XIII domenica tempo Ordinario C Duri senza perdere la tenerezza

pietre di Crocetta

foto: Pietre della casa di Crocetta. Grazie a chi le ha messe lì tanti anni fa, grazie a chi le sta facendo riemergere oggi.

Liturgia Parola Tredicesima domenica TO anno C

Duri senza perdere la tenerezza

XIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 9,11-17)

 

C’è sempre uno spazio che si inserisce tra le parole di questa pagina di Vangelo, uno spazio misterioso, un luogo che si insinua e che non permette alla vita di combaciare.

Poi ci penso. Ed è vero, la vita non combacia quasi mai. Si apre sempre una distanza, come un vuoto, anche tra gli abbracci più stretti.

La vita non combacia da subito in questa pagina. Gesù si fa duro in volto, decide di andare verso Gerusalemme, ormai fiuta che il tempo è compiuto, ogni passo può essere quello del non ritorno e allora manda messaggeri avanti a sé, come per avvicinare Gerusalemme, come per raccontare al mondo ciò che avverrà, ma la vita non combacia, e i Samaritani proprio in nome di quella sua decisione non lo accolgono.

I discepoli sembrano aver capito, anche loro si fanno più duri, sembrano imitare il loro Maestro, ma sanno indurire solo il cuore loro, e a indurire quello son buoni tutti. La loro durezza non combacia con quella di Gesù. Gesù, i samaritani e i discepoli sono separati da una distanza che rimane, per ora, incolmabile.

E c’è una prima cosa che mi sembra di dover imparare da queste righe del Vangelo ed è: che Gesù è duro ma solo con se stesso. Non fa pagare ad altri la sua decisione. La vera libertà non posso farla pagare ad altri, è il mio volto che deve indurirsi non devo pretendere niente da nessuno. Spesso quando prendiamo decisioni estreme, quando decidiamo di portare fino in fondo la vita pagandone anche il prezzo è come se ci sentissimo autorizzati a condannare chi non ci segue. A pretendere che anche altri paghino. Che almeno si accorgano di noi, che ci riconoscano. Invece no, che il volto si faccia così duro da saper reggere la solitudine e l’incomprensione, che si possa diventare così duri tanto da non perdere la tenerezza prendendo in prestito una famosa frase di Che Guevara. La vita non coincide forse per darci l’opportunità, in quello spazio di vuoto che chiamiamo libertà, di imparare a non essere violenti, ma teneri, con gli altri.

Ti seguirò dovunque tu vada” dice un tale a Gesù. Frase splendida ma inesatta. Frase che non prevede la distanza. Noi non siamo fatti per il “dovunque”. Noi non possiamo seguire Gesù dovunque lui vada, non possiamo seguire nessuno fino in fondo e nella totalità. Dobbiamo seguire noi stessi fino in fondo, quello sì, sapendo che sarà un cammino senza tane e senza nidi cioè in completa esposizione. Immagine molto forte forse per dire che la durezza della decisione prevede di esporsi, nudi. Non siamo chiamati a seguire Gesù dovunque vada ma a seguire noi stessi stando esposti lungo le strade della vita. La durezza della decisione è per Gesù quella di rimanere esposto agli eventi della vita forte solamente della sua nudità. La durezza che sceglie non è quella forza violenta di chi si impone ma quella della croce di chi si espone.

Per noi non avere tane e nidi può significare anche che non esiste decisione definitiva fino a quando siamo al mondo, che non c’è tana e non c’è nido, solo una casa, che sarà. Che siamo in cammino e che non possiamo dirci mai arrivati. Ma che è bello, quando ci esponiamo, trovare qualcuno che fa strada con noi, incontrare occhi che guardano nella stessa direzione. Che l’amore non è trovare qualcuno che ci segue senza lasciarci mai ma compagni di viaggio che camminano un passo dopo l’altro verso l’Infinito.

