Ed egli il volto indurì tredicesima domenica tempo ordinario C

sfumature di Crocetta 25.6.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,51-62

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Ed egli il volto indurì

(Luce 9,51-62)

Tredicesima domenica Tempo Ordinario C

 

Ed egli il volto indurì per andare a Gerusalemme…

non è solo una “ferma decisione” come riportato dalla traduzione italiana del vangelo di oggi, letteralmente è la vita affrontata a muso duro, è la profetica capacità di irrigidire i lineamenti, è la faccia che diventa prua di nave rompighiaccio, è la profezia del rifiuto che prende casa tra gli occhi, sono labbra che si morderanno a sangue pur di non tradire la scelta, è la fronte a farsi muro, pietre incastrate ad arginare lo sconforto dell’abbandono.

 

Non è solo una ferma decisione la tua, Cristo tu sei la pietrificazione di un sogno, corazza d’insetto a difendere l’ultima speranza del genere umano, sei la madre che preserva i cuccioli, sei l’ostinazione, sei la violenza dell’amore. E io che non ne posso più della retorica di certa tenerezza a te mi affido, sei come animale a difesa dei suoi cuccioli, sei la promessa che non saremo strappati da te, sei la mia unica speranza.


Non è solo “ferma decisione” la tua, tu sei un volto indurito che decide di non retrocedere, sei la resistenza a sputi, schiaffi, chiodi e perfino ai baci. Il mio essere samaritano impaurito non ti spaventa, la tua durezza resiste alla mia negazione, mi attraversi sempre e speri che io un giorno possa arrivare a capire. Solo non sopporti i discepoli, non sopporti quando anche io sono religiosa milizia armata pronta a imporre durezza solo alle morali altrui. Tu non sopporti il volto indurito delle maschere ipocrite. Si può essere duri solo con se stessi e solo per amore, questo non ti stanchi di ripetere. Non si invoca un fuoco dal cielo, se si riesce fuoco si diventa, e ci si consuma fino all’ultimo respiro ma solo per un amore ossessivo e mortale.

 

Non è solo “ferma decisione” la tua, io mi sono nutrito di decisioni che credevo incrollabili, io ho promesso, io ho giurato, io ho creduto che bastasse un sacramento che sancisse la mia volontà di seguirti ovunque. Invece mi ha seguito tu, solo tu, perfino nei miei naufragi. Mi ha stanato con caparbietà ossessiva, colpevole solo d’essere pari a quella delle madri. Tu mi anticipavi nelle tane che costruivo, tu le usurpavi, tu hai sconsacrato ogni nido intrecciato solo per fuggire dal tuo sguardo. Mentre io mi ostinavo a voler credere all’innocuo dio gentile ed educato delle suore, al dio della debolezza, al dio che morbido si adegua alle mie scelte tu mi stanavi, tu eri orda barbarica di una forza che non sapevo ancora definire d’amore.

 

Non è solo “ferma decisione” la tua, tua è la chiamata gridata mentre mio padre muore, tua è la scelta durissima di manifestarti tra i lineamenti duri di un padre quasi cadavere, tuo il volto indurito dal male, tua è la durezza della solitudine, tu solo e sempre tu, a non permettermi di seppellirti con la delusione di non essere stato esaudito nelle mie preghiere. Tu a liberarmi con un morso al cuore dall’infantilismo di chi cerca in tutti i modi di rimanere figlio in eterno. Altro che tenerezza, tu a seppellirti con mio padre e io, solo, a non poter ancora fare a meno di te.

 

Adesso ho questo aratro tra le mani e dietro di me lascio solchi che tagliano la crosta terrestre, ferisce anche il mio di passaggio su questa terra, io che ti avevo scelto convinto di non far più del male a nessuno, per dilatare una pacificazione che ho scoperto solo dopo qui sarebbe solo blasfema pantomima del paradiso.

 

Duro come lama di questo aratro è il volto tuo, e mi scavi, mi apri, mi dilani l’anima, sei sconcertante nella tua ossessione per me. E io non posso farne a meno ormai. A volte vorrei voltarmi e tornare ad un’immagine più leggera, a quel dio amico e promettente che rendeva sensata la mia vita, che mi dava un posto nel mondo, che tramutava ogni mia azione in gratitudine di amici e parrocchiani. Non rinnego niente, è stato bello ed è stato giusto così, e oggi non sono certo più triste di allora (sento già la preoccupazione di chi non riesce a capire, di chi crede che io ora sia deluso o sconsolato, sento già la preoccupazione di chi non capisce che lasciarsi trafiggere d’amore, che riuscire finalmente a nascondersi tra le trincee dei solchi del tuo viso è ciò che rende degna di essere vissuta la vita).

 

Io sto nella tua ombra, ci sto nella felicità e nello smarrimento, ci sto nel peccato e nella santità, ci sto qui e ora, così come sono, e sto al sicuro. Non ha senso guardare a ciò che è stato, ora c’è solo da non volgersi indietro e continuare ad arare, e indurire anche il mio di volto, per quel che posso, per quel che riesco, fino a quando riconoscerò il mio Calvario e pianteremo insieme l’aratro a forma di croce e sprofonderò anche io sperando di essere elevato dalla tua misericordia.  

 

Come un cane Corpo e Sangue di Cristo C

Dulcinea e il gelsomino 17.6.22

Come un cane

(Luce 9,11-17)

Corpo e Sangue di Cristo C

 

In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure…

…questo accade mentre Dulcinea si avvicina silenziosa fino a sedersi sopra i miei piedi, e io non mi sono ancora abituato, dopo tre anni di convivenza stretta, mi commuove ancora che cerchi costantemente il contatto umano, che cerchi me anche solo per il gusto di appisolarsi sentendo che ci sono. Sui miei piedi, che sono nudi, e immersi nell’erba verde di Crocetta, di questo pezzo di mondo che miracolosamente mi sostiene, sul tavolo di legno la Bibbia, un quaderno, un libro sulla vita di Buddha e io che non leggo e io che non scrivo e io che mi domando se un giorno, magari l’ultimo, arriverò mai a essere così libero da venire a sdraiarmi ai tuoi piedi, come un cane, per ascoltare una tua parola, o solo per sentire il tuo profumo, o anche solo per la paura di morire senza sentire l’appoggio di niente e di nessuno. Chissà se avrò la sfrontatezza di Dulcinea, perché anche io come lei ho bisogno di cura, perché anche io mi sarò così affezionato da non poter più fare a meno di te. Come vorrei che la mia fede si spogliasse di tutto, perfino dei mille ragionamenti che mi hanno portato fin qui. Adesso forse sono pronto per il deserto. Come la folla che nel deserto cercava una parola e una cura, come cani in cerca di padrone.

