Dio delle mie macerie Battesimo C

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liturgia parola battesimo anno c

Dio delle mie macerie

(Luca 3)

Battesimo anno C

 

Poiché il popolo era in attesa, io vi battezzo con acqua

Camminare sul bordo vertiginoso degli eventi con il cuore che scoppia di Assenze. Guardare come dall’albero di un veliero, sfinirsi di orizzonti che si desiderano, furiosamente si desiderano, finalmente abitati. Attendere come sul bordo di un deserto l’arrivo dei Tartari, o di un nemico qualsiasi, un avversario, comunque una presenza che dia senso al nostro esserci. Ardere su un palco quasi vuoto per l’arrivo possibile di un Godot qualsiasi. Sfinirsi, illudersi, massacrarsi il cuore purché questa attesa finisca prima che ci sfinisca. Non va bene. Non è umano.

“Il popolo era in attesa”. Povero popolo, è davvero un gioco da ragazzi illuderlo di essere quel qualcosa o quel qualcuno in grado di riempire il vuoto che ogni uomo si porta dentro. Perché poi, a furia di attendere, ti accontenti, ti convinci, anche il Battista potrebbe bastare, pur di smettere questa tortura che ci logora. E così fioriranno sempre religioni e ideologie, rivoluzioni e illusionisti del cambiamento, populismi o leader di qualsiasi colore. Che tenerezza l’uomo che attende, così bello e così fragile. Che paura l’uomo che attende, così esposto all’inganno.

Gli sguardi si perdono lanciati con folle impazienza verso Qualcuno che verrà a salvarci. E poi a deluderci. E tutto a ricominciare in un tetro teatro dell’Assurdo che chiamiamo vita.

Il Battista prova a interrompere questa tragedia. Lo fa in modo deciso: “Immergiti”, dice. Scendi con me nell’acqua della morte che l’atteso non arriva da un orizzonte lontano ma dal coraggio di scendere fin nel cuore delle macerie che ci portiamo dentro. Un brivido.

Ma viene colui che è più forte di me

Io sono niente, dice il Battista, io non riempio le attese di nessuno. Concreto, vero, schietto, così immagino Giovanni. Così dovremmo essere noi: le attese non sono vuoti da riempire. Questo dovremo avere il coraggio di dire. Non chiedere a me, o alla Chiesa, nemmeno all’Amore, a nessuno chiedere di riempire il vuoto che ci portiamo dentro. Non va riempito, non si può, non si deve. Ma non vedi che anche gli innamorati vivono sospesi di assenza in assenza? Il Battista non illude, ed è già un miracolo. Nessuna risposta consolatoria, che quello è affare di religioni, se vuoi una risposta seria, aggrappati a te stesso e scendi. Immergiti. Battesimo doloroso e urgente: scendi verso te stesso. Scendi a toccare il nucleo incandescente di ciò che sei davvero. Senza sconti. Vuoi comprendere la vita? Scendi, immergiti nell’acqua di morte che nasconde i rottami abbandonati dei tuoi fallimenti. Scendi nel buio di certi anfratti pericolosi, scendi dove le correnti sono fredde e mulinelli di sensi di colpa rischiano di risucchiarti per sempre. Scendi, non consumarti gli occhi aspettando risposte dall’alto, assumi il coraggio di camminare tra le lamiere contorte, tra i rifiuti nascosti, tra gli errori che hai cercato di negare gettandoli in fondo al fiume della vita.

Ecco il battesimo nell’acqua. Niente di romantico, un’avventura negli abissi di ciò che siamo davvero. Scendere dove il sole non arriva, dove la solitudine è totale, dove il respiro è corto, dove la morte galleggia intorno. Il battesimo a cui siamo chiamati è un’immersione nella verità di ciò che siamo. La salvezza non verrà da fuori, dall’alto ma fiorirà dal letame dei nostri errori. Chiamiamoli pure peccati se può servirci. Se il Battista ci fa immergere, se perfino Gesù di lì a poco si immergerà, perché noi continuiamo a rimanere a galla? La verità chiede immersione. Immersione vera nella morte che ci portiamo dentro. Bisogna ripartire dagli errori. Serve una pedagogia del limite. Mi sembra una strada ancora poco frequentata.

