta a compimento. Nemmeno uno iota lasciare nella mano di chi non ha più coraggio di vivere per liberare il fratello.

Baciare, accarezzare, fare l’amore con la Legge e con la Profezia, fidarsi solo degli innamorati, sentirsi parte di un mondo in evoluzione, in perenne compimento.

E poi insegnare, in-segnare, segnare dentro, lasciare che la vita scriva il suo tratto sulle pareti dell’anima, scrivere sui muscoli con inchiostro di desiderio, non aver paura del Segno, amare fino a stordirsi, e sbagliare senza pietà, godere delle cicatrici riportate per ingenuità. Per quell’amore senza senso che segna come lama, che incide, che non si rimargina mai.

E non aver paura di lasciar scorrere il flusso delle cose,

stare nelle arterie della storia,

e non accontentarsi.

Gli innamorati non si accontentano mai.

E non basta non uccidere, occorre osare riconciliazioni, sfoderare la folle lama del perdono.

E non basta rispettare i confini della morale, occorre farsi a pezzi per amore, e gettare lontano tutto ciò che non è all’altezza dell’innamoramento, fosse pure il nostro occhio o la nostra mano.

E non ripudiarla la vita,

non ripudiarla mai,

nemmeno quando ti ha tradito,

nemmeno quando l’hai tradita tu.

E non giurare, mai,

diventa tu il tuo giuramento.

E non aver paura di ferire,

se ami devi ferire,

e dire “sì”,

e dire “no”.

Gli innamorati sono folli

e temerari

camminano il filo delirante degli estremi.

A loro giurare non serve, chi li vede, però, giura

che l’amore esiste,

che è ancora tempo di speranza.

Ecco perché mi sono innamorato di Te.

VI domenica TO A 2020

Lascia che sia Quinta domenica TO A 2020

 

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foto: Dulcinea e il tramonto

Liturgia Parola V TO A

Lascia che sia

(Matteo 5; 1 Cor; Isaia )

Quinta domenica tempo Ordinario anno A

 

E per mischiarmi con le lacrime, e per rendere profondi i sapori, e per poter trasformare l’impasto in pane e l’acqua in mare. E per provare e a rendere fragrante l’atto tragico di essere stati partoriti uomini. Vorrei essere sale.

Almeno per questo istante, dove parole non mie chiedono di essere impastate di acqua lievito e farina per poter reggere l’urto del fuoco e il sepolcro del forno, per poter risorgere a umana comunione.

Vorrei essere sale perché se non incontra la vita, se non la feconda, se non fa l’amore con la carne dei viventi rimane inutile, perché se crede di bastare a se stesso può solo conservarsi, immobile, e puro, e senza gusto.

Vorrei imparare ad essere sale per saper gioire del sapore cantato in vite non mie, per imparare a scomparire, a sciogliermi nell’altrui miracolo di essere al mondo, per esaltare il gusto della vita che non è data da me ma che da me può essere riconosciuta e cantata, vorrei imparare a colorare i sapori, a danzare le sfumature del gusto.

Vorrei imparare a essere luce, per il coraggio di sottrarre paura al buio, per la sfrontatezza della verità, per la costanza mistica di ogni alba, per l’ingenua impossibilità di tacere.

Vorrei essere come la luce, che non può illuminare se stessa, vanificando ogni inutile cedimento a patetico narcisismo.

Vorrei essere luce perché come lei, senza il gran teatro del Reale, anche io non avrei senso.

Vorrei essere come luce, perché lei è mezzo, perché quando diventa fine, quando chiama a sé, quando trova il coraggio di “far venire alla luce” è per far nascere vita, e in quel momento lei ritorna nell’ombra.

Vorrei essere luce, almeno per un istante, almeno per questo istante, mentre parole non mie sono già nate, mentre con lume appassionato e tremante provo a mostrare quello che non smette di stupire la mia povertà.

Vorrei essere come la luce, almeno per un istante, almeno per questo istante, anche solo per raccontare che non voglio nascondermi e che credo ancora che l’uomo possa operare il Buono, e per lasciarmi solo attraversare, per imparare a non trattenere, per lasciare che i nostri occhi ritrovino il coraggio di camminare il Cielo cercando un Padre.

Vorrei imparare braccia aperte, e crocifisse. E un cuore così coraggioso da mostrarsi nella sua tremante debolezza, e vorrei timore e trepidazione. E tanto silenzio. Che la potenza di Dio, lo dice bene Paolo ai Corinzi, non è esercizio di “discorsi persuasivi”. Ma ancora lo “dice”, Paolo, e questo lo rende teneramente grottesco, come tutti noi che ancora non abbiamo imparato a scomparire.

Vorrei imparare braccia aperte e crocifisse e il battito del cuore debole, vorrei imparare a lasciar andare ogni parola, a usarla, a gettarla a manciate, vorrei parole che si sciolgono e che si spengono, vorrei che ogni parola fosse un passo verso il Grande Silenzio. Vorrei che lo scrivere fosse come imparare a morire, illuminando e insaporendo, almeno un poco.  E morire. Morire. Morire.

