Animali notturni e innamorati Natale anno C

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liturgia della Parola Natale messa della Notte

 

Animali notturni e innamorati

(Isaia 9; Tito 2; Luca 2)

Natale anno C

 

Isaia: il popolo che camminava nelle tenebre

Certo che prima o poi la luce arriva ma prima… prima è un cammino nelle tenebre. Certo che a volte la luce arriva nella vita ma spesso è lampo, passaggio, intuizione, consolazione di un momento… il resto è cammino nelle tenebre. Ed è splendido sentire i rumori di un popolo che nella notte, comunque, cammina.

            Immagino il buio, immagino l’assenza della luna, sento i passi incerti dei piedi, le frasi smozzicate per farsi coraggio, qualche nome lanciato per aria in attesa di risposta per vedere se chi si ama è ancora nella carovana, vedo che il popolo, nelle tenebre, si da la mano, che tenerezza, si stringono forte, qualcuno piange, qualcuno se ne accorge. Ci si passa dell’acqua, qualcuno racconta della luce, qualcuno promette un fuoco, un bivacco. Il sudore di notte è freddo che ti cola dalla fronte, il fiato è qualcosa di compatto che rimane in sospensione davanti agli occhi, qualcuno vorrebbe fermarsi, qualcuno si è fermato e non è più. I vecchi si chiedono se vedranno ancora la luce, i giovani non sanno di cosa parlano i vecchi, i bambini giocano a nascondersi, le donne sognano futuri generativi, i padri hanno paura e non osano dirlo: il popolo camminava nelle tenebre.

            Che bello se assumessimo con coraggio questa descrizione per dire chi siamo noi, oggi. Noi chiesa, noi mondo, noi gente di esodi notturni. Mi pare una descrizione lucida e onesta. Spente le luci dell’apparenza rimane un popolo chiamato al cammino anche quando non vede l’orizzonte, rimane una chiesa che cammina verso una luce che altri hanno raccontato.

Certo, si può continuare a fingere, stare nel cuore della notte e giurare che ci sia luce, negare le evidenze, come se niente fosse e continuare in modo ridicolo ad essere caricatura di se stessi. Oppure maledice la fine della luce e vivere da risentiti contro tutto e tutti. Oppure camminare. Io voglio camminare. E non sarà la notte a impedire il cammino. Anzi.

Camminare le notti del mondo significa assumere la vita che viene con il suo volto spesso orrendo, la notte della malattia, della morte, dell’errore, del tradimento, della solitudine, della depressione… Natale è continuare a camminare, camminarci dentro, camminare nel cuore di tenebra chiamati da una luce.

            Camminare nella notte richiede attenzione continua, capacità di ascolto, creatività: se gli occhi non vedono bisogna imparare a vedere con i rumori, con gli odori, con nuovi sensi che non siano i soliti. E allora la notte diventa occasione per sviluppare l’inedito, per scoprire di essere ciò che non immaginavo di essere. Signore, aiuta la tua chiesa a camminare di notte, dentro ogni notte, e a fare Natale, scoprendo nuovi modi di dire l’Amore, animali notturni, e innamorati.

            Camminare nella notte è qualcosa di misterioso, cambia il panorama fuori e dentro di noi, colori, profondità, rumori, tutto si deposita. Si posano le apparenze, tutti siamo più fragili. Nella notte è più facile sentirsi complici. Nella notte il mio volto affonda un poco nell’oscurità e io ho meno vergogna di raccontarmi. Natale è quando riusciremo a camminare nella notte raccontando le nostre miserie con tanta dolcezza. Camminare da nottambuli significa trovare il coraggio di raccontarsi le proprie miserie per poter accogliere e accarezzare quelle degli altri. Cammina nella notte mia amata chiesa, non fingere, deponi le apparenze, accogli i cammini notturni di ogni uomo con stupita gratitudine. E non condannate mai nessuno, la notte è luogo del perdono e della misericordia.

            Paolo: vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà

Sarà Natale, sarà davvero Natale, quando impareremo l’arte della sobrietà. Che è il contrario dell’ebbrezza. Il contrario di una vita che per vivere ha sempre bisogno di moltiplicate stimoli di ogni genere. Di perdersi in un fare che illude di riempire e invece si nutre della nostra libertà. La vita abita il respiro calmo, la tranquillità profonda di chi non si lascia annullare dalle passioni. Natale è non andare in ansia che tanto il mondo vive anche senza di noi. Natale è fermarsi, fare un passo di lato, uscire dal centro dell’attenzione, depositare ruoli e maschere, sorridere di sé. Sì, il mondo può fare a meno di noi, respiro di libertà.

Sobrietà è non patire le passioni, non lasciarsi trasportare passivamente dalla cose della vita ma accogliere tutto gustando ogni sfumatura, sapendo guardare dentro il cuore delle cose, assaporandone il gusto. Vivere nella sobrietà è godere della ricchezza del Tutto che si racconta in ogni piccolo frammento. C’è il mondo intero in un pezzo di pane, c’è terra e acqua e fuoco, c’è abilità umana, c’è arte, c’è dono… c’è Tutto, se ho cuore e intelligenza per ascoltarlo. C’è il mondo intero che si racconta in un frammento, eucaristica è la capacità di ascolto, c’è la divinità in un bambino.

