Fai l’amore nel mio corpo IV Avvento anno C

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liturgia della Parola IV avvento C

Fai l’amore nel mio corpo

(Michea 5; Ebrei 10; Luca 1)

IV Avvento anno C

 

Partorirà colei che deve partorire

Non è solo un augurio, è una visione. Gli occhi del profeta non si limitano a registrare le cose della vita, gli occhi del profeta sentono la vita che chiama dall’Invisibile. Michea, immerso nella realtà, sente che il mondo spinge per partorire vita; non so se riesco a descriverlo ma è uomo che sente che ogni cosa, ogni cosa!, custodisce nel suo intimo l’urlo d’amore, il grido vitale della partoriente, Michea sente che il mondo è in attesa, che è chiamato dalla vita a venire, sente il travaglio delle cose, sente che tutto è in movimento. Sono occhi da risvegliato quelli del profeta, occhi che sentono il vibrare segreto delle cose, che percepiscono, che non hanno dubbi: il Signore della vita è una partoriente in atto continuo di generare. “Deve partorire”, non è un consiglio, una speranza, una lontana possibilità: è un dovere, è nell’ordine intimo delle cose. Dio è: Vita che partorisce Vita. Dio è madre e padre. Dio è corpo di donna gravida che pulsa in ogni cosa che esiste.

Se il mondo deve partorire noi non possiamo che fecondarlo con moltiplicati gesti d’amore. Adesso, fare l’amore. Farlo, generarlo, suscitarlo senza vergogna. Dimenticare il Dio congelato in schemi maschili e freddi e morti: la nostra santità è la capacità di fare l’amore con ogni cosa che aspetta di venire al mondo. Fare l’amore con tutto noi stessi. Chi fa l’amore con il mondo si innamora di ciò che vede, non lo contiene, lo libera. Fare l’amore è permettere al potenziale costretto nel cuore dell’esistente di sprigionarsi. Fino a quando non sentiremo in noi gli occhi del profeta l’attesa del Natale sarà l’affastellarsi monotono dell’identico ripetersi delle cose. Fare l’amore è spezzare il cerchio noioso della ripetizione (che rassicura ma non meraviglia) e permettere alla vita di sprigionarsi. Uscire dalla prigione che contiene e soffoca e sterilizza l’inedito.

Un corpo invece mi hai preparato

“Un corpo invece mi hai preparato”. “Invece”, invece delle infinite riduzioni impaurite delle chiese di tutti i tempi. Invece di ridurre tutto a anima, a sentimento vago, a voli di angeli innocui. Invece di rendere tutto una teoria da dimostrare. Invece dello spiritualismo delle apparizioni. Invece dei sentimenti che non incidono nella carne: Invece: un corpo mi hai preparato.

E vorrei gridare con libertà e gioia in faccia a chi ancora è schiavo delle mille paure e delle mille castrazioni millenarie: il Divino si è fatto corpo. E un corpo ha preparato a ognuno di noi perché è proprio lì che vuole farsi incontrare. Il corpo che fa l’amore è divino. Non possiamo dire di aver scoperto Dio se teniamo coperto il corpo.

La ricerca di Dio non può più essere immaginata slegata dalla nostra carne.

Sogno di preparare un giorno un cammino di Esercizi Spirituali sulla scoperta di Dio dentro le carni viventi del nostro corpo in costante trasformazione. Incarnazione: un corpo mi hai preparato.

Era il mio copro di bambino, tenero e fragile, era bisognoso di tutto. Era frutto di madre e padre che proteggevano. Tu eri in quel corpo, preparato per me e per chi mi guardava stupito e grato. Ci siamo incontrati lì per la prima volta. Che bello sentire che il mondo era perfetto, affidabile, che Tu avevi in mano ogni cosa e che io potevo fidarmi. Bastava piangere e Dio o chi per lui mi davano latte e carezze, mi proteggevano dal freddo.

Poi è stato il mio corpo ragazzino quello preparato per la nostra storia d’amore, cambiavo io e cambiavi Tu (con buona pace dei noiosi che immaginano Dio immutabile), un corpo invece mi hai preparato per non restare eternamente nell’illusione della tua onnipotente onnipresenza. Iniziavo a conoscere il bene e il male, iniziavo a conoscere l’amicizia e il dolore, iniziavo a conoscere la paura. E Tu quel corpo mi avevi preparato perché io sentissi che Tu eri con me, che fare parte della tua squadra, quella dei buoni, in oratorio e in parrocchia, era cosa buona. Era ancora pensiero infantile, ma stavamo crescendo insieme.

