XIII domenica tempo Ordinario C Duri senza perdere la tenerezza

pietre di Crocetta

foto: Pietre della casa di Crocetta. Grazie a chi le ha messe lì tanti anni fa, grazie a chi le sta facendo riemergere oggi.

Liturgia Parola Tredicesima domenica TO anno C

Duri senza perdere la tenerezza

XIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 9,11-17)

 

C’è sempre uno spazio che si inserisce tra le parole di questa pagina di Vangelo, uno spazio misterioso, un luogo che si insinua e che non permette alla vita di combaciare.

Poi ci penso. Ed è vero, la vita non combacia quasi mai. Si apre sempre una distanza, come un vuoto, anche tra gli abbracci più stretti.

La vita non combacia da subito in questa pagina. Gesù si fa duro in volto, decide di andare verso Gerusalemme, ormai fiuta che il tempo è compiuto, ogni passo può essere quello del non ritorno e allora manda messaggeri avanti a sé, come per avvicinare Gerusalemme, come per raccontare al mondo ciò che avverrà, ma la vita non combacia, e i Samaritani proprio in nome di quella sua decisione non lo accolgono.

I discepoli sembrano aver capito, anche loro si fanno più duri, sembrano imitare il loro Maestro, ma sanno indurire solo il cuore loro, e a indurire quello son buoni tutti. La loro durezza non combacia con quella di Gesù. Gesù, i samaritani e i discepoli sono separati da una distanza che rimane, per ora, incolmabile.

E c’è una prima cosa che mi sembra di dover imparare da queste righe del Vangelo ed è: che Gesù è duro ma solo con se stesso. Non fa pagare ad altri la sua decisione. La vera libertà non posso farla pagare ad altri, è il mio volto che deve indurirsi non devo pretendere niente da nessuno. Spesso quando prendiamo decisioni estreme, quando decidiamo di portare fino in fondo la vita pagandone anche il prezzo è come se ci sentissimo autorizzati a condannare chi non ci segue. A pretendere che anche altri paghino. Che almeno si accorgano di noi, che ci riconoscano. Invece no, che il volto si faccia così duro da saper reggere la solitudine e l’incomprensione, che si possa diventare così duri tanto da non perdere la tenerezza prendendo in prestito una famosa frase di Che Guevara. La vita non coincide forse per darci l’opportunità, in quello spazio di vuoto che chiamiamo libertà, di imparare a non essere violenti, ma teneri, con gli altri.

Ti seguirò dovunque tu vada” dice un tale a Gesù. Frase splendida ma inesatta. Frase che non prevede la distanza. Noi non siamo fatti per il “dovunque”. Noi non possiamo seguire Gesù dovunque lui vada, non possiamo seguire nessuno fino in fondo e nella totalità. Dobbiamo seguire noi stessi fino in fondo, quello sì, sapendo che sarà un cammino senza tane e senza nidi cioè in completa esposizione. Immagine molto forte forse per dire che la durezza della decisione prevede di esporsi, nudi. Non siamo chiamati a seguire Gesù dovunque vada ma a seguire noi stessi stando esposti lungo le strade della vita. La durezza della decisione è per Gesù quella di rimanere esposto agli eventi della vita forte solamente della sua nudità. La durezza che sceglie non è quella forza violenta di chi si impone ma quella della croce di chi si espone.

Per noi non avere tane e nidi può significare anche che non esiste decisione definitiva fino a quando siamo al mondo, che non c’è tana e non c’è nido, solo una casa, che sarà. Che siamo in cammino e che non possiamo dirci mai arrivati. Ma che è bello, quando ci esponiamo, trovare qualcuno che fa strada con noi, incontrare occhi che guardano nella stessa direzione. Che l’amore non è trovare qualcuno che ci segue senza lasciarci mai ma compagni di viaggio che camminano un passo dopo l’altro verso l’Infinito.

Seguimi”, è Gesù a dirlo. Ed ecco ancora una distanza, la vita che non coincide. “C’è un padre da seppellire”, gli rispondono. C’è un cadavere che non si riesce a far riposare. Non basta una promessa per cambiarci la vita (la chiamata di Gesù), serve la libertà rispetto al passato. Fino a quando avremo cadaveri che non riusciamo a far riposare noi non cammineremo mai. Non lo seguiremo mai. E i cadaveri sono i nostri errori del passato, o le pesantezze che provengono dalla famiglia di origine. Non basta una buona promessa, nemmeno una chiamata fatta da Gesù in persona, il volto deve indurirsi per trovare il coraggio della tenerezza. Il coraggio di essere teneri con noi stessi, così teneri da riuscire da riuscire a seppellire il cadavere di chi ci ha amato (troppo), o quella parte di noi ormai morta che è diventata peso, alibi, zavorra.

Nessuno che mette mano all’aratro e si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. Ancora distanze che restano incolmabili, scelte che non coincidono. Un tale si propone ma pone una condizione che puzza di morte: volgersi indietro. Non è questione di campi da arare ma di vita! Bisogna indurire il volto per essere teneri anche con il proprio futuro. E sconfiggere una grande tentazione, quella di guardarci alle spalle credendo che noi siamo solo la somma di ciò che siamo stati fino a ieri. Non è solo così, noi abbiamo bisogno di una direzione, di vedere un campo nuovo da arare e di accettare che quello che siamo non è stato ancora scoperto. Accettare che quell’aratura che apre le zolle farà germogliare un volto di noi che non immaginavamo nemmeno. Avere fede è smettere di credere che noi siamo figli del passato, vivere così è vivere da morti. Serve un volto indurito e pronto a reggere l’urto di scoprire parti di noi che non sapevamo di avere. Non è semplice, ci si scopre sempre diversi, ad ogni zolla, ed è inutile voltarsi indietro, è meglio proseguire un passo dopo l’altro, e stupirsi di quanta bellezza la vita sa far germogliare in noi.

Serve il coraggio dell’inaudito. Serve una fiducia totale per l’inedito. Serve un volto duro per essere teneri con il nostro passato e insieme con quello che saremo in futuro.

Gesù è occhi che non condannano mai, che sono disposti ad arrivare fino in fondo, Gesù è il coraggio di seppellire le vecchie attese con tutte le loro le antiche pretese, Gesù seppellisce padri e accetta di piantare la croce in quel campo arato chiamato Calvario. Non sa ancora come sarà il profilo d’uomo crocifisso, ma comincia a capire che sarà uomo esposto e misericordioso. E nemmeno lì la vita coinciderà, quasi nessuno vedrà coincidere in lui l’uomo e Dio. Solo un Centurione. Ma la vita non coincide quasi mai. A noi è chiesto però di abitare con tenerezza quella distanza.

XIII TO C

3 commenti

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