Natale è vivere con giustizia. C’è un modo giusto di fare le cose. Ma quel “modo giusto” non è mai dato una volta per sempre. Giusto è il dialogo umile e aperto con la vita che cambia. Giusto è saper interpretare il tempo. Giusto è saper cambiare idea. Giusto è colui che interroga il tempo e rimane in ascolto e decide di sé e degli altri con infinita compassione.

Natale è vivere con pietà. E questa è forse il vertice dell’umanità. Pietà è avere occhi che non condannano mai, è essere spazio comprensivo. Pietosi sono occhi che sanno la miseria, che vedono ciò che non è vita, ma occhi che sanno che qualsiasi miseria non è mai sufficiente a sfigurare per sempre l’umano. Pietà è l’esaltazione dell’umano, la sua ostinata celebrazione. Pietà è aver purificato se stessi a tal punto dal commuoversi per ogni traccia di umanità.

Questo per voi il segno

Natale è camminare nella notte ma avvolti di luce, una luce che non viene dalla santità della perfezione ma dalla profonda umanità dei pastori. Sono fuori dagli schemi del potere, vivono fuori dalle luci di Gerusalemme, sono animali notturni, spesso braccati da errori o da sensi di colpa, ma basta che una notte, dall’alto, qualcuno li guardi con sguardo luminoso e loro iniziano a camminare nella notte “avvolti di Luce” e vanno, un passo dopo l’altro, goffi, rozzi, bellissimi perché veri, puzzano di vita, hanno denti consumati e occhi stanchi, piedi resi duri dai sassi della vita, ma camminano e questo basta. Natale è che arrivano e vedono un segno. “Troverete un bambino avvolto in fasce” è il segno della vita che se curata, fasciata, avvolta di tenerezza resiste. “E’ in una mangiatoia”, cioè proprio dove questi pastori portano gli animali a mangiare. Natale è scoprire che la vita nasce qui, adesso, dove sto provando a vivere, dove provo a attraversare la notte, dove provo a dare da mangiare alla mia sopravvivenza. Natale è la vita che mi sceglie. E questo mi dona pace. Una pace profonda. Non sono sbagliato Signore, non sono peccatore, non sono indegno, non sono sporco, non sono incapace, o forse sì, ma non mi importa, perché non importa a te. Natale è che io voglio essere la tua mangiatoia.

Natale 2019 C

Fai l’amore nel mio corpo IV Avvento anno C

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liturgia della Parola IV avvento C

Fai l’amore nel mio corpo

(Michea 5; Ebrei 10; Luca 1)

IV Avvento anno C

 

Partorirà colei che deve partorire

Non è solo un augurio, è una visione. Gli occhi del profeta non si limitano a registrare le cose della vita, gli occhi del profeta sentono la vita che chiama dall’Invisibile. Michea, immerso nella realtà, sente che il mondo spinge per partorire vita; non so se riesco a descriverlo ma è uomo che sente che ogni cosa, ogni cosa!, custodisce nel suo intimo l’urlo d’amore, il grido vitale della partoriente, Michea sente che il mondo è in attesa, che è chiamato dalla vita a venire, sente il travaglio delle cose, sente che tutto è in movimento. Sono occhi da risvegliato quelli del profeta, occhi che sentono il vibrare segreto delle cose, che percepiscono, che non hanno dubbi: il Signore della vita è una partoriente in atto continuo di generare. “Deve partorire”, non è un consiglio, una speranza, una lontana possibilità: è un dovere, è nell’ordine intimo delle cose. Dio è: Vita che partorisce Vita. Dio è madre e padre. Dio è corpo di donna gravida che pulsa in ogni cosa che esiste.

Se il mondo deve partorire noi non possiamo che fecondarlo con moltiplicati gesti d’amore. Adesso, fare l’amore. Farlo, generarlo, suscitarlo senza vergogna. Dimenticare il Dio congelato in schemi maschili e freddi e morti: la nostra santità è la capacità di fare l’amore con ogni cosa che aspetta di venire al mondo. Fare l’amore con tutto noi stessi. Chi fa l’amore con il mondo si innamora di ciò che vede, non lo contiene, lo libera. Fare l’amore è permettere al potenziale costretto nel cuore dell’esistente di sprigionarsi. Fino a quando non sentiremo in noi gli occhi del profeta l’attesa del Natale sarà l’affastellarsi monotono dell’identico ripetersi delle cose. Fare l’amore è spezzare il cerchio noioso della ripetizione (che rassicura ma non meraviglia) e permettere alla vita di sprigionarsi. Uscire dalla prigione che contiene e soffoca e sterilizza l’inedito.

Un corpo invece mi hai preparato

“Un corpo invece mi hai preparato”. “Invece”, invece delle infinite riduzioni impaurite delle chiese di tutti i tempi. Invece di ridurre tutto a anima, a sentimento vago, a voli di angeli innocui. Invece di rendere tutto una teoria da dimostrare. Invece dello spiritualismo delle apparizioni. Invece dei sentimenti che non incidono nella carne: Invece: un corpo mi hai preparato.

