Dio delle mie macerie Battesimo C

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liturgia parola battesimo anno c

Dio delle mie macerie

(Luca 3)

Battesimo anno C

 

Poiché il popolo era in attesa, io vi battezzo con acqua

Camminare sul bordo vertiginoso degli eventi con il cuore che scoppia di Assenze. Guardare come dall’albero di un veliero, sfinirsi di orizzonti che si desiderano, furiosamente si desiderano, finalmente abitati. Attendere come sul bordo di un deserto l’arrivo dei Tartari, o di un nemico qualsiasi, un avversario, comunque una presenza che dia senso al nostro esserci. Ardere su un palco quasi vuoto per l’arrivo possibile di un Godot qualsiasi. Sfinirsi, illudersi, massacrarsi il cuore purché questa attesa finisca prima che ci sfinisca. Non va bene. Non è umano.

“Il popolo era in attesa”. Povero popolo, è davvero un gioco da ragazzi illuderlo di essere quel qualcosa o quel qualcuno in grado di riempire il vuoto che ogni uomo si porta dentro. Perché poi, a furia di attendere, ti accontenti, ti convinci, anche il Battista potrebbe bastare, pur di smettere questa tortura che ci logora. E così fioriranno sempre religioni e ideologie, rivoluzioni e illusionisti del cambiamento, populismi o leader di qualsiasi colore. Che tenerezza l’uomo che attende, così bello e così fragile. Che paura l’uomo che attende, così esposto all’inganno.

Gli sguardi si perdono lanciati con folle impazienza verso Qualcuno che verrà a salvarci. E poi a deluderci. E tutto a ricominciare in un tetro teatro dell’Assurdo che chiamiamo vita.

Il Battista prova a interrompere questa tragedia. Lo fa in modo deciso: “Immergiti”, dice. Scendi con me nell’acqua della morte che l’atteso non arriva da un orizzonte lontano ma dal coraggio di scendere fin nel cuore delle macerie che ci portiamo dentro. Un brivido.

Ma viene colui che è più forte di me

Io sono niente, dice il Battista, io non riempio le attese di nessuno. Concreto, vero, schietto, così immagino Giovanni. Così dovremmo essere noi: le attese non sono vuoti da riempire. Questo dovremo avere il coraggio di dire. Non chiedere a me, o alla Chiesa, nemmeno all’Amore, a nessuno chiedere di riempire il vuoto che ci portiamo dentro. Non va riempito, non si può, non si deve. Ma non vedi che anche gli innamorati vivono sospesi di assenza in assenza? Il Battista non illude, ed è già un miracolo. Nessuna risposta consolatoria, che quello è affare di religioni, se vuoi una risposta seria, aggrappati a te stesso e scendi. Immergiti. Battesimo doloroso e urgente: scendi verso te stesso. Scendi a toccare il nucleo incandescente di ciò che sei davvero. Senza sconti. Vuoi comprendere la vita? Scendi, immergiti nell’acqua di morte che nasconde i rottami abbandonati dei tuoi fallimenti. Scendi nel buio di certi anfratti pericolosi, scendi dove le correnti sono fredde e mulinelli di sensi di colpa rischiano di risucchiarti per sempre. Scendi, non consumarti gli occhi aspettando risposte dall’alto, assumi il coraggio di camminare tra le lamiere contorte, tra i rifiuti nascosti, tra gli errori che hai cercato di negare gettandoli in fondo al fiume della vita.

Ecco il battesimo nell’acqua. Niente di romantico, un’avventura negli abissi di ciò che siamo davvero. Scendere dove il sole non arriva, dove la solitudine è totale, dove il respiro è corto, dove la morte galleggia intorno. Il battesimo a cui siamo chiamati è un’immersione nella verità di ciò che siamo. La salvezza non verrà da fuori, dall’alto ma fiorirà dal letame dei nostri errori. Chiamiamoli pure peccati se può servirci. Se il Battista ci fa immergere, se perfino Gesù di lì a poco si immergerà, perché noi continuiamo a rimanere a galla? La verità chiede immersione. Immersione vera nella morte che ci portiamo dentro. Bisogna ripartire dagli errori. Serve una pedagogia del limite. Mi sembra una strada ancora poco frequentata.

Non è questione di sbandierare soluzioni facili e risposte consolatorie, quelle illudono e fanno male, la sfida evangelica mi sembra invece quella legata a una assunzione seria e matura del limite che ognuno di noi è. Del male che si porta dentro. L’invito di Giovanni, che poi Gesù riprende, è coraggioso: il fondale del presepio dove verrà a miracolosa natività la verità di ciò che siamo non è il romantico muschio delle buone azioni ma un devastato mondo fatto di distruzione e di macerie. Scendere dove abbiamo fallito, dove continueremo a tradire, perché solo in quel battesimo di verità noi impariamo a sapere chi siamo e cosa attendiamo. L’errore non è da cancellare ma da valorizzare. Il peccato non è da negare, da nascondere, ma da ascoltare.

In Genesi il Padre si immerge nel giardino dopo che Adamo ed Eva hanno preso del frutto non per giudicare ma per chiedere, per domandare. Purtroppo Adamo ed Eva negano. Avrebbero dovuto gioire di quel loro essere negli abissi, avrebbero dovuto ascoltare il Creatore perché sarebbe stato interessante chiedersi cosa cercavano in quel frutto proibito, cosa mancava loro nel Giardino paradisiaco, che immagine avevano di Dio e di se stessi, perché il serpente era così promettente.

Ogni volta che leggo questi testi sul battesimo sento forte la nostalgia di immergere tutta la nostra pastorale fatta di apparenza per poter iniziare ad abitare finalmente la verità di ciò che siamo, da adulti. Scendere nei nostri errori, nelle nostre immaturità, nelle pulsioni, nei peccati commessi e interrogarli senza condanna, lasciare che ci istruiscano al riparo dei sensi di colpa. Scendere accompagnati da un compagno di viaggio che sa accompagnare: ecco perché Gesù si fa battezzare, per accompagnarci negli abissi che ci portiamo dentro. Dai Chiesa, battezziamoci anche noi.

            In Spirito Santo e fuoco

E dal fondo degli abissi: Spirito Santo e fuoco. Cioè respiro divino e calore. Respiro divino: perché manca il fiato quando ci guardiamo per quello che siamo. Ci spaventiamo di noi stessi. E allora mi immagino un bacio, un respiro profondo, quello del Dio ai derelitti, del Padre dei naufragati, il mio Dio, quello he cammina nella discarica del mio cuore, lì, nei fondali del mio battesimo lui mi bacia e io capisco cosa stavo attendendo davvero. Ma solo lì lo capisco, in superficie attendevo appartenenza, giustificazioni, complimenti, chiese rassicuranti e affetti consolanti. Ora capisco perché mi mancava il respiro. Mi mancava un bacio sulle mie macerie.

E poi calore. Lo conosco il freddo che prende quando faccio davvero i conti con il male che ho fatto e che continuo a fare e che ancora farò. Vorrei nasconderlo e nascondermi. Come Adamo. Ma Lui, girato l’angolo del tradimento, Lui, Dio dei bassifondi e delle fogne, lui accende un fuoco per me, mi abbraccia, mi scalda. E ne faccio finalmente esperienza. Non potevo attenderlo senza scendere fino a qui.

Una Chiesa che non illude ma che accompagna fino all’abisso di morte che ci portiamo dentro per indicarci respiro e calore. Quello è ciò che aspettiamo davvero. Poi, se vuoi, chiamalo pure Dio. O Amore. O Vita.

            Il cielo si aprì e venne una voce dal cielo
Solo allora il cielo si apre. E qualcosa come una colomba. A dire che il diluvio serve a immergerci nella verità di ciò che siamo ma che una terra c’è. Una terra bella come una promessa. Una terra che si apre come un respiro, una terra nuova su cui ricominciare. Una terra in cui camminare senza vergogna del divino. Perché Dio non ha vergogna di baciarci e di abbracciarci nel cuore delle macerie e dei fallimenti. E questa mi sembra l’unica vera buona notizia. Quella che continuo ad aspettarmi e che continuamente mi stupisce.

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E sollevano polvere di stelle (arando la terra con il cielo) Epifania C

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liturgia parola epifania

E sollevano polvere di stelle (arando la terra con il cielo)

(Matteo 2,1-12)

Epifania anno C

 

Dove è colui che è nato?

Il pezzo di terra dove uno nasce, le strade che uno cammina, gli orizzonti che lo fanno commuovere. I ricordi radicati a un brandello di mare e al suo profumo, le montagne scalate e i fiumi attraversati. La terra camminata, la campagna, ma anche la terra bestemmiata, quella che ci ha rifiutato e quella che è cambiata senza che noi fossimo capaci di trattenerla. Quel pezzo di mondo che non dice più nulla perché chi abbiamo amato non è più. E poi il terreno su cui comprare casa o su cui trovare quella che sembra costruita per noi, un campo da eleggere a dimora, la terra madre che ci parla, quella che ci adotta. Alla fine il pezzo di terra che custodirà il nostro corpo in decomposizione, perché ritorni alla terra da dove fu tratto. Sottovalutiamo il “dove” eppure è proprio geograficamente che si può raccontare la nostra vita. È il nostro modo di parlare alla Terra, sulla Terra, che dice del nostro modo di essere uomini. Lo sanno bene i magi, che chiedono: “dove è?”, “dove è colui che è nato?