Seguimi”, è Gesù a dirlo. Ed ecco ancora una distanza, la vita che non coincide. “C’è un padre da seppellire”, gli rispondono. C’è un cadavere che non si riesce a far riposare. Non basta una promessa per cambiarci la vita (la chiamata di Gesù), serve la libertà rispetto al passato. Fino a quando avremo cadaveri che non riusciamo a far riposare noi non cammineremo mai. Non lo seguiremo mai. E i cadaveri sono i nostri errori del passato, o le pesantezze che provengono dalla famiglia di origine. Non basta una buona promessa, nemmeno una chiamata fatta da Gesù in persona, il volto deve indurirsi per trovare il coraggio della tenerezza. Il coraggio di essere teneri con noi stessi, così teneri da riuscire da riuscire a seppellire il cadavere di chi ci ha amato (troppo), o quella parte di noi ormai morta che è diventata peso, alibi, zavorra.

Nessuno che mette mano all’aratro e si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. Ancora distanze che restano incolmabili, scelte che non coincidono. Un tale si propone ma pone una condizione che puzza di morte: volgersi indietro. Non è questione di campi da arare ma di vita! Bisogna indurire il volto per essere teneri anche con il proprio futuro. E sconfiggere una grande tentazione, quella di guardarci alle spalle credendo che noi siamo solo la somma di ciò che siamo stati fino a ieri. Non è solo così, noi abbiamo bisogno di una direzione, di vedere un campo nuovo da arare e di accettare che quello che siamo non è stato ancora scoperto. Accettare che quell’aratura che apre le zolle farà germogliare un volto di noi che non immaginavamo nemmeno. Avere fede è smettere di credere che noi siamo figli del passato, vivere così è vivere da morti. Serve un volto indurito e pronto a reggere l’urto di scoprire parti di noi che non sapevamo di avere. Non è semplice, ci si scopre sempre diversi, ad ogni zolla, ed è inutile voltarsi indietro, è meglio proseguire un passo dopo l’altro, e stupirsi di quanta bellezza la vita sa far germogliare in noi.

Serve il coraggio dell’inaudito. Serve una fiducia totale per l’inedito. Serve un volto duro per essere teneri con il nostro passato e insieme con quello che saremo in futuro.

Gesù è occhi che non condannano mai, che sono disposti ad arrivare fino in fondo, Gesù è il coraggio di seppellire le vecchie attese con tutte le loro le antiche pretese, Gesù seppellisce padri e accetta di piantare la croce in quel campo arato chiamato Calvario. Non sa ancora come sarà il profilo d’uomo crocifisso, ma comincia a capire che sarà uomo esposto e misericordioso. E nemmeno lì la vita coinciderà, quasi nessuno vedrà coincidere in lui l’uomo e Dio. Solo un Centurione. Ma la vita non coincide quasi mai. A noi è chiesto però di abitare con tenerezza quella distanza.

XIII TO C

Per non essere tramonto Corpo e Sangue di Cristo C

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Per non essere tramonto

(Luca 9,11-17)

 

“In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. Di due cose abbiamo bisogno per vivere, e il vangelo che abbiamo appena letto lo dice bene, due cose sono indispensabili per la vita: di qualcuno che ci parli di Dio e di qualcuno che ci regali segni di cura e tenerezza. Ma più di tutto abbiamo estremo bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di fare le due cose insieme, di qualcuno che ci aiuti a non separare più parole sul Regno di Dio e gesti di cura.  Oggi più che mai è tempo in cui liberare parole solo quando sanno fare l’amore con il corpo. Oggi più che mai è il tempo di gesti di tenerezza che sappiano però dischiudere parole promettenti. Gesù parlava e curava. Insieme.