Il corpo poi è quello di un adolescente e di un giovane. Un corpo mi hai preparato e tu in quel corpo e non altrove ti sei fatto conoscere. In verità hanno cercato e continuamente cercano di dire altro. Infatti, Signore, ti bloccano sempre all’infanzia, vorrebbero che noi si credesse sempre a Gesù bambino. Invece un corpo mi hai preparato e se il mio corpo cresceva, cercava, sperimentava, bruciava, si innamorava, si ricredeva: tu eri lì, non altrove. Quel corpo affamato d’amore mi avevi preparato e lo stavi abitando. Invece sembrava tutto peccato. Tutto una colpa. Il corpo cominciava a fare problema. Faceva paura. Non siamo ancora capaci di riconoscerti nei corpi brucianti degli adolescenti. Sì, forse l’Amore vero fa paura, saperti innamorato fa paura. Elogio della castità che profuma di vuoto. Vorremo ricondurre tutto all’infantile bisogno del seno materno. Scusaci.

Un corpo invece mi hai preparato. Quello di un adulto chiamato a generare vita. Quello che sperimenta il limite, la scelta, quello che desidera amare e essere amato. Quello che non brucia più nell’esplosione adolescenziale ma che sente bisogno di unicità. Siamo chiamati a cercarti lì. Il corpo non può essere ridotto a fardello, a contenitore, a scatola di ciò che è importante. Noi non siamo solo interiorità. Tu sei nel mio corpo adulto che chiede di essere ascoltato.

Poi sarà corpo di vecchio. E lì spero di avere maturato una strada di complicità profonda con te. Tu sarai il Dio delle rughe e dell’incontinenza, della saliva che cade da labbra sfatte, tu sarai il Dio nel corpo malato, nel corpo stanco, nella mente rallentata. Nel tremore della mano. Nei pensieri che non vengono. Di quando non saprò più scrivere. Un corpo invece mi hai preparato. Avrò saputo farti crescere con me? Riusciremo a crescere e cambiare insieme?

Il bambino sussultò nel suo grembo

Adesso posso leggere il Vangelo di oggi. È la storia di un Dio che sceglie di abitare un corpo. Non una Chiesa, non un Arca, non un’Istituzione ma il corpo. Perché il corpo vive e cambia e cresce. Il corpo di Elisabetta, che deve rimettersi a fare la madre invece della nonna. Sperava in una santità di preghiere e incenso e invece “un corpo mi hai preparato” e sono i patemi della vita che cambia. Maria, pur con tutta la retorica di duemila anni rimane madre, abbiamo fatto l’impossibile per disincarnarla, svolazzante apparizione, ma lei rimane un corpo. Un ventre fecondo da ascoltare. Il corpo di una madre che perde un figlio che poi prova a ritrovare. Il corpo di una madre che sul suo ventre, sotto la croce, appoggerà un cadavere troppo giovane. Una donna chiamata a cercare il divino in Giovanni, un altro corpo. Perché un “corpo invece mi hai preparato” e non è mai come ce lo aspettiamo. Occorre imparare ad ascoltarlo, il Corpo, di Cristo.

IV Avvento 2019 C

Non voglio più fare niente III domenica di Avvento C

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letture della III di Avvento C

Non voglio più fare niente

(Sofonia 3; Filippesi 4; Luca 3)

III Avvento anno C

Nuovo come l’amore

Basta, non voglio più fare niente. Ma lo voglio fare con passione, impegno e dedizione totale.

Basta, non voglio fare niente perché non c’è bisogno di fare niente, perché tu Signore non mi chiedi niente, “gioire per me” è l’unica tua gioia, come dice il profeta Sofonia. Non sei un Dio che chiede sei un padre contento di me per quello che sono, per come vivo e respiro e mi muovo nel mondo. Non ti aspetti che io faccia nulla, tu gioisci per me e con me. Tu mi ami e questo basta, non devo fare altro, voglio solo sapermi fermare, desidero solo il coraggio di respirare a pieni polmoni questa vita che mi parla di Te, questa aria fredda che mi scende nel profondo degli occhi, questo profumo che mi scalda il cuore, questa storia che canta il mio essere al mondo, questo vento leggero che mi porta il suono della tua calda risata “esulterà per te con grida di gioia”, cosa voglio di più? Non è quello che basta per vivere? Sapere che qualcuno grida di gioia per il fatto che sei al mondo. Voglio fare niente, fermarmi e commuovermi di questo amore che costa nulla, chiede nulla, pretende niente e cambia la vita. Sì, la rinnova, la rende nuova “ti rinnoverà con il suo amore”.

Voglio fare niente Signore, iniziare a fare niente, solo amare quello che incontrerò senza nemmeno cercarlo. Non voglio prevedere, impostare, pianificare, solo amare quel che viene, amare ogni cosa e stupirmi perché ogni cosa amata diventa nuova. Il mondo cambia se lo ami. E se non cambia, poco importa, cambia chi ama. Non voglio più fare nessuna cosa che non faccia rima con Amore.

