Muri e muri trentunesima domenica anno C

muri

foto: Pisa, “I muri come possibilità”

Liturgia Parola trentuno anno C

Muri e muri

XXXI domenica del Tempo Ordinario C (Sapienza 11 e Luca 19)

 

“Tu infatti ami tutte le cose che esistono (…) Signore amante della vita”. E io credo che Gesù abbia camminato le strade della storia per mostrare queste parole di Sapienza. Io credo che se c’è un futuro per la Chiesa è solo nel coraggio di tornare qui, a queste parole di Sapienza e non dire nulla, non dire proprio più nulla, ma iniziare ad amare tutte le cose che esistono in silenzio adorante, amare la vita solo per il gusto di amare e perché non si può fare altro, se si ha il coraggio di aprire gli occhi. Io credo che la preghiera sia la richiesta di poter essere divini, così. Anche quando la vita è dura, anche quando le pieghe della vita ci autorizzerebbero a maledirla. Io credo che tutta la pedagogia dovrebbe partire e tornare a questa pagina, dove la correzione (ma una correzione fatta “a poco a poco”) arriva solo dopo aver esplicitato l’amore, è l’amore che abilita qualsiasi relazione. Io credo che mi piacerebbe avere la possibilità di poter chiedere scusa a tutte le persone che ho corretto, o di cui ho commentato le azioni, ma che non ho amato sufficientemente. Io credo che sarebbe bello vivere da sapienti e cioè non dire nulla, ma proprio nulla, se non dopo essersi assicurati che saremo disposti a dare la vita per la persona che abbiamo davanti. Io credo che una pagina come questa tratta dal libro della Sapienza sia da mandare a memoria nella speranza che scenda nel cuore e modifichi il nostro stile si vita. Io penso che questa pagina sia il miglior commento alla vicenda di Zaccheo.

Gerico, città di mura crollate, ed è stato facile, far crollare quelle mura dico, perché si vedevano. Qui sembra che non ci siano più muri, Gesù con passo leggero e deciso attraversa la città. Nello stesso tempo però un piccolo uomo di nome Zaccheo decide che quel giorno lui lo vuole vedere in faccia questo Gesù di cui tutti parlano. E allora ci prova. A volte la vita prende svolte imprevedibili, basta volerci provare.

Forse è Zaccheo il nuovo muro da abbattere? Lui è un piccolo uomo, lo sanno tutti, perché è un peccatore pieno di soldi. Forse è il peccato l’unico muro di cui non lasciare traccia? Zaccheo è curioso, e si lascia condurre dalla vita. E sarà pure un peccatore ma è decisamente vivo, così vivo da diventare, se stiamo attenti, maestro di sapienza. Perché inventa una doppia strategia: accelera il passo (corse avanti) e cambia prospettiva (sale sul famoso sicomoro). E noi sentiamo subito che qui non si parla solo di un piccolo uomo curioso ma si parla di noi, di come possiamo sopravvivere a noi stessi. Si parla di noi e di come la vita spesso ci appesantisca a tal punto da rallentarci fino a fermarci. Invece serve velocità, occorre ridare fiato e corsa al cuore, bisogna indurre un aumento di battiti. Occorre innamorarsi. A salvarsi saranno gli innamorati, magari peccatori, ma con il cuore che “corre avanti”. E poi cambiare prospettiva. Provare a guardare il mondo da una prospettiva diversa. La vicenda di Zaccheo è tutta uno spostamento dal basso in alto. Sale su un sicomoro, poi è “raccolto” da Gesù che, alzando gli occhi, lo invita a scendere, lo coglie come un contadino raccoglie frutti maturi dagli alberi. E lui scende, scende fino a casa sua, ma una volta lì ecco che si alza ancora, si alza davvero, prima di parlare: il piccolo uomo finalmente si eleva a statura umana. Diventa uomo.

Diventare uomini: ma quando capiremo che è l’unica vocazione a cui siamo chiamati?

Il peccato non è il nuovo muro, il peccato lo puoi attraversare, addirittura lo puoi trasformare in occasione, e per Zaccheo è successo esattamente questo.

Poi di lui non sappiamo più nulla, quello che sappiamo è che Gesù non gli chiede niente e che comunque la sua promessa è spropositata, e chissà, forse alla fine non si è liberato proprio della metà degli averi e non ha restituito quattro volte tanto. Certo è che nessuno glielo ha chiesto e nessuno è tornato a controllare. Per Gesù comunque nessun accenno a logiche sacrificali o di riparazione. E lo immagino Gesù ad ascoltare questo piccoletto, in piedi, a declamare con solennità le sue intenzioni, immagino Gesù e il suo sorriso, che è quello di un padre, di una madre, quando il figlio esagera con le promesse. Che poi le promesse siano mantenute non è il problema, l’importante è che il figlio abbia in cuore l’entusiasmo per proiettare la sua gioia di vivere.

E credo anche sia ora di finirla di farci sentire in colpa per le promesse non mantenute, magari dovremo cominciare a chiedere scusa per la paura che abbiamo addosso, quella che non ci fa promettere niente, quella che non ci fa osare più nessun desiderio dilatato in sogno.

Zaccheo non è il nuova muro, nemmeno il peccato lo è. A Gerico il muro è da un’altra parte: è la folla. È per colpa della folla che Zaccheo non vede ed è chiaro essere questo un muro difficilmente scalfibile, perché la folla non si sente folla.

Zaccheo per incontrare Gesù ha dovuto abbandonarla la folla, ma senza risentimento, era troppo piccolo per permettersi di giudicarla. Era troppo segnato dal peccato per potersi sentire migliore. Zaccheo si smarca dalla folla e lo fa senza condanna, questo è il miracolo vero. Poi Gesù lo chiama, per nome, dona a questo uomo un’identità. Un nome e un volto. La folla è un muro che impedisce l’accesso alla vita perché non prevede cammino verso l’identità personale. La folla è anonima. Ecco perché allo stadio o sui social o in qualsiasi altra parte in cui è il branco a dettare legge, troviamo i gesti più atroci. Zaccheo ci mette la faccia, diventa un volto e un nome.

Zaccheo scende dal sicomoro ed entra in relazione con Gesù, la folla mormora. Non c’è niente di più violento e regressivo della mormorazione. La mormorazione della folla è l’unico muro che non si lascia scalfire, ed è un muro che diventa ostacolo prima di tutto per i componenti della folla stessa. Bisogna correre avanti e farsi chiamare, bisogna cambiare punti di vista e poi scendere fino a casa, la propria casa, e senza giudicare mai, ma davvero mai, alzarsi e vedere che una vita buona è possibile anche per se stessi.

La folla quando mormora riesce a disarmare perfino i miracoli. Per questo ci serve qualcuno capace di chiamarci per nome, qualcuno capace di amore stupito e meraviglioso. Solo l’amore partorisce identità promettenti.

XXXI TO C muri

 

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