            Non è la pagina della moltiplicazione dei pani quella che abbiamo letto, è la pagina in cui si sogna un uomo capace di non ragionare più per contrapposizioni: contemplazione e azione, sacro e profano, spirituale e materiale, uomo e Dio… basta, questa occidentalissima scissione ci ha lasciato solo pensieri guerrieri e divisivi, occorre trovare una sintesi, un Corpus, un Corpo d’Uomo che sia già Divino, una Carne Illuminata, un luogo dove Regno di Dio e cura della fragilità umana possano illuminarsi a vicenda. Abbiamo sempre creduto fosse una pagina che raccontasse di pane moltiplicati e invece sono parole che riescono ad accompagnare l’uomo oltre la divisione, oltre la scissione, oltre quelle fratture che ci portiamo dentro e che alla lunga ci distruggono. E’ pagina dell’Unificazione e non della Moltiplicazione, Unificazione tra Uomo e Dio, in un Corpus.

Abbiamo bisogno di parole, che raccontino del Regno di Dio, che è la consapevolezza che la vita che ci scorre vicina nasconde qualcosa di Eterno. Che la vita non finisce in morte. Credere al Regno di Dio è un modo di stare al mondo, è amare così tanto la vita da saper dire che non esiste solo quello che vediamo, che c’è qualcosa in più che possiamo chiamare Amore o Dio o Infinito e che è comunque la sicurezza che c’è qualcosa di più grande di noi e che questo qualcosa ci salverà.

Ma abbiamo bisogno anche di essere toccati, toccati nel corpo. Abbiamo bisogno di cure. Saper dire, mentre viviamo, che è bello che qualcuno si curi di noi, che non si dimentichi, abbiamo bisogno di carezze e baci e lacrime e di qualcuno che ci tenga la mano e che ci guardi negli occhi. Che non è più possibile credere ancora che ci possa essere fede in Dio dove c’è dimenticanza per il corpo che respira.

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”

Che drammatico splendore, in una frase c’è tutto, ancora una volta. I Dodici dicono a Gesù “va bene, belle parole quelle sul Regno e belli i tuoi gesti di cura però adesso il giorno finisce e abbiamo fame, che la vita vera è un’altra cosa rispetto alle tue prediche”. Che è quello che pensiamo anche noi. Come i discepoli lo diciamo con garbo ma in fondo lo sappiamo, alla fine della giornata c’è sempre un tramonto e alla fine della vita la morte. Alla fine c’è solo la fine, in mezzo illusioni, comunque siamo sempre soli e abbandonati in un grande deserto. Come rispondere a una domanda così? Cosa dire davanti ai tramonti che chiudono ogni esperienza? Cosa dire davanti all’evidenza della vita che finisce? Sentite che questa è la domanda che conta? Vita e Morte, in opposizione. Come parlare di Regno di Dio e di gesti di cura davanti alla morte?

Gesù non risponde, le risposte a voce non convincono mai nessuno. Gesù cambia invece prospettiva e dice: iniziate voi a non essere tramonto. Voi discepoli, davanti alla vita che finisce, al pane che manca, cosa state facendo adesso? “Voi stessi date loro da mangiare”. Gesù dice che è la vita di ognuno di noi, qui ed ora, che può reggere il confronto con la morte. Come se dicesse: e tu? Come ti rapporti con il morire? Quali strategie hai escogitato per stare davanti alla fine senza impazzire? Il tuo Corpo è Corpus Domini, spazio del Divino Incarnato?

I Dodici non capiscono, contano quello che hanno e verificano che i mezzi per sfamare cinquemila persone non ci sono. Ma Gesù non sta parlando di avere i soldi, parla di altro. Parla di un modo di vivere unificato, di una scelta in grado di attraversare l’opposizione vita/morte, giorno/tramonto. Gesù sta indicando loro la strada per diventare loro stessi opposizione credibile alla morte.

“Fateli sedere”: la prima cosa da fare è scegliere il presente, sedersi in questo attimo, così come è, adesso, accogliere questo tempo. Basta pensiero oppositivo, basta passato/futuro, il passato provoca rimpianti e il futuro paure, adesso, c’è solo questo adesso da scegliere, c’è questo adesso che può diventare spazio per il Regno di Dio e per la cura dell’uomo. E noi possiamo incarnarlo.

