Allattare l’arca della vita Assunzione C

pexels-photo-2733955

Liturgia Parola diciannovesima Assunzione C

Allattare l’arca della vita

Assunzione C (Cronache, Corinzi, Luca)

 

L’arca è uno scrigno, sono mani giunte attorno all’Indispensabile. L’arca è un cuore. Inaugurata da Noè e dal suo nocciolo riempito di respiri galleggianti su un mare di fede avventurosa ma anche arca celebrata da Davide che “convocò tutto Israele a Gerusalemme per far salire l’arca del Signore”. Ripresa da Maria, dolcissima arca a custodire in grembo Gesù, vero cuore della vita, a custodirlo come quando si raccoglie un passerotto caduto dal nido, fino a quando ha potuto, fin quando è riuscita, poi l’arca si è spezzata, occorreva far del figlio profumo di nardo, che l’arca doveva camminare fino alla Gerusalemme del cielo: assunzione in Cielo della Terra bagnata d’amore.

Far salire l’arca del Signore” a questo siamo chiamati, aveva capito bene Davide, cioè vivere tentando di portare in salvo l’arca, impedire che sprofondi nel nulla tutto ciò che può tenerci in vita, tenere a galla ciò che ci salva. Vivere decidendo cosa mettere nello scrigno vitale e battersi per non smarrirlo negli abissi della mediocrità. E imparare così, giorno dopo giorno, ed è proprio questo il movimento della salvezza, la liturgia umana della cura, di una assunzione di vita da proteggere, così noi diamo senso al nostro essere al mondo. Il mistero dell’Arca è che salvando si è salvati, “facendo salire a Gerusalemme” si cammina incontro all’Infinito, e non è beato il grembo che ha portato e il seno che ha allattato Gesù ma beata è ogni persona che diventa grembo e allatta l’Arca della vita. Perché in quel gesto paziente e tenero e tenace trova pienezza la vita stessa. Maria è arca che ha partorito colui che è salito a Gerusalemme. Maria è arca arenata per amore sul Calvario.

Nell’arca di Noè c’era la vita, c’erano coppie di vita, c’era il maschile e il femminile di tutto. Nell’arca di Noè c’era il simbolo di una speranza, diventare noi stessi arca è comprendere che non possiamo salvare tutti ma dobbiamo impegnarci tutti a custodire le condizioni perché la vita si moltiplichi. Quando penso all’arca di Noè penso che siamo chiamati ad allattare quella parte di noi che non può salvare tutto e tutti ma può impegnarsi, per quello che può, a custodire piccoli semi di ciò che sarà, di ciò che potrà essere ancora vivo. Non possiamo salvare l’amore, ma possiamo custodire nell’arca che siamo piccoli gesti, baci, carezze, sguardi, che possano poi riprodursi in gesti d’amore e ripopolare la terra. Nella nostra arca, quella da salvare, quella che ci salverà, non possiamo salvare tutti, ma possiamo allattare gesti di vera accoglienza, sarà qualcosa di piccolo, apparentemente inutile ma se ognuno di noi nella sua arca allevasse gesti buoni, una volta toccata terra il creato si riprenderà. Nelle nostre arche mettere semi di umanità. Custodirli ci custodirà. Seminati si moltiplicheranno. E poco importa se noi non ne vedremo i frutti, i frutti porteranno dolcezza ai figli dei nostri figli. Maria è arca che porta in cielo tutti i gesti materni di cura e dolcezza che ha avuto per il piccolo Gesù. Come ogni madre. Gesti che hanno formato sicuramente lo stile del maestro. Maria è arca che ha custodito l’inizio della Chiesa con gesti di cura e perdono per i discepoli.

Nell’arca dell’Alleanza, quella che Davide fa salire a Gerusalemme, trovano spazio le dieci parole. Quei comandamenti di vita buona che seminati di padre in figlio regalano il dono più grande: la libertà. Portare in salvo i comandamenti, assunzione di ciò che la pietra non dimentica, trasformarsi in arca per portare in salvo un modo buono di stare al mondo è contemporaneamente salvarsi. Salvare l’arca con le Dieci Parole è lasciare che i comandamenti ci trasformino in Arca e ci portino al porto eterno degli uomini liberi. “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” perché diventano Arca, come Maria, come quella donna che tradizione vuole ha portato attraverso i monti un cuore da poco fecondato ad incontrare Elisabetta, abbraccio di Testamenti.