 

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta…

… e alla fine io, come Dulcinea, non mi sposterò da te. Miseria non è qui, miseria è dove non sei tu, ormai l’ho capito, così spero di aver imparato gli occhi furbi del mio cane che implorano costantemente qualcosa da mangiare e sanno di poter ottenere e no, non andrò lontano, sarò così libero e innamorato di te da non fingere antiche presunte autonomie, come Dulcinea, le zampe sul tavolo e il muso a puntare, da morta di fame, da morto d’amore, e sprofondare in questo deserto dove solo rimane ciò che conta e godere del giorno che finalmente sta declinando, perché stanotte dormiremo insieme e non prendere in considerazione nessun villaggio e nessuna campagna perché quel girono, che sarà l’ultimo o forse il primo, io avrò trovato casa ai tuoi piedi.

 

Voi stessi date loro da mangiare

e così la fame da ostacolo diventa possibilità. Si può passare la vita cercando di risolverla oppure si può decidere di lasciarsi coinvolgere, si fa quel che si può, non si scioglie niente, si prova a condividere quel che siamo, in fondo abbiamo tutti solo fame gli uni degli altri, solo abbiamo vergogna di dirlo, allora preferiamo illuderci di poter risolvere la vita degli altri, sprechiamo indirizzi per villaggi e campagne promettenti. Io che sono stanco di pensare a progetti, io che diffido di ogni sistema, io che non credo più alla parrocchia come villaggio e che fuggo qualsiasi tipo di delega io vorrei solo arrivare a chiedere al Padre di adottarmi, perché senza di lui sono randagio e gli unici momenti in cui ho fatto esperienza di Lui sono stati quelli in cui qualcuno si è accorto di me. Proprio di me. Come un cane con il suo padrone.

 

Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa

perché cinquemila sono troppi, la salvezza arriverà da gruppi piccoli, famigliari, ordinari… la chiesa troverà salvezza solo dalla sua frantumazione, sorrido amaro al tanto lavoro fatto per aggregare, unire, moltiplicare numeri, unità pastorali dove invece sarebbe stato saggio fermarsi a cinquanta, e magari senza l’obbligo di preti a dover per forza presidiare ogni frammento… così alla fine, come tutti, andrò a leccare grato le mani delle poche decine di persone che mi hanno accarezzato. Con la libertà di Dulcinea, verso tutti gli altri nessun rancore, solo spariranno, saranno stati importanti per altri, saranno in altri gruppi, io metterò il muso tra le mani di chi mi ha amato e leccando cercherò solo Te.  

 

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo

E anche io prenderò quel che è stato di me, e non sarà poco, e non sarà tanto, sarà tutto, tutto quello che sono stato, e come te alzerò gli occhi al cielo e finalmente mi specchierò, la ricerca sarà finita, mi sarai entrato dentro, sarò solo tuo, legame che non chiede nemmeno di essere spiegato, saprò per istinto, saprò per appartenenza, e sarò fedele, riconoscerò le tue orme in mezzo alle altre e non mi allontanerò mai più. Mi avrai addomesticato per sempre.

 

Recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

Alla fine sarò solo capace di benedizione, e comincerò dai nemici perché gli amici già lo sanno, perché loro non ne hanno bisogno, ma i nemici, chi non sono riuscito ad amare, quelli sì, quelli io vorrei riuscire a benedire. Tanto io sarò seduto ai tuoi piedi e non avrò più paura. Perché se non ho amato è stato solo per la paura di perdermi, lo sai vero mio padrone?

E poi sarà lo spezzare del pane, un pane che passa di mano in mano, bocche piene del sapore buono dei frutti semplici della terra.

 

Dulcinea si avvicina, mette il muso sul mio ginocchio, ha fame di essere guardata.

 

Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Mi alzo, non è ancora l’ultimo giorno, con Dulcinea salgo a camminare fino al santuario. Immagino le dodici ceste piene di pane. L’ultimo giorno, prima della chiusura del sipario, resteranno dodici, come uomini, come discepoli, dodici ceste a dire che quel che resta di noi è solo ciò che abbiamo condiviso. Dulcinea scalpita, vuole correre, nemmeno immagina che invidio la sua libertà di chiedere vita.

Linfa di ogni cosa Trinità anno C

Crocetta 11.6.22

Linfa di ogni cosa

(Giovanni 16,12-15)

Trinità

 

Molte cose ho ancora da dirvi

Ma tu scusami se mi aggrappo con nostalgia al passato, se mi sembra di aver già vissuto mille vite, se in fondo credo che la felicità vesta gli abiti dell’infanzia.

Scusami se il cuore si volge troppo al passato, se l’assenza di chi è già stato accarezzato dalla morte ruba troppi spazi al cuore.

Scusami se faccio fatica ad appassionarmi ancora a questo presente che sento sempre più distante e diverso da me.

Scusami se sono stanco di competere, di indignarmi, di fidarmi di promesse troppo umane, se tanti progetti li vedo nascere da subito sotto il segno di transitorie utopie.

Scusami se non credo più a cambiamenti epocali, se sorrido di chi si proclama profeta, se credo che ogni sistema sia radicalmente irriformabile. Non sono triste, per nulla, tu lo sai, solo ho amato così tanto ciò che è stato che a volte credo mi basti per l’eterno. E devo invece sforzarmi di credere, miracolo trinitario, che Tu sei ancora parola per me. Devo forzare la fede per volgere il corpo al futuro. Affido il mio sguardo alle tue mani e se molte cose hai ancora da dirmi, aiutami, se puoi, a credere che tra le molte cose anche il passato sarà ritrovato.

 

Ma per il momento non siete capaci di portarne il peso

Che la vita accade e sempre eccede. Per pesantezza di fatica, per pesantezza di stupore, per pesantezza di densità. Per me guardare il passato è stupirmi di tutto questo peso, di come sia comunque riuscito a sopportarne l’eccesso. Di come tu mi abbia aiutato, e in questo non ho dubbi, di come la fede mi abbia trovato impastato alla vita, di come credere non sia stato altro che riconoscere il peso degli eventi e l’avventura di portarsi avanti giorno per giorno. Con cocciutaggine d’amore o anche con sacrificio e senso del dovere, ho fatto quello che potevo, non mia la poetica perfezione dei fuoriclasse.

