Il gusto di Dio XV tempo Ordinario C

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liturgia quindici TO C

Il gusto di Dio

XV domenica del Tempo Ordinario C

(Deuteronomio 30, Colossesi 15,Luca 10)

 

E quel giorno, finalmente, dopo aver deposto anche l’ultimo grumo di orgoglio, dopo aver pianto via dal cuore la paura di morire e quella di non essere amato, dopo aver sorriso a quel che sono per come sono, in quel momento io sentirò il gusto di Dio.

E sorriderò, sorriderò lieve e commosso, come chi sa che lo avrebbe trovato esattamente lì, come chi non aveva avuto ancora il coraggio di dirselo, di riconoscere che il suo Dio abitava nella culla calda del respiro, nonostante un fiato sempre troppo spaventato, che il suo Dio stava accucciato ai bordi delle labbra screpolate dall’affanno, di quella paura di vivere e di amare che ti secca i baci addosso, come chi non aveva ancora avuto il coraggio di comprendere che il Dio che andavo cercando “è nella tua bocca”.

 E mi prenderò finalmente il tempo di gustarti, di baciarti, di respirarti, chiuderò gli occhi e lascerò che la bocca mi parli di te, passerò la lingua sulle labbra e starò in un prato, con l’erba alta e il sole e il cielo a guardarmi dall’alto e finalmente mi lascerò andare e sentirò la verità di quella pagina di Deuteronomio che con coraggio, da sempre dice, “questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”.

E forse finalmente troverò il coraggio, ma ancora temo, perché ho paura di morire per eccesso di stupore, forse troverò il coraggio di scendere nel cuore, proprio nel mio di cuore, quello che come un sasso incandescente ha messo a rischio dalla nascita ogni passo del mio esistere, forse proverò ad entrare in quella stanza dove sentimenti e decisioni, libertà e paura, male e infinito si sono spartiti da sempre ogni sistole e diastole, forse troverò il coraggio di entrare nel mio cuore e di guardarti negli occhi, e di crederti presente e, finalmente di credermi presente all’amore, in quello sguardo le nostre identità si troveranno e davvero nulla avrò più da nascondere, nulla avrò più da nascondermi.  “Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore”. E con te sulle labbra e con te nel cuore la vita diventerà nostra, e ogni respiro sarà un parto umano e divino, e metteremo in pratica l’amore.

E ci sarà anche un giorno, lo spero davvero, in cui finalmente troverò il coraggio di camminare in quella mappa misteriosa tracciata da Paolo e non mi lascerò spaventare da grammatiche incomprensibili fatte di Troni, Dominazioni, Principati e Potenze, ma lo ringrazierò per avermi donato il “visibile” ma soprattutto “l’invisibile”, perché finalmente inizierò a sorridere della mia presunzione di uomo che ha creduto solo a quello che vedeva (o a quello che credeva di vedere). Il senso della vita spesso danza dietro le tende dell’apparenza. E lo ringrazierò Paolo perché ha ragione, alla fine l’unica cosa che conta, dopo aver sfinito parole con mille filosofie, alla fine di tutto, ciò che conta davvero è che “siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra sua quelle che stanno nei cieli”. E lo so che scoppierò a piangere, perché sento che è l’unica cosa che desidero davvero, perchè sento che mi sfugge sempre, che non è solo in mano mia la vita, che il male esiste e ci fa star male, sento che vivere è un dono mai definitivo, sento che desidero la riconciliazione, e la sento lontana. Con Paolo capisco che non è solo in mano mia la possibilità di riconciliarmi con la vita, che non è mio potere riconciliare e nemmeno riconciliarmi con tutti, sento chiaramente che spesso ho causato io rotture forse insanabili. Insanabili per me. Ma non per la croce. È la croce di Gesù,  è il suo essersi annientato per amore fin nel cuore di tenebra del male l’unico spiraglio di speranza. Io non riuscirò a riconciliare tutto, nemmeno completamente me stesso, ma potrò finalmente sdraiarmi su quel prato nei pressi del Calvario, in quel giardino nei dintorni della Sua tomba per lasciare che sia lui a pacificare ogni cosa. E da lì io mi limiterò a cantare i pezzi di me che non riesco a tenere insieme e tutte le storie che non posso sanare, tutti i volti segnati da troppo male, quel male che mi fa sempre paura, quel male che mi fa scappare, starò lì, a raccontargli delle persone che non sono riuscito ad amare bene. Starò lì, e con Lui sulle labbra e con Lui nel cuore farò questo esercizio di affidamento. Solo Tu Signore puoi pacificare il mondo. Io sono solo un uomo. Io sono solo terra sporcata di infinito. Io sono uno che aspetta di essere riconciliato e pacificato come tutte “le cose che stanno sulla terra” e “quelle che stanno nel cielo”.

E lì, con Te sulle labbra e nel cuore, con Te, Pace e Misericordia dal giardino della croce risorta, finalmente smetterò di considerarmi buono. No, non sono mai stato e mai sarò il buon samaritano. Io sono solo un “uomo che scende da Gerusalemme”, uno che crede di salire a Dio e invece se ne va in direzione contraria. Io sono solo uno a cui la vita, per fortuna ha portato via tutto, io sono solo uno che si è sentito troppo vivo e poi mezzo morto, io sono uno come tanti, io sono la vittima e il carnefice, io sono brigante di me stesso, io mi lascio mezzo morto, io mi uccido di percosse. Noi spesso siamo gli unici veri aguzzini di noi stessi. E poi la vita passa accanto e nessuno per dovere è tenuto a darci una mano, e quando lo pensiamo cadiamo nell’errore di sentirci in diritto di essere aiutati, non è così. Il sacerdote e il levita è normale che se ne vadano, se io pretendessi da loro aiuto o, peggio, se cominciassi a insultarli io non avrei capito nulla. Noi siamo i sacerdoti e i leviti, convinti di essere nel giusto, convinti che in nome di Dio la purezza valga più della carne, che Dio preferisca l’incenso e che solo le mosche amino danzare sul sangue secco della violenza. Solo la compassione può fare miracoli.

Solo la compassione svela la verità. Che sulle labbra tumefatte delle mie sconfitte, nel cuore che sta provando a smettere di battere, per le troppe percosse, per le troppe delusioni, sdraiato ai bordi di una strada che non sembra un giardino ma un Calvario, e pure la fossa di un cimitero sembra, esattamente lì, dove la vita sembra negare se stessa, Dio danza. Insieme alle mosche, sui cadaveri di quella che noi chiamiamo ingiustizia. E quel giorno, finalmente, dopo aver deposto anche l’ultimo grumo di orgoglio, dopo aver pianto via dal cuore la paura di morire e di non essere amato, dopo aver sorriso a quel che sono per come sono, in quel momento io sentirò il profumo di Dio, proprio lì, mentre abbracciandomi Lui si prende cura di me.

XV TO C

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