Non credo di credere in Dio III Tempo Ordinario C

dark-drops-man-1530423

liturgia parola iii domenica anno c

Non credo di credere in Dio

(Neemia 8; 1 Corinzi 12; Giovanni 2,1-11)

III Tempo Ordinario anno C

 

Non credo di credere

Non credo nel Dio che mi viene spiegato. Non credo in chi prova a sedurmi con ragionamenti, con parole vuote e argomentazioni senza compassione. Non credo in chi cerca di dimostrare l’esistenza di Dio, credo che sia l’esistenza a mostrare il divino.

Credo nelle piazze, nelle porte e nel sole. Come Neemia, prima lettura. Credo nelle piazze e in ogni luogo non protetto dove la gente sceglie di dire il profondo bisogno di incontro che la abita. Credo che le piazze vuote dei nostri paesi siano un segno più preoccupante del vuoto delle chiese.

Credo nelle porte e in ogni luogo di passaggio, credo che una porta ricorda al muro che c’è un Altrove. Credo che Divina sia la porta sempre aperta che scende in noi e ci spinge oltre noi.

Credo nella luce, in quella che sorge. Credo che Dio sia sole che mi bacia ogni mattina, che colora ogni cosa, scalda e permette la vita.

Non credo più al Dio dei concetti, e sento di essere in buona compagnia, basta sfogliare la Bibbia. Credo in ciò che vedo, in ciò che sento, in ciò che tocco. Come Neemia racconta, credo che Dio sia orecchio teso che ascolta, occhi illuminati dal pianto commosso, bocca capace ancora di gustare il sapore buono della vita.

Cedo nella gioia, anche se è rara. Proprio perché è rara. E credo che abbia ragione Neemia, è la gioia ad essere la nostra forza, “la gioia del Signore”, dice lui. In questo credo.

Credo nella Parola

Credo nella Parola, e questo posso giurarlo. Credo che potrei perdere tutto, ma fino a quando ci sarà un filo di suono da ascoltare, il ricamo di inchiostro a diventare Senso, io crederò nella vita. Credo che se oso sognare ancora un futuro per la Chiesa la sogno in piazza, a presidiare porte aperte e intenta ad ascoltare, da adulta, senza infantilismi, la Parola. Il resto conta nulla, davvero nulla. Oppure sono io che non ci credo più, ma non posso più fingere. Credo che solo la Parola potrà ricomporre le nostre vite. O almeno rallentarne la dissoluzione.

Credo nei corpi

Non credo in una qualche idea su Dio. Ho smesso di farlo quando mi sono accorto che stavo usando un pensiero per parlare di me e non di Lui. Credo nei corpi, credo che si possa credere in Dio solo pensando a Cristo e credo che abbia ragione Paolo nella seconda lettura di oggi “ora voi siete corpo di Cristo” per cui credo di non credere in una qualche idea su Dio perché ho finalmente imparato a credere negli uomini.

Credo nei corpi, nella carne dell’uomo così debole e feroce. Credo nel mistero del nascere e del morire. Credo nel divino raccontato senza parole quando pieghe di corpi si accarezzano, si cercano e si penetrano. Credo che non so cosa voglia dire presenza reale di Cristo nell’eucarestia ma credo che ogni corpo che si fa pane parli di Infinito, e mi fa ringraziare di essere uomo. Credo realmente nella presenza di Cristo nei corpi che si amano. Perfino nel mio. Credo nei piedi e nei loro cammini, credo nell’inciampo, nelle slogature e nelle corse. Credo che camminare in montagna sia divino ma credo anche che ci siano donne e uomini che anche da immobili sappiano di tutti gli esodi del mondo.

Credo in ciò che vedo, ma credo anche nei suoni, nelle musiche, in certe parole sussurrate. Credo nelle note musicali e nel rumore del vento tra i rami degli alberi, ci vedo l’Invisibile.

Credo che sia più preoccupante aver disimparato ad ascoltare il silenzio che aver smesso di frequentare catechismo.

Credo nell’occhio e perfino nelle sue illusioni.