Se guardo al passato mi accorgo di come ora giudicherei impossibile la mia sopravvivenza, sento la distanza tra le mie forze e ciò che è stato. Forse è questa la fede? Allora mantieni in me, ti prego, il cuore semplice e smarrito di chi sente di essere sempre inadatto alla complessità delle cose, mantieni in me l’umiltà di chi riconosce, senza fatica, che ha bisogno d’aiuto, che senza di te sarebbe già stato completo naufragio.

 

Quando verrà lui, lo Spirito della verità

E che io possa ancora trovare il coraggio di attendere l’incontro con la verità. Che qui sfugge sempre, che si fa intravedere ma poi si sposta altrove che la verità è il tuo corpo risorto, svuota sepolcri seduce a nuovi cammini.  

 

Vi guiderà alla verità tutta intera

E che io impari la passività della fede, ho creduto tu mi chiedessi di guidare una comunità ora capisco che anche quello è stato passaggio prezioso per perdere me stesso, per svuotarmi, per arrivare a chiederti di prendermi per mano. Lo chiedo a te, come fosse una supplica, dove vuoi che vada se tu non ci sei? Guidami tu, affina il mio ascolto, e che si chiami paradiso, eternità, o verità tutta intera a me poco importa, che il resto della mia vita mi trovi rabdomante di tracce che portano a te, questo solo chiedo a te e a me. E sento che è tutto.

 

Egli mi glorificherà perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

 Arrivare a glorificare la vita, questa la strada per la verità. Questa la fede, questo il cammino, questo il cuore profondo. Glorificare, che è più di trovarne il senso, che è più di viverla la vita, che è più della felicità, che è più della pacificazione. Dare gloria al Signore della vita, dare gloria sempre e comunque, riconoscere che ogni evento, perfino la croce, altro non è che un varco, il taglio inferto alle apparenze, il velo da scostare. Questo ti chiedo, questo mi fa paura, questo e solo questo mi pare degno di essere vissuto: non ascoltare Signore i miei desideri, non esaudire quel che spero, ho già ricevuto molto, ho già ricevuto tutto, ora desidero la verità, la verità tutta intera, quella che si svela solo quando si arriva a glorificare la vita sempre e comunque, per quello che è, perché Tu sei linfa di ogni cosa.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,12-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Vorrei poter non parlare più dell’amore Pentecoste C

Pace e Bene 2.6.22
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,15-16.23b-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Vorrei poter non parlare più dell’amore

(Giovanni 14)

Pentecoste

 

Se mi amate…

e io a quel “se” mi aggrappo, e tu lo sai.

L’amore come ipotesi e tentativo, un “se” appeso tra le mie paure, di più non riesco. Possibilità sempre tenue, fragile, come me.

Vorrei poter non parlare più dell’amore. Ma lasciarlo libero invece, di farsi respirare, quasi inconsapevolmente, una Pentecoste trasparente e nascosta. Feriale.

Vorrei poter non parlare più dell’amore, per non sciupare con la goffaggine delle spiegazioni la pacatezza del mistero, per non danneggiare il seme.

Con la parola l’amore diventa ridondante, e poi io non lo so, io non lo so cosa sia, davvero, l’amore, forse tu sapevi, forse tu avevi capito come trasformare in bene ogni concreto gesto verso gli altri, forse quello è stato il tuo miracolo, trasformarti in amore, io invece no. Io son sicuro di aver fatto del male credendo di amare. Io sono sicuro di essere fuggito pensando di preservare il cuore del fratello. Io sono sicuro di non aver compreso l’amore sotto la scorza dura di certi incontri. Così mi sono spaventato, così ho sofferto, così ho preferito, a volte, smettere di amare per non far soffrire. Così rimango nell’ipotesi, nel “se”, nella possibilità, così la mia Pentecoste si tramuta in labile preghiera, richiesta umile Signore: ti prego, rimani tu attento, che i tuoi occhi stiano chini su di me e se qualche volta sarò attraversato da una lama di luce, se saprò anche solo per un istante lasciarmi trafiggere dall’amore, ti prego, almeno tu, silenziosamente, conserva, ricorda.

 

…osserverete i miei comandi,

tu parli d’amore come di qualcosa che chiede di essere partorito nel corpo. Come se l’amore chiedesse d’essere osservato e poi mostrato. Tu parli come se non ci fosse amore senza spazio e senza tempo, come se non ci fosse amore senza la nostra carne. Tu ne parli come di una forza che scardina le barriere del tempo, tu ne parli come fosse l’unica declinazione del futuro, tu ne parli come uno che ha saputo farsi corpo d’amore, inchiodarsi al desiderio d’uomo, tu ne parli come uno che non ha risparmiato niente, tu ne parli come un naufrago, come chi si lascia trascinare dalle correnti di una forza divina, tu ne parli come uno che ad un certo punto ha smesso di opporre resistenza. Io vorrei non parlarne più perché io, invece, ho paura, ho paura che tutto sia troppo, ho paura di non essere all’altezza, di farmi travolgere da un gioco più grande di me. Io ho paura dell’amore. Perché l’amore pretende tutto, e io sento di essere quasi niente. Così la mia Pentecoste è una preghiera dimessa e sommessa, è una supplica: rendimi inconsapevole dell’amore che faccio, lascia solo che accada, che abiti pure il mio corpo, che altri, anche solo per un istante possano godere del riflesso divino, della forza d’eternità, ma che io che non sappia, che io non creda, neppure per un istante, di essere capace di Te.

 

E noi verremo a lui

L’amore è invadente. Pentecoste è Dio che prende casa tra le carni degli uomini costringendosi all’incomprensione. Forse tu avevi saputo farti tempio del padre, forse tu avevi lasciato che ogni parte di te diventasse la Sua dimora, forse tu riuscivi a vedere il Padre presente tra le pieghe di ogni storia, tra le incongruenze del dolore, perfino tra le opacità del peccato. Io ci provo Signore, la mia Pentecoste è che ci provo, ogni giorno. A credere che ogni cosa è invasa da un desiderio divinizzante, a convincermi che ogni volto parli di te. Io ci provo, te lo giuro, questa è la mia Pentecoste, ci provo a sentire che siamo noi l’approdo di ogni divino desiderio, che la vita, per quello che vediamo, è il profilo visibile di Dio. Io ci provo, te lo giuro, ma tu abbi pazienza con me, sappi che comincio solo ora a volermi bene e se ancora uscirò da me per cercarti altrove allora tu, se puoi, rimani in me, mia silenziosa fedele Pentecoste, rimani devoto a quel che sono, rimani crocifisso in me, presidia e aspetta il mio ritorno.