Nell’arca forse c’era pure il bastone di Aronne, il sacerdote. Un bastone serve per camminare, quel bastone ha segnato la liberazione dall’Egitto. Portare nell’arca del nostro cuore un bastone è non smarrire il senso del viaggio. Non siamo di qui, anche se questo mondo è bello. Siamo sempre mancanti di un porto, abbiamo bisogno di camminare. Abbiamo bisogno di un sentiero. Nell’arca il bastone di Aronne, per ricordarci che il primo gesto di carità non è il riempimento dei bisogni propri e altrui ma un percorso, una strada da regalare. Smettere una volta per tutta di illudersi di riempire ogni fame dei nostri figli ma avere il coraggio di dare loro un bastone, che significa cammino. Che i vecchi si decidano a diventare finalmente vecchi e lascino il loro bastone e lascino spazio e lascino andare i figli sulla loro strada; sembra un miracolo troppo grande da chiedere, ma è arca, indispensabile. “Assunzione” sarebbe festa da celebrare chiedendo la grazia di imparare ad invecchiare, a fare spazio, a scostarsi, a dare fiducia: consegna del bastone. Maria prima di essere assunta in cielo è stata assunta qui sulla terra, si è lasciata assumere dal silenzio e dal nascondimento. Non ha capito tutto di quello che succedeva, forse ha pure tentato di impedirlo, ma poi si è scostata, ha dato il bastone al figlio e ha guardato da lontano e con amore (sì, le due cose sono compatibili!) l’itinerario del Figlio.

Nell’arca anche un pezzo di manna, dicono. Mi piace pensare sia proprio vero. Spazio per quel pane celeste che ha permesso la traversata del deserto. Ci salveremo portando in salvo la consapevolezza che la vita procede a manna, che il cammino è possibile solo grazie a gesti gratuiti e inaspettati. Da soli non ci riusciamo proprio, non ci bastiamo, la vita non è per niente una progettualità senza sbavature ma è più un cammino un po’ ubriaco, è un perdersi e un ritrovarsi, è una giostra di esaltazione e sconforto, è un cammino che sa essere anche ridicolo, ma se ogni giorno mettiamo un piede avanti all’altro è solo perché c’è un pezzo di pane che ci viene donato. Manna, pane quotidiano, eucarestia, bocconi d’amore, profumo di vita che può trasformarci in compagni di viaggio. Maria prima di essere assunta in cielo ha assunto il compito di impastare pane per Gesù. Di regalare al figlio la commovente sinfonia dei profumi e la fragranza della comunione. Impastare la vita, farne pane buono, assumere la forma del pane e consegnarsi. Nell’arca un pezzo di manna. Gesù spezzando il pane ci trasformerà in arca. Portatori di vita, salvatori salvati.

Assunzione 2019

Un piccolo gregge insopportabile Diciannovesima domenica anno C

beautiful-branch-close-up-2740454 (2).jpg

Liturgia Parola diciannovesima domenica Tempo Ordinario C

Un piccolo gregge insopportabile

XIX domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,32-48)

 Non avere paura, ci sarà sempre un piccolo gregge. Un frammento di mondo che non si piega alla disumanità, una stella, anche solo una, in un mare di tenebre. Non avere paura, fede è riconoscere questo piccolo gregge, umanità allattata a Vangelo, ribelle e resistente, idealista e apparentemente ingenua, invincibile come solo i sogni sanno essere. Non avere paura, il piccolo gregge esiste, è la parte a cui è dato in regalo di sperimentare che le logiche dell’amore sono le uniche per cui valga la pena vivere. Non avere paura, piccolo gregge, questa carezza che rallenta i battiti del nostro cuore in ansia è nettare di vangelo. Non avere paura, sono parole rivolte a tutti, a chi si sente discepolo e a chi non sa nemmeno di esserlo. E non aver paura neppure tu, figlio dei totalitarismi maggioritari, nostalgico delle morali ipocrite che in nome di ordine e disciplina tutto uniformano, ci saranno sempre minoranze, piccoli greggi resistenti, fastidiosi, rognosi e insopportabili. Non avere paura, ci sarà sempre un piccolo gregge che sfida la morale, che osa stare dalla parte dei più deboli, che sa reggere l’ipocrisia della maggioranza. Ci sarà sempre una minoranza. E come vorrei saperla riconoscere e avere le carte in regola per farne parte.

