Sotto il cielo di Betania Ascensione anno C

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Ascensione C

Sotto il cielo di Betania

(Luca 24,46-53)

Ascensione

 

Avere il coraggio di aprire gli occhi, perfino davanti al male, di lasciarsi calpestare il cuore quando serve, di farsi invadere da questo mistero chiamato Esistere. Avere il coraggio di non scappare, di non tenersi ai margini, di non prendere troppe precauzioni. Avere il coraggio di scendere dentro il cuore degli eventi, di chiamare per nome le proprie fragilità e di non approfittare troppo delle altrui debolezze, concedersi di essere complici di una vita carica di ombre. Avere coscienza di essere ombra. Prendersi i rischi, tutti i rischi, perfino quelli di mostrare il nostro vero volto. Amare, senza pietà, anche quando è evidente che ne usciremo a pezzi. Uccidere il rancore, sopravvivere alla rabbia, zittire i risentimenti. E poi spogliarsi, lasciarsi spogliare, reggere le vergogne, davanti allo specchio, davanti agli altri, davanti a Dio. E ubriacarsi comunque d’amore fino a perdere il controllo, danzare nudi davanti all’Arca dell’Alleanza, muoversi d’istinto, fiutare la gioia, sciogliersi nella poesia.

Patirla la vita, succhiarne il sangue fino all’ultima goccia, osare il coraggio di una storia forse mai risolta ma già, adesso, risorta. Smettere di tenersi a distanza, lasciarsi travolgere da ciò che accade, farsi stringere in un corpo a corpo eroico ed erotico.

E poi risorgere, ma dopo ter giorni, tre lunghi simbolici giorni in cui si è dato spazio a quella sorella fredda che è la morte. Che arriva anche quando non la inviti. E’ che non si può fare l’amore con la vita credendo di chiudere fuori dalla porta le ombre, che non sono altro che la vita stessa, luce e ombra si alimentano vicendevolmente. E allora scendere, scendere nel cuore di tenebra, farsi risucchiare dal ventre caldo e ambiguo dell’esistenza e scoprire che amore e dolore, santità e peccato, estasi e orrore, amicizia e tradimento sono inseparabili. Il bacio è insieme quello di Giuda e quella della Maddalena. Reggere la paura di perdersi in questa ambigua complessità, aggrapparsi alla terra, diventare radice, per reprimere la tentazione di scappare. E riuscire a sentire che lì, in mezzo al cuore del mistero, la passione d’amore di un Crocifisso ha trasfigurato con lucida follia la morte in vita.

Per me è questo che intende Gesù quando dice che “il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno”. Che la vita è patire, sentire, provare e lasciarsi ferire. Che la vita è l’attraversamento di quei tre giorni che sembrano infiniti. Che la vita amata è già vita risorta. Ma che la vita non concede sconti e nemmeno scorciatoie. Che il mare dell’Esodo va sempre attraversato.

Di questo saremo testimoni se sapremo convertirci. E conversione, unica conversione, è decidere di obbedire a quell’istinto di vita che ci rende sempre inquieti e spesso esposti oltre il baratro. Convertirsi dalla tentazione di restare entro recinti protettivi. Convertirsi significa morire per amore. E amare così tanto la morte da sentirla respirare in ogni piega di vita.

I discepoli non comprendono. Nemmeno noi lo comprendiamo. Serve il tradimento, prima, felice colpa, serve la vergogna scritta a chiare lettere su tutti i vangeli, serve il disarmo dalla rabbia e dalla vendetta, serve di non cercare in Giuda l’unico colpevole, capro espiatorio. Serve l’aver provato ribrezzo per se stessi e per tutte le promesse fatte a vuoto e i baci falsi e le meschinità di un cuore che ha cercato pace nella coltre protettiva del potere. Serve ammettere che avevamo confuso la fede con una possibilità di riscatto sociale. Serve aver tradito, serve consapevolezza che continueremo a tradire, serve accettare che il Signore comunque ci guardi, con gli occhi gonfi d’amore, nonostante noi. Serve tornare a commuoversi per gli occhi di chi ci ama comunque, perché sono la cosa più divina che abbiamo.

Allora e solo allora, dopo i tre giorni infiniti in cui i discepoli hanno imparato come si fa a morire, dopo che hanno deciso che ogni giorno dovranno morire (perché sì, si deve morire tutti i giorni), solo allora la conversione sarà completa. E il discepolo finalmente credibile. Non perfetto, credibile.

Il discepolo smetterà di fingersi amante e finalmente si mostrerà per quello che è: amato. Solo e sempre discepolo amato. Cioè discepolo che ha fatto esperienza concreta di un amore capace di farlo risorgere dalla propria miseria.

Siamo solo discepoli amati, l’Amore è solo il Suo, non chiedeteci l’impossibile, abbiate solo pena e tenera compassione per noi, siamo solo discepoli amati, possiamo solo raccontarvi il brivido del suo sguardo, lasciate perdere il nostro. Possiamo solo farvi spazio, raccontarvi che Lui ci rimane fedele, anche quando lo mettiamo in croce.

Ecco perché bisogna aspettarlo a Gerusalemme, ecco perché il dono dell’amore non arriva se non nel luogo esatto del tradimento. Gerusalemme è il confine del potere, ma è anche il luogo del Cenacolo, un rifugio, un nascondiglio, perché dentro Gerusalemme ci si può nascondere bene, perché a Gerusalemme sono tutti ricattabili e allora nessuno ha troppo interesse ad aprire i sepolcri che si tiene dentro. La Resurrezione arriva lì. Nel cuore delle nostre paure. Quando non facciamo come i due di Emmaus, quando non fingiamo di essere solo discepoli dimenticandoci di essere anche scribi, farisei, politici, soldati, Pilato, folla, mercenari, Barabba… di essere sistema. In noi, c’è tutto il Sistema. Legione di male. Uscire da Gerusalemme senza aver fatto i conti con la Gerusalemme che ognuno di noi si porta dentro sarebbe stato il modo migliore per inaugurare l’era del fondamentalismo. Ci sono sepolcri di ipocrisia in ognuno di noi, nei radicali e fondamentalisti sono solo nascosti e negati con più rabbia e paura.

Invece i discepoli stanno lì, a Gerusalemme, e aspettano, vergognandosi forse ma senza disgregarsi troppo in risentimenti e accuse, aspettano lì il dono dell’Amore, di una rinascita che può venire solo da un Amore più grande, dall’alto. Solo dopo vanno. E vanno verso Betania. Luogo di casa e di affetti. Dal Tempio alla casa, come a dire che il sistema religioso non aiuta il fiorire della libertà. Betania, luogo di Lazzaro, spazio della vita oltre la morte. Betania, luogo in cui le unzioni sono fatte per amore, in cui l’Amore non si limita, dove la cura passa dentro i gesti dell’accoglienza fraterna. Ascensione è sentire che la vita umana è benedetta ogni volta che si rende conto di essere sotto il cielo di Betania.

Ascensione C

 

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