Torneranno i padri? Quinta Domenica Pasqua anno C

Ancora un pezzetto del libro che sarà… insieme è riflessione per domenica prossima. Alessandro

Liturgia Parola Quinta Domenica Pasqua C

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Torneranno i padri?

(Giovanni 13)

V di Pasqua

 

“Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui”, dice questo il Signore, lo dice nell’attimo esatto in cui Giuda abbandona, in cui un figlio tradisce, in cui una porta chiude fuori il calore di un incontro, e io capisco, in quel momento, cosa significa diventare padri, capisco chiaramente quando un figlio oltre che a rimanere figlio assume profilo di paternità. Da come reagisce allo sbattere di una porta.

Si diventa padri glorificando, nonostante tutto, glorificando la vita. Dando gloria alla vita, rinunciando a tradire i figli, pagando il caro prezzo della solitudine e della morte. Come fa Gesù con Giuda.

Si diventa padri, davvero padri, riconoscendo che Giuda non è un traditore ma solo un figlio abitato dall’errore, temporaneamente attraversato, non per sempre. E che i veri traditori siamo noi ogni volta che non troviamo coraggio di glorificare la vita nonostante la vita.

Glorificare, dare gloria al mistero anche quando la vita stessa si chiude fuori e si lascia mangiare dal buio.

Glorificare, guardando con compassione e misericordia i figli, amando e perfino ringraziando per il coraggio dimostrato da chi osa tradirci, perché ha imparato a decidere. Arrivare a sperare che possa aver imparato anche da noi.

Glorificare è amare comunque, e chi ama abitando con dolorosa grazia quel “comunque” è già diventato padre, buon padre.

Il padre si manifesta nel figlio. Il figlio mostra il padre. Divina e umanissima reciproca appartenenza.

C’è solo un modo, uno solo per capire se un figlio è stato partorito a paternità, per capire se sono finalmente tornati i padri: ascoltare le loro confidenze. Se quelli che si definiscono padri continuano a recriminare di non essere amati, di essere stati dimenticati, di non essere considerati, se non sanno fare spazio, se non sanno andarsene, se sanno solo recriminare un ruolo, se implorano goffamente attenzione… sono solo poveri figli. Capricciosi ed egoisti. Viziati. Dio ce ne liberi presto.

Padri sono invece quelli che sanno dare voce all’unico desiderio maturo, al vertice serio dell’amore: “amatevi anche voi gli uni gli altri”, che è come dire che non importa essere amati, che non importa per nulla che torni a casa quell’amore che si presume d’aver versato, che si è imparato a perdere e perdersi come solo gli innamorati sanno fare, ecco l’unico comandamento che rende un padre credibile. Un padre è padre quando accetta di non essere riconosciuto indispensabile. Quando non gli importa più di essere amato, perché gli importa solo del bene dei figli. Il resto sono parole acerbe da ragazzini. Sa perfino prendersi colpe che non ha pur di non rompere l’alleanza tra figli. Questo è un padre.

Un padre è davvero tale se prende le distanze da sé, se inizia a morire, se si preoccupa solo di una cosa: che i figli imparino l’amore tra di loro.

Solo se hai spezzato pane e parole, solo se ti sei compromesso, solo se hai amato e lasciato libero di non amarti, solo se hai testimoniato che avresti dato la vita per loro, solo così, solo alla fine di una vita vissuta con passione e verità può essere credibile questo testamento paterno.

Amare, amare davvero, è imparare a diventare padri. Da subito.

Amare è glorificare la vita anche se è notte e qualcuno sta portando un tradimento in mano ai tuoi nemici.

Amare è glorificare la vita anche quando non ti somiglia più, perché i figli non somigliano mai del tutto ai padri.

Amare è sentire che dentro la tua carne, nei tuoi muscoli, nelle tue ossa, stai facendo spazio a quel Dio di cui avevi sempre sentito parlare, di cui avevi anche parlato, ma che ancora non ti aveva fatto così male.

Amare è sapersene andare, riconoscere quel poco tempo che rimane e concentrarsi solo sui figli. Che loro continuino ad amarsi, che almeno non litighino troppo, che abbiano imparato l’arte della riconciliazione, questo è essere padri.

Amare è sapere che c’è solo un modo per rimanere nelle loro vite. E che questo è in mano loro. Fino a quando troveranno modo per camminare insieme, fino a quando faranno il possibile per non perdersi, fino a quando non ci sarà frattura definitiva, fino a quando spezzeranno pane…

Amare è glorificare così tanto la vita da affidarsi completamente ad altrui fragilissima libertà. Così si partoriscono i figli.

V di Pasqua C

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