Non è questione di sbandierare soluzioni facili e risposte consolatorie, quelle illudono e fanno male, la sfida evangelica mi sembra invece quella legata a una assunzione seria e matura del limite che ognuno di noi è. Del male che si porta dentro. L’invito di Giovanni, che poi Gesù riprende, è coraggioso: il fondale del presepio dove verrà a miracolosa natività la verità di ciò che siamo non è il romantico muschio delle buone azioni ma un devastato mondo fatto di distruzione e di macerie. Scendere dove abbiamo fallito, dove continueremo a tradire, perché solo in quel battesimo di verità noi impariamo a sapere chi siamo e cosa attendiamo. L’errore non è da cancellare ma da valorizzare. Il peccato non è da negare, da nascondere, ma da ascoltare.

In Genesi il Padre si immerge nel giardino dopo che Adamo ed Eva hanno preso del frutto non per giudicare ma per chiedere, per domandare. Purtroppo Adamo ed Eva negano. Avrebbero dovuto gioire di quel loro essere negli abissi, avrebbero dovuto ascoltare il Creatore perché sarebbe stato interessante chiedersi cosa cercavano in quel frutto proibito, cosa mancava loro nel Giardino paradisiaco, che immagine avevano di Dio e di se stessi, perché il serpente era così promettente.

Ogni volta che leggo questi testi sul battesimo sento forte la nostalgia di immergere tutta la nostra pastorale fatta di apparenza per poter iniziare ad abitare finalmente la verità di ciò che siamo, da adulti. Scendere nei nostri errori, nelle nostre immaturità, nelle pulsioni, nei peccati commessi e interrogarli senza condanna, lasciare che ci istruiscano al riparo dei sensi di colpa. Scendere accompagnati da un compagno di viaggio che sa accompagnare: ecco perché Gesù si fa battezzare, per accompagnarci negli abissi che ci portiamo dentro. Dai Chiesa, battezziamoci anche noi.

            In Spirito Santo e fuoco

E dal fondo degli abissi: Spirito Santo e fuoco. Cioè respiro divino e calore. Respiro divino: perché manca il fiato quando ci guardiamo per quello che siamo. Ci spaventiamo di noi stessi. E allora mi immagino un bacio, un respiro profondo, quello del Dio ai derelitti, del Padre dei naufragati, il mio Dio, quello he cammina nella discarica del mio cuore, lì, nei fondali del mio battesimo lui mi bacia e io capisco cosa stavo attendendo davvero. Ma solo lì lo capisco, in superficie attendevo appartenenza, giustificazioni, complimenti, chiese rassicuranti e affetti consolanti. Ora capisco perché mi mancava il respiro. Mi mancava un bacio sulle mie macerie.

E poi calore. Lo conosco il freddo che prende quando faccio davvero i conti con il male che ho fatto e che continuo a fare e che ancora farò. Vorrei nasconderlo e nascondermi. Come Adamo. Ma Lui, girato l’angolo del tradimento, Lui, Dio dei bassifondi e delle fogne, lui accende un fuoco per me, mi abbraccia, mi scalda. E ne faccio finalmente esperienza. Non potevo attenderlo senza scendere fino a qui.

Una Chiesa che non illude ma che accompagna fino all’abisso di morte che ci portiamo dentro per indicarci respiro e calore. Quello è ciò che aspettiamo davvero. Poi, se vuoi, chiamalo pure Dio. O Amore. O Vita.