Non avere paura, solo stai attento a non sentirti sempre e solo arruolato nel gregge di Dio illudendoti che basti questo a essere “piccolo” e quindi dalla parte del giusto, perché no, non è questione di appartenenza, di liturgia, di fedeltà al rito. Non è questione culturale, non è opzione acquisita una volta per sempre. Non è solo dei cristiani. Non avere paura ma stai attento a non usare mai la scusa del “piccolo gregge” per farti nemici. Ci sono lupi che inventano pericoli (magari con religiose scuse) per il subdolo interesse di governare le nostre paure, non sono piccolo gregge.

Il piccolo gregge non è insieme di persone. Di questo sono sicuro ormai. Il piccolo gregge non è l’esercito dei buoni, non la chiesa che riforma, nemmeno l’insieme dei santi è piccolo gregge. Il piccolo gregge è più un luogo, piccolo e pulsante, che ogni uomo porta dentro di sé, un diamante resistente alla volgarità della vita, alla massificazione, alla stupida congiura della società dei consumi. Un grano d’oro che resiste alla cattiveria, che non si lascia sbranare da una vita resa aspra da dolori e fallimenti. Ho conosciuto educatori (e loro nemmeno lo sanno) in grado di guardarti e parlarti e accompagnarti a riconoscere la parte buona, in grado di mostrare che c’è un piccolo gregge in ognuno di noi, voglio continuare a sognare questo.

Compito delicato, compito dolcissimo, che spetta a ognuno di noi è quello di riconoscere, accudire e proteggere il piccolo gregge in cerca di pascoli buoni, quella parte commovente di noi, quella che crede ancora alla bontà e al rispetto, quella che sperimenta la possibilità di condividere pane e strade e sogni. Quella parte di noi che in tanti cercano continuamente di negare, quella che anche noi stessi ci affrettiamo a nascondere, perché il piccolo gregge ama e amando soffre.

Il piccolo gregge non è una “borsa invecchiata”, Gesù nel Vangelo di oggi poeticamente parla per immagini, oggetti. Non concetti ma cose, concrete, cose che disegnate nel cielo svelano di essere anche altro, solo i poeti riescono. Non credere più di avere in cuore un piccolo gregge ci condanna a essere borse usurate dal tempo, borse invecchiate a bocca chiusa, che non si aprono più, borse impaurite che non regalano nulla, che dopo essersi saziate di quello che hanno creduto tesoro vivono nella paura del ladro e del tarlo. Che poi sono solo due tra i nomi più famosi del “tempo”. Lui è il primo tarlo, quello che ogni istante ci consuma, quello che svaluta i nostri tesori corruttibili, quello che invecchia le nostre borse. Vivere da piccolo gregge è fare di tutto per non ridurre la vita a una patetica resistenza contro il tempo che passa, contro quella paura che ci fa accartocciare attorno a ciò che abbiamo scambiato per valore. E’ il tempo il vero ladro, è lui che ci deruba della felicità se crediamo che il senso della vita possa essere contenuto in una borsa. Le borse invecchiano, e il piccolo gregge che è in noi lo sa. Deve riuscire a non smettere di crederci.

A non invecchiare mai è invece la libertà di vendere ciò che possediamo, perché ciò che possediamo in verità ci possiede, perché i tesori chiusi nelle borse si mangiano anche i nostri cuori, “dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. E allora vivere di ciò che non si può comprare e neppure rubare, convincersi che tutto ciò che può essere rinchiuso in una borsa non è degno di essere desiderato.

E allora vivere, ma da piccolo gregge, pronti all’incontro con colui che ci ha svelato che la vita è un incontro d’amore, pronti a credere a quel profeta e amico, a quell’educatore, capace di vedere quella parte di noi che rimane a occhi aperti nella notte convinta che ancora che siamo al mondo per amore, per aprire le porte a un incontro.