 

Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto

Forse anche tu hai compreso solo alla fine, forse l’amore è un insegnamento che si svela nel ricordo. Forse anche tu hai avuto paura di amare e di farti amare, forse anche tu sei fuggito dal troppo amore. Io non lo so, vorrei smettere di parlare d’amore, vorrei solo lasciare che accada, vorrei attraversare leggero il mondo lasciandomi segnare da ogni incontro, vorrei che Tu mi in-segnassi nel profondo, vorrei essere in mano tua senza opporre resistenza, vorrei essere docile e imparare la tua calligrafia. Vorrei camminare senza voler tutto capire, tutto risolvere, senza voler trovare subito un senso a tutti i costi, non qui, non ora, vorrei solo lasciare che il mondo accada intorno e dentro di me, vorrei arrivare alla fine con te e infine vorrei che tu mi aiutassi a volgere lo sguardo a ciò che è stato, vorrei, alla fine, saper ricordare, riportare nel cuore. Pentecoste in ciò che è stato. Perché forse sbaglio, ma l’amore si riconosce solo dopo il suo passaggio.

  

Di passaggio, come le nuvole Ascensione anno C

Tra le mie rose. Crocetta 24.5.22

Di passaggio, come le nuvole

(Luca 24,46-53)

Ascensione

Alla fine avevo capito che mi aveva portato fuori da me stesso. Tre anni e mille resistenze, tre anni e la paura di perdersi. Ma alla fine aveva vinto lui, o avevo ceduto io, non lo so, ma alla fine tutta quella cosa della fede io la vedevo come un cammino di liberazione, di Esodo.

Che la vita andava liberata, ogni vita, questo sentivi chiaramente stando al suo fianco. Questo era il suo sogno su ognuno di noi. Come fossimo tutti imprigionati, come se nascere servisse solo ad individuare la massa pesante che andava rimossa, staccata, magari con dolore, ma andava tirata via. Ne andava della nostra vita. Per i malati e per i peccatori era facile, farsi liberare dico, portare via tutto quello che ingombrava, per i poveri e per i disperati non era difficile farsi liberare dal peso di una vita insostenibile…io, io invece ho fatto molta fatica ad abbandonare quello che avevo costruito e che banalmente mi bastava. Non ha avuto vita facile Cristo con me, non è facile liberare chi si sente libero, costringere al viaggio chi si crede arrivato, spingere in esodo chi sente bastare la propria terra. Così scrissi: “poi li condusse fuori…”, perché questo era ed è il suo desiderio.

“Verso Betania”. Non ebbi il minimo dubbio, sapevo bene quello che volevo dire, che la liberazione avviene solo in un contesto di fiducia e di amicizia. Lazzaro era suo amico, per questo riuscì a liberarsi dalla morte. E Marta e Maria erano affetti sinceri, per questo furono trasfigurate dalle loro vite. Prima di credere, prima di pretendere qualsiasi liberazione, serve un luogo buono, una casa a cui tornare e legami che siano significativi e cari. Nessuno crederà mai al Risorto grazie a prediche o riflessioni, ci si fida solo del sapore buono del pane, delle lacrime degli amici, dei sorrisi e della nostalgia di chi non c’è più. Serve una Betania buona per iniziare a credere. Servono sapori di casa e di amicizia. Non basta, certo, ma trovo impossibile credere per astrazione di pensiero. Così scrissi, alla fine, che per essere liberati, bisognava passare da Betania.

E poi le mani. Non avevo parole nuove da dire, tutto era già stato scritto, le sue ultime parole erano già consegnate alla memoria e al rito, avevo bisogno di un gesto capace di piegarsi dentro l’ombra del silenzio, avevo bisogno di un gesto divino capace di abitare anche le persone più semplici, avevo bisogno di un gesto definitivo per dire che Lui, il vivente, non sceglie solo i sapienti, avevo bisogno di un gesto minimo e insieme solenne. Che tutti potessero replicare, che tutti potessero sentire come buono e promettente per la propria vita. Avevo bisogno di un gesto che non andasse spiegato. Un rito minimo e definitivo, una carezza, una benedizione. Così usai le mani. Alzate, aperte, dolci e decise. Nient’altro che mani alzate, libere dai chiodi ma ancora trafitte da una incontenibile misericordia. Come se il legno della croce fosse stato bruciato, come se la preghiera dei patriarchi trovasse in Lui l’approdo, come se il primo segno della libertà, il primo a essere “portato fuori” fosse proprio lui. Un gesto che ricordasse le carezze di Betania. Che poi, alla fine, si crede solo alle persone che benedicono le nostre miserie. Così pensai che anche Lui, alla fine, non aveva fatto altro che benedire, sempre. E alzai le sue mani in un gesto che immaginai definitivo e infinito.

Poi avevo bisogno di creare uno spazio, una distanza, perché fino a quel momento avevamo vissuto come in simbiosi, eravamo stati risucchiati da un’esperienza totalizzante, ma ora, ora era il tempo della decisione, della presa di posizione, ora lui non era a spezzare il pane con noi, ora lui non era il maestro da seguire, ora eravamo soli e in quella nostra solitudine stavamo decidendo di noi, se diventare padri benedicenti a sua immagine e somiglianza oppure archiviare ogni frammento di lui, ridurlo a ricordo buono per riempire le sere di malinconia. Così lo distanziai, dissi proprio che si distanziò da noi.  C’era anche un secondo motivo, lo distanziai da noi discepoli per evitare che qualcuno potesse credere di possederlo, per evitare i deliri di esclusività. Lo distanziai per dire che ognuno di noi deve fare i conti tra ciò che crede di lui e la Verità. Metterlo a distanza fu salvarlo da noi, lui ora era distante, potevamo dire solo qualcosa, ognuno di noi poteva parlare solo di sé stesso e di come era cambiata la vita dopo l’incontro con lui. Niente di più. Che ogni testimone confessasse senza problemi la propria distanza e il quasi niente che sapeva di lui.

Alla fine, alla fine volevo mostrare una traiettoria che riassumesse tutto e tutti. Alla fine io ci credo, ci credo davvero, che saremo ricapitolati in Lui, e così scelsi il cielo, perché lo vedo infinito, perché immediatamente pensiamo che Dio lo abiti, alla fine io volevo solo dire che tutto, proprio ogni cosa che vedo, anche i ricordi, anche il volo di un passero o lo strisciare di un lombrico, tutto approderà alla vita eterna, e così scelsi il cielo, tracciai questa traiettoria benedicente verso l’alto e la lasciai lì, alla fine, per tutti, per dire che io ci voglio davvero credere che quando Lui mi avrà portato fuori da questa vita, da questo mondo, da questa terra, che quando lui si sarà fatto incontrare nei profumi di mille Betanie, io ci credo, ci credo davvero, che tutte le distanze che mi ora fanno piangere, quelle distanze che si chiamano morte, io ci credo, ci credo davvero che tutto sarà benedetto e raccolto in un approdo. Che qui siamo solo di passaggio, come le nuvole.