Poi Gesù continua “Prese i cinque pani e i due pesci e alzò gli occhi al cielo”. Ha poco tra le mani Gesù, quasi niente, però quello che fa è alzare gli occhi al cielo e ringraziare. Ecco il secondo passaggio che la fede ci chiede: imparare a godere di quello che abbiamo tra le mani. Possiamo diventare spazi di gratitudine.

“…recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava loro perché li distribuissero alla folla”. Il terzo passaggio è il pane da spezzare, è la logica della condivisione con cuore benedicente, riconoscendo e prendendo sul serio la fame della gente, una fame di pane che diventa però occasione per narrare, in quel pane, la presenza del regno di Dio con un gesto di cura. Ecco la sintesi, ecco l’uomo unificato: colui che prende sul serio la fame degli uomini e proprio in quella fame scopre la narrazione del regno di Dio in un gesto di cura. Non c’è più divisione, in quel pane si Unificano giorno e notte, uomo e Dio: Corpus Domini.

Avanzarono dodici ceste, dodici come i discepoli, dodici uomini, non è un caso. Ceste piene di pane a raccontare, solenni come sculture nel deserto, che è l’uomo la cesta che porta al mondo quel pane che è Segno di Dio. Il messaggio è chiaro: ora siete voi stessi il pane da spezzare, voi stessi siete la manifestazione di Dio all’uomo. Corpus Domini. Noi il Corpo di Dio.

Corpus Domini C

Corpo e Sangue di Cristo liturgia Parola

Soglia Trinità RITO AMBROSIANO

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Soglia

(RITO AMBROSIANO Genesi 18,1-10; 1Cor 12,2-6; Giovanni 14,21-26)

Trinità

E così la vita accade, mentre intorno il tempo è reso immobile dal troppo caldo infilato negli ingranaggi della vita e il mondo sembra assente e tutto tace, proprio lì la vita compare, e chiede permesso. Pochi si accorgono di queste sfumature, sono eventi che non alzano mai i toni, che non fanno rumore, spesso la vita, delusa, scorre via. Altre volte invece succede che c’è una tenda, aperta a respirare faticosamente il caldo di una giornata afosa, e c’è un uomo a presidiare la soglia di quella tenda. Quell’uomo si chiama Abramo, ed è bellissimo, e se ha scelto di rimanere lì nell’ora più calda del giorno e se, soprattutto, inventa una poesia di segni e di attenzioni che sono una liturgia all’umana accoglienza, e se lascia che quell’incontro con tre uomini che improvvisamente appaiono davanti a lui cambi il tempo e la piega degli aventi è perché lui è uomo che ha il gusto della promessa. Un uomo che non ha mai smesso di credere che la vita è promettente, sempre, sotto ogni piega, anche la più banale. E che la promessa arriva da un evento che può cambiare la vita intera.

            Stare sulla soglia della tenda, presidiare i passaggi ed essere pronti ad alzare gli occhi per scoprire altri occhi, altre storie, altri volti, esistenze che passano e anche solo con il loro esserci chiedono ospitalità. Dobbiamo imparare a stare sulla soglia ma a starci con cuore istruito alla promessa. Se il nostro cuore ha paura, se l’obiettivo è tenere tutto sotto controllo, non cambiare nulla, ogni evento sarà sempre e solo un incidente di percorso. Se invece abbiamo imparato che è proprio in questo affascinante e faticoso esercizio di ridefinizione della vita dovuto a un incontro che la nostra vita prende senso allora… saremo uomini e donne promettenti.

            Aperti alla vita che, straniera, danza un ritmo che non ci aspettavamo, vita straniera, come straniero è il volto di chi ci fa innamorare; straniero è un figlio, stranieri sono una madre e un padre che invecchiano e che non riconosciamo più, straniero sono io quando mi guardo allo specchio e credevo di essere migliore, straniera è questa malattia che mi fa cambiare ogni programma, straniero è il mio paese che non mi rappresenta più, straniero è tutto ciò che mi interroga. Straniero è Gesù, che mi chiede di ridefinire il volto di Dio partendo da un incontro improvviso con Lui. Possiamo chiuderla la tenda e aspettare di morire o possiamo accettare di lasciarci interpellare dalla vita che, straniera, compare, spesso nell’ora più calda e solitaria del giorno.