Vorrei che tutte queste parole, predicazioni persuasive di sapienze non mie, mi svuotassero ogni giorno di più, fino alla fine, fino ad allargarle queste braccia sempre troppo strette, fino ad abbracciare il grande Suono, quello che tutto contiene, come sul Golgota.

Vorrei con Isaia parlare di Dio senza nominarlo più, che blasfemo sento ogni tentativo descrittivo. Vorrei imparare a dire Dio nel pane diviso con l’affamato, vorrei trovare il coraggio di dire che l’affamato sono io, mendicante di amore.

Vorrei con Isaia fare casa col mondo, coprire le altrui nudità, comprendere una volta per sempre che blasfemo non è imprecare al Dio invisibile ma usare le altrui fragilità pur di non ammettere le proprie povertà. Vorrei imparare a non trascurare chi mi è più vicino, e smettere di amare la povertà, la castità, e l’obbedienza per iniziare a imparare i nomi delle persone che incontro.

Vorrei imparare a dire che le ferite si possono rimarginare ma solo se accompagniamo processi e se smettiamo di imporre confessioni e perdoni svuotati del dramma.

Vorrei imparare a dire “Eccomi!”, che è il gesto più divino che si possa immaginare.

Vorrei finalmente dire “eccomi”, ma non a una idea di divinità, non a un sistema sacro, non a un sogno, vorrei dire “eccomi” a me stesso. Come Dio sogna per ognuno di noi.

E non avremo più bisogno di opprimere, di puntare il dito, di parlare male, e sapremo aprire il cuore. E brilleremo nelle tenebre.

Finalmente.

Perché finalmente avremo baciato libertà

V domenica TO A 2020

Iniziano i lavori alla Madonna del Monte! Ci aiutiate a cambiare letti e materassi?

Sempre stupito per un affetto e una generosità che mi superano immensamente riporto anche qui, su richiesta, per chi non ha Facebook.

Mi scuso per chi, già raggiunto via FB si vedrà recapitare una seconda volta il post. Abbiate pazienza. Grazie di cuore!!!

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Iniziano i lavori alla Madonna del Monte! Ci aiutiate a cambiare letti e materassi?

Mentre ancora vi ringrazio per l’adozione del libro di qualche mese fa (avete contribuito a pagare la cucina e a breve inizieremo a sistemare il tetto della zona di casa che diventerà accoglienza! grazie!) Adesso, vi chiedo, se volete, di contribuire non per casa mia per il Santuario (per chi non è esperto di Crocetta si trova a 15 minuti a piedi da casa e…speriamo possa diventare presto luogo ri-aperto all’accoglienza). In questi mesi tanti volontari hanno contribuito a riportare l’acqua, a rivedere impianto elettrico e idraulico…tra una decina di giorni alcuni amici inizieranno a pulire e imbiancare…intanto io ho ordinato qualche letto, materasso e cuscino… arriveranno, resteranno in attesa di essere occupati presto… se intanto avete voglia di adottarli…Grazie!!!!

banca appoggio INTESA SAN PAOLO Ag. 03829 di Treviglio

conto intestato a ALESSANDRO DEHO’

Codice IBAN IT55 R030 6953 6411 0000 0006 351

causale “Offerta Santuario”

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foto Pontremoli, falò

Presentazione Signore 2020

È tutto un grande addio

(Luca 2,22-40)

Purificazione del Signore anno A

 

Non mi trovo a mio agio tra purificazioni e riti, tra sacrifici di tortore e colombe e leggi che non capisco. Eppure leggere il vangelo è anche accettare di salire insieme a questi due ragazzini, Giuseppe e Maria, fino a Gerusalemme, è entrare nel tempio, esperienza straniante di cui si può solo intuire qualcosa, è trovare il coraggio di lasciar fare alle parole. È mettersi in obbediente ascolto di quei profumi, di quella storia, è non rimanere lontano da ciò che non si comprende. La lettura, qualsiasi lettura, chiede prima di tutto umiltà.

E poi loro sono bellissimi, Maria e Giuseppe dico, anche perché fanno quello che bisognerebbe sempre fare quando lo straordinario decide di scrivere enormità inattese tra le righe della vita: bisognerebbe semplicemente continuare a fare le cose ordinarie. Ed è quello che i due decidono di fare: salgono al tempio, senza scomporsi, dimenticano angeli e magi e pastori e, chiuso il presepe alle spalle, si lasciano mangiare dalla vita normale, quella dei riti e dei sacrifici. Sono splendidi.