È a Betlemme

È a Betlemme, che forse significa “casa del pane”, ma non è poi così importante, sicuramente sappiamo che è un pezzo di terra con il vizio della divina congiura reale. A Betlemme è nato Davide, era il più piccolo, l’ultimo, il dimenticato. Amava la terra, alla fine della sua vita, una vita piena e controversa, sentirà bruciante nostalgia dell’acqua della fonte di casa sua, la terra chiama, soprattutto alla fine. Betlemme è città sovversiva perché ci nasce Davide ed è consacrato re, mentre un altro re è ancora vivo ed è al potere. Non reggerà al coraggio di un Dio così onnipotente da sapersi perfino contraddire. Ecco perché Erode si spaventa. La storia è legata alla terra e Betlemme narra un finale che al potente non piace.

            Siamo venuti (da Oriente) ad adorarlo

I Magi non hanno il potere di Erode e nemmeno la sapienza dei capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo, non sanno nemmeno interpretare le Scritture e, sbagliando strada, finiscono a Gerusalemme, luogo pericoloso: perché è il centro del potere e il potere sfigura, sempre. Gerusalemme è un pezzo di terra ambiguo, pezzo di terra colonizzato dal santo potere, violentata dagli eserciti, strumentalizzata dalle religioni, Gerusalemme è un pezzo di terra che deve fare paura. Perfino Davide a Gerusalemme diventa irriconoscibile, si smarrisce, non si muove più, non è più il pastore di Betlemme, non è più il coraggioso partigiano che dimora nelle grotte, è un potente schiavo del ruolo. Gerusalemme svuota di umanità. Potere di un pezzo di terra. Gesù nasce e muore fuori Gerusalemme. Non è un caso.

            I Magi non hanno potere e nemmeno la sapienza ma hanno qualcosa che a Gerusalemme hanno dimenticato: hanno strada nelle gambe e occhi gonfi di orizzonti. I Magi si nutrono di cielo e lo trasformano in traiettoria terrena, il celeste diventa terrestre, sono comete che arano la terra con il cielo, camminano e sollevano polvere di stelle. È sempre questione di un “dove”, di luoghi, è sempre questione di un luogo da amare, da cercare, da camminare. Da adorare: cioè da portare alla bocca, da baciare. Dovremmo ricominciare a pregare inchinandoci al suolo, scendere, tornare terra, baciarla la terra, adorarla. Chissà forse anche le nostre liturgie perderebbero quella evanescenza sconfortante. Quel barocchismo stucchevole. Che desiderio di una liturgia più sacra cioè più terra terra.

I Magi hanno cielo e terra nei loro occhi, si chiama passione, ed è l’unica forza che muove il cammino, ed è l’unica cosa che permette di cercare Verità e di trovarla adagiata su un pezzo di terra, ad attenderci. Hanno piedi sporchi, lacrime stupite negli occhi e sanno adorare perché sanno baciare. E questo basta.

            Gli risposero: a Betlemme di Giudea

Poi ci sono sacerdoti e gli scribi del popolo. E sono tristi come la morte. Loro hanno un posto e non lo abbandonano, non possono, senza quel luogo loro sarebbero niente, si perderebbero. Allora disegnano mappe, ma sono mappe per altri, mappe che non percorrono mai, mappe perfette e senza odore, mappe in scala, molto ridotta, a misura del loro scarso coraggio.

            Fanno tristezza e tenerezza, sanno tutto e vivono niente. Loro non sbagliano mai, sanno interpretare le Scritture, sanno raggiungere conclusioni esatte ma poi rimangono lì, mentre la vita accade lontano da loro. Scorre su un pezzo di terra non appesantito dalle mura di Gerusalemme.

            È tempo di uccidere il sacerdote e lo scriba che ci portiamo dentro, non possiamo più affidarci a profezie che non siano appassionate difese degli uomini, non possiamo più adorare una religione che non preveda il desiderio, dobbiamo smettere di produrre mappe che poi non verifichiamo mai. Siamo chiamati a uscire dal Tempio per tornare nel Deserto, quello di Esodo. Di noi nessuno ricorderà di come abbiamo spiegato la vita ma di quanta polvere ci è rimasta attaccata ai sandali, di come abbiamo saputo perderci e ritrovarci, si ricorderanno del coraggio che abbiamo avuto nello staccarci dai vantaggi acquisiti per rispondere ad un amore profondo per una Terra che ci chiamava a nuovi cammini. Non perfetti magari, sicuramente insicuri, ma maledettamente veri. Cammini in cui la terra adorata, baciata, alzava polvere di stelle al nostro passaggio. Di noi si ricorderanno del prezzo di coraggio pagato pur un viaggio non scontato. Come i Magi.

            Erode fece chiamare segretamente i Magi
Che terribile tenerezza: il potere rende bambini. Parlatemi della stella, sembra dire Erode ai Magi, ricordatemi di come eravamo belli quando il cielo ci riempiva, fatemi tornare a quando sapevo sognare, ridatemi una vita non rassegnata, una vita non sfigurata dalla rigidità del potere. I potenti sono uomini umiliati dal potere che scippa il coraggio dei sogni. Anche Davide farà la stessa fine una volta lasciata Betlemme. Anche noi. Quando non ci muoviamo più. Quando pretendiamo di sognare sogni altrui o giudicare cammini non nostri. Quando ci accontentiamo di qualcuno che ci parli della vita ma non prendiamo mai posizione. Quando ci rassegniamo. Quando ci lamentiamo illudendoci che basti a renderci migliori. Vivere invece è fare i bagagli, uscire di notte dal palazzo di Gerusalemme e incamminarsi con questi stravaganti pellegrini venuti da Oriente. Vivere è abbandonare ciò che siamo, è perdere la faccia, il ruolo, il palazzo, la credibilità… ecco perché Erode non si muove.

            Per un’altra strada fecero ritorno

Poi i Magi tornano, ma per un’altra strada. Che c’è sempre una strada Altra per chi non si rassegna, per chi continua a sognare, per chi ha imparato a stare alla larga dal seduttivo potere di Gerusalemme. A noi di incamminarci, presto, con coraggio e passione. Saremo ricordati solo per questo.

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Animali notturni e innamorati Natale anno C

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liturgia della Parola Natale messa della Notte

 

Animali notturni e innamorati

(Isaia 9; Tito 2; Luca 2)

Natale anno C

 

Isaia: il popolo che camminava nelle tenebre

Certo che prima o poi la luce arriva ma prima… prima è un cammino nelle tenebre. Certo che a volte la luce arriva nella vita ma spesso è lampo, passaggio, intuizione, consolazione di un momento… il resto è cammino nelle tenebre. Ed è splendido sentire i rumori di un popolo che nella notte, comunque, cammina.

            Immagino il buio, immagino l’assenza della luna, sento i passi incerti dei piedi, le frasi smozzicate per farsi coraggio, qualche nome lanciato per aria in attesa di risposta per vedere se chi si ama è ancora nella carovana, vedo che il popolo, nelle tenebre, si da la mano, che tenerezza, si stringono forte, qualcuno piange, qualcuno se ne accorge. Ci si passa dell’acqua, qualcuno racconta della luce, qualcuno promette un fuoco, un bivacco. Il sudore di notte è freddo che ti cola dalla fronte, il fiato è qualcosa di compatto che rimane in sospensione davanti agli occhi, qualcuno vorrebbe fermarsi, qualcuno si è fermato e non è più. I vecchi si chiedono se vedranno ancora la luce, i giovani non sanno di cosa parlano i vecchi, i bambini giocano a nascondersi, le donne sognano futuri generativi, i padri hanno paura e non osano dirlo: il popolo camminava nelle tenebre.

            Che bello se assumessimo con coraggio questa descrizione per dire chi siamo noi, oggi. Noi chiesa, noi mondo, noi gente di esodi notturni. Mi pare una descrizione lucida e onesta. Spente le luci dell’apparenza rimane un popolo chiamato al cammino anche quando non vede l’orizzonte, rimane una chiesa che cammina verso una luce che altri hanno raccontato.

Certo, si può continuare a fingere, stare nel cuore della notte e giurare che ci sia luce, negare le evidenze, come se niente fosse e continuare in modo ridicolo ad essere caricatura di se stessi. Oppure maledice la fine della luce e vivere da risentiti contro tutto e tutti. Oppure camminare. Io voglio camminare. E non sarà la notte a impedire il cammino. Anzi.

Camminare le notti del mondo significa assumere la vita che viene con il suo volto spesso orrendo, la notte della malattia, della morte, dell’errore, del tradimento, della solitudine, della depressione… Natale è continuare a camminare, camminarci dentro, camminare nel cuore di tenebra chiamati da una luce.

            Camminare nella notte richiede attenzione continua, capacità di ascolto, creatività: se gli occhi non vedono bisogna imparare a vedere con i rumori, con gli odori, con nuovi sensi che non siano i soliti. E allora la notte diventa occasione per sviluppare l’inedito, per scoprire di essere ciò che non immaginavo di essere. Signore, aiuta la tua chiesa a camminare di notte, dentro ogni notte, e a fare Natale, scoprendo nuovi modi di dire l’Amore, animali notturni, e innamorati.