Piccolo gregge è la parte di noi che vede una porta (ancora un oggetto, ancora poesia) e riesce ancora a credere si tratti un passaggio di possibilità, un varco pronto a bisbigliare il suo toccante desiderio di vita. Chi non riconosce più il piccolo gregge non rimane sveglio ma insonne, e crede che ogni rumore sia segno di ladri o lento lavorio dei tarli. Chi non crede nel piccolo gregge vive male, è sospettoso, preda dell’ansia. Chi non crede da piccolo gregge teme. Chi non crede più nella logica del piccolo gregge, lo dice bene la parabola, ha un solo modo per difendersi dalla vita: mangiare, bere, ubriacarsi, cioè fuggire. Chi non crede nel piccolo gregge, cioè la parte di noi che non ha fede, è sempre in fuga, vive male, non riesce a godere. Si stordisce, si consuma. Ha paura. Vero pericolo anche per la nostra amata chiesa è non riuscire a inventare poetici antidoti alla grammatica della società dei consumi. Siamo in ansia perché non riusciamo a raggiungere i giovani, abbiamo paura di chi non la pensa come noi, siamo nostalgici del tempo andato, odiamo i tarli che stanno consumando i nostri riti millenari. E crediamo di poter ritrovare nuova vita riorganizzandoci, come farebbe un’azienda (e tra l’altro lo facciamo senza la dovuta professionalità). Io voglio invece credere nel piccolo gregge, quello che danza libero, che non possiede, quello che regala e si commuove perché si sente parte di un universo immenso, quello che si sente di aver ricevuto molto e che non ha paura del molto che gli sarà richiesto perché si sarà abituato a non trattenere, io non voglio più vivere nella paura di tarli o di ladri, io desidero vivere nello sguardo di chi riconosce anche in me che il tesoro ha la forma del cuore.

XIX TO C

Una storia concreta XVIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,13-21)

aerial-shot-bird-s-eye-view-from-above-2622170

diciottesima domenica C

Una storia concreta

XVIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,13-21)

 Che poi sono quelli i problemi veri, quelli che ci rovinano letteralmente la vita. E allora da quell’animale strano che prende il nome di folla qualcuno trova il coraggio di lanciare un sasso duro come solo la realtà sa essere, sibila sopra le teste della gente, e colpisce. Forse dopo aver sciolto un nodo di vergogna e di rabbia, forse approfittando di un respiro di silenzio, forse dopo averci pensato un bel po’ ma quel grumo duro di parole in forma di domanda parte e arriva, preciso, a mandare in frantumi tutti gli spiritualismi e le questioni inutili in cui affoghiamo spesso la vita religiosa.

Arriva quel sasso a forma di domanda, arriva anche a me, che spesso mi dimentico quali siano i problemi veri della gente, a me che mi dimentico che quando parlo di preghiera e di grandi questioni non devo, e non voglio più, dimenticarmi dei mutui da pagare, del lavoro che non c’è più, della malattia che nessuno cura… I problemi concreti non possono più essere dimenticati o spiritualizzati, perché se hai un problema come quello della divisione dell’eredità, uno di quelli che rovinano i rapporti famigliari, pensi solo a quello. “Maestro di’ a mio fratello che divida con me l’eredità” e Gesù raccoglie quella domanda, le dona dignità, anche se non parla di Dio o di Angeli o di Spirito, perché parla di vita. Perché tutto ciò che è vivo è degno di essere pregato.

E allora questa pagina evangelica a me regala tanta concretezza. Bisogno di concretezza, urgenza di concretezza, mi vien quasi da stilare un elenco, tipo le dieci cose che ho imparato da questa pagina di Vangelo, mi viene da immaginarmi lì in mezzo alla folla, pronto a prendere appunti teologici da Gesù mentre sento fischiare il sasso-domanda sopra la testa, mi vedo scocciato a pensare “ma che domanda idiota è questa?”, mi sento arrossire quando Gesù inizia a rispondere, mi vedo a prendere appunti su un foglio nuovo. Concreti. un elenco in dieci punti.