            Il cielo si aprì e venne una voce dal cielo
Solo allora il cielo si apre. E qualcosa come una colomba. A dire che il diluvio serve a immergerci nella verità di ciò che siamo ma che una terra c’è. Una terra bella come una promessa. Una terra che si apre come un respiro, una terra nuova su cui ricominciare. Una terra in cui camminare senza vergogna del divino. Perché Dio non ha vergogna di baciarci e di abbracciarci nel cuore delle macerie e dei fallimenti. E questa mi sembra l’unica vera buona notizia. Quella che continuo ad aspettarmi e che continuamente mi stupisce.

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E sollevano polvere di stelle (arando la terra con il cielo) Epifania C

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liturgia parola epifania

E sollevano polvere di stelle (arando la terra con il cielo)

(Matteo 2,1-12)

Epifania anno C

 

Dove è colui che è nato?

Il pezzo di terra dove uno nasce, le strade che uno cammina, gli orizzonti che lo fanno commuovere. I ricordi radicati a un brandello di mare e al suo profumo, le montagne scalate e i fiumi attraversati. La terra camminata, la campagna, ma anche la terra bestemmiata, quella che ci ha rifiutato e quella che è cambiata senza che noi fossimo capaci di trattenerla. Quel pezzo di mondo che non dice più nulla perché chi abbiamo amato non è più. E poi il terreno su cui comprare casa o su cui trovare quella che sembra costruita per noi, un campo da eleggere a dimora, la terra madre che ci parla, quella che ci adotta. Alla fine il pezzo di terra che custodirà il nostro corpo in decomposizione, perché ritorni alla terra da dove fu tratto. Sottovalutiamo il “dove” eppure è proprio geograficamente che si può raccontare la nostra vita. È il nostro modo di parlare alla Terra, sulla Terra, che dice del nostro modo di essere uomini. Lo sanno bene i magi, che chiedono: “dove è?”, “dove è colui che è nato?

È a Betlemme

È a Betlemme, che forse significa “casa del pane”, ma non è poi così importante, sicuramente sappiamo che è un pezzo di terra con il vizio della divina congiura reale. A Betlemme è nato Davide, era il più piccolo, l’ultimo, il dimenticato. Amava la terra, alla fine della sua vita, una vita piena e controversa, sentirà bruciante nostalgia dell’acqua della fonte di casa sua, la terra chiama, soprattutto alla fine. Betlemme è città sovversiva perché ci nasce Davide ed è consacrato re, mentre un altro re è ancora vivo ed è al potere. Non reggerà al coraggio di un Dio così onnipotente da sapersi perfino contraddire. Ecco perché Erode si spaventa. La storia è legata alla terra e Betlemme narra un finale che al potente non piace.

            Siamo venuti (da Oriente) ad adorarlo

I Magi non hanno il potere di Erode e nemmeno la sapienza dei capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo, non sanno nemmeno interpretare le Scritture e, sbagliando strada, finiscono a Gerusalemme, luogo pericoloso: perché è il centro del potere e il potere sfigura, sempre. Gerusalemme è un pezzo di terra ambiguo, pezzo di terra colonizzato dal santo potere, violentata dagli eserciti, strumentalizzata dalle religioni, Gerusalemme è un pezzo di terra che deve fare paura. Perfino Davide a Gerusalemme diventa irriconoscibile, si smarrisce, non si muove più, non è più il pastore di Betlemme, non è più il coraggioso partigiano che dimora nelle grotte, è un potente schiavo del ruolo. Gerusalemme svuota di umanità. Potere di un pezzo di terra. Gesù nasce e muore fuori Gerusalemme. Non è un caso.

            I Magi non hanno potere e nemmeno la sapienza ma hanno qualcosa che a Gerusalemme hanno dimenticato: hanno strada nelle gambe e occhi gonfi di orizzonti. I Magi si nutrono di cielo e lo trasformano in traiettoria terrena, il celeste diventa terrestre, sono comete che arano la terra con il cielo, camminano e sollevano polvere di stelle. È sempre questione di un “dove”, di luoghi, è sempre questione di un luogo da amare, da cercare, da camminare. Da adorare: cioè da portare alla bocca, da baciare. Dovremmo ricominciare a pregare inchinandoci al suolo, scendere, tornare terra, baciarla la terra, adorarla. Chissà forse anche le nostre liturgie perderebbero quella evanescenza sconfortante. Quel barocchismo stucchevole. Che desiderio di una liturgia più sacra cioè più terra terra.