Credo di non credere in una qualche idea su Dio, credo di non credere più in qualche sua sacra rappresentazione ma sono sicuro di credere nel corpo perché ne faccio esperienza. Credo che il mio corpo sia divino quando lo abito. E credo che vera bestemmia sia dire “non ho bisogno di te”. Credo che a Dio non importi se lo crediamo o meno, credo che sia questione di reciproco bisogno, come la mano con l’occhio, come dice Paolo. Credo di non credere a una qualche definizione di Dio ma credo profondamente che ho bisogno di lui e lui di me. E questo non solo mi basta, mi riempie.

Credo che ancora non capisco come la Chiesa abbia potuto negare, usare, dimenticare, addomesticare il corpo. Ma credo anche che, per fortuna, il corpo non lo zittisci, che è più forte di noi. Che siamo corpo anche quando vorremmo essere solo spirito. E sarà questo a salvarci.

            Sinagoga

Credo che in quella Sinagoga di duemila anni fa, quella descritta nel Vangelo di oggi, in tanti credessero di credere in Dio. Infatti non hanno riconosciuto Cristo.

Credo che da quando la Parola si è fatta Carne io sia nel giusto quando penso che ogni suono per essere vero deve avere un odore e un peso.

Credo di non credere in astrazioni teologiche ma credo fermamente in parole come Cielo, Albero, Terra, Sudore, Saliva, Urina, Lacrima, Placenta… e credo che Dio danzi sorridente in tante parole come queste.

Credo che Gesù, da quel giorno, dalla Sinagoga in poi, sia stato Parola e Corpo insieme, e sono contento che ci siano voluti trenta anni pure a lui per capirlo.

Credo che in quel corpo, in sinagoga, Isaia ci fosse. Realmente presente, e non solo ricordato. Credo che tutti in quella Sinagoga conoscessero bene le parole di Isaia, ma credo anche che vederlo per la prima volta in carne e ossa e muscoli e sudore abbia giustamente fatto paura.

Credo che fa paura anche a noi passare dal concetto di libertà a diventare liberi.

Credo che per smettere di credere in qualche idea su Dio bisogna essere davvero liberi. E credo che la libertà prima o poi la paghi cara. Credo che una parola come “libertà”, quella predicata da Gesù in Sinagoga piaccia a tutti, ma credo anche che un uomo libero faccia ancora troppa paura.

Credo di credere che Dio sia Libertà. Incarnata. E che non mi interessa più credere in qualche idea su di lui ma quello che voglio è diventare finalmente libero. Che è incontrare Lui nella mia carne. Credo che ho paura.

Non credo di credere in Dio ma credo che Lui continui a credere in me, nonostante me. Credo che ogni volta che riesco a credere in me io stia credendo anche in Lui.

iii tempo ordinario piazza corpo sinagoga 2019 c

Le osterie di fuori porta II Tempo Ordinario C

cana

liturgia parola ii tempo ordinario c

Le osterie di fuori porta

(Giovanni 2,1-11)

II Tempo Ordinario anno C

 

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta

Immagini, frammenti, brandelli di sogno. Leggo ancora la pagina delle Nozze di Cana e sento tanta tristezza dentro. E poi quella canzone del mio amato Guccini: “sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta. Ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta”.

Immagini, frammenti. Penso a Cana, penso al vino in abbondanza e mi si stringe il cuore per quelle parole sempre uguali della liturgia, per quel pochissimo vino che non ha più sapore, gesti misurati e tristi, un goccio di acqua in calici che sembrano sottratti direttamente al tesoro del Tempio di Gerusalemme. E parlare di colpa e di espiazione e di sangue più che di vino e di festa. Siamo ancora aperti come un tempo, ma la gente fuori o dentro è tutta morta. Uccisa la gioia di fare festa.

Immagini, frammenti. Le vedo quelle sei anfore vuote. Pietra bellissima, la stessa su cui da millenni abbiamo inciso leggi e dogmi immutabili. Le vedo, le ho davanti, sei anfore vuote. Intorno la gente che dovrebbe festeggiare è tutta morta. Come quelle anfore. Tanta capacità riempita di aria. Vedo vuoto.

Immagini, brandelli di ricordo. Vedo Maria che guarda Gesù, lei anfora che si è lasciata riempire e poi svuotare, ma era per portare calore alla vita, così pensava, e quando incrocia gli occhi di Gesù quello che pensa è che qualcosa non sta funzionando. Se la vita è rimanere in piedi, puri e perfetti ma vuoti come anfore che rimbombano di morte… non ne valeva la pena. Non è questa l’ora della vita? Questo chiede e implora la giara di ventre caldo e fecondo di nome Maria, la nuova arca di un Alleanza alla vita. C’è troppa morte al mondo, c’è troppo vuoto. Non era questo il sogno.