Vita normale. Ma cosa è straordinariamente normale in questa storia? Presentare il figlio al Tempio, cioè riconoscere il mistero della vita, riconoscere che quello che hai partorito è un mistero più grande di te. E non perché quel bimbo si chiama Gesù e dicono sia arrivato sussurrato da labbra angeliche, no, occorre presentare la vita al Divino Mistero perché davanti a quell’essere vivente che ride, piange, succhia al seno, apre gli occhi, respira, davanti a quella vita uguale a tutte le vite, se non sei ingenuo o superficiale, quello che puoi fare è solo decidere di riconoscerne l’Immensità. Consegnare a un Mistero più grande. Non è questione di religione, non importa quale rito o sacrificio ti sembrerà raccontare meglio questo passaggio, puoi usare tortore o colombe o semplicemente metterti a piangere, quella si chiama preghiera, ed è questione di lucidità e franchezza.

Questa vita è più grande di noi e io purtroppo posso solo immaginare cosa significhi vedere un bambino partorito da un gesto d’amore, posso solo immaginare occhi che ti guardano e credo sia come ascoltare il sussurro dell’Eterno. Chiamalo Amore, Dio, Mistero, chiamalo come vuoi ma non farlo tacere. Mi pare sia un passaggio obbligato per diventare uomini. Sicuramente per comprendere che la verità di quel che siamo dovrebbe essere essenzialmente poetica, contemplativa, che significa imparare a vivere nella capacità di riconsegnare, stupiti, all’Origine, la maestosità della vita. Di ogni espressione vitale.

            Lo immagino emergere dal buio, sarei disposto a giurare in due occhi lucidi e luminosi, e in mani grandi e segnate dal tempo. Lo immagino possente, una vecchia quercia resistente, lo vedo solido e concreto, sacerdote capace di non lasciar evaporare la virilità nei fumi dell’incenso. Un vecchio che scopre Dio in un bambino lo immagino capace di amare, di fare l’amore con la vita, fino alla fine. Lo immagino così Simeone. Uomo piantato nella terra, su quella terra dove si vedono le cose nascere e morire, su quella terra in cui a un certo punto ci si sente molto soli perché tutto ciò in cui si è creduto è scivolato fuori dal tempo, perché gli amici non ci sono più e l’entusiasmo dell’attesa del Messia è da tempo messo a dura prova. Un uomo che sa cosa vuol dire morire. Ecco perché accetto che lui mi parli di consolazione, cioè dell’attesa di qualcuno che non si porti via la solitudine ma che la condivida: con-solo, qualcuno con cui stare. Simeone è l’uomo che ha preso sul serio la vita, che vuol dire prendere sul serio la morte, è l’uomo solo ma che non si rassegna all’isolamento. Simeone lo amo perché racconta che solo chi impara la solitudine e la morte, solo chi si impegna nell’arte di imparare a morire può essere così saggio e lucido da gioire per una vita che continuerà ben dopo di lui. Simeone non ha visto nulla di Gesù, solo un bambino, come tanti, ma gli è bastato. Di quel Dio misterioso gli importava solo di verificare se era affidabile oppure no, della vita gli importava capire se si muore in solitudine o se esiste un Dio compassionevole in grado di con-solare, si mettersi in mano d’uomo per non farci sentire abbandonati.

            E poi è tutto un grande addio, per dirla alla Paolo Conte, è tutto un lasciare, è una pagina che prende fiato prima dei tre anni cruciali del Cristo, tutti provano a fare quel che sarà loro chiesto alla fine, prove generali di resurrezione. Maria e Giuseppe lasciano andare Gesù e Simeone si rende disponibile ad andare… e a noi che leggiamo, mentre ci pare di sentire la voce rotta dall’emozione di una donna, Anna, che lasciato andare il lutto e le preghiere e i sacrifici, ci parla del bambino, a noi che leggiamo sembra sentire chiaramente che anche a noi sarà richiesta la stessa cosa: lasciar andare. Lasciarci andare, mollare la presa, imparare a non trattenere e a non trattenerci, non rimanere aggrappati alle paure ma camminare per attraversare perfino la morte, che alla fine, il Divino ha i tratti della vita che nasce.

            E non dimenticare che quello che sta avvenendo è scandaloso. Che quel bambino che qualcuno proverà a credere Dio è scandaloso, che le sue parole lo saranno e i suoi gesti ancor di più. Che peccato vero sarà addomesticarlo in riti e sacrifici e dottrine. Che errore sarà abituarsi a lui. O usarlo per far credere semplice la vita. Quel bimbo mostrerà il volto vero solo nella contraddizione, e contraddizione è un altro nome di spada, di taglio penetrante, contraddizione è crisi, è l’attimo esatto in cui la vita non riesce a tenere insieme i pezzi. Fede vera, fede secondo il Vangelo è camminare sapendo che l’unica cosa che possiamo chiedere al Messia è quella di aiutarci ad andare in frantumi, in un continuo gioco di scomposizione, frantumazione e ricostruzione, processo che ci aiuta a lasciarci andare, che la pienezza è abbandonarci nelle braccia del grande Consolatore.

Presentazione del Signore A 2020