I Magi hanno cielo e terra nei loro occhi, si chiama passione, ed è l’unica forza che muove il cammino, ed è l’unica cosa che permette di cercare Verità e di trovarla adagiata su un pezzo di terra, ad attenderci. Hanno piedi sporchi, lacrime stupite negli occhi e sanno adorare perché sanno baciare. E questo basta.

            Gli risposero: a Betlemme di Giudea

Poi ci sono sacerdoti e gli scribi del popolo. E sono tristi come la morte. Loro hanno un posto e non lo abbandonano, non possono, senza quel luogo loro sarebbero niente, si perderebbero. Allora disegnano mappe, ma sono mappe per altri, mappe che non percorrono mai, mappe perfette e senza odore, mappe in scala, molto ridotta, a misura del loro scarso coraggio.

            Fanno tristezza e tenerezza, sanno tutto e vivono niente. Loro non sbagliano mai, sanno interpretare le Scritture, sanno raggiungere conclusioni esatte ma poi rimangono lì, mentre la vita accade lontano da loro. Scorre su un pezzo di terra non appesantito dalle mura di Gerusalemme.

            È tempo di uccidere il sacerdote e lo scriba che ci portiamo dentro, non possiamo più affidarci a profezie che non siano appassionate difese degli uomini, non possiamo più adorare una religione che non preveda il desiderio, dobbiamo smettere di produrre mappe che poi non verifichiamo mai. Siamo chiamati a uscire dal Tempio per tornare nel Deserto, quello di Esodo. Di noi nessuno ricorderà di come abbiamo spiegato la vita ma di quanta polvere ci è rimasta attaccata ai sandali, di come abbiamo saputo perderci e ritrovarci, si ricorderanno del coraggio che abbiamo avuto nello staccarci dai vantaggi acquisiti per rispondere ad un amore profondo per una Terra che ci chiamava a nuovi cammini. Non perfetti magari, sicuramente insicuri, ma maledettamente veri. Cammini in cui la terra adorata, baciata, alzava polvere di stelle al nostro passaggio. Di noi si ricorderanno del prezzo di coraggio pagato pur un viaggio non scontato. Come i Magi.

            Erode fece chiamare segretamente i Magi
Che terribile tenerezza: il potere rende bambini. Parlatemi della stella, sembra dire Erode ai Magi, ricordatemi di come eravamo belli quando il cielo ci riempiva, fatemi tornare a quando sapevo sognare, ridatemi una vita non rassegnata, una vita non sfigurata dalla rigidità del potere. I potenti sono uomini umiliati dal potere che scippa il coraggio dei sogni. Anche Davide farà la stessa fine una volta lasciata Betlemme. Anche noi. Quando non ci muoviamo più. Quando pretendiamo di sognare sogni altrui o giudicare cammini non nostri. Quando ci accontentiamo di qualcuno che ci parli della vita ma non prendiamo mai posizione. Quando ci rassegniamo. Quando ci lamentiamo illudendoci che basti a renderci migliori. Vivere invece è fare i bagagli, uscire di notte dal palazzo di Gerusalemme e incamminarsi con questi stravaganti pellegrini venuti da Oriente. Vivere è abbandonare ciò che siamo, è perdere la faccia, il ruolo, il palazzo, la credibilità… ecco perché Erode non si muove.

            Per un’altra strada fecero ritorno

Poi i Magi tornano, ma per un’altra strada. Che c’è sempre una strada Altra per chi non si rassegna, per chi continua a sognare, per chi ha imparato a stare alla larga dal seduttivo potere di Gerusalemme. A noi di incamminarci, presto, con coraggio e passione. Saremo ricordati solo per questo.