            Camminare nella notte è qualcosa di misterioso, cambia il panorama fuori e dentro di noi, colori, profondità, rumori, tutto si deposita. Si posano le apparenze, tutti siamo più fragili. Nella notte è più facile sentirsi complici. Nella notte il mio volto affonda un poco nell’oscurità e io ho meno vergogna di raccontarmi. Natale è quando riusciremo a camminare nella notte raccontando le nostre miserie con tanta dolcezza. Camminare da nottambuli significa trovare il coraggio di raccontarsi le proprie miserie per poter accogliere e accarezzare quelle degli altri. Cammina nella notte mia amata chiesa, non fingere, deponi le apparenze, accogli i cammini notturni di ogni uomo con stupita gratitudine. E non condannate mai nessuno, la notte è luogo del perdono e della misericordia.

            Paolo: vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà

Sarà Natale, sarà davvero Natale, quando impareremo l’arte della sobrietà. Che è il contrario dell’ebbrezza. Il contrario di una vita che per vivere ha sempre bisogno di moltiplicate stimoli di ogni genere. Di perdersi in un fare che illude di riempire e invece si nutre della nostra libertà. La vita abita il respiro calmo, la tranquillità profonda di chi non si lascia annullare dalle passioni. Natale è non andare in ansia che tanto il mondo vive anche senza di noi. Natale è fermarsi, fare un passo di lato, uscire dal centro dell’attenzione, depositare ruoli e maschere, sorridere di sé. Sì, il mondo può fare a meno di noi, respiro di libertà.

Sobrietà è non patire le passioni, non lasciarsi trasportare passivamente dalla cose della vita ma accogliere tutto gustando ogni sfumatura, sapendo guardare dentro il cuore delle cose, assaporandone il gusto. Vivere nella sobrietà è godere della ricchezza del Tutto che si racconta in ogni piccolo frammento. C’è il mondo intero in un pezzo di pane, c’è terra e acqua e fuoco, c’è abilità umana, c’è arte, c’è dono… c’è Tutto, se ho cuore e intelligenza per ascoltarlo. C’è il mondo intero che si racconta in un frammento, eucaristica è la capacità di ascolto, c’è la divinità in un bambino.

Natale è vivere con giustizia. C’è un modo giusto di fare le cose. Ma quel “modo giusto” non è mai dato una volta per sempre. Giusto è il dialogo umile e aperto con la vita che cambia. Giusto è saper interpretare il tempo. Giusto è saper cambiare idea. Giusto è colui che interroga il tempo e rimane in ascolto e decide di sé e degli altri con infinita compassione.

Natale è vivere con pietà. E questa è forse il vertice dell’umanità. Pietà è avere occhi che non condannano mai, è essere spazio comprensivo. Pietosi sono occhi che sanno la miseria, che vedono ciò che non è vita, ma occhi che sanno che qualsiasi miseria non è mai sufficiente a sfigurare per sempre l’umano. Pietà è l’esaltazione dell’umano, la sua ostinata celebrazione. Pietà è aver purificato se stessi a tal punto dal commuoversi per ogni traccia di umanità.

Questo per voi il segno

Natale è camminare nella notte ma avvolti di luce, una luce che non viene dalla santità della perfezione ma dalla profonda umanità dei pastori. Sono fuori dagli schemi del potere, vivono fuori dalle luci di Gerusalemme, sono animali notturni, spesso braccati da errori o da sensi di colpa, ma basta che una notte, dall’alto, qualcuno li guardi con sguardo luminoso e loro iniziano a camminare nella notte “avvolti di Luce” e vanno, un passo dopo l’altro, goffi, rozzi, bellissimi perché veri, puzzano di vita, hanno denti consumati e occhi stanchi, piedi resi duri dai sassi della vita, ma camminano e questo basta. Natale è che arrivano e vedono un segno. “Troverete un bambino avvolto in fasce” è il segno della vita che se curata, fasciata, avvolta di tenerezza resiste. “E’ in una mangiatoia”, cioè proprio dove questi pastori portano gli animali a mangiare. Natale è scoprire che la vita nasce qui, adesso, dove sto provando a vivere, dove provo a attraversare la notte, dove provo a dare da mangiare alla mia sopravvivenza. Natale è la vita che mi sceglie. E questo mi dona pace. Una pace profonda. Non sono sbagliato Signore, non sono peccatore, non sono indegno, non sono sporco, non sono incapace, o forse sì, ma non mi importa, perché non importa a te. Natale è che io voglio essere la tua mangiatoia.

Natale 2019 C

Fai l’amore nel mio corpo IV Avvento anno C

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liturgia della Parola IV avvento C

Fai l’amore nel mio corpo

(Michea 5; Ebrei 10; Luca 1)

IV Avvento anno C

 

Partorirà colei che deve partorire

Non è solo un augurio, è una visione. Gli occhi del profeta non si limitano a registrare le cose della vita, gli occhi del profeta sentono la vita che chiama dall’Invisibile. Michea, immerso nella realtà, sente che il mondo spinge per partorire vita; non so se riesco a descriverlo ma è uomo che sente che ogni cosa, ogni cosa!, custodisce nel suo intimo l’urlo d’amore, il grido vitale della partoriente, Michea sente che il mondo è in attesa, che è chiamato dalla vita a venire, sente il travaglio delle cose, sente che tutto è in movimento. Sono occhi da risvegliato quelli del profeta, occhi che sentono il vibrare segreto delle cose, che percepiscono, che non hanno dubbi: il Signore della vita è una partoriente in atto continuo di generare. “Deve partorire”, non è un consiglio, una speranza, una lontana possibilità: è un dovere, è nell’ordine intimo delle cose. Dio è: Vita che partorisce Vita. Dio è madre e padre. Dio è corpo di donna gravida che pulsa in ogni cosa che esiste.

Se il mondo deve partorire noi non possiamo che fecondarlo con moltiplicati gesti d’amore. Adesso, fare l’amore. Farlo, generarlo, suscitarlo senza vergogna. Dimenticare il Dio congelato in schemi maschili e freddi e morti: la nostra santità è la capacità di fare l’amore con ogni cosa che aspetta di venire al mondo. Fare l’amore con tutto noi stessi. Chi fa l’amore con il mondo si innamora di ciò che vede, non lo contiene, lo libera. Fare l’amore è permettere al potenziale costretto nel cuore dell’esistente di sprigionarsi. Fino a quando non sentiremo in noi gli occhi del profeta l’attesa del Natale sarà l’affastellarsi monotono dell’identico ripetersi delle cose. Fare l’amore è spezzare il cerchio noioso della ripetizione (che rassicura ma non meraviglia) e permettere alla vita di sprigionarsi. Uscire dalla prigione che contiene e soffoca e sterilizza l’inedito.

Un corpo invece mi hai preparato

“Un corpo invece mi hai preparato”. “Invece”, invece delle infinite riduzioni impaurite delle chiese di tutti i tempi. Invece di ridurre tutto a anima, a sentimento vago, a voli di angeli innocui. Invece di rendere tutto una teoria da dimostrare. Invece dello spiritualismo delle apparizioni. Invece dei sentimenti che non incidono nella carne: Invece: un corpo mi hai preparato.

E vorrei gridare con libertà e gioia in faccia a chi ancora è schiavo delle mille paure e delle mille castrazioni millenarie: il Divino si è fatto corpo. E un corpo ha preparato a ognuno di noi perché è proprio lì che vuole farsi incontrare. Il corpo che fa l’amore è divino. Non possiamo dire di aver scoperto Dio se teniamo coperto il corpo.

La ricerca di Dio non può più essere immaginata slegata dalla nostra carne.

Sogno di preparare un giorno un cammino di Esercizi Spirituali sulla scoperta di Dio dentro le carni viventi del nostro corpo in costante trasformazione. Incarnazione: un corpo mi hai preparato.

Era il mio copro di bambino, tenero e fragile, era bisognoso di tutto. Era frutto di madre e padre che proteggevano. Tu eri in quel corpo, preparato per me e per chi mi guardava stupito e grato. Ci siamo incontrati lì per la prima volta. Che bello sentire che il mondo era perfetto, affidabile, che Tu avevi in mano ogni cosa e che io potevo fidarmi. Bastava piangere e Dio o chi per lui mi davano latte e carezze, mi proteggevano dal freddo.

Poi è stato il mio corpo ragazzino quello preparato per la nostra storia d’amore, cambiavo io e cambiavi Tu (con buona pace dei noiosi che immaginano Dio immutabile), un corpo invece mi hai preparato per non restare eternamente nell’illusione della tua onnipotente onnipresenza. Iniziavo a conoscere il bene e il male, iniziavo a conoscere l’amicizia e il dolore, iniziavo a conoscere la paura. E Tu quel corpo mi avevi preparato perché io sentissi che Tu eri con me, che fare parte della tua squadra, quella dei buoni, in oratorio e in parrocchia, era cosa buona. Era ancora pensiero infantile, ma stavamo crescendo insieme.