E Gesù disse loro “riempite di acqua le anfore”

Dove io vedo morte e sfinimento Gesù vede possibilità di riempimento. Immagini, brandelli di sogno, frammenti sonori: le anfore enormi si lasciano riempire e nella stanza si sente quel rumore tipico che piano piano sale fino a stringersi al collo delle bottiglie, è quando l’acqua arriva all’orlo. È un suono che ho sempre amato, come quando riempi la borraccia di acqua fresca in alta montagna, è il suono della vita che spinge fuori il Vuoto. L’ho da sempre considerato un miracolo.

Riempire di acqua quell’anfora rigida che chiamiamo vita. Riempirla di tutto ciò che ci sta, riempirla dei sorsi freschi delle cose che ci hanno tenuto in piedi, riempirla dei diluvi che si attraversano, delle lacrime, di quando si era convinti di affogare, degli esodi tra acque attraversate, dei battesimi di gioia e di dolore, delle acque rotte dalle nascite e dalle successive rinascite… siamo anfore belle perché piene di quell’acqua che è la vita che scorre senza sosta.

Il miracolo è che diventa buono tutto ciò che abbiamo dentro. L’alleanza non si fa tra uomini puri e vuoti come anfore pietrificate dalla legge ma con donne e uomini riempiti fino all’orlo dalla vita con le sue correnti e con le sue contraddizioni.

Immagini, brandelli di sogno. Immagino un tavolo molto grande, di legno, a questo tavolo si siedono uomini stanchi da un lungo cammino nella notte. Appoggiano i gomiti, qualcuno comincia a raccontare. Dei diluvi e delle lacrime. Sono uomini pieni di vita, quel tavolo, che non somiglia a un altare li sostiene bene. I piedi ben piantati a terra e la voglia di parlare. Sento il profumo del sacro, lì.

Ora prendetene

Le anfore ora sono piene. Non c’è più imbarazzo, quello dello smarrimento dato dall’assenza. Quell’anfora riempita è la vita, le giare ora non fanno più paura e rendono possibili due azioni che amo molto: riempire e attingere. Sono i movimenti della generazione. Riempire un vuoto e partorire, fecondare e poi attingere vita. Un’idea di sacralità molto umana quella di Gesù a Cana. Nessun invito a rimanere immacolati e puri, la vita va raccolta, tutta. Ci si deve riempire di vita. Comprendo meglio il Suo e mio battesimo, la vita è acqua che scorre, bisogna immergersi fino a perdere fiato. Bisogna lasciarsi riempire fino all’orlo. È rischioso ma bello, tremendamente bello.

E poi “attingere”, “prendere”, senza paura, bisogna contaminarsi con la vita, farsi sporcare. Contaminarsi con tutto ciò che vive, fosse pure un lebbroso, un peccatore, un samaritano, un malato, il corpo, un sogno…prendi, attingi, vivi. Non ti ho creato per essere asetticamente puro, la vita è un invito a prendere, adesso, di tutto ciò che riempie di bello.  E poi, soprattutto, prendersi, attingere da ciò che si è, da ciò che si è stati. Quello che ci ha riempito, l’acqua che è arrivata all’orlo, siamo noi e anche se non abbiamo scelto tutto e anche se è acqua sporca, o ferma, o acqua che non berremmo più, noi siamo pieni. Ed è certo meglio che essere anfora vuota.

            E portatene

Portare, condividere, dire ciò che sono. Attingere e portare. Ciò che l’altro è. Immagini, brandelli di sogno, sento molta Sacralità attorno a quel tavolo, uomini pieni di vita condividono il loro essere al mondo. Lo condividono perché ognuno si offre di ascoltare, di prendere un poco il peso dell’altro. È lo stesso che hanno fatto il Samaritano buono, il Cireneo, Giuseppe di Arimatea… tutti si sono contaminati con la vita prendendo e portando. Un uomo mezzo morto, la croce, un cadavere.

            Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino

Se riempi, attingi e porti la vita non si annacqua. La vita, al contrario, prende profumo, un profumo sempre più buono, scalda il cuore.

Confesso che immagino che ci sia più Sacro attorno a un tavolo di legno con uomini pieni di vita che si raccontano e portano ognuno il peso di vivere dell’altro. E credo che le nostre liturgie dovrebbero ispirarsi a questo. Immagino e non mi sento blasfemo, il sorriso di Gesù e Maria quando quegli uomini versano un po’ di vino in bicchieri di vetro da osteria e non in calici dorati. Immagino e non mi sento blasfemo, che il cuore della vita sta in quel profumo, in quel caldo, che stare al mondo non è sopravvivere cercando di preservare purezza ma immergersi in ciò che scalda il cuore, che riempie e genera. Il sapore gratuito, l’ebbrezza della festa.

            Gesù non inizia in un tempio, inizia tra corpi sudati che danzano i ritmi della musica, nel calore e nell’eccesso della festa. C’è profumo di vino buono e non di sacrestie ammuffite.

Immagini, brandelli come di sogno: Cana, gli amici, ancora Guccini, non credo di essere blasfemo “se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male…”. Gratuita e buona, alla fine, la vita.

ii tempo ordinario cana 2019 c

Dio delle mie macerie Battesimo C

blue-close-up-concept-1457787

liturgia parola battesimo anno c

Dio delle mie macerie

(Luca 3)

Battesimo anno C

 

Poiché il popolo era in attesa, io vi battezzo con acqua

Camminare sul bordo vertiginoso degli eventi con il cuore che scoppia di Assenze. Guardare come dall’albero di un veliero, sfinirsi di orizzonti che si desiderano, furiosamente si desiderano, finalmente abitati. Attendere come sul bordo di un deserto l’arrivo dei Tartari, o di un nemico qualsiasi, un avversario, comunque una presenza che dia senso al nostro esserci. Ardere su un palco quasi vuoto per l’arrivo possibile di un Godot qualsiasi. Sfinirsi, illudersi, massacrarsi il cuore purché questa attesa finisca prima che ci sfinisca. Non va bene. Non è umano.

“Il popolo era in attesa”. Povero popolo, è davvero un gioco da ragazzi illuderlo di essere quel qualcosa o quel qualcuno in grado di riempire il vuoto che ogni uomo si porta dentro. Perché poi, a furia di attendere, ti accontenti, ti convinci, anche il Battista potrebbe bastare, pur di smettere questa tortura che ci logora. E così fioriranno sempre religioni e ideologie, rivoluzioni e illusionisti del cambiamento, populismi o leader di qualsiasi colore. Che tenerezza l’uomo che attende, così bello e così fragile. Che paura l’uomo che attende, così esposto all’inganno.

Gli sguardi si perdono lanciati con folle impazienza verso Qualcuno che verrà a salvarci. E poi a deluderci. E tutto a ricominciare in un tetro teatro dell’Assurdo che chiamiamo vita.

Il Battista prova a interrompere questa tragedia. Lo fa in modo deciso: “Immergiti”, dice. Scendi con me nell’acqua della morte che l’atteso non arriva da un orizzonte lontano ma dal coraggio di scendere fin nel cuore delle macerie che ci portiamo dentro. Un brivido.

Ma viene colui che è più forte di me

Io sono niente, dice il Battista, io non riempio le attese di nessuno. Concreto, vero, schietto, così immagino Giovanni. Così dovremmo essere noi: le attese non sono vuoti da riempire. Questo dovremo avere il coraggio di dire. Non chiedere a me, o alla Chiesa, nemmeno all’Amore, a nessuno chiedere di riempire il vuoto che ci portiamo dentro. Non va riempito, non si può, non si deve. Ma non vedi che anche gli innamorati vivono sospesi di assenza in assenza? Il Battista non illude, ed è già un miracolo. Nessuna risposta consolatoria, che quello è affare di religioni, se vuoi una risposta seria, aggrappati a te stesso e scendi. Immergiti. Battesimo doloroso e urgente: scendi verso te stesso. Scendi a toccare il nucleo incandescente di ciò che sei davvero. Senza sconti. Vuoi comprendere la vita? Scendi, immergiti nell’acqua di morte che nasconde i rottami abbandonati dei tuoi fallimenti. Scendi nel buio di certi anfratti pericolosi, scendi dove le correnti sono fredde e mulinelli di sensi di colpa rischiano di risucchiarti per sempre. Scendi, non consumarti gli occhi aspettando risposte dall’alto, assumi il coraggio di camminare tra le lamiere contorte, tra i rifiuti nascosti, tra gli errori che hai cercato di negare gettandoli in fondo al fiume della vita.

