Una storia concreta XVIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,13-21)

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diciottesima domenica C

Una storia concreta

XVIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,13-21)

 Che poi sono quelli i problemi veri, quelli che ci rovinano letteralmente la vita. E allora da quell’animale strano che prende il nome di folla qualcuno trova il coraggio di lanciare un sasso duro come solo la realtà sa essere, sibila sopra le teste della gente, e colpisce. Forse dopo aver sciolto un nodo di vergogna e di rabbia, forse approfittando di un respiro di silenzio, forse dopo averci pensato un bel po’ ma quel grumo duro di parole in forma di domanda parte e arriva, preciso, a mandare in frantumi tutti gli spiritualismi e le questioni inutili in cui affoghiamo spesso la vita religiosa.

Arriva quel sasso a forma di domanda, arriva anche a me, che spesso mi dimentico quali siano i problemi veri della gente, a me che mi dimentico che quando parlo di preghiera e di grandi questioni non devo, e non voglio più, dimenticarmi dei mutui da pagare, del lavoro che non c’è più, della malattia che nessuno cura… I problemi concreti non possono più essere dimenticati o spiritualizzati, perché se hai un problema come quello della divisione dell’eredità, uno di quelli che rovinano i rapporti famigliari, pensi solo a quello. “Maestro di’ a mio fratello che divida con me l’eredità” e Gesù raccoglie quella domanda, le dona dignità, anche se non parla di Dio o di Angeli o di Spirito, perché parla di vita. Perché tutto ciò che è vivo è degno di essere pregato.

E allora questa pagina evangelica a me regala tanta concretezza. Bisogno di concretezza, urgenza di concretezza, mi vien quasi da stilare un elenco, tipo le dieci cose che ho imparato da questa pagina di Vangelo, mi viene da immaginarmi lì in mezzo alla folla, pronto a prendere appunti teologici da Gesù mentre sento fischiare il sasso-domanda sopra la testa, mi vedo scocciato a pensare “ma che domanda idiota è questa?”, mi sento arrossire quando Gesù inizia a rispondere, mi vedo a prendere appunti su un foglio nuovo. Concreti. un elenco in dieci punti.

Uno: ricordati che non esiste niente che non sia degno di entrare in una preghiera. Se hai problema di eredità, uno di quelli che non fa dormire di notte, è giusto dargli spazio. Ricordati che è evangelico prendere sul serio ogni aspetto dell’umano. Ricordati di non banalizzare mai le cose degli uomini. Ricordati di stare umile e di stare il più possibile alla larga dagli intellettuali che inventano problemi complessi per il gusto di essere gli unici a proporre soluzioni (chiaramente mai definitive). Ricordati che non devi permetterti mai di fare classifiche di problemi, ogni età porta in sé il suo dramma. E il Vangelo è comprensivo, con tutti.

Due: se fai una domanda non cadere nel trabocchetto di cercare subito i colpevoli “di’ a mio fratello di dividere con me…”, smettere di cercare sempre un colpevole. È atteggiamento infantile e pericoloso, populista. Se proprio chiedere al Signore “dimmi come posso fare io per rimanere umano dentro questa storia complessa di eredità e di fratelli”.

Tre: lasciare dietro di sé, il più possibile, eredità indivisibili. Ricordarsi che nella vita le cose che contano davvero sono quelle che si possono dividere senza scontentare nessuno. Parole buone, grandi camminate nella natura, tempi abbondanti di ascolto, consigli detti sottovoce, momenti di comprensione, passioni brucianti, baci e carezze, pagine di libro, sorrisi, musica, l’amore in tutte le sue forme, risate, albe e tramonti… preoccuparsi di lasciare in eredità il racconto di una vita, la testimonianza di un modo poetico per abitare il mondo. Impegnarsi a lasciare in eredità ricordi buoni di me, di quelli che aumentano se qualcuno li condividerà. Eredità non da dividere ma eredità da condividere. Eredità moltiplicata.

Quattro: come Gesù impegnarmi a non essere mai “giudice o mediatore” su nessuno. Cercare di giudicare il meno possibile e di condannare ancora meno. E non essere mediatore, in verità la traduzione letterale sarebbe “divisore”… ecco non essere mai un uomo di divisione, o esserlo il meno possibile, o esserlo solo nei casi in cui valga davvero la pena e cioè per schierarsi poi con le minoranze.

Cinque: invertire la rotta. La pagina di Vangelo dice “custoditevi da ogni avarizia”. Non è più tempo di accumulo e di crescita, è tempo di essenzialità e di decrescita. Accumulatori seriali per placare le proprie ansie, per ostentare di essere ciò che non si è… è tempo di lasciare, di essenzializzare, di smascherare il mito del progresso. Ma di farlo concretamente con gesti piccoli, concreti, poetici, silenziosi, pacifici e perciò rivoluzionari.

Sei: ogni giorno trovare il tempo per immergersi nella natura, fosse anche rimanere un istante davanti a un albero di un giardino pubblico di una grande città. E respirare. Lasciare entrare e lasciare uscire aria. E dirsi che la vita è più grande di me e che, come dice il Vangelo, “io non dipendo da ciò che possiedo” ma dipendo da un Respiro.

Sette: imparare dalla piccola parabola del Vangelo (quella del tizio che distrugge i magazzini per costruirne di più grandi) a non iniziare mai più nessuna frase con “hai a disposizione…”. Io non voglio più avere a disposizione niente e nessuno. Vorrei imparare a regalare solo libertà. La religione che crede di avere a disposizione le persone o, peggio ancora, Dio stesso, ha lasciato e lascia solo ferite difficilmente rimarginabili. Io desidero convertire quella frase in “Signore anche oggi mi metto a disposizione della vita, dammi il coraggio necessario”.

Otto: vorrei imparare ad arricchirmi davanti a Dio. Come consiglia Gesù. Che penso possa voler significare il nutrire la mia parte creativa ma anche dilatare il più possibile spazi di amore gratuito.

Nove: come il tale della parabola vorrei riposare, mangiare, bere e divertirmi riuscendo però a riposare ringraziando, a mangiare condividendo, a bere vino ma in compagnia e a divertirmi (“divertire” significa “volgere altrove”) volgendomi il più possibile verso un Altrove carico di Mistero.

Dieci: pensare alla morte più volte al giorno. Perché solo chi pensa alla morte riesce a gustare le sfumature della vita.

XVIII TO C

2 commenti

  1. Grazie Don Ale,
    leggerò con calma e manderò a tutti coloro che tanto apprezzano.
    Ho solo dato un’occhiata all’incipit e temo che questo sia un tempo di folle che lanciano sassi con una rabbia che fatico a capire.

    Lunedì scorso ho incontrato sr Angela e mi sono fatta raccontare un poco il luogo in cui andrai ad abitare. Promette bene.
    Un saluto,
    Sonia

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