E vorrei gridare con libertà e gioia in faccia a chi ancora è schiavo delle mille paure e delle mille castrazioni millenarie: il Divino si è fatto corpo. E un corpo ha preparato a ognuno di noi perché è proprio lì che vuole farsi incontrare. Il corpo che fa l’amore è divino. Non possiamo dire di aver scoperto Dio se teniamo coperto il corpo.

La ricerca di Dio non può più essere immaginata slegata dalla nostra carne.

Sogno di preparare un giorno un cammino di Esercizi Spirituali sulla scoperta di Dio dentro le carni viventi del nostro corpo in costante trasformazione. Incarnazione: un corpo mi hai preparato.

Era il mio copro di bambino, tenero e fragile, era bisognoso di tutto. Era frutto di madre e padre che proteggevano. Tu eri in quel corpo, preparato per me e per chi mi guardava stupito e grato. Ci siamo incontrati lì per la prima volta. Che bello sentire che il mondo era perfetto, affidabile, che Tu avevi in mano ogni cosa e che io potevo fidarmi. Bastava piangere e Dio o chi per lui mi davano latte e carezze, mi proteggevano dal freddo.

Poi è stato il mio corpo ragazzino quello preparato per la nostra storia d’amore, cambiavo io e cambiavi Tu (con buona pace dei noiosi che immaginano Dio immutabile), un corpo invece mi hai preparato per non restare eternamente nell’illusione della tua onnipotente onnipresenza. Iniziavo a conoscere il bene e il male, iniziavo a conoscere l’amicizia e il dolore, iniziavo a conoscere la paura. E Tu quel corpo mi avevi preparato perché io sentissi che Tu eri con me, che fare parte della tua squadra, quella dei buoni, in oratorio e in parrocchia, era cosa buona. Era ancora pensiero infantile, ma stavamo crescendo insieme.

Il corpo poi è quello di un adolescente e di un giovane. Un corpo mi hai preparato e tu in quel corpo e non altrove ti sei fatto conoscere. In verità hanno cercato e continuamente cercano di dire altro. Infatti, Signore, ti bloccano sempre all’infanzia, vorrebbero che noi si credesse sempre a Gesù bambino. Invece un corpo mi hai preparato e se il mio corpo cresceva, cercava, sperimentava, bruciava, si innamorava, si ricredeva: tu eri lì, non altrove. Quel corpo affamato d’amore mi avevi preparato e lo stavi abitando. Invece sembrava tutto peccato. Tutto una colpa. Il corpo cominciava a fare problema. Faceva paura. Non siamo ancora capaci di riconoscerti nei corpi brucianti degli adolescenti. Sì, forse l’Amore vero fa paura, saperti innamorato fa paura. Elogio della castità che profuma di vuoto. Vorremo ricondurre tutto all’infantile bisogno del seno materno. Scusaci.

Un corpo invece mi hai preparato. Quello di un adulto chiamato a generare vita. Quello che sperimenta il limite, la scelta, quello che desidera amare e essere amato. Quello che non brucia più nell’esplosione adolescenziale ma che sente bisogno di unicità. Siamo chiamati a cercarti lì. Il corpo non può essere ridotto a fardello, a contenitore, a scatola di ciò che è importante. Noi non siamo solo interiorità. Tu sei nel mio corpo adulto che chiede di essere ascoltato.

Poi sarà corpo di vecchio. E lì spero di avere maturato una strada di complicità profonda con te. Tu sarai il Dio delle rughe e dell’incontinenza, della saliva che cade da labbra sfatte, tu sarai il Dio nel corpo malato, nel corpo stanco, nella mente rallentata. Nel tremore della mano. Nei pensieri che non vengono. Di quando non saprò più scrivere. Un corpo invece mi hai preparato. Avrò saputo farti crescere con me? Riusciremo a crescere e cambiare insieme?

Il bambino sussultò nel suo grembo

Adesso posso leggere il Vangelo di oggi. È la storia di un Dio che sceglie di abitare un corpo. Non una Chiesa, non un Arca, non un’Istituzione ma il corpo. Perché il corpo vive e cambia e cresce. Il corpo di Elisabetta, che deve rimettersi a fare la madre invece della nonna. Sperava in una santità di preghiere e incenso e invece “un corpo mi hai preparato” e sono i patemi della vita che cambia. Maria, pur con tutta la retorica di duemila anni rimane madre, abbiamo fatto l’impossibile per disincarnarla, svolazzante apparizione, ma lei rimane un corpo. Un ventre fecondo da ascoltare. Il corpo di una madre che perde un figlio che poi prova a ritrovare. Il corpo di una madre che sul suo ventre, sotto la croce, appoggerà un cadavere troppo giovane. Una donna chiamata a cercare il divino in Giovanni, un altro corpo. Perché un “corpo invece mi hai preparato” e non è mai come ce lo aspettiamo. Occorre imparare ad ascoltarlo, il Corpo, di Cristo.

IV Avvento 2019 C