Il corpo poi è quello di un adolescente e di un giovane. Un corpo mi hai preparato e tu in quel corpo e non altrove ti sei fatto conoscere. In verità hanno cercato e continuamente cercano di dire altro. Infatti, Signore, ti bloccano sempre all’infanzia, vorrebbero che noi si credesse sempre a Gesù bambino. Invece un corpo mi hai preparato e se il mio corpo cresceva, cercava, sperimentava, bruciava, si innamorava, si ricredeva: tu eri lì, non altrove. Quel corpo affamato d’amore mi avevi preparato e lo stavi abitando. Invece sembrava tutto peccato. Tutto una colpa. Il corpo cominciava a fare problema. Faceva paura. Non siamo ancora capaci di riconoscerti nei corpi brucianti degli adolescenti. Sì, forse l’Amore vero fa paura, saperti innamorato fa paura. Elogio della castità che profuma di vuoto. Vorremo ricondurre tutto all’infantile bisogno del seno materno. Scusaci.

Un corpo invece mi hai preparato. Quello di un adulto chiamato a generare vita. Quello che sperimenta il limite, la scelta, quello che desidera amare e essere amato. Quello che non brucia più nell’esplosione adolescenziale ma che sente bisogno di unicità. Siamo chiamati a cercarti lì. Il corpo non può essere ridotto a fardello, a contenitore, a scatola di ciò che è importante. Noi non siamo solo interiorità. Tu sei nel mio corpo adulto che chiede di essere ascoltato.

Poi sarà corpo di vecchio. E lì spero di avere maturato una strada di complicità profonda con te. Tu sarai il Dio delle rughe e dell’incontinenza, della saliva che cade da labbra sfatte, tu sarai il Dio nel corpo malato, nel corpo stanco, nella mente rallentata. Nel tremore della mano. Nei pensieri che non vengono. Di quando non saprò più scrivere. Un corpo invece mi hai preparato. Avrò saputo farti crescere con me? Riusciremo a crescere e cambiare insieme?

Il bambino sussultò nel suo grembo

Adesso posso leggere il Vangelo di oggi. È la storia di un Dio che sceglie di abitare un corpo. Non una Chiesa, non un Arca, non un’Istituzione ma il corpo. Perché il corpo vive e cambia e cresce. Il corpo di Elisabetta, che deve rimettersi a fare la madre invece della nonna. Sperava in una santità di preghiere e incenso e invece “un corpo mi hai preparato” e sono i patemi della vita che cambia. Maria, pur con tutta la retorica di duemila anni rimane madre, abbiamo fatto l’impossibile per disincarnarla, svolazzante apparizione, ma lei rimane un corpo. Un ventre fecondo da ascoltare. Il corpo di una madre che perde un figlio che poi prova a ritrovare. Il corpo di una madre che sul suo ventre, sotto la croce, appoggerà un cadavere troppo giovane. Una donna chiamata a cercare il divino in Giovanni, un altro corpo. Perché un “corpo invece mi hai preparato” e non è mai come ce lo aspettiamo. Occorre imparare ad ascoltarlo, il Corpo, di Cristo.

IV Avvento 2019 C

Non voglio più fare niente III domenica di Avvento C

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letture della III di Avvento C

Non voglio più fare niente

(Sofonia 3; Filippesi 4; Luca 3)

III Avvento anno C

Nuovo come l’amore

Basta, non voglio più fare niente. Ma lo voglio fare con passione, impegno e dedizione totale.

Basta, non voglio fare niente perché non c’è bisogno di fare niente, perché tu Signore non mi chiedi niente, “gioire per me” è l’unica tua gioia, come dice il profeta Sofonia. Non sei un Dio che chiede sei un padre contento di me per quello che sono, per come vivo e respiro e mi muovo nel mondo. Non ti aspetti che io faccia nulla, tu gioisci per me e con me. Tu mi ami e questo basta, non devo fare altro, voglio solo sapermi fermare, desidero solo il coraggio di respirare a pieni polmoni questa vita che mi parla di Te, questa aria fredda che mi scende nel profondo degli occhi, questo profumo che mi scalda il cuore, questa storia che canta il mio essere al mondo, questo vento leggero che mi porta il suono della tua calda risata “esulterà per te con grida di gioia”, cosa voglio di più? Non è quello che basta per vivere? Sapere che qualcuno grida di gioia per il fatto che sei al mondo. Voglio fare niente, fermarmi e commuovermi di questo amore che costa nulla, chiede nulla, pretende niente e cambia la vita. Sì, la rinnova, la rende nuova “ti rinnoverà con il suo amore”.

Voglio fare niente Signore, iniziare a fare niente, solo amare quello che incontrerò senza nemmeno cercarlo. Non voglio prevedere, impostare, pianificare, solo amare quel che viene, amare ogni cosa e stupirmi perché ogni cosa amata diventa nuova. Il mondo cambia se lo ami. E se non cambia, poco importa, cambia chi ama. Non voglio più fare nessuna cosa che non faccia rima con Amore.

L’amore è vicino

            Non voglio più fare niente Signore, ma proprio niente, solo fermarmi. Ma voglio farlo con passione, con dedizione, con ferocia costanza. Fermarmi dentro il cuore delle cose, dove batte il segreto della vita, voglio sapermi fermare senza pretendere niente, lasciando andare tutto per godere dell’unica cosa che conta: saperti vicino. “Il Signore è vicino!” ha detto Paolo ai Filippesi. È vicino adesso, mentre scrivo queste righe, mentre preparo da mangiare, mentre aspetto che succeda qualcosa.

            Voglio fare niente, solo sedermi vicino al cuore delle cose, di ogni cosa, anche di quella che la mia supponenza ha sempre considerato banale. Voglio solo sedermi vicino alle cose per sentirti accanto a me. Voglio fare niente, solo lasciarti parlare, solo lasciare che la tua manifestazione stupisca il mio gretto efficientismo, la mia smania di dimostrare, il mio infantile e maschile bisogno di affermarmi. Voglio fare niente, solo sedermi vicino al reale, nel silenzio delle cose, dietro le apparenze che sono trappole, voglio evitarle, occorre attenzione e pazienza, occorre leggerezza e tanto tempo, occorre fare niente, solo attenzione, e poi sedersi lì, dove il Niente palesa la tua Presenza. E quando non ti sentirò, quando mi sembrerà di essere al cospetto del nulla, aiutami a non pensare, persino il fare del pensiero voglio deporre se questo mi rende impossibile ascoltarti. Più ancora che ascoltarti, sentirti, vicino. “Il Signore è vicino”, voglio fare niente, stare a letto, come due vecchi che hanno già spremuto il succo della vita ma allungando un braccio sentono, sotto le stesse lenzuola, che l’altro c’è. E il sorriso calma l’ansia e sentono che la vita ha un gusto buono. Che non occorre più fare niente, solo godere del profumo di due vecchi che di nascosto si cercano ancora.

            Non voglio più fare niente, voglio solo imparare a “non angustiarmi più per nulla”, come dice Paolo ai Filippesi. Desidero imparare finalmente l’arte del respiro, e in quel respiro lasciare andare tutto ciò che mi pesa sul cuore. Non posso più essere in balia degli eventi, non posso più dirmi innamorato di te se poi non so lasciare questa ansia che mi stritola il cuore. Non voglio fare niente che non sia un atto di abbandono fiducioso. Sono anni che si moltiplicano parole dalle mie labbra, adesso basta, voglio cominciare a credere a tutto ciò che hai detto attraverso di me. Mi lascio andare al flusso della vita, io e te insieme, sullo stesso legno a contare le onde che spingono contro lo scafo, arriverà quello che deve arrivare, vivremo ciò che ci sarà da vivere, non malediremo le tempeste, godremo del mare calmo, ringrazieremo per tutto. Non ci preoccuperemo più di nulla, solo ci occuperemo, giorno per giorno, di quello che sarà. E ringrazieremo. E se qualcuno non capirà, se qualcuno commenterà, poco importa. Di una sola cosa non faremo mai a meno: la custodia del cuore.

“La pace di Dio custodirà i vostri cuori”, nient’altro che questo. Verrà la vita, onda su onda, a volte la cavalcheremo, a volte soccomberemo, ci saranno tempeste e pure lunghi giorni di navigazione serena, sarà quello che sarà, ma in tutto questo tempo una cosa sola vorrei imparare perché solo questa è necessaria, solo custodire il cuore di chi incontrerò. Non saranno grandi percorsi, non saranno rivoluzioni pastorali, non saranno grandi gruppi, non saranno le folle, ma fosse anche uno, uno solo, non fare niente, solo sgranare gesti di pace, apparecchiare tavole imbandite di calma e lentezza e prendersi cura di un cuore alla volta, avere cura che non si spezzi, che non si fermi, che non si faccia troppo male per colpa degli spigoli che la vita può riservare. Che non si rompa a causa mia.

Che cosa dobbiamo fare?

E basta, non fare più quella domanda carica di ansia e sensi di colpa e visioni ubriache del divino, non fare più quella domanda che assedia il Battista nel Vangelo: “cosa vuoi che io Signore faccia per te?” Niente. Semplicemente e totalmente niente. Questa è la risposta. Appassionatamente niente.

Abbandona la tunica di troppo, smetti di agitarti per coperture, ruoli, definizioni, protezioni e appartenenze. Togliti la tunica, l’abito, le abitudini.

Abbandona l’idiota pretesa di esigere dalla vita più di quanto è fissato perché è già più che sufficiente quello che c’è, perché senza che tu esiga niente hai già tutto. Cosa vuoi esigere più di un’alba o di un tramonto? E più di tutto quello che sta in mezzo ad ogni alba e ad ogni tramonto.