Non è facile questo incontro perché la parte straniera che è fuori o dentro di me è davvero altra da me, mi mette in crisi, fa a pezzi le apparenze e mi chiede di scegliere e di aggrapparmi solo a ciò che considero indispensabile. E’ una scelta faticosa quella di Abramo e di tutti gli uomini come lui, perché credere a una promessa e lasciarsi ridefinire dall’incontro mette a nudo le nostre fragilità, ci scopriamo vulnerabili. Però, in cambio, ci è regalato un futuro. Un orizzonte nuovo. Accettiamo di lasciarci attraversare dalla vita, accettiamo di essere vivi, perché se non hai un più un sogno, se credi che tutto sia già dato, se credi che in fondo basti a te stesso, se non credi che la vita custodisca un mistero promettente sei già morto. Vivi ma sei già morto.

Abramo vede una vita che passa attraverso di lui e continuerà dopo di lui. Sarà dato a lui il più grande straniero, il dono e la paura, il presente e il futuro, idolo e carnefice: un figlio. E dovrà imparare a slegarlo, a lasciarlo essere diverso da come l’aveva immaginato, straniero. Parte di sé e sempre altro da sé, straniero. Accogliere il volto straniero della storia, essere disponibili a lasciarsi fecondare dal mistero è atto di umiltà e insieme di forte libertà. La vita è più grande di noi.

            Gesù è il volto straniero di Dio. Solo chi riesce ad abitare la soglia degli eventi, solo chi non impone la propria idea di Dio può accogliere che Gesù sia così. E che quel volto di uomo sia il volto di Dio.

La chiave per decifrare la vita, per accogliere la sua parte straniera, si chiama amore, e Gesù lo dice spesso: “chi accoglie i miei comandamenti è colui che mi ama”. Mi piace questa cosa dell’amore. Mi piace che la verità dei comandamenti divini sia accessibile solo a chi accetta di esporsi per amore. L’amore non è una conseguenza, l’amore è la disponibilità di stare sulla soglia della tenda e di lasciarsi stupire dalla vita che accade anche nei momenti più impensati. Solo ciò che amo io posso iniziare a comprenderlo. La liturgia di accoglienza di Abramo è il suo modo di dire l’amore verso questi stranieri e grazie a questo… la vita diventa promettente. L’amore non viene dopo, l’amore non è una conseguenza, l’amore è la condizione per accedere al mistero della vita. Noi conosciamo solo ciò che amiamo. Solo chi ama può iniziare a conoscere una persona.

E Giuda a Gesù poi lo chiede: “come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo” che poi detto in modo meno elegante poteva essere descrizione di una specie di delusione… si aspettavano una manifestazione più eclatante! Al mondo intero! Invece no: un po’ di pane, un po’ di vino, un po’ di pesce, l’amicizia, la prossimità alla sofferenza… cose molto ordinarie, cose declinate dentro l’umiltà del “noi”. Gesù sceglie di manifestarsi così, dove la vita è amata. Nel quotidiano di una vita amata può germogliare la promessa.

Ama gli uomini, le loro storie, i loro modo pazzeschi di ingarbugliare la vita, ama le speranze e le disperazioni, ama quell’essere ridicolo che si crede il centro del mondo, ama la sua mancanza totale di misura, e amandolo svela che è molto più che promettente, che lui stesso, l’uomo, è una promessa. Ogni vita accolta e amata svela una promessa. Dobbiamo smettere di fare promesse, dobbiamo iniziare ad amarci così tanto da trovare che noi siamo segno vivente della vita promettente.