Così scrissi…

poi li condusse fuori,

verso Betania,

alzate le mani li benedisse.

Mentre li benediceva si staccava da loro

e veniva portato su,

in cielo”.

Dal Vangelo secondo Luca
 Lc 24,46-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Quasi impossibile credere Sesta domenica di Pasqua C

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,23-29

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Quasi impossibile credere

(Giovanni 14,23-29)

VI di Pasqua

 

Quasi impossibile credere

che tu possa dimorare in me,

nelle viscere, nei muscoli, nei sogni, nelle paure

perfino nelle parole scritte parafrasando divine liturgie.

 

Quasi impossibile credere

che il poco amore di cui sono capace ti basti,

che il quasi niente che mi porto addosso possa ancora scassinare i tuoi occhi,

che ancora non ti stanchi di me,

che sono ancora tua terra di conquista,

che non trovi esausto il mio sfinimento

e consunti i miei tentativi di capire.

Quasi impossibile credere

che basta chiudere gli occhi per farmi invadere da Te.

 

E così respiro ancora

vento di fuoco

a ricucire la trama dei ricordi,

Santo Spirito a svelare quel battito

che solo il tempo riesce a svelare,

oppure Tu,

che del tempo sei custode.

 

Chino come monaco al cospetto del Mistero

lascio che la vita m’insegni

con punta di lancia a trafiggere un cuore che prega

sangue e acqua.

 

E se anche non posso prometterti un cuore libero da turbamenti

e se anche, sai bene, ogni giorno avrà il mio timore

giuro che affogherò nella tua pace,

che toglie il respiro,

che brucia le arterie,

che inchioda all’eterno.

 

E poi, alla fine,

se è quasi impossibile credere

mi accontenterò di aspettarti, di misurare la tua e Sua promessa.

Starò, come un albero,

il palo di un telegrafo,

la pensilina abbandonata,

starò, muto e pretenzioso,

rudere,

a sfidare la tua sfacciataggine,

la fastidiosa sicurezza delle tue promesse,

i tuoi divini giuramenti d’amore.

 

Starò, non posso far altro ormai,

e se è quasi impossibile credere

inevitabile è cedere. Sprofondare. Franare.

 

Io in te.

E tu in me?

Chi ha molto amore invece Quinta domenica Pasqua C

Ginestre Madonna del Monte 13.5.22
Dal Vangelo secondo Giovanni
 Gv 13,31-33a.34-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Chi ha molto amore invece

Quinta domenica di Pasqua C

 

Giuda è un amico, un figlio, un uomo, e quando la porta del cenacolo si chiude quello che succede è che tu l’hai appena perso. E non sembra che Gesù opponga resistenza. Chi ha poca fantasia crede che tutto fosse già scritto, che Gesù sapeva, che il traditore è stato solo un mezzo per il finale glorioso del Messia, come se la vita fosse solo un copione da osservare, come se l’onnipotente fosse il regista a cui tutto obbedisce. È triste avere poca fantasia.

Chi ha molto amore invece sa, sa bene che le porte si chiudono, che la vita tradisce, che per troppo amore si rischiano fraintendimenti e che comunque ogni uomo è un mistero e che spesso nemmeno noi comprendiamo i motivi di certe nostre scelte. Chi ha molto amore tace sulle scelte altrui, le affida alla notte e a quel Dio che misterioso ha lo stesso respiro delle stelle.

Chi ha molto amore accetta il fallimento, l’incomprensione, la rottura. Chi ha molto amore ha sacro rispetto per la libertà. Chi ha molto amore accompagna un pezzo di Giuda fin nelle pieghe più oscure della notte, non può lasciarlo solo, non può impedirgli di essere Giuda: tremendo paradosso. Chi ha molto amore muore con Giuda, appeso ad un albero, soffocato dal buio. E intanto soffre e tace. Con lui.  

Gesù di Giuda non dice nulla, lascia che la porta si chiuda e sente, in cuor suo, che ora la morte è vicina, è dentro, e che ha anche il volto dell’amico amato.

Gesù di Giuda non dice nulla. Parla invece di sé come di un Figlio. Un Figlio d’uomo. Figlio della storia, figlio delle scelte, figlio di eventi che in tre anni lo hanno portato a mettere gli occhi negli occhi di Dio, e addirittura che lo hanno portato a riconoscerlo padre, quel Dio. E così Cristo glorifica il Padre e il Padre glorifica il Figlio e quello che significa questo passaggio è che Cristo assume il profilo del padre e il padre si mostra nel figlio. E non riesco a non pensare che questo, solo questo, addirittura questo, sia ciò che è richiesto a tutti noi. Diventare padri. Ecco il senso di tutta la nostra esistenza, nasciamo figli e figli rimaniamo ma insieme siamo chiamati a diventare padri. Questa è la fede.

Si diventa padri quando per troppo amore si smette di cercare colpevoli. Sarebbe stato facile incolpare Giuda e per noi è semplicissimo guadarci alle spalle e trovare i responsabili delle nostre fatiche esistenziali, solo chi è stato tradito, solo chi ha riposto malamente fiducia in mani sbagliate può comprendere l’umiliazione e il peso della nostalgia per una vita che avrebbe potuto essere e invece è stata soffocata da altrui tradimenti. E così si può morire nel rancore e nella recriminazione oppure cedere, cedere al troppo amore, e scegliere di diventare finalmente padri, questa è la gloria a cui siamo chiamati. E un padre lascia andare Giuda ma non lo abbandona, e nel silenzio accetta di morire per troppo amore. Un padre non rinnega mai un figlio, rinnegherebbe se stesso.

Gesù non parla di Giuda, non cerca di accusarlo e neppure di scusarlo, un padre non usa mai i suoi figli per secondi fini, dimora nel silenzio e si lascia trasformare dal dolore. E io vorrei, almeno un attimo prima di morire, riuscire a diventare veramente padre, guardare a tutta la vita passata e non provare più rancore verso nessuno, avere quella smisurata capacità d’amare che mi permetta di stare a fianco di chi ho conosciuto senza la pretesa di voler capire ma con la pazienza di chi accetta di condividere. Solo che mi fa paura, perché una paternità portata a perfezione prevede il morire per amore.