Abbandona la violenza, non maltrattare la vita, non estorcete niente mai, per nessun motivo, niente a nessuno. Impara a non forzarla la vita, lasciala venire, a lasciarla scorrere e sorridi grato e stupito. Non serve niente, nient’altro che questo. La vita che viene.

III Avvento 2019 C

Io sono l’Atteso, tu lo sguardo innamorato II domenica di Avvento C

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Io sono l’Atteso, tu lo sguardo innamorato

(Baruc 5; Filippesi 1; Luca 3) liturgia parola II avvento C

II Avvento anno C

 

E poi eri lì, nel fruscio leggero di un vestito che lasciava scoperte le carni del mio dolore.

 Bello come un fruscio

            Le vesti di morte scivolano ai piedi di un corpo piagato dal dolore, il lutto ha pianto via la vita da ogni parte di me. Avevo paura di guardarmi, che non fosse rimasto nulla di me era il mio timore. Con un fruscio dolce come il depositarsi di una foglia i miei dolori autunnali adesso stavano, ai miei piedi, immobili, quasi adoranti. Adesso li potevo guardare con parsimoniosa gratitudine. Il lino che custodiva l’urlo ora mi concedeva il respirare, e la grazia della vita sussurrata. Non credevo Tu fossi quel fruscio, Signore della vita. Ti ho atteso con ferocia, ti ho cercato con violenza, ho urlato il tuo nome al cielo e tu eri in un fruscio. Tu mi hai atteso tra le pieghe della mia nudità. Adesso che “la veste del lutto e dell’afflizione” è scivolata ai miei piedi, adesso, nell’atto stesso della spogliazione, ci siamo trovati.  Signore, mio fruscio di deposizione, spogliami di tutto ciò che non è vita.

 Bello come un vestito

            Il mio corpo aveva freddo, adesso. Il dolore, la rabbia, il lutto, la ribellione, tutto è stato protezione. Il tuo fruscio a svelarmi, a deporre le vesti del mio rancore mi ha reso esposto. Come un bambino appena nato. Ho freddo. Non comprendo più chi sono. Capisco che per troppo tempo la rabbia è stata la mia identità. Poi però sento il colore di un vestito nuovo, sento depositare su di me un tessuto caldo, intrecciato per me, è una scusa, la tua, per accarezzarmi. Mi emoziono, mi commuovo. Non credevo di trovarti in questa mia nuova identità ritrovata “rivestito di splendore”. È il tuo sguardo che illumina il mio fragile corpo. E mentre mi “avvolgi con il manto della giustizia” io ti sento, sei tu quel manto, sei tu nell’atto di avvolgermi come si protegge una farfalla impaurita. E comprendo lo sguardo e comprendo questo abbraccio alla parte profonda di me. Mi stavi aspettando, non potevo capire, deporre il dolore non bastava, per rinascere occorre uno sguardo che sia innamorato di me. Fecondo. Il bozzolo di una rinascita. Avvento sono i tuoi occhi innamorati di me.

 Bello come chi cammina sui cocci

Alzo lo sguardo, non ne avevo il più coraggio, non mi ricordavo più del cielo, la terra, una fossa, mi impigliava a sé. “Sorgi o Gerusalemme, sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere”. Ho pianto tutto il mio dolore, il viso schiacciato nella polvere mentre tu, dall’alto, come madre preoccupata, guardavi verso oriente, verso il sorgere dalle mie macerie. E quel tuo sguardo che dall’alto ha versato su di me compassione, anche quando non potevo accorgermene, è stato ciò che ha reso possibile il ritorno. Il ritorno di me a me, come quando si rimettono insieme i cocci di una vita. E ho capito che i figli chiamati a unificazione erano tutte le parti di me che avevo smarrito per incuria o dimenticanza o incomprensione. Dall’alto di quell’altura, con commovente pazienza, tu hai aspettato che facessi pace con tutto ciò che avevo disperso di me. In quello sguardo d’amante si ricomponeva la mia corporeità, che tu raccontavi buona, in quello sguardo si ricomponevano i miei errori e le mie infedeltà, che tu non tramutavi in condanna, in quello sguardo orientato alla vita, si rimettevano insieme tutte le parti di me che ho sempre ripudiato, odiato, negato. Tu le hai sempre e solo amate per il semplice fatto che parlavano di me. Avvento è che mentre facevo pace con me stesso io incontravo te.

E ho capito, ho capito bene, che peccato non è aver fatto a pezzi la mia vita, avere infranto le pareti di qualche regola come lasciare cadere o lanciare un vaso prezioso. Peccato non sono i cocci. Peccato vero è lo sguardo di chi mi ha fatto sentire in colpa. Avvento sei Tu che cammini sui cocci per arrivarmi vicino e guardarmi negli occhi con amabile compassione.

 Bello come l’incompleto

“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento”. Ma io lo Signore che il compimento sarà solo alla fine, sarà la morte e la rinascita in Te. Intanto la bellezza è questo incompiuto che mi abita. Non ci sarebbe avvento senza incompiutezza. L’incompiuto è il vuoto che narra il domani, incompiuto è l’invisibile possibilità di futuro, incompiuto è la fame di vita che non mi lascia. Mi hanno insegnato a cercarti nella perfezione, nella chiusura di un concetto, nella completezza di un lavoro. Invece mi racconti che ciò che è compiuto è anche morto. E nel mio incompiuto ti ho trovato, nelle parti di me che sono cantiere di umanità, e sai Signore cosa mi consola? Che questa incompiutezza mi rende leggero. Sorrido di me. Della mia incompiutezza che narra di Te. Di questo mio abbozzo di vita che richiama le tue mani vasaie.

 Bello come un margine

 Il potere è pericoloso, “tetrarca” è parola che ricorda il chiudersi di una trappola. Il Battista è libero, invece. Perché è ai margini, perché non ha muri di palazzo a contenere il vento della libertà. Il deserto libera. Il cammino libera. Bello come un esodo, bello come la traiettoria di una migrazione. Credevo di trovarti al centro della vita, in un Arca, in una chiesa, tu mi aspettavi ai margini. Tu mi aspettavi dove nessuno si aspetta qualcosa da me. Marginale è colui che cammina fuori dalle logiche del potere, è colui che propone un battesimo di conversione. Adesso ho capito. Che quel battesimo era un ventre caldo di ricomposizione. Quello che chiamiamo peccato non è altro che una forma di non umanità, quello che chiamiamo peccato è tutto ciò che in noi ancora non è nato. Non si condanna ciò che non è nato, magari si aiuta a nascere. Serve un ventre di gravidanza, un battesimo, occorre immergersi e riemergere con respiro nuovo. Credevo di trovarti nella perfezione, ti trovo invece nelle parti non ancora nate di me. Dove non amo da uomo, dove non decido da uomo, dove non sono libero da uomo. Mi aspetti, mi prendi per mano, ti immergi con me. Avvento è che tu mi attendi per rinascere, giorno dopo giorno.

Lieve, la vita che non muore XXXIII del tempo ordinario B

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Lieve, la vita che non muore

(Marco 13,24-32)

domenica 18 novembre 2018, XXXIII del tempo ordinario B

La tribolazione finisce e sembra che nessuno se ne accorga. Tutti a rimpiangere la luce del sole che non c’è più, l’assenza del riflesso della luna, le stelle staccate dal fondale e nessuno, nessuno, a dire che, semplicemente, quei segni non servivano più. Perché “la tribolazione è passata” e quelli erano solamente segni per non morire nel buio del cammino, per attraversarla la notte, per portare a termine rotte incerte sul mare della vita. Erano segni del Padre, Lui unico sole, luna e stelle. Adesso non servono più perché il Figlio del Dio vivente viene sulle nubi.

Invece passato il dolore, passata l’angoscia, passato il tormento delle cose del mondo rimane un’umanità di orfani impauriti che vivono nella nostalgia dei segni di un tempo, probabilmente perché non sono mai riusciti a comprendere davvero che luce e calore rimandavano ad Altro. Arrivano addirittura a rimpiangere le tribolazioni di un tempo, che forse non erano poi così male, si dicono, e poi ci rendevano vivi, confidano.

La tribolazione finisce eppure tutti sono rapiti dai segni apocalittici di un Universo deposto. E nessuno, nessuno, a dire che il compito dell’uomo era esattamente quello di deporli quei segni. Perché il senso della vita era attraversare tempo e spazio, tribolazioni comprese. È come se ci fosse il popolo dell’Esodo che, in piena Terra Promessa, si lascia andare al pianto perché è terminata la manna e non c’è più deserto. È come se ci fosse un popolo così attaccato ai segni da rimpiangere una Chiesa pervasiva e potente e visibile. Ma come non vedere che è proprio quando il segno di quella Chiesa crollerà definitivamente che riusciremo a fare spazio al volo libero e liberante del Figlio dell’Uomo? I segni confondono, illudono, sono un sipario tirato sul vero volto delle cose. È che noi ci affezioniamo così tanto ai segni che dimentichiamo “chi”, di chi dovrebbero parlare.

