Soglia Trinità RITO AMBROSIANO

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Soglia

(RITO AMBROSIANO Genesi 18,1-10; 1Cor 12,2-6; Giovanni 14,21-26)

Trinità

E così la vita accade, mentre intorno il tempo è reso immobile dal troppo caldo infilato negli ingranaggi della vita e il mondo sembra assente e tutto tace, proprio lì la vita compare, e chiede permesso. Pochi si accorgono di queste sfumature, sono eventi che non alzano mai i toni, che non fanno rumore, spesso la vita, delusa, scorre via. Altre volte invece succede che c’è una tenda, aperta a respirare faticosamente il caldo di una giornata afosa, e c’è un uomo a presidiare la soglia di quella tenda. Quell’uomo si chiama Abramo, ed è bellissimo, e se ha scelto di rimanere lì nell’ora più calda del giorno e se, soprattutto, inventa una poesia di segni e di attenzioni che sono una liturgia all’umana accoglienza, e se lascia che quell’incontro con tre uomini che improvvisamente appaiono davanti a lui cambi il tempo e la piega degli aventi è perché lui è uomo che ha il gusto della promessa. Un uomo che non ha mai smesso di credere che la vita è promettente, sempre, sotto ogni piega, anche la più banale. E che la promessa arriva da un evento che può cambiare la vita intera.

            Stare sulla soglia della tenda, presidiare i passaggi ed essere pronti ad alzare gli occhi per scoprire altri occhi, altre storie, altri volti, esistenze che passano e anche solo con il loro esserci chiedono ospitalità. Dobbiamo imparare a stare sulla soglia ma a starci con cuore istruito alla promessa. Se il nostro cuore ha paura, se l’obiettivo è tenere tutto sotto controllo, non cambiare nulla, ogni evento sarà sempre e solo un incidente di percorso. Se invece abbiamo imparato che è proprio in questo affascinante e faticoso esercizio di ridefinizione della vita dovuto a un incontro che la nostra vita prende senso allora… saremo uomini e donne promettenti.

            Aperti alla vita che, straniera, danza un ritmo che non ci aspettavamo, vita straniera, come straniero è il volto di chi ci fa innamorare; straniero è un figlio, stranieri sono una madre e un padre che invecchiano e che non riconosciamo più, straniero sono io quando mi guardo allo specchio e credevo di essere migliore, straniera è questa malattia che mi fa cambiare ogni programma, straniero è il mio paese che non mi rappresenta più, straniero è tutto ciò che mi interroga. Straniero è Gesù, che mi chiede di ridefinire il volto di Dio partendo da un incontro improvviso con Lui. Possiamo chiuderla la tenda e aspettare di morire o possiamo accettare di lasciarci interpellare dalla vita che, straniera, compare, spesso nell’ora più calda e solitaria del giorno.

Non è facile questo incontro perché la parte straniera che è fuori o dentro di me è davvero altra da me, mi mette in crisi, fa a pezzi le apparenze e mi chiede di scegliere e di aggrapparmi solo a ciò che considero indispensabile. E’ una scelta faticosa quella di Abramo e di tutti gli uomini come lui, perché credere a una promessa e lasciarsi ridefinire dall’incontro mette a nudo le nostre fragilità, ci scopriamo vulnerabili. Però, in cambio, ci è regalato un futuro. Un orizzonte nuovo. Accettiamo di lasciarci attraversare dalla vita, accettiamo di essere vivi, perché se non hai un più un sogno, se credi che tutto sia già dato, se credi che in fondo basti a te stesso, se non credi che la vita custodisca un mistero promettente sei già morto. Vivi ma sei già morto.

Abramo vede una vita che passa attraverso di lui e continuerà dopo di lui. Sarà dato a lui il più grande straniero, il dono e la paura, il presente e il futuro, idolo e carnefice: un figlio. E dovrà imparare a slegarlo, a lasciarlo essere diverso da come l’aveva immaginato, straniero. Parte di sé e sempre altro da sé, straniero. Accogliere il volto straniero della storia, essere disponibili a lasciarsi fecondare dal mistero è atto di umiltà e insieme di forte libertà. La vita è più grande di noi.

            Gesù è il volto straniero di Dio. Solo chi riesce ad abitare la soglia degli eventi, solo chi non impone la propria idea di Dio può accogliere che Gesù sia così. E che quel volto di uomo sia il volto di Dio.

La chiave per decifrare la vita, per accogliere la sua parte straniera, si chiama amore, e Gesù lo dice spesso: “chi accoglie i miei comandamenti è colui che mi ama”. Mi piace questa cosa dell’amore. Mi piace che la verità dei comandamenti divini sia accessibile solo a chi accetta di esporsi per amore. L’amore non è una conseguenza, l’amore è la disponibilità di stare sulla soglia della tenda e di lasciarsi stupire dalla vita che accade anche nei momenti più impensati. Solo ciò che amo io posso iniziare a comprenderlo. La liturgia di accoglienza di Abramo è il suo modo di dire l’amore verso questi stranieri e grazie a questo… la vita diventa promettente. L’amore non viene dopo, l’amore non è una conseguenza, l’amore è la condizione per accedere al mistero della vita. Noi conosciamo solo ciò che amiamo. Solo chi ama può iniziare a conoscere una persona.

E Giuda a Gesù poi lo chiede: “come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo” che poi detto in modo meno elegante poteva essere descrizione di una specie di delusione… si aspettavano una manifestazione più eclatante! Al mondo intero! Invece no: un po’ di pane, un po’ di vino, un po’ di pesce, l’amicizia, la prossimità alla sofferenza… cose molto ordinarie, cose declinate dentro l’umiltà del “noi”. Gesù sceglie di manifestarsi così, dove la vita è amata. Nel quotidiano di una vita amata può germogliare la promessa.

Ama gli uomini, le loro storie, i loro modo pazzeschi di ingarbugliare la vita, ama le speranze e le disperazioni, ama quell’essere ridicolo che si crede il centro del mondo, ama la sua mancanza totale di misura, e amandolo svela che è molto più che promettente, che lui stesso, l’uomo, è una promessa. Ogni vita accolta e amata svela una promessa. Dobbiamo smettere di fare promesse, dobbiamo iniziare ad amarci così tanto da trovare che noi siamo segno vivente della vita promettente.

E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Se ti apri alla vita l’amore che è sempre misterioso prende casa in te. E non c’è più tabernacolo, tempio, o chiesa, il corpo degli uomini diventa casa di Dio. Sentite la continuità con Genesi? Abramo apre quella tenda al mistero dell’uomo e si scopre fecondato da Dio, la promessa è una vita fecondata. Promettente.

Occorre chiamare vicino, occorre scendere con coraggio ai bordi fragili della vita, dove però la vita è vera, dove soffre, dove si innamora, dove invecchia, dove cerca, dove è vulnerabile e chiamare il Paraclito, implorare l’Amore, che arrivi vicino. E sperare di amare così tanto la vita, ma così tanto, da riconoscerlo l’Amore, anche nell’ora più calda del giorno.

Trinità liturgia Parola

Trinità C

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