Gesù non parla di Giuda, lo lascia al pianto segreto del cuore, si rivolge invece ai discepoli, e li chiama figli, parla da padre, e un padre ha un solo desiderio: che la fraternità diventi lo spazio del perdono.

“Come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri” non è banalmente la speranza che i figli non litighino perché è impossibile, non è il disegno utopico di una comunità perfetta, quello che Cristo desidera per i suoi discepoli e per glorifichino la vita imparando l’arte della condivisione fino alla fine.

Siamo tutto traditori, abbiamo tutti abbandonato il cenacolo e ancora lo faremo, siamo poveri cristi impauriti ma sempre alla ricerca di essere i figli prediletti, i discepoli amati, di essere riconosciuti migliori di altri. E questo non è altro che la nostra notte, il nostro tradimento, la nostra condanna. Diventare padri invece, assumere la solitudine immensa di chi si pone nel cuore del dramma della vita armato solo di un amore sconsiderato, è accompagnare chiunque e comunque, come fossero figli nostri, andare fin nel cuore della notte se dovesse servire, inchiodarsi come Cristo sulla croce e sussurrare con fede “perdonali…”.

Da questo ci riconosceranno, se saremo paterni, se avremo in noi la fedeltà e la prossimità, se sapremo morire d’amore, se stenderemo un silenzio compassionevole. Siamo Figli di Dio ma la vocazione ultima sarà quella di diventare padri con Dio, glorificando la vita, e la vita si glorifica solo nell’atto della condivisione totale. Non abbandonando. Perché un padre non può abbandonare i figli senza smettere di essere padre. Sento che questo si impara solo se siamo stati noi stessi amati e perdonati, a tutti gli sguardi divini che mi hanno accompagnato con pazienza fin nel cuore delle mie notti: grazie.

Risarcimento (ormai la pretendo, la vita eterna) Quarta di Pasqua anno C

Dulcinea e il Cielo
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Risarcimento (ormai la pretendo, la vita eterna)

Quarta domenica di Pasqua C

Le mie pecore ascoltano la mia voce

Mi perdo tra i ricami della memoria, se ti ho ascoltato è stato solo per istinto di sopravvivenza. Solo chinandomi pazientemente su quel mistero che è la vita passata riesco a trovare tracce di te. Sottile il silenzio del tuo celarti dentro il nocciolo oscuro delle cose. Spesso scandaloso il tuo mormorare mentre io tentavo di portare in salvo la mia vita, tu sussurravi e io fuggivo. Dopo, solo dopo, stremato, sono precipitato in te. Il volto morente di mio padre non mi abbandona, e tu parlavi da quel corpo sfigurato. La nostalgia per gli amori andati perduti, e tu parli in quella flebile richiesta d’affetto. Il pianto che mi riempie gli occhi per l’amico di una vita strappato dalla leucemia. Sentirti vivo qui e ora, adesso, è ostacolo per me ancora troppo grande. Mi serve tempo, di lasciarmi attraversare dagli eventi, di subirli anche, di oppormi, e poi voltarmi, smarrito, a riconoscere che tu eri, e io non lo sapevo. Ho paura di illudermi, che tu sia una mia costruzione. Non so ancora dove cercare, decostruire le mie attese, farmi sorprendere, spogliarmi da certo spiritualismo che non cede, che non si rassegna a cercarti tra le pieghe delle storie, dentro l’apparente banalità degli incontri. Riuscirò mai ad ascoltarti mentre tu parli in questo istante logorato dalla mia pochezza?

 

 …io le conosco…

Tu mi conosci, e non ho paura. Forse è questa la fede, non aver paura di me stesso, non opporre più resistenza, avere la sicurezza di non poterti deludere nonostante ciò che sono. Tu mi conosci e non ti fermi. Che sia questo il motivo unico per cui siamo messi al mondo? Tu mi conosci, tu mi comprendi, tu mi smascheri, tu mi insegui, tu mi assedi, tu mi aspetti. Mio Amore da sempre in agguato. Affondo tra le viscere della Parola e percepisco la lama che seziona la parte più intima di me stesso. Io posso solo cercarti, solo Tu puoi penetrarmi. Io posso solo implorarti, solo tu puoi sedurmi. In balia di una speranza ho provato anche a dimenticarti, ma perdere te è disintegrare ogni cosa di me. Mi sei dentro, ti scopro già presente, amore in attesa appostato in ogni mia decisione. Io non mi conosco, solo Tu puoi, io mi sopporto, io mi interrogo, io mi divincolo tentando di giocare con le parole, io mi nascondo, io mi vergogno, io non comprendo, solo Tu puoi. Che tu mi conosca mi rassicura, non posso fingere con te, nessuna aspettativa, nessun ricatto, non devo far altro che lasciarmi fare. Imparerò, ti giuro, ad addormentarmi tra le tue braccia.

 

 …ed esse mi seguono.

Dove vuoi che vada ormai? Tu sai che ho provato a divincolarmi, tu sai che spesso avrei voluto seguire altre strade. Tu sai che quando ero sicuro di seguirti stavo solo cercando un posto sicuro nel mondo. Tu sai che non sono le promesse solenni a sancire la verità di un cammino. Tu sai che sei la mia ossessione e che per seguirti davvero ho dovuto perdere tutto. Tu sai che non averi avuto la forza di seguirti se tu non mi avessi dirottato in case che mai avrei creduto di abitare, in solitudini che mai avrei creduto di poter sostenere. Tu sai che seguirti è una condanna che il cuore dolcemente mi infligge ogni giorno. Tu sai che ci sono notti in cui in cui sono sicuro di aver camminato altrove. Tu sai che non saprei seguirti se tu non ti umiliassi ogni giorno a diventare la mia strada.

 

Io do loro la vita eterna

Non mi importa ormai nient’altro che la vita eterna, e tu lo sai. La pretendo, la pretendo almeno come risarcimento. Mi hai condotto a vedere la morte negli occhi, cadaveri di vite, cadaveri di sogni, traiettorie spezzate senza un motivo. La morte mi respira sul collo da sempre, lei sì che la sento ad ogni passo. Tu devi darmi l’eternità, non puoi più ritirare la promessa. Anche solo per la nostalgia d’amore accumulato, per chi ha già abbracciato la morte e non è più con me, per tutte le volte che hai smascherato quella che chiamavo felicità, per il dolore delle tante persone che mi chiedono aiuto, consiglio, conforto. Per riparare ai miei silenzi. Io mi fido di te, non ho altro che questo, se siamo a questo punto è solo per la promessa di eternità che abita la vita. A volte mi pare di non avere più niente, lontani i tempi dell’attivismo in parrocchia, sfumata la tentazione di credere che pubblicare un libro possa riempire la vita, nessun figlio da accompagnare, nessuna istituzione da difendere, non è rimasto finalmente niente, e in questo niente solo io che imploro, io che attendo, io che spero che non sia stato tutto vano. Attendo te, a trasfigurare la vita per mostrarmi che tutto è stato, che tutto è già, che tutto sarà per sempre eterno.