Sei tu Signore il sole, tu il calore della mia storia, tu a illuminare i cammini futuri, tu a rischiarare il passato. Tu la luna, fedele anima della notte, ad accompagnare i nostri pellegrinaggi nel buio e i nostri frequenti smarrimenti. Di Te Signore parlano le stelle, tuo sorriso, costellazioni di luci che donano profondità al Cielo e guidano il nostro navigare. Tu Signore l’Invisibile che muove il cielo, tu soffio, potenza celeste a dare respiro al nostro incedere terrestre.

Far crollare i segni per poter vedere il figlio dell’Uomo venire su una nube, e mentre crollano i segni vedere svanire le tribolazioni. E capire che l’angoscia era legata alla furia patetica e infantile con cui abbiamo sprecato la vita a tenere in piedi fondali usurati, paraventi patetici, paramenti che del sole, della luna e delle stelle erano solo invecchiate riproduzioni.

Quanta libertà invece in questa pagina, dopo che ciò che sembrava intoccabile lascia finalmente spazio all’Inedito. Quanta pace in quel silenzio in cui finalmente possiamo ascoltare il nostro respiro e non siamo più schiavi dell’eterno ritorno del ciclo del tempo e delle stagioni (sole/luna). Cala il sipario delle nostre illusioni, così scopriamo che quello che ritenevamo imprescindibile era solo lo schermo che impediva al Signore di venirci incontro.

Se riuscissimo a vivere la vita con questa logica! Che liberazione. Non più angosciati dal morire delle tradizioni, non più appesantiti dall’affievolirsi della “fedeltà sacramentale” o dei giovani che camminano altrove, non turbati delle case religiose da chiudere, dei preti che mancano… ma capaci di lasciar finalmente libero il cielo per l’incedere fantasioso dell’Amore. E lo vedremo finalmente, non un segno pallido della Verità ma lui, l’Amore fatto carne in un volo di speranza a planare dentro le nostre storie. Finalmente pacificate, libere e affidate, senza l’ansia del fallimento, senza la tribolazione della sconfitta, senza la dispotica pressione dei numeri o del potere.

E finalmente lo vedremo, non un segno, ma Lui. Vedremo la potenza, e sorrideremo, perché salvata dall’ambiguità dei segni con cui l’abbiamo sempre appesantita, scopriremo che è davvero diversa da come l’avevamo cercata. Spenti sole, luna e stelle rimane la notte, la potenza che scende dal cielo e si rende visibile nella notte. E noi, improvvisamente vedremo, che era già lì, che era già scritta, che quella potenza ha già incontrato il mondo nella notte del Natale e nella Notte di Pasqua e diremo, sentendo il fondale dei segni accasciarsi al suolo, che non avevamo capito niente. Che quando ci siamo affannati per mostrare la potenza della Chiesa, la potenza della teologia, la potenza della pastorale, la potenza della religione ci siamo schiantati sui segni, abbiamo assolutizzato e sfigurato i segni! Nella notte di Natale la potenza è la carne fragile di un bambino. Potente come un seme, come un vagito, come un futuro che chiede di nascere. Nella notte la potenza è la carne di un bambino promettente e fragile. Quello l’unico segno. Mio sole, un infante, mia luna una madre e un padre illuminati dalla Vita, e le stelle i pastori, comete di carne ossa e sogni. Tutto un Segno. Divino Segno. E nella notte del mondo noi siamo segni quando incarniamo la potenza della fragilità della vita che nasce.

Oppure quell’altra notte, dove la potenza è un cadavere d’uomo che muore in profumo d’amore. Dove la potenza è un amico che stacca un corpo morto dalla croce. Dove la potenza è il silenzio del seme nel sepolcro e poi quell’Assenza misteriosa e per niente violenta. La chiamiamo Resurrezione, è la vita che non si arrende, è l’amore più forte della morte. Questa è l’unica potenza. Perché avere paura? Cadranno i segni, cadranno le impalcature, cadranno le immagini delle nostre tradizioni, ma dietro, a sorridere, ci sono un neonato e un seme d’uomo, c’è la vita, l’amore. E che liberazione vedere cadere tutti i segni che non parlano d’amore.

E verrà nella gloria. Ma il suo canto sarà il pianto di un bambino e il silenzio del deposto. A dire che gloria di Dio, unico segno credibile, è l’uomo che si lascia custodire, è l’uomo che permette alla carne di manifestare il bisogno d’amore. Altra gloria non c’è. E che si schianti finalmente tutto ciò che non ci parla dell’umano con tenerezza e comprensione.

Cadranno le impalcature di ciò che crediamo imprescindibile, ma prima occorre dare nome. Cosa riteniamo indispensabile per la nostra vita? Cosa crediamo impossibile da superare? Un ruolo, una promessa, un’abitudine, un giuramento? Identifichiamolo. E poi preghiamo che cada. Ci troveremo soli e al buio. Per un istante crederemo di dover morire, di essere già morti. Ma in quel momento, nel silenzio, potremo sentire il pianto di un bambino o il vuoto nel ventre della morte. Natale e Pasqua non saranno solo segni esteriori ma li avvertiremo come ciò che rimane quando tutto crolla. Ecco cosa vorrei fare da qui alla fine della mia vita far crollare e veder crollare ciò che crediamo eterno e sorridere, lieve, della vita che non muore.

XXXIII Tempo Ordinario B 2018

Alla fine, bastiamo XXXII del tempo ordinario B

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Alla fine, bastiamo

(1Re 17; Marco 12,38-44)

domenica 12 novembre 2018, XXXII del tempo ordinario B

 

Nella sua testa piangono pensieri amari. Pochi. Ripetitivi. La vita sta soffiando vuoto dentro le esistenze, la chiamano carestia, ma poi è solo un modo tra i tanti per dire: morte.

Lei non è così preoccupata, lei è vedova, ha già conosciuto l’amore e la morte, praticamente tutto quello serve per poter dire di aver vissuto. Ma lui no. Il figlio è troppo giovane e poi le madri non dovrebbero mai veder moire i figli. Invece “mangeremo e poi moriremo”. Tutto qui. Lo pensa e poi lo dice. Ad ascoltarla adesso c’è Elia, uomo apparso al capezzale della storia. Cerca acqua e pane, lui, come tutti. “Mangeremo e moriremo”, ripete lei, mentre prova a raccogliere un po’ di legna.

È un mondo che ormai è quasi niente quello descritto dalla prima lettura, è un mondo fatto di pochi segni, di una umanità che si aggrappa a brandelli ultimi di sopravvivenza. Siamo in territorio straniero, in piena carestia. Ci sono un profeta affamato, una vedova in punto di morte e un figlio senza futuro. Tutto qui. E quello che pensi è che in un mondo così Dio non c’è. Più ancora, in questo condizioni non sai nemmeno dove andare a cercarlo. Non è che non lo vedi è che proprio non riesci a immaginare dove possa nascondersi, il cielo è muto, la terra è arida, l’uomo muore… È solo un mondo di sconfitti, pensi,  ma di quelli che non hanno poesia, è il mondo dei falliti, degli abbandonati, dei relitti umani che, silenziosi, sono destinati a lasciarsi fagocitare dal silenzio. Dove lo cerchi il divino in un mondo così?

E intanto comunque lo cerchi, leggi e ti scopri più cocciuto dell’amore della vedova, perché lo capisci bene, se riesci a trovare Dio tra le pieghe di queste righe, in questa vita esausta, poi è facile che lo trovi anche nella tua di vita, anche in piena carestia. No, non è nelle parole di un profeta affamato e stanco, non nella farina ormai terminata, non nell’olio, non nei figli in punto di morte, dove è? Dove si nasconde?

La donna non crede nel Dio di Israele però ascolta quest’uomo, Elia, che gli chiede qualcosa da mangiare, poi guarda suo figlio, e allora non dice di no, a Elia, dico. Non dice di no. Perché un uomo che cerca da mangiare è sempre un figlio che cerca una madre, e allora lei si trova a pensare che anche Elia ha o ha avuto una madre da qualche parte. Alla vedova non importa niente se Elia è profeta e di chi e perché, quando la vita è in piena carestia restano solo le cose essenziali, quello che vede la donna, unica donna di quel gruppo di disperati è: un figlio. Elia è un figlio come suo figlio. E lei allora non può che essere madre. E quello che succede è che, prendendo un po’ di legna, scendendo nel ventre della giara, implorando l’orcio di concedere olio, quello che fa è: rimanere madre, fino in fondo, fino alla fine. E noi scopriamo che Dio era nascosto lì. Una fede di farina e di olio, una liturgia dell’impasto, il caldo crepitare della legna, il profumo di focaccia, l’abilità di accarezzare gli ingredienti e di trasformare elementi della natura in vita. Dio è lì. In quei gesti materni. Lì si era nascosto. E quasi dispiace che poi la carestia finisca, che l’acqua ritorni, perché finisce l’incanto, quello di un Dio che si manifesta come vita nei gesti pratici e stupiti di una madre che spinge ogni giorno un passo più in là la morte di due figli. Preghiera di farina, olio e fuoco. A salire in cielo non parole ma profumo di pane cotto sulle pietre.

Miracolosi sono i gesti materni, sono loro che ci tengono in vita. Miracolosa è quella donna che rimane madre fino e oltre la fine. Miracoloso non è l’olio che non si esaurisce e nemmeno la farina che non finisce, miracoloso è che quella donna non smetta di generare gesti di cura in clima di carestia. Miracoloso è scoprire che il divino si manifesta nella mia vita quando le rimango fedele, quando rimango fedele alla mia identità profonda. Alla mia maternità, alla mio essere generativo.

