Un piccolo gregge insopportabile Diciannovesima domenica anno C

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Liturgia Parola diciannovesima domenica Tempo Ordinario C

Un piccolo gregge insopportabile

XIX domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,32-48)

 Non avere paura, ci sarà sempre un piccolo gregge. Un frammento di mondo che non si piega alla disumanità, una stella, anche solo una, in un mare di tenebre. Non avere paura, fede è riconoscere questo piccolo gregge, umanità allattata a Vangelo, ribelle e resistente, idealista e apparentemente ingenua, invincibile come solo i sogni sanno essere. Non avere paura, il piccolo gregge esiste, è la parte a cui è dato in regalo di sperimentare che le logiche dell’amore sono le uniche per cui valga la pena vivere. Non avere paura, piccolo gregge, questa carezza che rallenta i battiti del nostro cuore in ansia è nettare di vangelo. Non avere paura, sono parole rivolte a tutti, a chi si sente discepolo e a chi non sa nemmeno di esserlo. E non aver paura neppure tu, figlio dei totalitarismi maggioritari, nostalgico delle morali ipocrite che in nome di ordine e disciplina tutto uniformano, ci saranno sempre minoranze, piccoli greggi resistenti, fastidiosi, rognosi e insopportabili. Non avere paura, ci sarà sempre un piccolo gregge che sfida la morale, che osa stare dalla parte dei più deboli, che sa reggere l’ipocrisia della maggioranza. Ci sarà sempre una minoranza. E come vorrei saperla riconoscere e avere le carte in regola per farne parte.

Non avere paura, solo stai attento a non sentirti sempre e solo arruolato nel gregge di Dio illudendoti che basti questo a essere “piccolo” e quindi dalla parte del giusto, perché no, non è questione di appartenenza, di liturgia, di fedeltà al rito. Non è questione culturale, non è opzione acquisita una volta per sempre. Non è solo dei cristiani. Non avere paura ma stai attento a non usare mai la scusa del “piccolo gregge” per farti nemici. Ci sono lupi che inventano pericoli (magari con religiose scuse) per il subdolo interesse di governare le nostre paure, non sono piccolo gregge.

Il piccolo gregge non è insieme di persone. Di questo sono sicuro ormai. Il piccolo gregge non è l’esercito dei buoni, non la chiesa che riforma, nemmeno l’insieme dei santi è piccolo gregge. Il piccolo gregge è più un luogo, piccolo e pulsante, che ogni uomo porta dentro di sé, un diamante resistente alla volgarità della vita, alla massificazione, alla stupida congiura della società dei consumi. Un grano d’oro che resiste alla cattiveria, che non si lascia sbranare da una vita resa aspra da dolori e fallimenti. Ho conosciuto educatori (e loro nemmeno lo sanno) in grado di guardarti e parlarti e accompagnarti a riconoscere la parte buona, in grado di mostrare che c’è un piccolo gregge in ognuno di noi, voglio continuare a sognare questo.

Compito delicato, compito dolcissimo, che spetta a ognuno di noi è quello di riconoscere, accudire e proteggere il piccolo gregge in cerca di pascoli buoni, quella parte commovente di noi, quella che crede ancora alla bontà e al rispetto, quella che sperimenta la possibilità di condividere pane e strade e sogni. Quella parte di noi che in tanti cercano continuamente di negare, quella che anche noi stessi ci affrettiamo a nascondere, perché il piccolo gregge ama e amando soffre.

Il piccolo gregge non è una “borsa invecchiata”, Gesù nel Vangelo di oggi poeticamente parla per immagini, oggetti. Non concetti ma cose, concrete, cose che disegnate nel cielo svelano di essere anche altro, solo i poeti riescono. Non credere più di avere in cuore un piccolo gregge ci condanna a essere borse usurate dal tempo, borse invecchiate a bocca chiusa, che non si aprono più, borse impaurite che non regalano nulla, che dopo essersi saziate di quello che hanno creduto tesoro vivono nella paura del ladro e del tarlo. Che poi sono solo due tra i nomi più famosi del “tempo”. Lui è il primo tarlo, quello che ogni istante ci consuma, quello che svaluta i nostri tesori corruttibili, quello che invecchia le nostre borse. Vivere da piccolo gregge è fare di tutto per non ridurre la vita a una patetica resistenza contro il tempo che passa, contro quella paura che ci fa accartocciare attorno a ciò che abbiamo scambiato per valore. E’ il tempo il vero ladro, è lui che ci deruba della felicità se crediamo che il senso della vita possa essere contenuto in una borsa. Le borse invecchiano, e il piccolo gregge che è in noi lo sa. Deve riuscire a non smettere di crederci.

A non invecchiare mai è invece la libertà di vendere ciò che possediamo, perché ciò che possediamo in verità ci possiede, perché i tesori chiusi nelle borse si mangiano anche i nostri cuori, “dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. E allora vivere di ciò che non si può comprare e neppure rubare, convincersi che tutto ciò che può essere rinchiuso in una borsa non è degno di essere desiderato.

E allora vivere, ma da piccolo gregge, pronti all’incontro con colui che ci ha svelato che la vita è un incontro d’amore, pronti a credere a quel profeta e amico, a quell’educatore, capace di vedere quella parte di noi che rimane a occhi aperti nella notte convinta che ancora che siamo al mondo per amore, per aprire le porte a un incontro.

Piccolo gregge è la parte di noi che vede una porta (ancora un oggetto, ancora poesia) e riesce ancora a credere si tratti un passaggio di possibilità, un varco pronto a bisbigliare il suo toccante desiderio di vita. Chi non riconosce più il piccolo gregge non rimane sveglio ma insonne, e crede che ogni rumore sia segno di ladri o lento lavorio dei tarli. Chi non crede nel piccolo gregge vive male, è sospettoso, preda dell’ansia. Chi non crede da piccolo gregge teme. Chi non crede più nella logica del piccolo gregge, lo dice bene la parabola, ha un solo modo per difendersi dalla vita: mangiare, bere, ubriacarsi, cioè fuggire. Chi non crede nel piccolo gregge, cioè la parte di noi che non ha fede, è sempre in fuga, vive male, non riesce a godere. Si stordisce, si consuma. Ha paura. Vero pericolo anche per la nostra amata chiesa è non riuscire a inventare poetici antidoti alla grammatica della società dei consumi. Siamo in ansia perché non riusciamo a raggiungere i giovani, abbiamo paura di chi non la pensa come noi, siamo nostalgici del tempo andato, odiamo i tarli che stanno consumando i nostri riti millenari. E crediamo di poter ritrovare nuova vita riorganizzandoci, come farebbe un’azienda (e tra l’altro lo facciamo senza la dovuta professionalità). Io voglio invece credere nel piccolo gregge, quello che danza libero, che non possiede, quello che regala e si commuove perché si sente parte di un universo immenso, quello che si sente di aver ricevuto molto e che non ha paura del molto che gli sarà richiesto perché si sarà abituato a non trattenere, io non voglio più vivere nella paura di tarli o di ladri, io desidero vivere nello sguardo di chi riconosce anche in me che il tesoro ha la forma del cuore.

XIX TO C

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