Vuoto a rendere (presenza) Pentecoste C

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Liturgia Parola Pentecoste C

Vuoto a rendere (presenza)

(Giovanni 14)

Pentecoste

Se ognuno si chiude ancora nei propri cenacoli impauriti, se sono tana le nostre chiese, se il mondo fuori ci sembra sempre più minaccioso è solo perché abbiamo capito che Dio è morto. E abbiamo capito bene. C’eravamo tutti quel giorno, quello dell’Ascensione, tutti a guardare il cielo mentre si riprendeva indietro la speranza, si rimangiava la promessa, natale al contrario, spenta la stella cometa, muto di dolore il nostro smarrimento. E mentre Lui tornava al Padre, e lo faceva senza pietà, in cielo, perché lo vedessimo tutti, dentro di noi si apriva un vuoto che nessuno avrebbe chiuso mai più, lo sapevamo, lo sentivamo. L’abbiamo odiato Gesù quel giorno di amore sottratto, anche se sapevamo che forse era giusto così. No, nemmeno la resurrezione avrebbe rimesso le cose a posto, che non si torna indietro dalla morte, nemmeno Dio può. Quel vuoto rimane lì, inchiodato al centro di ogni cosa, al centro di testa, cuore e sentimenti.

Qualcuno prova, ogni tanto, a riempirlo, costruiscono idoli più o meno credibili le religioni, provano a sedare l’urlo e lo fanno riempiendo, ma il vuoto è senza fondo, è senza fine, risucchia ridendo ogni nostro patetico tentativo.

Se ognuno di noi si chiude ancora in cenacoli di paura è perché il vuoto si è aggrappato con le unghie al nostro cuore e non lo molla un attimo, possiamo dimenticarcene, ma solo a tratti, possiamo negarlo, ma non convinciamo nemmeno noi stessi. Dio è morto, il mondo è vuoto e a noi… e a noi non resta che danzare.

Ballare, danzare con il vuoto, con quello spazio che convive in noi, che ci fa disperare. Danzare, buttarci a capofitto in avventure senza ritorno, fare male e farci male, innamorarci, spaventarci, giurare e ricominciare. Non ci resta che ballare con quel vuoto, mentre le religioni continuano a riempire, noi proviamo ad abbracciarlo, a sentire che è parte irrinunciabile di noi. Lo ha detto bene Gesù. Quel vuoto non lo riempiremo se non con sporadici passi di danza, con intuizioni, anticipi di quando anche noi cammineremo in bocca al cielo, che la morte non è altro che l’estremo passo di danza di questa cosa che chiamiamo vita.

“Se mi amate osserverete i miei comandamenti”, unico comandamento è l’amore, e non è forse questo un toccante tremendo passo di danza? Solo chi è vuoto, solo chi non riempie sente il bisogno di aggrapparsi a un altro vuoto, perché l’assenza puoi maledirla oppure trasformarla in possibilità. Non riempiamoci più con dei vani discorsi su Dio ma mostriamo a qualcuno il vuoto che ci portiamo dentro, chiediamo il permesso di poter vedere il vuoto dell’altro e basta parole ma danze leggere di corpi che si sorreggono su questa grande spianata che è il mondo. E la morte non sarà riempita ma abitata dalla tenerezza di due anime in pena che si sorreggono con dolcezza seguendo i ritmi dolci di una melodia di speranza. E danzeremo, e saremo bellissimi.

            Non si può riempire quel vuoto, rimane vuoto, la Resurrezione non nega la morte. E allora cantiamo. Trasformiamo il vuoto in un canto, un ululato dolce alla luna, una struggente malinconica canzone, una richiesta d’Amore sbocciata dalle nostre profonde solitudini: “egli vi darà un altro paraclito”, ecco il nuovo nome di Dio: “Paraclito”, il “Chiamato Vicino”. Dio non è un riempimento ma uno struggente canto di malinconia e possibilità: canteremo all’amore, chiederemo di avere qualcuno vicino e il vuoto si trasfigurerà in una possibilità. Non parleremo più di Dio, Lui sarà il nostro canto di nostalgia, non ci illuderemo di riempire il vuoto con qualcosa ma canteremo il bisogno di avere amore, di sentire una carezza e non saremo pieni mai e così potremo continuare a cantare. E impareremo a farci consolare e finalmente Dio sarà un compagno di viaggio seduto per un attimo dentro a ogni nostra solitudine. La Pentecoste è l’esperienza di Dio Con-solatore che canta il nostro eterno bisogno d’amore. Il Cenacolo protegge, è tana, corazza, chiusura, siamo chiamati a uscire fuori per lanciare in grembo al cielo il nostro grido d’aiuto. E canteremo e saremo finalmente bellissimi.

            Il vuoto dell’Ascensione non lo riempie più nessuno, il cielo ha cancellato i tratti umani della divinità incarnata in Gesù. Assenza irrecuperabile. Solo la vuota disperazione sarebbe rimasta dopo averlo visto sparire come un palloncino sfuggito dalle mani troppo piccole di un bambino distratto. Invece anche quella sua sottrazione è stata trasfigurazione: la semplice negazione di sé è trasformata in spazio per una nuova esperienza di Dio. Gesù Ascende per preparare lo Spazio della nuova incarnazione del divino, Pentecoste nel corpo degli uomini: “prenderemo dimora presso di lui”, il corpo di ogni uomo diventa casa, tempio, spazio, della manifestazione di Dio.

E allora lo cercheremo finalmente solo nei corpi, nel miracolo dei corpi che nascono dalle storie d’amore, nei corpi che corrono incontro alla vita, in quelli che resistono ai colpi del destino. Perfino nei corpi ammalati lo cercheremo. Il vuoto lasciato dall’Ascensione del corpo di Gesù è servito alla Pentecoste dentro ogni corpo d’uomo. Il Vuoto non lo riempie nulla, rimane lì, piantato al centro di ogni nostro pensiero, ma noi saremo cercatori imploranti di calore umano, ecco la nuova definizione di Dio. Ci innamoreremo e per ogni innamoramento faremo fatica, scopriremo la seduzione e l’ambiguità, subiremo la passione, sbaglieremo, tradiremo, scapperemo… saremo drammatici e buffi, schiavi di quella fame d’amore che non permette a nessun corpo sano di credere di poter vivere isolato. Arriveremo a implorare il calore di un corpo. E saremo bellissimi. Il Vuoto non sparirà ma sarà trasfigurato in fame d’amore.

            “Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà quello che vi ho detto”, con l’Ascensione il Signore lascia un vuoto incolmabile in noi, ma grazie a quel vuoto ecco lo spazio per un Segno. Siamo come caverne su cui qualcuno lascia un segno, un segno del Suo passaggio, un Segno del nostro destino ultimo: siamo fatti della stessa sostanza del Cielo, siamo fatti di Infinito. Dobbiamo ricordarcene. Ecco perché lui “insegnerà” e “ricorderà”, ogni uomo è nato sotto il segno del Cielo, ogni uomo è al mondo per suscitarne memoria.

Pentecoste C

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