Ecco il battesimo nell’acqua. Niente di romantico, un’avventura negli abissi di ciò che siamo davvero. Scendere dove il sole non arriva, dove la solitudine è totale, dove il respiro è corto, dove la morte galleggia intorno. Il battesimo a cui siamo chiamati è un’immersione nella verità di ciò che siamo. La salvezza non verrà da fuori, dall’alto ma fiorirà dal letame dei nostri errori. Chiamiamoli pure peccati se può servirci. Se il Battista ci fa immergere, se perfino Gesù di lì a poco si immergerà, perché noi continuiamo a rimanere a galla? La verità chiede immersione. Immersione vera nella morte che ci portiamo dentro. Bisogna ripartire dagli errori. Serve una pedagogia del limite. Mi sembra una strada ancora poco frequentata.

Non è questione di sbandierare soluzioni facili e risposte consolatorie, quelle illudono e fanno male, la sfida evangelica mi sembra invece quella legata a una assunzione seria e matura del limite che ognuno di noi è. Del male che si porta dentro. L’invito di Giovanni, che poi Gesù riprende, è coraggioso: il fondale del presepio dove verrà a miracolosa natività la verità di ciò che siamo non è il romantico muschio delle buone azioni ma un devastato mondo fatto di distruzione e di macerie. Scendere dove abbiamo fallito, dove continueremo a tradire, perché solo in quel battesimo di verità noi impariamo a sapere chi siamo e cosa attendiamo. L’errore non è da cancellare ma da valorizzare. Il peccato non è da negare, da nascondere, ma da ascoltare.

In Genesi il Padre si immerge nel giardino dopo che Adamo ed Eva hanno preso del frutto non per giudicare ma per chiedere, per domandare. Purtroppo Adamo ed Eva negano. Avrebbero dovuto gioire di quel loro essere negli abissi, avrebbero dovuto ascoltare il Creatore perché sarebbe stato interessante chiedersi cosa cercavano in quel frutto proibito, cosa mancava loro nel Giardino paradisiaco, che immagine avevano di Dio e di se stessi, perché il serpente era così promettente.

Ogni volta che leggo questi testi sul battesimo sento forte la nostalgia di immergere tutta la nostra pastorale fatta di apparenza per poter iniziare ad abitare finalmente la verità di ciò che siamo, da adulti. Scendere nei nostri errori, nelle nostre immaturità, nelle pulsioni, nei peccati commessi e interrogarli senza condanna, lasciare che ci istruiscano al riparo dei sensi di colpa. Scendere accompagnati da un compagno di viaggio che sa accompagnare: ecco perché Gesù si fa battezzare, per accompagnarci negli abissi che ci portiamo dentro. Dai Chiesa, battezziamoci anche noi.

            In Spirito Santo e fuoco

E dal fondo degli abissi: Spirito Santo e fuoco. Cioè respiro divino e calore. Respiro divino: perché manca il fiato quando ci guardiamo per quello che siamo. Ci spaventiamo di noi stessi. E allora mi immagino un bacio, un respiro profondo, quello del Dio ai derelitti, del Padre dei naufragati, il mio Dio, quello he cammina nella discarica del mio cuore, lì, nei fondali del mio battesimo lui mi bacia e io capisco cosa stavo attendendo davvero. Ma solo lì lo capisco, in superficie attendevo appartenenza, giustificazioni, complimenti, chiese rassicuranti e affetti consolanti. Ora capisco perché mi mancava il respiro. Mi mancava un bacio sulle mie macerie.

E poi calore. Lo conosco il freddo che prende quando faccio davvero i conti con il male che ho fatto e che continuo a fare e che ancora farò. Vorrei nasconderlo e nascondermi. Come Adamo. Ma Lui, girato l’angolo del tradimento, Lui, Dio dei bassifondi e delle fogne, lui accende un fuoco per me, mi abbraccia, mi scalda. E ne faccio finalmente esperienza. Non potevo attenderlo senza scendere fino a qui.