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Lieve, la vita che non muore XXXIII del tempo ordinario B

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Lieve, la vita che non muore

(Marco 13,24-32)

domenica 18 novembre 2018, XXXIII del tempo ordinario B

La tribolazione finisce e sembra che nessuno se ne accorga. Tutti a rimpiangere la luce del sole che non c’è più, l’assenza del riflesso della luna, le stelle staccate dal fondale e nessuno, nessuno, a dire che, semplicemente, quei segni non servivano più. Perché “la tribolazione è passata” e quelli erano solamente segni per non morire nel buio del cammino, per attraversarla la notte, per portare a termine rotte incerte sul mare della vita. Erano segni del Padre, Lui unico sole, luna e stelle. Adesso non servono più perché il Figlio del Dio vivente viene sulle nubi.

Invece passato il dolore, passata l’angoscia, passato il tormento delle cose del mondo rimane un’umanità di orfani impauriti che vivono nella nostalgia dei segni di un tempo, probabilmente perché non sono mai riusciti a comprendere davvero che luce e calore rimandavano ad Altro. Arrivano addirittura a rimpiangere le tribolazioni di un tempo, che forse non erano poi così male, si dicono, e poi ci rendevano vivi, confidano.

La tribolazione finisce eppure tutti sono rapiti dai segni apocalittici di un Universo deposto. E nessuno, nessuno, a dire che il compito dell’uomo era esattamente quello di deporli quei segni. Perché il senso della vita era attraversare tempo e spazio, tribolazioni comprese. È come se ci fosse il popolo dell’Esodo che, in piena Terra Promessa, si lascia andare al pianto perché è terminata la manna e non c’è più deserto. È come se ci fosse un popolo così attaccato ai segni da rimpiangere una Chiesa pervasiva e potente e visibile. Ma come non vedere che è proprio quando il segno di quella Chiesa crollerà definitivamente che riusciremo a fare spazio al volo libero e liberante del Figlio dell’Uomo? I segni confondono, illudono, sono un sipario tirato sul vero volto delle cose. È che noi ci affezioniamo così tanto ai segni che dimentichiamo “chi”, di chi dovrebbero parlare.

Sei tu Signore il sole, tu il calore della mia storia, tu a illuminare i cammini futuri, tu a rischiarare il passato. Tu la luna, fedele anima della notte, ad accompagnare i nostri pellegrinaggi nel buio e i nostri frequenti smarrimenti. Di Te Signore parlano le stelle, tuo sorriso, costellazioni di luci che donano profondità al Cielo e guidano il nostro navigare. Tu Signore l’Invisibile che muove il cielo, tu soffio, potenza celeste a dare respiro al nostro incedere terrestre.

Far crollare i segni per poter vedere il figlio dell’Uomo venire su una nube, e mentre crollano i segni vedere svanire le tribolazioni. E capire che l’angoscia era legata alla furia patetica e infantile con cui abbiamo sprecato la vita a tenere in piedi fondali usurati, paraventi patetici, paramenti che del sole, della luna e delle stelle erano solo invecchiate riproduzioni.

Quanta libertà invece in questa pagina, dopo che ciò che sembrava intoccabile lascia finalmente spazio all’Inedito. Quanta pace in quel silenzio in cui finalmente possiamo ascoltare il nostro respiro e non siamo più schiavi dell’eterno ritorno del ciclo del tempo e delle stagioni (sole/luna). Cala il sipario delle nostre illusioni, così scopriamo che quello che ritenevamo imprescindibile era solo lo schermo che impediva al Signore di venirci incontro.