 

 non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

Sono in mano tua. Io potrei strapparmi, io solo ormai potrei strapparmi da te, ma non ne ho più le forze. Non per fede, forse per sfinimento, o anche solo per curiosità. Dimmi che sul tuo palmo tutto ritroverò, che tutti ci ritroveremo, continua a dirmelo, ti prego.

 

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola»

E mi ricordo di mio padre, di quando ben prima di sapere che sarebbe morto di lì a pochi mesi mi disse che lui mi sarebbe stato accanto e io non capivo e io non mi aspettavo una dichiarazione così dolce tra uomini sempre troppo lombardi. E io non riesco a non immaginare altro che il suo volto sul tuo. Il tuo volto su quello del padre e quello di mio padre sul tuo, sei la stratificazione dei volti che mi hanno amato, sono in mano vostra.

Che è già eterna la vita, a guardarla bene Terza domenica di Pasqua C

Crocetta 29.4.22

Che è già eterna la vita, a guardarla bene

Terza domenica di Pasqua C

Quando torno a ciò che sono, al pescatore che mi abita, ai gesti antichi tramandati da mio padre, alla vita tremolante, alle sue notti gravide, ai profumi del lago, a quelli dell’amicizia.

Quando torno e siamo in sette e tanto basta, numero di pienezza a dire che questo è tutto il mio mondo e che anche tu lo hai attraversato con me, e so per certo che te ne sei innamorato, e che ne senti la mancanza.

Quando torno e non mi spaventa scoprirmi per quello che sono stato prima di incontrarti, tornare al punto da dove mi hai chiamato, amato mio maestro, doloroso amico, mia ferita a forma di fiore, tornare a ciò che sono stato non mi spaventa perché sono certo che non ti dimenticherò, non mi spaventa perché non mi vergogno più di me, di quel che sono e forse nemmeno di quello che sarò. Così torno a pescare, perché ormai mi sei dentro, attendere a cosa servirebbe? Stare a guardare non è stile che concepisco, forse è questa la preghiera che mi è concessa, una mano ruvida a sgranare una rete annegandola nell’Abisso. E poi pescare, amare, piangere, arare, seminare, lottare… il vivere, il vivere sporco e santo, è nella terra che ti abbiamo scoperto, è in tutto questo e non altrove, nella carne, nella vita, che è già eterna, a guardarla bene.

Gli amici non mi abbandonano, nessuno resta fermo a fissare l’orizzonte, la nostra liturgia è quella di chi spinge una barca in mare, è notte, il rimbombo dei nostri piedi è un tamburo, suono sacro prima del silenzio, le reti sono pronte, i muscoli rispondono, la fatica fisica il nostro salmo, le poche parole scambiate, gli sguardi e il niente preso, ma senza farne un dramma, ci siamo ripresi noi, abbiamo scelto di stringerci ancora nella stessa rete e questo, per adesso, basta. “Veniamo anche noi con te”, e mi sembra l’unica preghiera possibile, nonostante tutto siamo ancora pescatori e siamo ancora capaci di prometterci condivisione. Senza tutto questo, amico mio, sono sicuro, non ti saresti mai manifestato.

Poi l’alba accade, ci sorprende ritrovare i contorni dei visi, dei monti attorno al lago, delle prime nuvole, riconoscere l’espressione dei volti. Ci sorprende ancora questa vita che si mostra. E tu con lei. Sulla riva. Così ti manifesti. Anticipando i nostri approdi, presidiando l’attracco, rendendo famigliare ogni ritorno. Così ti manifesti, chiamandoci figli, intercettando le nostre fami, accogliendo il nostro niente. Così ti manifesti, dentro ogni ritorno, dentro il mio desiderio di un fuoco, di un po’ di pane, di un po’ di pesce. Così ti manifesti, nella fiducia di un padre che si fida ancora delle mani dei figli, gettate la rete, gettatela ora, gettate e troverete.

E io sento che non devo far altro che questo. Gettare e tornare, e sapere, sapere in cuor mio, che la vita è manifestazione del divino, un presidiare d’albe, e fuochi accesi, provare a essere padre di qualcuno, almeno di uno, fidarmi, trasformare la riva in approdo sorvegliato. Manifestarmi.

Restare come posso sulla riva delle altrui solitudini e spezzare un po’ di pane, nell’incanto della vita che ritorna.

Gettarmi in acqua dimenticando le reti oppure tornare trascinando il peso della vita: non è questa la vera differenza. Questione di entusiasmo passeggero, di carattere, di momenti. A volte trascinare, altre abbandonare, non è questo. Quello che conta è sentirti così vivo e presente da non poterti domandare nulla, godere della manifestazione e della infallibile percezione dell’anima.

Mangiare con te e non poter interrogarti, che sei come il sole, la pioggia, il cielo, l’aria, l’acqua. Assorbirti, questo basta.

E insieme rimanere come sospesi, come chi sa che la manifestazione ultima e definitiva avverrà all’approdo ultimo, dopo la nostra di morte. Qui non resta che il calore di un fuoco e il profumo di acqua e pesce e pane e il tuo profilo illuminato, ma solo a tratti, dalla fiamma viva e tremante. E nell’inutilità di chiederti “sei tu?”: respirarti.

In quel momento io so, io Ti so, intima mia dolcissima consolazione, in quel momento so e non serve interrogarti, sarebbe come dissacrare, ti guardo e non ho dubbi, sei il roveto ardente che brucia e non consuma, sei il calore che abita la profondità di ogni cosa, se l’apparizione del reale, la trasfigurazione delle apparenze. Sei, e questo mi basta. E così restare, come in equilibrio sulle onde, capace di tacere, godendo di noi.

Questo per ora mi basta. Mi avvicino al fuoco, mi sciolgo in silenzioso pianto, Vita: dolcissima manifestazione.   