L’amore è vicino

            Non voglio più fare niente Signore, ma proprio niente, solo fermarmi. Ma voglio farlo con passione, con dedizione, con ferocia costanza. Fermarmi dentro il cuore delle cose, dove batte il segreto della vita, voglio sapermi fermare senza pretendere niente, lasciando andare tutto per godere dell’unica cosa che conta: saperti vicino. “Il Signore è vicino!” ha detto Paolo ai Filippesi. È vicino adesso, mentre scrivo queste righe, mentre preparo da mangiare, mentre aspetto che succeda qualcosa.

            Voglio fare niente, solo sedermi vicino al cuore delle cose, di ogni cosa, anche di quella che la mia supponenza ha sempre considerato banale. Voglio solo sedermi vicino alle cose per sentirti accanto a me. Voglio fare niente, solo lasciarti parlare, solo lasciare che la tua manifestazione stupisca il mio gretto efficientismo, la mia smania di dimostrare, il mio infantile e maschile bisogno di affermarmi. Voglio fare niente, solo sedermi vicino al reale, nel silenzio delle cose, dietro le apparenze che sono trappole, voglio evitarle, occorre attenzione e pazienza, occorre leggerezza e tanto tempo, occorre fare niente, solo attenzione, e poi sedersi lì, dove il Niente palesa la tua Presenza. E quando non ti sentirò, quando mi sembrerà di essere al cospetto del nulla, aiutami a non pensare, persino il fare del pensiero voglio deporre se questo mi rende impossibile ascoltarti. Più ancora che ascoltarti, sentirti, vicino. “Il Signore è vicino”, voglio fare niente, stare a letto, come due vecchi che hanno già spremuto il succo della vita ma allungando un braccio sentono, sotto le stesse lenzuola, che l’altro c’è. E il sorriso calma l’ansia e sentono che la vita ha un gusto buono. Che non occorre più fare niente, solo godere del profumo di due vecchi che di nascosto si cercano ancora.

            Non voglio più fare niente, voglio solo imparare a “non angustiarmi più per nulla”, come dice Paolo ai Filippesi. Desidero imparare finalmente l’arte del respiro, e in quel respiro lasciare andare tutto ciò che mi pesa sul cuore. Non posso più essere in balia degli eventi, non posso più dirmi innamorato di te se poi non so lasciare questa ansia che mi stritola il cuore. Non voglio fare niente che non sia un atto di abbandono fiducioso. Sono anni che si moltiplicano parole dalle mie labbra, adesso basta, voglio cominciare a credere a tutto ciò che hai detto attraverso di me. Mi lascio andare al flusso della vita, io e te insieme, sullo stesso legno a contare le onde che spingono contro lo scafo, arriverà quello che deve arrivare, vivremo ciò che ci sarà da vivere, non malediremo le tempeste, godremo del mare calmo, ringrazieremo per tutto. Non ci preoccuperemo più di nulla, solo ci occuperemo, giorno per giorno, di quello che sarà. E ringrazieremo. E se qualcuno non capirà, se qualcuno commenterà, poco importa. Di una sola cosa non faremo mai a meno: la custodia del cuore.

“La pace di Dio custodirà i vostri cuori”, nient’altro che questo. Verrà la vita, onda su onda, a volte la cavalcheremo, a volte soccomberemo, ci saranno tempeste e pure lunghi giorni di navigazione serena, sarà quello che sarà, ma in tutto questo tempo una cosa sola vorrei imparare perché solo questa è necessaria, solo custodire il cuore di chi incontrerò. Non saranno grandi percorsi, non saranno rivoluzioni pastorali, non saranno grandi gruppi, non saranno le folle, ma fosse anche uno, uno solo, non fare niente, solo sgranare gesti di pace, apparecchiare tavole imbandite di calma e lentezza e prendersi cura di un cuore alla volta, avere cura che non si spezzi, che non si fermi, che non si faccia troppo male per colpa degli spigoli che la vita può riservare. Che non si rompa a causa mia.

Che cosa dobbiamo fare?

E basta, non fare più quella domanda carica di ansia e sensi di colpa e visioni ubriache del divino, non fare più quella domanda che assedia il Battista nel Vangelo: “cosa vuoi che io Signore faccia per te?” Niente. Semplicemente e totalmente niente. Questa è la risposta. Appassionatamente niente.

Abbandona la tunica di troppo, smetti di agitarti per coperture, ruoli, definizioni, protezioni e appartenenze. Togliti la tunica, l’abito, le abitudini.

Abbandona l’idiota pretesa di esigere dalla vita più di quanto è fissato perché è già più che sufficiente quello che c’è, perché senza che tu esiga niente hai già tutto. Cosa vuoi esigere più di un’alba o di un tramonto? E più di tutto quello che sta in mezzo ad ogni alba e ad ogni tramonto.

Abbandona la violenza, non maltrattare la vita, non estorcete niente mai, per nessun motivo, niente a nessuno. Impara a non forzarla la vita, lasciala venire, a lasciarla scorrere e sorridi grato e stupito. Non serve niente, nient’altro che questo. La vita che viene.

III Avvento 2019 C