Lui torna. Sesta Domenica Pasqua anno C

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Liturgia della Parola Sesta Pasqua C

Lui torna

(Giovanni 14)

VI di Pasqua

E l’Amore viene, e prende casa dentro di me e dentro di te. Dentro, non altrove, dentro. Dentro ogni fibra del corpo, dentro i sentimenti, dentro le parti buie, dentro il mistero di cui siamo per gran parte composti, dentro le paure, dentro le tempeste non ancora sedate, dentro le malattie, dentro le morti, dentro le lacrime, dentro i sorrisi, dentro i progetti, dentro le speranze. Bisogna solo imparare a chiamarlo, l’amore. Evocare, pregare, implorare, pretendere… dipende dal momento, dipende da noi, ma chiamarlo, perché possa venire e dimorare, come dice la pagina del Vangelo di oggi. Forse non serve altro, da imparare dico, non serve altro che questo desiderare l’amore, ma è un cambio radicale della nostra visione del mondo, scoprirsi casa, tabernacolo, tempio, spazio, tana, nido, grotta. Prendere coscienza di questo vuoto immenso che ci costituisce, un vuoto che spesso ci annienta ma che, a volte, riesce a trasfigurarsi in supplica, infinta tenerissima richiesta d’Amore. Vieni amore, vieni a dimorare in me. Solo questo conta, imparare la grammatica dell’invito, il resto è vita che rimane vuota di vita.

L’amore è da implorare, da mendicare non da meritare, cantare il bisogno del Tutto come fanno gli amanti e i poveri. Cantare, e lui viene, e prende dimora, e noi, ogni volta che impariamo ad amare, ogni volta che impariamo ad amarci per quello che siamo ci scopriamo persone abitate, non più vuote. Serve altro?

Ma l’amore è impegnativo, amarsi è impegnativo. Sentirsi inadatti, sporchi, insufficienti, miseri e peccatori è gioco che la Chiesa ha fatto e purtroppo non smette di fare, liturgie che sono inni alla nostra miseria invece che canti gioiosi della grande scoperta: la Pasqua, celebrazione del giorno in cui Dio abbandona definitivamente i sepolcri per abitare le carni dell’uomo.

E così dovremmo imparare a non nominare più Dio, a non nominarlo invano, a non nominarlo neppure con cognizione di causa, non nominarlo più e basta, stare zitti, che non serve a nulla dargli delle definizioni, unico nostro dolcissimo compito è quello di invitarlo, implorarlo con passione come quando il corpo sente il bisogno di essere toccato, come quando manca d’acqua, come pane dopo quaranta giorni di digiuno, come desiderio di vino nei giorni di festa. Eucarestia del bisogno di vivere. Vivere amando, questa l’unica fede degna di fede. E poi sarà lui a nominare l’uomo, e non sarà invano se noi ci saremo educati all’ascolto: “se uno mi ama osserverà la mia parola”. Una Parola ascoltata nella Scrittura, stretta tra le braccia delle relazioni umane che contano, onorata nella custodia del Creato, solennizzata nella liturgia del vivere giorno per giorno la storia, proprio la mia storia, che finalmente avrò imparato ad ascoltare. Ad osservare, con compassione.

L’amore, e quindi Dio, sarà finalmente qualcosa legato con la sopravvivenza del corpo, e finalmente sarà legato alla vita vera. Che poi mi pare questa la vera novità del cristianesimo, la vita vera. Quante volte siamo riusciti a sentire che il divino amore aveva preso casa in noi? Quante volte ci siamo sentiti ingravidare dalla presenza amorosa del divino? Davvero dico, in queste mani che stanno scrivendo, nei vostri occhi che stanno leggendo. Almeno una volta è successo? Abbiamo sentito danzare Dio almeno una volta in noi? Se è difficile rispondere è perché non siamo stati abituati a cercare Dio così, non siamo stati abituati a cercarlo lì. Lo pensavamo sempre sopra e lontano, bisognoso dei nostri inchini e dei nostri sacrifici, lo pensavamo e forse lo pensiamo ancora sempre fuori da noi… la pagina di oggi chiede di rivedere le prospettive, Dio è dentro la nostra storia, si chiama Amore, e il corpo lo sente dentro ogni brivido di innamoramento, è quella la grammatica, il corpo, quando è innamorato, freme di vita, si sente, e se è innamorato ha fede, il resto è vaga illusione e spreco di tempo.

            (Dio è morto nei corpi non innamorati. Sepolcri imbiancati, tabernacoli vuoti, cadaveri in abito liturgico. Dio è morto nel non amore di certe comunità efficienti e tristi. Dio è morto nelle asettiche liturgie. Dio è morto nei tabernacoli delle rigidità. Dio è morto nel moltiplicarsi di una tradizione che non emoziona più. Dio è morto nelle paure del corpo che deve controllarsi sempre, dei riti misurati, delle emozioni sopite, delle intuizioni addomesticate, nelle profezie umiliate).

            Solo l’Amore invece è credibile. Perché è umano e divino, insieme. Dio non è un Qualcosa che è sopra di noi ma dentro, Dio guarda il mondo con noi, è dentro il nostro sguardo. Guardiamo nella stessa direzione. Un Dio dentro diventa un Dio accanto. L’amore per non umiliare prevede l’abbraccio. L’Amore prevede il silenzio e il coraggio di attraversare l’assenza, chi si è innamorato almeno una volta lo sa, l’Amore ha già in sé la scelta di subire il dramma dell’impossibilità della fusione. L’amato è sempre troppo distante. Amare è scegliere la nostalgia, il dolore del distacco, l’attesa. Ecco perché Gesù anticipa i discepoli, e lo dice, ci sarà un tempo in cui non sarò più in mezzo a voi. In quel momento solo il respiro di Dio, lo Spirito Santo, il Suo bacio, potrà aiutarvi ad attraversare le notti, almeno a non venirne annientati. Un bacio memoria in grado di andare a ricordare tutto ciò che è stato amore condiviso con voi. E lo risusciterà. Un respiro caldo e vivo a scendere nel freddo della notte e della solitudine per ricordare, rendere presente, ancora vivo, tutto l’amore che abbiamo condiviso. Si diventa spazi del divino respirando nel Silenzio lo Spirito che scende in noi a suscitare vita. Ecco la preghiera. Quotidiana. Indispensabile Respiro.

            E saremo finalmente pacificati, non perché risolti, quello sarà, alla fine del tempo, ma perché già ora nelle nostre tante paure e nei nostri timori (“non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”) possiamo far scendere, caldo come un respiro d’amante, bello come una lettera appassionata, la sua promessa, promessa d’amore: “vado e tornerò da voi”. E lui torna, ad ogni respiro, ad ogni preghiera, ad ogni fremito d’amore. Lui torna perché ci ha scelti. Lui torna, ed è l’unica nostra pace, lui torna, perché gli manchiamo. Ogni volta che amiamo la vita lui torna in noi, perché siamo la sua casa.

VI di Pasqua C

2 commenti

  1. “I giusti camminano, i sapienti corrono, ma gli innamorati volano”.
    È una citazione di Santa Battista Camilla da Varano che padre Ermes Ronchi restituisce tante volte nelle sue riflessioni.
    Finché gli uomini sapranno innamorarsi, il Signore abiterà in mezzo a noi. Grazie. Buon volo.

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  2. caro don Alessandro, io sono una donna anziana. Leggo le tue omelie con affetto e gioia. Le tue parole che sono pura poesia sono come una fonte fresca che mi disseta. Grazie per il tuo coraggio. Grazie per la tua umanità che sa di calore e di tenerezza. Ti voglio bene.

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