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,1-19
 
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Il mio, non il vostro Seconda domenica di Pasqua C

Madonna del Monte. Aprile

Il mio, non il vostro

Seconda domenica di Pasqua C

 

Che lui arrivi mentre sono ancora chiuse le porte del nostro dolore. Che il Risorto sia vivo e presente esattamente nel cuore delle nostre miserie, che riesca a sorprendere la notte inventando un nuovo inizio. Che lui porti pace alle nostre paure, che non rinneghi il dolore delle ferite ma le trasformi in squarci di luce, che un respiro nuovo come una primavera inattesa scenda a forma di bacio a resuscitare cammini che sembravano insabbiati per sempre, che osi perfino la sfida del perdono e che noi addirittura gli si creda, anche se tutto questo sembra impossibile, alla fine si può, si può cedere e credere, si può sprofondare nella misericordia e allearsi ancora alla vita: si può.

 

La cosa davvero difficile è un’altra, la cosa che sembra davvero impossibile è come giustificare a chi non c’era la vita che ritorna. Come scagionare un sorriso a pochi giorni dal sepolcro? Come scusare i germogli di una vita nuova se la speranza è appena stata crocifissa e tutti l’hanno vista agonizzare e sprofondare nel sangue? Come non vergognarsi di amare ancora se il Suo corpo è stato massacrato e avvolto e sepolto? Come dire la resurrezione?

 

Abbiamo visto il Signore!” dicono i discepoli a Tommaso, è vivo, l’abbiamo visto, la morte è stata sconfitta in prodigioso duello, questo proclamiamo senza sosta da duemila anni trasformando in festa il maestoso scandalo dell’amore, dissipando in augurio ciò che solo il Silenzio può custodire. E così io sto con Tommaso, starò sempre con lui. Vergognandomi per quando, come i primi discepoli, anche io ho creduto che bastasse raccontare per convincere, che dire la verità fosse già condividerla. Io sto con Tommaso perché sono stanco di chi non intuisce il dramma della morte e banalizza il lutto e non lascia il tempo al dolore. Io sto con Tommaso perché se perdi un padre, un marito, la moglie, un amico, un figlio… l’ultima cosa che ti serve è un vuoto annuncio pasquale. E se l’amore della tua vita non c’è più io, con Tommaso, ti costringerò a startene zitto e a non infastidirmi con le tue teorie sulla fede, ti obbligherò a tacere delle preghiere che ti fanno stare bene, della consolazione che ti abita il cuore, della sicurezza della tua fede che pare così sicura del paradiso ma che dimentica la compassione per chi ancora cammina su questa terra.

 

Io starò sempre con Tommaso, perché sono stanco dei devoti che ripetono annunci pasquali ma sono incapaci di prossimità, di empatia, di condivisione. Io sto con Tommaso e vorrei gridare con lui che non mi importa niente se loro l’hanno visto, che sono io, e solo io, che ho bisogno di un percorso. Io e solo io devo arrivare a Lui. Solo quando sarà il mio Signore, il mio Dio. Il mio, non il vostro.

 

Il Risorto comprende.

 

Prima di tutto lui attende, otto giorni, dilata il tempo, prima di tutto silenzio, silenzio e poi ancora silenzio, a lasciare a Tommaso di ascoltare il suo dolore, di prendere contatto con il senso di colpa di essere un discepolo che non riesce a credere. Silenzio e tempo per prendere distanza dai discepoli e dalla loro mancanza di delicatezza. Che non esiste violenza maggiore di chi è troppo felice. Otto giorni, come ad ammettere che l’incontro sarà, che la resurrezione è possibile, che lo vedremo certo, ma sarà un giorno ottavo, un giorno eterno pieno e finale, e sarà oltre, oltre il ripetersi delle settimane. Nessun senso di colpa quindi, qui si crede e si sprofonda, qui si intuisce e si precipita, camminatori impacciati di questa lunga settimana che è la nostra vita: saranno lampi e poi baratri e non ci sarà dato d’essere mai troppo sicuri e occorrerà coltivare sempre l’umiltà e l’umanità, che la fede sarà comunque costantemente fragile e delicata, preziosa e vulnerabile, un balbettio. Fino al giorno ottavo, finalmente.

 

Intanto il Risorto appare, Tommaso è con i discepoli e il Vivente tocca il suo cuore e lo fa con una delicatezza commovente, se i primi discepoli gridavano la loro esperienza, la loro apparente sicurezza, Cristo invece parte da Tommaso. Intercetta i suoi dubbi e i suoi desideri, prende sul serio la sua vita. Ecco, questo più di tutto mi pare un passaggio essenziale: prendere sul serio la vita di fede di qualsiasi persona. Tommaso vuole mettere le dita nelle piaghe? Cristo parte da lì. Nessun giudizio, nessun senso di colpa, è il Risorto che si converte ai tempi dell’amico. Ai modi dell’amico.

 

Non essere incredulo ma credente” e perfino questo può arrivare a dire Cristo, e Tommaso lo regge, è quasi un’imposizione, quasi un comando, se fossero stati i discepoli a pronunciare questa frase Tommaso non avrebbe creduto, invece cede, e non tanto perché vede il Risorto con i suoi occhi ma perché prima di credere è stato creduto. Cristo può chiedere a Tommaso di credergli perché per primo lui, il Maestro, ha creduto al modo del suo discepolo di cercarlo. Solo se siamo creduti possiamo credere, solo se abbiamo fatto l’esperienza di essere amati possiamo amare, la nostra sarà sempre e solo una risposta, timida, impacciata, ma comunque sempre e solo una risposta. Per rispondere abbiamo bisogno di qualcuno che ci prenda sul serio, che accetti di dimorare nei nostri dubbi, che condivida il dramma, che non abbia fretta di convincerci.

 

Starò sempre con Tommaso, uomo sospeso tra il vedere e il credere. Il Risorto dice che saranno beati quelli che non hanno visto eppure hanno creduto. Tommaso vede solo perché è stato creduto dal Maestro, è il credere che permette di vedere, non è vero il contrario. Per credere non occorre vedere, ma per vedere lampi di vita occorre credere: credere nelle persone, credere nei cammini, credere che gli errori possano svelare spazi di vita nuova, credere negli amori acerbi, credere nei ricordi, credere nei sogni, credere nelle vite, credere nelle parole, credere negli uomini e nelle donne che incontriamo quotidianamente, credere in sé stessi, credere nel perdono, credere nel passato, credere e dare fiducia ai semi per poter vedere i frutti (eventuali). E quindi reggere l’urto del tradimento, perché avverrà, solo chi crede può essere tradito, eppure non smettere. Decidere di non poter smettere. Come Cristo, crocifisso all’amore verso i suoi amici.

 

Saremo noi, a volte, i traditori dell’amore, quello sarà il momento più tragico. Arrivare a non smettere di credere neppure allora sarà davvero dura. Servirà qualcuno disposto a crederci ancora, a resuscitarci.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.