Uno: ricordati che non esiste niente che non sia degno di entrare in una preghiera. Se hai problema di eredità, uno di quelli che non fa dormire di notte, è giusto dargli spazio. Ricordati che è evangelico prendere sul serio ogni aspetto dell’umano. Ricordati di non banalizzare mai le cose degli uomini. Ricordati di stare umile e di stare il più possibile alla larga dagli intellettuali che inventano problemi complessi per il gusto di essere gli unici a proporre soluzioni (chiaramente mai definitive). Ricordati che non devi permetterti mai di fare classifiche di problemi, ogni età porta in sé il suo dramma. E il Vangelo è comprensivo, con tutti.

Due: se fai una domanda non cadere nel trabocchetto di cercare subito i colpevoli “di’ a mio fratello di dividere con me…”, smettere di cercare sempre un colpevole. È atteggiamento infantile e pericoloso, populista. Se proprio chiedere al Signore “dimmi come posso fare io per rimanere umano dentro questa storia complessa di eredità e di fratelli”.

Tre: lasciare dietro di sé, il più possibile, eredità indivisibili. Ricordarsi che nella vita le cose che contano davvero sono quelle che si possono dividere senza scontentare nessuno. Parole buone, grandi camminate nella natura, tempi abbondanti di ascolto, consigli detti sottovoce, momenti di comprensione, passioni brucianti, baci e carezze, pagine di libro, sorrisi, musica, l’amore in tutte le sue forme, risate, albe e tramonti… preoccuparsi di lasciare in eredità il racconto di una vita, la testimonianza di un modo poetico per abitare il mondo. Impegnarsi a lasciare in eredità ricordi buoni di me, di quelli che aumentano se qualcuno li condividerà. Eredità non da dividere ma eredità da condividere. Eredità moltiplicata.

Quattro: come Gesù impegnarmi a non essere mai “giudice o mediatore” su nessuno. Cercare di giudicare il meno possibile e di condannare ancora meno. E non essere mediatore, in verità la traduzione letterale sarebbe “divisore”… ecco non essere mai un uomo di divisione, o esserlo il meno possibile, o esserlo solo nei casi in cui valga davvero la pena e cioè per schierarsi poi con le minoranze.

Cinque: invertire la rotta. La pagina di Vangelo dice “custoditevi da ogni avarizia”. Non è più tempo di accumulo e di crescita, è tempo di essenzialità e di decrescita. Accumulatori seriali per placare le proprie ansie, per ostentare di essere ciò che non si è… è tempo di lasciare, di essenzializzare, di smascherare il mito del progresso. Ma di farlo concretamente con gesti piccoli, concreti, poetici, silenziosi, pacifici e perciò rivoluzionari.

Sei: ogni giorno trovare il tempo per immergersi nella natura, fosse anche rimanere un istante davanti a un albero di un giardino pubblico di una grande città. E respirare. Lasciare entrare e lasciare uscire aria. E dirsi che la vita è più grande di me e che, come dice il Vangelo, “io non dipendo da ciò che possiedo” ma dipendo da un Respiro.

Sette: imparare dalla piccola parabola del Vangelo (quella del tizio che distrugge i magazzini per costruirne di più grandi) a non iniziare mai più nessuna frase con “hai a disposizione…”. Io non voglio più avere a disposizione niente e nessuno. Vorrei imparare a regalare solo libertà. La religione che crede di avere a disposizione le persone o, peggio ancora, Dio stesso, ha lasciato e lascia solo ferite difficilmente rimarginabili. Io desidero convertire quella frase in “Signore anche oggi mi metto a disposizione della vita, dammi il coraggio necessario”.

Otto: vorrei imparare ad arricchirmi davanti a Dio. Come consiglia Gesù. Che penso possa voler significare il nutrire la mia parte creativa ma anche dilatare il più possibile spazi di amore gratuito.

Nove: come il tale della parabola vorrei riposare, mangiare, bere e divertirmi riuscendo però a riposare ringraziando, a mangiare condividendo, a bere vino ma in compagnia e a divertirmi (“divertire” significa “volgere altrove”) volgendomi il più possibile verso un Altrove carico di Mistero.

Dieci: pensare alla morte più volte al giorno. Perché solo chi pensa alla morte riesce a gustare le sfumature della vita.

XVIII TO C