Io mi commuovo sempre davanti a questa pagina perché mi viene da pensare che la resurrezione, quella vita senza carestia d’amore, profumi di pane, di olio e sia calda di legna appena raccolta. Una eternità domestica e feriale. Profuma di casa.

E poi è tempo di un’altra vedova, quella del Vangelo. Un altro deserto, ben più ambiguo del primo, altra carestia d’amore ben più pericolosa della prima: siamo nei pressi del tesoro del tempio. E Gesù osserva un’umanità che, come sempre, è intenta a occupare i primi posti, a divorare gli ultimi e ad abitare lo spazio del religioso cercando di mettersi in mostra, di “farsi vedere”. “Guardatevi” dice Gesù, da chi vuol “farsi vedere”. È sempre questione di sguardi la vita, rapaci o misericordiosi.

Guardatevi, dice il Vangelo, da quella aridità profonda che ognuno di noi si porta dentro, perché è terreno buono per lo scriba che ci portiamo dentro. Attenzione, perché per noi è pronta una “pena severa”, che non sarà quella del giorno del giudizio ma è quella che già ci infliggiamo liberamente decidendo di cedere alla logica della competizione, della bramosia e della vanità. Poveracci. Ricchi e vuoti e impauriti e sempre appesi allo sguardo altrui, all’altrui conferma, all’altrui giudizio. Condanna severa per chi fa dipendere la prorpia felicità dallo sguardo altrui.

Gesù non si mette in mostra, Gesù osserva, e il suo sguardo si posa su una vedova, ancora, come nella prima lettura. E lei diventa esempio, nelle parole di Gesù. Lei si avvicina e consegna tutto quello che ha. Tanto o poco non è importante, è tutto. Ma non è quello che la rende speciale. È da duemila anni che la guardiamo questa vedova al tempio eppure ogni volta è come se non riuscissimo a mettere a fuoco qualcosa. Qualcosa sfugge sempre. E poi ci pensi bene e ti accorgi di una cosa apparentemente banale: lei le sue due monete le getta nello stesso tesoro dei ricchi, meno monete rispetto a loro però nello stesso tesoro. E allora un po’ capisci, capisci dove sta la vera differenza, non è il tanto o il poco, non il tutto o niente, la vera differenza tra la vedova e i ricchi è l’identità. Per gli scribi quel tesoro è il Dio della religione, è il Dio del ruolo, è il Dio del potere, è immagine di un Dio  a cui è giusto dare tanto, sacrificare parte di sé. E allora hanno ragione, più uno si priva di qualcosa in nome di Dio e più è bravo. Alla donna non interessa essere brava, per la vedova quel tesoro è il Dio della vita, del desiderio, della felicità. E allora la donna non è più buona degli altri ma ha capito che Dio è il primo alleato della nostra felicità. Che credere non è donare qualcosa a Dio ma è donarsi a se stessi, è consegnarsi al proprio desiderio, è concedersi alla vita. Che non è mai tanta o poca. È sempre Tutta.

E allora perché dovrebbe trattenersi? Cosa dovrebbe trattenere? Credere non è questione di essenziale o di superfluo, credere è consegnarsi alla propria identità fino in fondo. Credere non è perdere qualcosa in nome di Dio ma decidere che l’unico tesoro che interessa a Dio è la nostra pienezza. È sempre e solo questione di fedeltà alla propria identità. Solo quando comprenderemo che affidarsi all’Amore, affidarsi a Dio, affidarsi a se stessi sono un gesto solo, solo allora scopriremo la vera identità del Tesoro del Tempio.

XXXII Tempo Ordinario B 2018

Io ti ho salvato la vita, ricordi? XXX del tempo ordinario B

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Io ti ho salvato la vita, ricordi?

(Marco 10)

domenica 28 ottobre 2018, XXX del tempo ordinario B

 

Mi hai fatto pena. Ho avuto paura per te. La folla ti era quasi addosso, la folla è pericolosa, la folla bracca le sue prede, la folla azzanna, la folla si nutre della carcassa della vittima. Ho avuto paura per te, per la tua povertà, per la tua totale fiducia negli uomini, per il tuo candore. Ho avuto rabbia verso quella folla che non vuole vedere la verità. Eravamo a Gerico, e io ho sentito distintamente che tu eri la preda e loro erano a caccia, affamati, loro erano animale ben addestrato, addestrato ad uccidere senza pietà.

E allora ho pensato ad un miracolo. Per salvarti. Lì, in mezzo alla folla, mi son messo a gridare forte, come a voler abbattere un muro con la forza del suono, ho urlato a più riprese, come fosse un diversivo, ho attirato l’attenzione su di me ma l’ho fatto solo per toglierti dalla trappola. Almeno non sei morto a Gerico Gesù. Almeno quel giorno non ti hanno preso. Tu uscivi dalla città ma loro ti erano troppo addosso e io non volevo ti facessero del male. E allora mi son messo a gridare, ho attirato l’attenzione su di me, su di un povero mendicante, cieco, io, il figlio di Timeo, Bartimeo, quel giorno ti ha salvato la vita.

Non ho fatto altro che mettere in pratica quella che è la mia professione: mendicante. Che poi, secondo me, è il mestiere di tutti solo che la maggioranza delle persone si dimentica e crede di dominarla la vita, di portarla dove vuole. Di guadagnarsela. Illusi, noi viviamo di elemosina. Elemosiniamo tutto l’essenziale: dall’aria all’amore. Quello che guadagniamo con le nostre forze è quasi sempre illusione. E siamo belli noi mendicanti, ciechi, perché lo sguardo può essere la prima arma di violenza, perché con lo sguardo si può uccidere, perché dal buio io non ti faccio paura, non ti giudico. Siamo credenti, credenti veri, noi mendicanti, perché dobbiamo fidarci. E siamo dei santi, perché rendiamo migliori le persone, se accettano, di farci la carità loro diventano migliori. Grazie a noi. Ed è questa la vera essenza della fede no? Rendere migliore il mondo, altrimenti tutto sarebbe una gara tra i più buoni, una gara a “chi vuole essere primo tra tutti”. Ecco noi siamo gli schiavi di tutti, e rendiamo migliore il mondo. Comunque, quel giorno fui io a salvarti la vita, a strapparti dalle mani di quella folla adorante. Sì, lo hai capito, io la folla la odio. E allora ti ho chiamato fuori. E tu hai capito. Lo stile del mendicante dico, lo hai capito subito e allora lo hai messo in atto: io avevo aiutato te a fuggire dal linciaggio religioso e tu hai aiutato i soliti quattro subito pronti ad aiutarti: hai chiesto aiuto a loro “chiamatelo!”. Potevi farlo tu e invece hai voluto mendicare aiuto. E io ho capito che mi stavi già ringraziando.

Quei tuoi due amici sono usciti dalla folla con il sorriso degli eletti, non gli avrei dato molta fiducia ma, come spesso succede, basta chiedere e le persone mostrano inattese capacità: quei tuoi amici sono andati a scovare chissà dove un pugno di parole perfette, sembravano perle scelte per essere infilate al momento giusto nel posto giusto, un miracolo: “coraggio, alzati, ti, chiama”. Una poesia. Non una parola di troppo, l’essenziale. Chiamandoli, elemosinando il loro aiuto li avevi salvati dalla banalità. E allora io non potevo che continuare.

Coraggio: e io ho tolto il mantello, mi sono liberato dalle protezioni, dai muri, dai pregiudizi, dalla paura della folla, perché ogni odio nasconde abissi di timore. Mi sono liberato del mantello Gesù, l’unica cosa che avevo, protezione, peso, cappa. E la folla ha visto il coraggio. Io, il cieco, sono stato la luce, per la folla. Ho messo in luce le parole.

Alzati: e io mi sono alzato, in piedi, sono risorto, quasi non ricordavo più nemmeno cosa volesse dire. Un equilibrista sul lato della strada, la folla, muta sgranava occhi di meraviglia su di me, li stavo salvando, li stavo riportando alla luce, che le parole hanno un potere, le parole cambiano il mondo, le parole rialzano da terra chi è caduto.

“Ti”: un quasi niente, eppure tutto. L’amore non è mai generico, non si ama per categoria. L’amore stava raggiungendo proprio me. E io rispondevo. E presi una manciata di “ti”, e la lanciai simbolicamente contro la folla, che ognuno di loro si sentisse chiamato personalmente, che la smettessero di essere grumo di persone, ognuno di loro, ognuno, aveva il diritto di sentirsi amato personalmente. Stavamo salvando la folla insieme vero Gesù? Loro ascoltavano te e guardavano me, che coppia, due bellissimi mendicanti di vita.

“Chiama”. Vedi come è la vita? Credi di chiamare e ti senti chiamato, credevi di salvare e ti senti salvato. Ti avevo chiamato io Gesù. Sono stato io a chiamarti, ma tu hai voluto farmi capire che la vita è davvero strana. Che chi chiama, se accetta di essere anche chiamato, si trova al centro di una relazione in grado di cambiare la vita. Stavo perdendo i punti di riferimento. Chi stava aiutando chi? La folla, intanto, stupita, vedeva parole che diventavano carne, vedeva le tue parole che trasformavano la vita di un povero cieco e si sentiva di essere al cospetto del Creatore.