Una Chiesa che non illude ma che accompagna fino all’abisso di morte che ci portiamo dentro per indicarci respiro e calore. Quello è ciò che aspettiamo davvero. Poi, se vuoi, chiamalo pure Dio. O Amore. O Vita.

            Il cielo si aprì e venne una voce dal cielo
Solo allora il cielo si apre. E qualcosa come una colomba. A dire che il diluvio serve a immergerci nella verità di ciò che siamo ma che una terra c’è. Una terra bella come una promessa. Una terra che si apre come un respiro, una terra nuova su cui ricominciare. Una terra in cui camminare senza vergogna del divino. Perché Dio non ha vergogna di baciarci e di abbracciarci nel cuore delle macerie e dei fallimenti. E questa mi sembra l’unica vera buona notizia. Quella che continuo ad aspettarmi e che continuamente mi stupisce.

battesimo 2019 c

E sollevano polvere di stelle (arando la terra con il cielo) Epifania C

atlas-close-up-dark-592753

liturgia parola epifania

E sollevano polvere di stelle (arando la terra con il cielo)

(Matteo 2,1-12)

Epifania anno C

 

Dove è colui che è nato?

Il pezzo di terra dove uno nasce, le strade che uno cammina, gli orizzonti che lo fanno commuovere. I ricordi radicati a un brandello di mare e al suo profumo, le montagne scalate e i fiumi attraversati. La terra camminata, la campagna, ma anche la terra bestemmiata, quella che ci ha rifiutato e quella che è cambiata senza che noi fossimo capaci di trattenerla. Quel pezzo di mondo che non dice più nulla perché chi abbiamo amato non è più. E poi il terreno su cui comprare casa o su cui trovare quella che sembra costruita per noi, un campo da eleggere a dimora, la terra madre che ci parla, quella che ci adotta. Alla fine il pezzo di terra che custodirà il nostro corpo in decomposizione, perché ritorni alla terra da dove fu tratto. Sottovalutiamo il “dove” eppure è proprio geograficamente che si può raccontare la nostra vita. È il nostro modo di parlare alla Terra, sulla Terra, che dice del nostro modo di essere uomini. Lo sanno bene i magi, che chiedono: “dove è?”, “dove è colui che è nato?

È a Betlemme

È a Betlemme, che forse significa “casa del pane”, ma non è poi così importante, sicuramente sappiamo che è un pezzo di terra con il vizio della divina congiura reale. A Betlemme è nato Davide, era il più piccolo, l’ultimo, il dimenticato. Amava la terra, alla fine della sua vita, una vita piena e controversa, sentirà bruciante nostalgia dell’acqua della fonte di casa sua, la terra chiama, soprattutto alla fine. Betlemme è città sovversiva perché ci nasce Davide ed è consacrato re, mentre un altro re è ancora vivo ed è al potere. Non reggerà al coraggio di un Dio così onnipotente da sapersi perfino contraddire. Ecco perché Erode si spaventa. La storia è legata alla terra e Betlemme narra un finale che al potente non piace.

            Siamo venuti (da Oriente) ad adorarlo

I Magi non hanno il potere di Erode e nemmeno la sapienza dei capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo, non sanno nemmeno interpretare le Scritture e, sbagliando strada, finiscono a Gerusalemme, luogo pericoloso: perché è il centro del potere e il potere sfigura, sempre. Gerusalemme è un pezzo di terra ambiguo, pezzo di terra colonizzato dal santo potere, violentata dagli eserciti, strumentalizzata dalle religioni, Gerusalemme è un pezzo di terra che deve fare paura. Perfino Davide a Gerusalemme diventa irriconoscibile, si smarrisce, non si muove più, non è più il pastore di Betlemme, non è più il coraggioso partigiano che dimora nelle grotte, è un potente schiavo del ruolo. Gerusalemme svuota di umanità. Potere di un pezzo di terra. Gesù nasce e muore fuori Gerusalemme. Non è un caso.