Se riuscissimo a vivere la vita con questa logica! Che liberazione. Non più angosciati dal morire delle tradizioni, non più appesantiti dall’affievolirsi della “fedeltà sacramentale” o dei giovani che camminano altrove, non turbati delle case religiose da chiudere, dei preti che mancano… ma capaci di lasciar finalmente libero il cielo per l’incedere fantasioso dell’Amore. E lo vedremo finalmente, non un segno pallido della Verità ma lui, l’Amore fatto carne in un volo di speranza a planare dentro le nostre storie. Finalmente pacificate, libere e affidate, senza l’ansia del fallimento, senza la tribolazione della sconfitta, senza la dispotica pressione dei numeri o del potere.

E finalmente lo vedremo, non un segno, ma Lui. Vedremo la potenza, e sorrideremo, perché salvata dall’ambiguità dei segni con cui l’abbiamo sempre appesantita, scopriremo che è davvero diversa da come l’avevamo cercata. Spenti sole, luna e stelle rimane la notte, la potenza che scende dal cielo e si rende visibile nella notte. E noi, improvvisamente vedremo, che era già lì, che era già scritta, che quella potenza ha già incontrato il mondo nella notte del Natale e nella Notte di Pasqua e diremo, sentendo il fondale dei segni accasciarsi al suolo, che non avevamo capito niente. Che quando ci siamo affannati per mostrare la potenza della Chiesa, la potenza della teologia, la potenza della pastorale, la potenza della religione ci siamo schiantati sui segni, abbiamo assolutizzato e sfigurato i segni! Nella notte di Natale la potenza è la carne fragile di un bambino. Potente come un seme, come un vagito, come un futuro che chiede di nascere. Nella notte la potenza è la carne di un bambino promettente e fragile. Quello l’unico segno. Mio sole, un infante, mia luna una madre e un padre illuminati dalla Vita, e le stelle i pastori, comete di carne ossa e sogni. Tutto un Segno. Divino Segno. E nella notte del mondo noi siamo segni quando incarniamo la potenza della fragilità della vita che nasce.

Oppure quell’altra notte, dove la potenza è un cadavere d’uomo che muore in profumo d’amore. Dove la potenza è un amico che stacca un corpo morto dalla croce. Dove la potenza è il silenzio del seme nel sepolcro e poi quell’Assenza misteriosa e per niente violenta. La chiamiamo Resurrezione, è la vita che non si arrende, è l’amore più forte della morte. Questa è l’unica potenza. Perché avere paura? Cadranno i segni, cadranno le impalcature, cadranno le immagini delle nostre tradizioni, ma dietro, a sorridere, ci sono un neonato e un seme d’uomo, c’è la vita, l’amore. E che liberazione vedere cadere tutti i segni che non parlano d’amore.

E verrà nella gloria. Ma il suo canto sarà il pianto di un bambino e il silenzio del deposto. A dire che gloria di Dio, unico segno credibile, è l’uomo che si lascia custodire, è l’uomo che permette alla carne di manifestare il bisogno d’amore. Altra gloria non c’è. E che si schianti finalmente tutto ciò che non ci parla dell’umano con tenerezza e comprensione.

Cadranno le impalcature di ciò che crediamo imprescindibile, ma prima occorre dare nome. Cosa riteniamo indispensabile per la nostra vita? Cosa crediamo impossibile da superare? Un ruolo, una promessa, un’abitudine, un giuramento? Identifichiamolo. E poi preghiamo che cada. Ci troveremo soli e al buio. Per un istante crederemo di dover morire, di essere già morti. Ma in quel momento, nel silenzio, potremo sentire il pianto di un bambino o il vuoto nel ventre della morte. Natale e Pasqua non saranno solo segni esteriori ma li avvertiremo come ciò che rimane quando tutto crolla. Ecco cosa vorrei fare da qui alla fine della mia vita far crollare e veder crollare ciò che crediamo eterno e sorridere, lieve, della vita che non muore.

