Pregare con i piedi XVII domenica Tempo Ordinario C

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diciassettesima Tempo Ordinario C

Pregare con i piedi

XVII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 11,1-13)

 

La preghiera non è fatta solo di parole, non di puri sentimenti, nemmeno di invisibile è composta la materia dello Spirito. La preghiera non è un canto angelico, non una riflessione sui testi, la preghiera non è capire, non è affare solo di cuore o di testa e nemmeno delle due cose insieme, la preghiera, lo mostra bene il vangelo di oggi, è un luogo. È un posto. E ci si arriva a piedi. La preghiera è per noi uomini, che siamo da sempre orfani di un luogo in cui provare a ritrovarci. “Insegnaci a pregare” perché siamo nel mondo ma non possiamo resistere senza un grembo a cui poter tornare per ricomporci a umanità buona. Insegnaci la strada per trovare un pezzo di mondo accogliente dove possiamo finalmente essere guardati e guardarci con compassione.

Il Padre Nostro non è preghiera, è la strada per arrivare nel cuore del grembo. Ecco perché Gesù non “finisce” di pregare ma “torna”, perché prima “andò in un luogo a pregare”, e se non si comprende questo credo che non si possa comprendere a fondo il Padre Nostro. Gesù torna da un luogo e i suoi discepoli lo stavano aspettando e quando lo rivedono, volto trasfigurato e umanissimo, fanno l’unica richiesta sensata che cuori non perfetti ma certo abitati da qualche coraggio possano fare: come si fa ad andare nel posto che hai abitato fino a pochi istanti fa?

(E il futuro della Chiesa, ma oso dire, dell’umanità nella sua profondità, dell’umanità che non si sfinisce di banalità, sarà possibile solo per chi andrà a ripulire i sentieri di Senso che permettono ad ogni uomo di raggiungere il luogo dell’incontro con il divino. O ad aprirne di nuovi. E mi permetto di pensare che non sia solo opera cristiana. E mi scopro a credere che sia l’unico spazio di possibile incontro tra tradizioni anche apparentemente lontane. Servono esploratori).

Il Padre Nostro è una strada, un sentiero per il luogo, sono segnali disseminati per non smarrire la possibilità, non scontata, di entrare nel grembo rigenerante umano e divino.

Padre” è la prima traccia. Il primo passo da compiere è avere il coraggio di iniziare un percorso verso casa, cioè verso il padre. Ma non da leggersi in senso regressivo, come un tornare alla casa dell’infanzia (quanto infantilismo nelle nostre orazioni!) ma un “andare verso il padre”, cioè un cammino verso la paternità che dorme in noi. Il luogo della preghiera è la ricerca della fecondità. Gesù nel Getsemani è in un luogo di preghiera, il Padre tace, Gesù lì diventerà uomo totalmente fecondo, materno e paterno dal grembo della croce, ferita dal fianco che genera, Genesi.

Padre, sia santificato il tuo nome”. Pregare non è una formula ma la strada per arrivare a un luogo, un luogo che è misterioso, che è diverso per ognuno, grotta personale come quella di Elia, la seconda traccia è data dalla santificazione del Nome. Arriveremo al luogo della preghiera quando inizieremo a santificare le nostre radici, quando sapremo risalire alle fonti del nostro essere con cuore grato. Non è facile. Santificare i padri e le madri. Non è facile santificare il nostro passato, ma è l’unico modo che abbiamo per entrare in preghiera. Non si può pregare se sulle labbra permane il gusto amaro di chi si sente violentato dalla vita. Lo so che è difficile ma credo che solo quando sapremo davvero innamorarci di noi per quello che siamo, solo quando sapremo innamorarci anche dei nostri difetti, quando sapremo finalmente ringraziare, sorridendo piano, per tutto quel gomitolo caotico di passato che ha fatto nodi, che è stato un cappio, che spesso si è rotto, che non abbiamo compreso… ma che ci ha portato fino a qui. Ecco, la preghiera è un luogo accessibile solo per chi prova, giorno dopo giorno, a ringraziare commosso per l’istante che sta vivendo. E per tutto quello che è avvenuto prima.

Venga il tuo regno”. La preghiera non è una formula da ripetere ma un luogo da trovare, è una nostalgia da istruire. Nostalgia per un luogo dove la logica è dettata dalla folle visionarietà delle beatitudini. Una nostalgia dilatata da una grande compassione per le lacrime degli altri, pregare è insistere con feroce dolcezza perché una certa ingenuità di cuore preservi la convinzione che la vita sia buona solo se dispiegata al vento di una poetica evangelica rivoluzione. “Venga il tuo regno” è il segno tracciato sul sentiero per giungere all’incontro con il Divino, “venga il tuo regno” è implorazione a noi stessi per non smarrirci per non credere che siano altri i luoghi della beatitudine, per non cedere al miraggio che la vita sarebbe bella senza dolore, senza ombre, senza solitudini, senza morte, senza ferite… insomma senza vita.

Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”. Il quarto segno per giungere al luogo dell’Incontro con la nostra e Altrui Identità è il pane. Il pane come segno di un dono. Il pane come manna. Vedere in ogni pane il volto della manna. Vedere in ogni cosa e in ogni persona e in ogni istante il Segno di un dono. Pregare non è una formula ma è un cammino, un cammino che si compie anche con lo sguardo, è imparare a guardare la realtà nell’unico modo saggio che abbiamo: trasfigurandola. Pregare è camminare incontro al cuore delle persone, è non lasciarle essere solo apparenza ma camminare e scendere e commuoversi perché ogni cosa trasfigurata parla di lui. La preghiera non è una formula ma una rivoluzione degli occhi, una nascita, il parto di visioni quotidianamente trasfigurate. È il pane che si mostra per quello che davvero è, manna. Solo imparando pazientemente questo sguardo potremo raggiungere il luogo dell’Incontro.

Perdona a noi i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore e non farci entrare nella tentazione”… di credere che non esista il male. Non farci entrare nella tentazione di illuderci che noi il male dentro di noi non lo abbiamo, perché invece c’è, e ci abita, cammino vero sarà smettere di negarlo, tentazione vera è quello di coprirlo.

Si aprirà davanti a noi il luogo dell’Incontro quando troveremo il coraggio di dire che sì, anche noi siamo abitati dal male, che è una belva disumana che sta sulla soglia delle nostre paure, che un giorno saremo liberati da tutto questo ma che intanto questa fatica può diventare una possibilità: ci permette di essere umili, di manifestarci fragili, di imparare ad essere misericordiosi. E quando riusciamo a perdonare, e perdonarci, e quando un cuore riconciliato batterà nel centro del nostro cuore, lì, in quel momento, saremo in preghiera, saremo noi luogo di preghiera.

XVII TO C

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