            I Magi non hanno potere e nemmeno la sapienza ma hanno qualcosa che a Gerusalemme hanno dimenticato: hanno strada nelle gambe e occhi gonfi di orizzonti. I Magi si nutrono di cielo e lo trasformano in traiettoria terrena, il celeste diventa terrestre, sono comete che arano la terra con il cielo, camminano e sollevano polvere di stelle. È sempre questione di un “dove”, di luoghi, è sempre questione di un luogo da amare, da cercare, da camminare. Da adorare: cioè da portare alla bocca, da baciare. Dovremmo ricominciare a pregare inchinandoci al suolo, scendere, tornare terra, baciarla la terra, adorarla. Chissà forse anche le nostre liturgie perderebbero quella evanescenza sconfortante. Quel barocchismo stucchevole. Che desiderio di una liturgia più sacra cioè più terra terra.

I Magi hanno cielo e terra nei loro occhi, si chiama passione, ed è l’unica forza che muove il cammino, ed è l’unica cosa che permette di cercare Verità e di trovarla adagiata su un pezzo di terra, ad attenderci. Hanno piedi sporchi, lacrime stupite negli occhi e sanno adorare perché sanno baciare. E questo basta.

            Gli risposero: a Betlemme di Giudea

Poi ci sono sacerdoti e gli scribi del popolo. E sono tristi come la morte. Loro hanno un posto e non lo abbandonano, non possono, senza quel luogo loro sarebbero niente, si perderebbero. Allora disegnano mappe, ma sono mappe per altri, mappe che non percorrono mai, mappe perfette e senza odore, mappe in scala, molto ridotta, a misura del loro scarso coraggio.

            Fanno tristezza e tenerezza, sanno tutto e vivono niente. Loro non sbagliano mai, sanno interpretare le Scritture, sanno raggiungere conclusioni esatte ma poi rimangono lì, mentre la vita accade lontano da loro. Scorre su un pezzo di terra non appesantito dalle mura di Gerusalemme.

            È tempo di uccidere il sacerdote e lo scriba che ci portiamo dentro, non possiamo più affidarci a profezie che non siano appassionate difese degli uomini, non possiamo più adorare una religione che non preveda il desiderio, dobbiamo smettere di produrre mappe che poi non verifichiamo mai. Siamo chiamati a uscire dal Tempio per tornare nel Deserto, quello di Esodo. Di noi nessuno ricorderà di come abbiamo spiegato la vita ma di quanta polvere ci è rimasta attaccata ai sandali, di come abbiamo saputo perderci e ritrovarci, si ricorderanno del coraggio che abbiamo avuto nello staccarci dai vantaggi acquisiti per rispondere ad un amore profondo per una Terra che ci chiamava a nuovi cammini. Non perfetti magari, sicuramente insicuri, ma maledettamente veri. Cammini in cui la terra adorata, baciata, alzava polvere di stelle al nostro passaggio. Di noi si ricorderanno del prezzo di coraggio pagato pur un viaggio non scontato. Come i Magi.

            Erode fece chiamare segretamente i Magi
Che terribile tenerezza: il potere rende bambini. Parlatemi della stella, sembra dire Erode ai Magi, ricordatemi di come eravamo belli quando il cielo ci riempiva, fatemi tornare a quando sapevo sognare, ridatemi una vita non rassegnata, una vita non sfigurata dalla rigidità del potere. I potenti sono uomini umiliati dal potere che scippa il coraggio dei sogni. Anche Davide farà la stessa fine una volta lasciata Betlemme. Anche noi. Quando non ci muoviamo più. Quando pretendiamo di sognare sogni altrui o giudicare cammini non nostri. Quando ci accontentiamo di qualcuno che ci parli della vita ma non prendiamo mai posizione. Quando ci rassegniamo. Quando ci lamentiamo illudendoci che basti a renderci migliori. Vivere invece è fare i bagagli, uscire di notte dal palazzo di Gerusalemme e incamminarsi con questi stravaganti pellegrini venuti da Oriente. Vivere è abbandonare ciò che siamo, è perdere la faccia, il ruolo, il palazzo, la credibilità… ecco perché Erode non si muove.

            Per un’altra strada fecero ritorno

Poi i Magi tornano, ma per un’altra strada. Che c’è sempre una strada Altra per chi non si rassegna, per chi continua a sognare, per chi ha imparato a stare alla larga dal seduttivo potere di Gerusalemme. A noi di incamminarci, presto, con coraggio e passione. Saremo ricordati solo per questo.

epifania 2019 c