XXXIII Tempo Ordinario B 2018

L’Amore ci serve XXIX del tempo ordinario B

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L’amore ci serve

(Isaia 53, Ebrei 4, Marco 10)

domenica 21 ottobre 2018, XXIX del tempo ordinario B

 

E allora Gesù interroga il loro desiderio. E insieme interroga il nostro. “Cosa volete che io faccia per voi?”. Ad accogliere questa domanda sono Giacomo e Giovanni, due fratelli, due discepoli, due che hanno trovato il coraggio di guardare Gesù negli occhi, due che hanno sulle labbra il sapore onesto e grezzo, comunque vero, di una richiesta apparentemente sfacciata “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”, che poi è la domanda che abita il cuore della nostra fede, di ognuno di noi, se abbiamo il coraggio di dircelo. Perché è inutile girarci intorno anche noi vogliamo, pretendiamo, che Dio faccia qualcosa per noi, almeno renderci un po’ felici. Che l’Amore ci serve, visto che non abbiamo scelto noi di venire al mondo, che almeno ci sia un po’ di felicità! E allora, sfacciatamente, in libertà: che inizino le danze delle richieste, senza quel falso pudore di chi finge totale gratuità, senza quel silenzio ipocrita degli altri dieci che, dietro le quinte, gelosi e curiosi, attendevano di vedere come finiva l’incontro. Cadano oggi le impalcature: l’amore ci serve, ci serve come l’aria, come l’acqua, come il sole, e noi lo pretendiamo. Vogliamo anche noi Signore che tu faccia qualcosa per noi.

Gesù accetta la sfida, danza, nessuna risposta ipocrita, nessuna umiliazione dei richiedenti amore, però risponde con una domanda: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Quello che Gesù fa è: interrogare il loro desiderio. Come a dire che desiderare è cosa seria e pretendere vita ancora di più. Come a chiedere a tutti noi se siamo così raffinati, oggi, da sapere davvero quello che vogliamo da lui e da noi. Perché l’impressione è che non sappiamo dare forma ai nostri desideri, abbiamo in cuore un vago groviglio di bisogni che però non sono desideri. Sono illusioni di tranquillità, sono bisogni di sopravvivenza. Gesù mette in guardia i due: desiderare, chiedere, interrogare l’Amore è cosa seria. Sicuramente vi farete male.

E infatti si fanno male: “concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla destra e uno alla tua sinistra”. Chissà cosa avevano in mente. Chissà quale modello di felicità. Non lo so, so che la risposta di Gesù è infinita, è potente, è coraggiosa: “voi non sapete quello che chiedete”. E io credo che in questa risposta ci siamo tutti noi, che non sappiamo quello che chiediamo, perché chiediamo troppo poco. Non basta stare vicino al Senso della vita, nemmeno fosse Gesù in persona, non basta stare a destra o a sinistra della Vita, bisogna starne al centro. E poco importa se non sarà il posto d’onore che tutti ammirano, l’importante è che sia il nostro centro. Non basta la destra o la sinistra occorre prendere posto nell’unicità della nostra esistenza. Richiesta vera è quella di trovare il coraggio per assumere la nostra unicità, per imparare a sederci nel cuore della nostra singolarità. Piccola, ammaccata, nascosta, fragile, apparente insignificante: ma è la nostra. Unica vocazione è quella di sederci esattamente nel cuore di ciò che siamo.

“Voi non sapete quello che chiedete”, no, Signore, non lo sappiamo, non siamo abbastanza coraggiosi da interrogare seriamente il nostro desiderio, siamo educati all’obbedienza cieca, all’imitazione, siamo ridotti a cercare conferme, al massimo posti d’onore. Interrogare il desiderio è rischioso, fa male, vuole il coraggio di deludere le aspettative e le altrui attese, vuole libertà sulle pretese. Forse credere non è altro che arrivare ad assumere la vertiginosa responsabilità di se stessi.