E poi quella domanda. La tua. Domanda di chi mi stava dicendo che aveva capita tutto. Domanda di uno che mi stava già ringraziando: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Già, perché fino a quel momento a salvarsi erano stati tutti gli altri. Prima io avevo salvato te. Poi tu avevi salvato i tuoi amici, poi insieme avevamo salvato la folla. Ma io? Sì, ero in piedi, ma io, il mendicante cieco di cosa potevo avere bisogno. Della vista? Era troppo poco. Di vedere in altro modo, quello sì. Io volevo salvare te e tu mi hai mostrato che la folla in fondo non è poi così male, che se elemosini da loro può uscire qualcosa di buono e allora… “che io veda… di nuovo”, cioè che io riesca a vedere gli altri con un nuovo sguardo, senza giudizi di condanna, che io riesca a guardare il mondo come lo guardi tu Signore.

Il finale lo sai, io mi sono messo a camminare dietro a te proprio nel cuore di quella folla che avevo odiato con tutto me stesso. Camminavo e guardavo negli occhi e vedevo volti, per la prima volta vedevo volti e sorrisi e possibilità. Mi hai salvato la vita Signore, ci siamo salvati la vita, è bastato elemosinarla e lei è venuta. Ora i miei occhi sono di nuovo misericordiosi, e un po’ più simili ai tuoi.

XXX Tempo Ordinario B 2018

L’Amore ci serve XXIX del tempo ordinario B

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L’amore ci serve

(Isaia 53, Ebrei 4, Marco 10)

domenica 21 ottobre 2018, XXIX del tempo ordinario B

 

E allora Gesù interroga il loro desiderio. E insieme interroga il nostro. “Cosa volete che io faccia per voi?”. Ad accogliere questa domanda sono Giacomo e Giovanni, due fratelli, due discepoli, due che hanno trovato il coraggio di guardare Gesù negli occhi, due che hanno sulle labbra il sapore onesto e grezzo, comunque vero, di una richiesta apparentemente sfacciata “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”, che poi è la domanda che abita il cuore della nostra fede, di ognuno di noi, se abbiamo il coraggio di dircelo. Perché è inutile girarci intorno anche noi vogliamo, pretendiamo, che Dio faccia qualcosa per noi, almeno renderci un po’ felici. Che l’Amore ci serve, visto che non abbiamo scelto noi di venire al mondo, che almeno ci sia un po’ di felicità! E allora, sfacciatamente, in libertà: che inizino le danze delle richieste, senza quel falso pudore di chi finge totale gratuità, senza quel silenzio ipocrita degli altri dieci che, dietro le quinte, gelosi e curiosi, attendevano di vedere come finiva l’incontro. Cadano oggi le impalcature: l’amore ci serve, ci serve come l’aria, come l’acqua, come il sole, e noi lo pretendiamo. Vogliamo anche noi Signore che tu faccia qualcosa per noi.

Gesù accetta la sfida, danza, nessuna risposta ipocrita, nessuna umiliazione dei richiedenti amore, però risponde con una domanda: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Quello che Gesù fa è: interrogare il loro desiderio. Come a dire che desiderare è cosa seria e pretendere vita ancora di più. Come a chiedere a tutti noi se siamo così raffinati, oggi, da sapere davvero quello che vogliamo da lui e da noi. Perché l’impressione è che non sappiamo dare forma ai nostri desideri, abbiamo in cuore un vago groviglio di bisogni che però non sono desideri. Sono illusioni di tranquillità, sono bisogni di sopravvivenza. Gesù mette in guardia i due: desiderare, chiedere, interrogare l’Amore è cosa seria. Sicuramente vi farete male.

E infatti si fanno male: “concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla destra e uno alla tua sinistra”. Chissà cosa avevano in mente. Chissà quale modello di felicità. Non lo so, so che la risposta di Gesù è infinita, è potente, è coraggiosa: “voi non sapete quello che chiedete”. E io credo che in questa risposta ci siamo tutti noi, che non sappiamo quello che chiediamo, perché chiediamo troppo poco. Non basta stare vicino al Senso della vita, nemmeno fosse Gesù in persona, non basta stare a destra o a sinistra della Vita, bisogna starne al centro. E poco importa se non sarà il posto d’onore che tutti ammirano, l’importante è che sia il nostro centro. Non basta la destra o la sinistra occorre prendere posto nell’unicità della nostra esistenza. Richiesta vera è quella di trovare il coraggio per assumere la nostra unicità, per imparare a sederci nel cuore della nostra singolarità. Piccola, ammaccata, nascosta, fragile, apparente insignificante: ma è la nostra. Unica vocazione è quella di sederci esattamente nel cuore di ciò che siamo.

“Voi non sapete quello che chiedete”, no, Signore, non lo sappiamo, non siamo abbastanza coraggiosi da interrogare seriamente il nostro desiderio, siamo educati all’obbedienza cieca, all’imitazione, siamo ridotti a cercare conferme, al massimo posti d’onore. Interrogare il desiderio è rischioso, fa male, vuole il coraggio di deludere le aspettative e le altrui attese, vuole libertà sulle pretese. Forse credere non è altro che arrivare ad assumere la vertiginosa responsabilità di se stessi.

“Potete bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?” perché desiderare è questo, vertigine e abisso: è bere la vita fino in fondo è immergersi nella vita fino a perdere il respiro. Bere con tanta sete da prendere della vita tutto, semplicemente tutto, fino all’ultima goccia, dal latte del seno di Maria all’aceto tra labbra increspate di dolore dall’alto di una croce. In mezzo semplicemente tutto. Desiderare è bere la vita che viene senza sprecarne niente. Nemmeno il rifiuto e il tradimento, calice amaro, ma aspetto reale e possibile di ogni vita. Bere, prendere tutto, desiderio di provare ad amarlo l’uomo, comunque, anche quello che ci rifiuta. E poi immergersi senza ritegno in ogni aspetto della realtà, non pretendere mai una vita su misura ma lasciare che la vita ci invada con tutta se stessa, che ci tolga il fiato. Desiderare, desiderare davvero, non è stare alla destra o alla sinistra ma dentro, immersi, nel cuore, anche nel cuore di tenebra, dell’esistenza. Amarla così tanto la Vita da perdere il fiato per lei. La Vita chiede innamoramento non semplice prossimità, e l’innamorato beve e si immerge nell’amore, magari si rovina pure, ma non si chiama mai fuori. “Li amò sino alla fine”.

“…non sta a me chiederlo è per coloro per i quali è stato preparato”. E poi Gesù è bellissimo perché parla di mistero. Desiderare è non sapere cosa la Vita ha preparato per noi. Neanche Gesù poteva sapere all’inizio come sarebbe andata a finire la sua avventura tra gli uomini, il desiderio è tale se conserva il mistero. Altrimenti è progetto, ma è cosa da calcolatori. Il desiderio è parente dell’Infinito, delle Stelle e del Mistero. E quello ti viene incontro un passo alla volta, se vuoi.

Aiutaci Signore a non perdere la forza di reggere il mistero. Il futuro ha senso se non è ancora svelato. Perché la felicità non è essere paghi della completa uniformità tra attese personali e realtà, quella è la triste contabilità degli impauriti. Felicità non è godere che se tutto procede come da copione, felicità vera è amare la vita che viene. Così come viene. E stupirsi e arrabbiarsi e non avere mai in cuore la pretesa di indirizzare gli eventi ma, dentro il misterioso e spesso ubriaco succedersi delle cose: stare, semplicemente stare, ma al centro, dentro la nostra vita, starci da uomini, assumerla, amarla. Amare lei, e in lei, ogni volto, ogni possibilità, ogni parola, ogni ferita, ogni umiliazione, ogni carezza, ogni curva imprevista, ogni sì e ogni no…perché amare non significa pretendere ma accogliere. Anche quando fa male. Ecco, forse non abbiamo abbastanza coraggio per interrogare il nostro desiderio perché la risposta sarebbe questa: che la vita chiede di essere servita.

Chi vuole essere il primo sarà schiavo di tutti” no, non è invito alla umiliazione ma al rispetto per la vita. Che lei venga, si palesi per come può, che mi guardi con i suoi occhi spesso indecifrabili, a volte bambina a volte belva. Che faccia le fusa quando vuole, che mi azzanni al cuore se crede, che mi spinga a morire di risate gratuite o mi lasci marcire nella solitudine più amara, ma che venga con libertà. Io non starò più alla sinistra o alla destra di nessuno io sarò schiavo della vita, suo servitore, suo amante, suo tutto. Io sarò suo e mentre mi consegnerò liberamente a questa passione, mentre mi crocifiggerò a questa realtà, mentre berrò e mi immergerò imparerò a perdonare di cuore, e allora saprò che il desiderio che ho assunto mi ha trasformato, immagine e somiglianza dell’Amore. Era quello che davvero desideravo.

XXIX Tempo Ordinario B 2018

Ricordo a tutti che sono aperte le iscrizioni per le giornate di novembre in preparazione all’Avvento, per info: alexd31575@yahoo.it

https://alessandrodeho.com/2018/10/07/giornate-di-riflessione-in-liguria/