E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Se ti apri alla vita l’amore che è sempre misterioso prende casa in te. E non c’è più tabernacolo, tempio, o chiesa, il corpo degli uomini diventa casa di Dio. Sentite la continuità con Genesi? Abramo apre quella tenda al mistero dell’uomo e si scopre fecondato da Dio, la promessa è una vita fecondata. Promettente.

Occorre chiamare vicino, occorre scendere con coraggio ai bordi fragili della vita, dove però la vita è vera, dove soffre, dove si innamora, dove invecchia, dove cerca, dove è vulnerabile e chiamare il Paraclito, implorare l’Amore, che arrivi vicino. E sperare di amare così tanto la vita, ma così tanto, da riconoscerlo l’Amore, anche nell’ora più calda del giorno.

Trinità liturgia Parola

Trinità C

Vuoto a rendere (presenza) Pentecoste C

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Liturgia Parola Pentecoste C

Vuoto a rendere (presenza)

(Giovanni 14)

Pentecoste

Se ognuno si chiude ancora nei propri cenacoli impauriti, se sono tana le nostre chiese, se il mondo fuori ci sembra sempre più minaccioso è solo perché abbiamo capito che Dio è morto. E abbiamo capito bene. C’eravamo tutti quel giorno, quello dell’Ascensione, tutti a guardare il cielo mentre si riprendeva indietro la speranza, si rimangiava la promessa, natale al contrario, spenta la stella cometa, muto di dolore il nostro smarrimento. E mentre Lui tornava al Padre, e lo faceva senza pietà, in cielo, perché lo vedessimo tutti, dentro di noi si apriva un vuoto che nessuno avrebbe chiuso mai più, lo sapevamo, lo sentivamo. L’abbiamo odiato Gesù quel giorno di amore sottratto, anche se sapevamo che forse era giusto così. No, nemmeno la resurrezione avrebbe rimesso le cose a posto, che non si torna indietro dalla morte, nemmeno Dio può. Quel vuoto rimane lì, inchiodato al centro di ogni cosa, al centro di testa, cuore e sentimenti.

Qualcuno prova, ogni tanto, a riempirlo, costruiscono idoli più o meno credibili le religioni, provano a sedare l’urlo e lo fanno riempiendo, ma il vuoto è senza fondo, è senza fine, risucchia ridendo ogni nostro patetico tentativo.

Se ognuno di noi si chiude ancora in cenacoli di paura è perché il vuoto si è aggrappato con le unghie al nostro cuore e non lo molla un attimo, possiamo dimenticarcene, ma solo a tratti, possiamo negarlo, ma non convinciamo nemmeno noi stessi. Dio è morto, il mondo è vuoto e a noi… e a noi non resta che danzare.

Ballare, danzare con il vuoto, con quello spazio che convive in noi, che ci fa disperare. Danzare, buttarci a capofitto in avventure senza ritorno, fare male e farci male, innamorarci, spaventarci, giurare e ricominciare. Non ci resta che ballare con quel vuoto, mentre le religioni continuano a riempire, noi proviamo ad abbracciarlo, a sentire che è parte irrinunciabile di noi. Lo ha detto bene Gesù. Quel vuoto non lo riempiremo se non con sporadici passi di danza, con intuizioni, anticipi di quando anche noi cammineremo in bocca al cielo, che la morte non è altro che l’estremo passo di danza di questa cosa che chiamiamo vita.

“Se mi amate osserverete i miei comandamenti”, unico comandamento è l’amore, e non è forse questo un toccante tremendo passo di danza? Solo chi è vuoto, solo chi non riempie sente il bisogno di aggrapparsi a un altro vuoto, perché l’assenza puoi maledirla oppure trasformarla in possibilità. Non riempiamoci più con dei vani discorsi su Dio ma mostriamo a qualcuno il vuoto che ci portiamo dentro, chiediamo il permesso di poter vedere il vuoto dell’altro e basta parole ma danze leggere di corpi che si sorreggono su questa grande spianata che è il mondo. E la morte non sarà riempita ma abitata dalla tenerezza di due anime in pena che si sorreggono con dolcezza seguendo i ritmi dolci di una melodia di speranza. E danzeremo, e saremo bellissimi.