“Potete bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?” perché desiderare è questo, vertigine e abisso: è bere la vita fino in fondo è immergersi nella vita fino a perdere il respiro. Bere con tanta sete da prendere della vita tutto, semplicemente tutto, fino all’ultima goccia, dal latte del seno di Maria all’aceto tra labbra increspate di dolore dall’alto di una croce. In mezzo semplicemente tutto. Desiderare è bere la vita che viene senza sprecarne niente. Nemmeno il rifiuto e il tradimento, calice amaro, ma aspetto reale e possibile di ogni vita. Bere, prendere tutto, desiderio di provare ad amarlo l’uomo, comunque, anche quello che ci rifiuta. E poi immergersi senza ritegno in ogni aspetto della realtà, non pretendere mai una vita su misura ma lasciare che la vita ci invada con tutta se stessa, che ci tolga il fiato. Desiderare, desiderare davvero, non è stare alla destra o alla sinistra ma dentro, immersi, nel cuore, anche nel cuore di tenebra, dell’esistenza. Amarla così tanto la Vita da perdere il fiato per lei. La Vita chiede innamoramento non semplice prossimità, e l’innamorato beve e si immerge nell’amore, magari si rovina pure, ma non si chiama mai fuori. “Li amò sino alla fine”.

“…non sta a me chiederlo è per coloro per i quali è stato preparato”. E poi Gesù è bellissimo perché parla di mistero. Desiderare è non sapere cosa la Vita ha preparato per noi. Neanche Gesù poteva sapere all’inizio come sarebbe andata a finire la sua avventura tra gli uomini, il desiderio è tale se conserva il mistero. Altrimenti è progetto, ma è cosa da calcolatori. Il desiderio è parente dell’Infinito, delle Stelle e del Mistero. E quello ti viene incontro un passo alla volta, se vuoi.

Aiutaci Signore a non perdere la forza di reggere il mistero. Il futuro ha senso se non è ancora svelato. Perché la felicità non è essere paghi della completa uniformità tra attese personali e realtà, quella è la triste contabilità degli impauriti. Felicità non è godere che se tutto procede come da copione, felicità vera è amare la vita che viene. Così come viene. E stupirsi e arrabbiarsi e non avere mai in cuore la pretesa di indirizzare gli eventi ma, dentro il misterioso e spesso ubriaco succedersi delle cose: stare, semplicemente stare, ma al centro, dentro la nostra vita, starci da uomini, assumerla, amarla. Amare lei, e in lei, ogni volto, ogni possibilità, ogni parola, ogni ferita, ogni umiliazione, ogni carezza, ogni curva imprevista, ogni sì e ogni no…perché amare non significa pretendere ma accogliere. Anche quando fa male. Ecco, forse non abbiamo abbastanza coraggio per interrogare il nostro desiderio perché la risposta sarebbe questa: che la vita chiede di essere servita.

Chi vuole essere il primo sarà schiavo di tutti” no, non è invito alla umiliazione ma al rispetto per la vita. Che lei venga, si palesi per come può, che mi guardi con i suoi occhi spesso indecifrabili, a volte bambina a volte belva. Che faccia le fusa quando vuole, che mi azzanni al cuore se crede, che mi spinga a morire di risate gratuite o mi lasci marcire nella solitudine più amara, ma che venga con libertà. Io non starò più alla sinistra o alla destra di nessuno io sarò schiavo della vita, suo servitore, suo amante, suo tutto. Io sarò suo e mentre mi consegnerò liberamente a questa passione, mentre mi crocifiggerò a questa realtà, mentre berrò e mi immergerò imparerò a perdonare di cuore, e allora saprò che il desiderio che ho assunto mi ha trasformato, immagine e somiglianza dell’Amore. Era quello che davvero desideravo.

XXIX Tempo Ordinario B 2018

Ricordo a tutti che sono aperte le iscrizioni per le giornate di novembre in preparazione all’Avvento, per info: alexd31575@yahoo.it

https://alessandrodeho.com/2018/10/07/giornate-di-riflessione-in-liguria/