            Non si può riempire quel vuoto, rimane vuoto, la Resurrezione non nega la morte. E allora cantiamo. Trasformiamo il vuoto in un canto, un ululato dolce alla luna, una struggente malinconica canzone, una richiesta d’Amore sbocciata dalle nostre profonde solitudini: “egli vi darà un altro paraclito”, ecco il nuovo nome di Dio: “Paraclito”, il “Chiamato Vicino”. Dio non è un riempimento ma uno struggente canto di malinconia e possibilità: canteremo all’amore, chiederemo di avere qualcuno vicino e il vuoto si trasfigurerà in una possibilità. Non parleremo più di Dio, Lui sarà il nostro canto di nostalgia, non ci illuderemo di riempire il vuoto con qualcosa ma canteremo il bisogno di avere amore, di sentire una carezza e non saremo pieni mai e così potremo continuare a cantare. E impareremo a farci consolare e finalmente Dio sarà un compagno di viaggio seduto per un attimo dentro a ogni nostra solitudine. La Pentecoste è l’esperienza di Dio Con-solatore che canta il nostro eterno bisogno d’amore. Il Cenacolo protegge, è tana, corazza, chiusura, siamo chiamati a uscire fuori per lanciare in grembo al cielo il nostro grido d’aiuto. E canteremo e saremo finalmente bellissimi.

            Il vuoto dell’Ascensione non lo riempie più nessuno, il cielo ha cancellato i tratti umani della divinità incarnata in Gesù. Assenza irrecuperabile. Solo la vuota disperazione sarebbe rimasta dopo averlo visto sparire come un palloncino sfuggito dalle mani troppo piccole di un bambino distratto. Invece anche quella sua sottrazione è stata trasfigurazione: la semplice negazione di sé è trasformata in spazio per una nuova esperienza di Dio. Gesù Ascende per preparare lo Spazio della nuova incarnazione del divino, Pentecoste nel corpo degli uomini: “prenderemo dimora presso di lui”, il corpo di ogni uomo diventa casa, tempio, spazio, della manifestazione di Dio.

E allora lo cercheremo finalmente solo nei corpi, nel miracolo dei corpi che nascono dalle storie d’amore, nei corpi che corrono incontro alla vita, in quelli che resistono ai colpi del destino. Perfino nei corpi ammalati lo cercheremo. Il vuoto lasciato dall’Ascensione del corpo di Gesù è servito alla Pentecoste dentro ogni corpo d’uomo. Il Vuoto non lo riempie nulla, rimane lì, piantato al centro di ogni nostro pensiero, ma noi saremo cercatori imploranti di calore umano, ecco la nuova definizione di Dio. Ci innamoreremo e per ogni innamoramento faremo fatica, scopriremo la seduzione e l’ambiguità, subiremo la passione, sbaglieremo, tradiremo, scapperemo… saremo drammatici e buffi, schiavi di quella fame d’amore che non permette a nessun corpo sano di credere di poter vivere isolato. Arriveremo a implorare il calore di un corpo. E saremo bellissimi. Il Vuoto non sparirà ma sarà trasfigurato in fame d’amore.

            “Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà quello che vi ho detto”, con l’Ascensione il Signore lascia un vuoto incolmabile in noi, ma grazie a quel vuoto ecco lo spazio per un Segno. Siamo come caverne su cui qualcuno lascia un segno, un segno del Suo passaggio, un Segno del nostro destino ultimo: siamo fatti della stessa sostanza del Cielo, siamo fatti di Infinito. Dobbiamo ricordarcene. Ecco perché lui “insegnerà” e “ricorderà”, ogni uomo è nato sotto il segno del Cielo, ogni uomo è al mondo per suscitarne memoria.

Pentecoste C