Farsi leggere la mano Quarta domenica di Pasqua C

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Quarta domenica di Pasqua C liturgia parola

Farsi leggere la mano

(Giovanni 10)

IV di Pasqua

 Gesù si fa leggere la mano senza pudore dai nostri occhi zingari e curiosi. Gesù apre piano il palmo della sua mano, si intravedono strade e incroci, si riconoscono rughe di forza e pieghe di tenerezza e mentre riconosciamo traiettorie credibili e coerenti, noi, le nostre mani, le chiudiamo, le nascondiamo, le ritiriamo. Lui le cerca, come fosse il nostro primo appuntamento, le sfiora piano, noi non capiamo, abbiamo paura. Ci vuole troppo coraggio, infinita fantasia, per aprirle le nostre mani, per farsi leggere tra le pieghe quella promessa di eternità a cui è così facile non credere più.

Gesù apre la sua mano e subito una linea è evidente, viene dal cielo e si feconda con la carne degli uomini: “le mie pecore ascoltano la mia voce”.  E noi sentiamo un brivido, la linea che dal cielo scende a fecondare la terra è scavata dalla sua voce, è lui che viene a cercarci, come il pastore con le pecore, tutto inizia da lì. Da una parola che ci raggiunge, la sua, che sia parola affidabile lo capiamo subito, non esita a compromettersi con noi: “le mie pecore”, “la mia voce”. Per due volte ci fa sentire suoi, “mie”, “mia”, e mi viene da piangere per le troppe volte che ad ascoltarmi è gente che non vuole compromettersi con me. Mi viene da piangere, da stringere le mani a pugno, contro chi finge di provare stima, affetto, contro chi crede di ascoltare solo perché sente il suono della mia voce, contro chi non ha il coraggio di giocarsi con i miei demoni. Contro i professionisti dell’ascolto, contro chi crede di ascoltare solo perché si lascia attraversare dalla voce dell’altro ma senza soffrire mai, contro chi crede che ascoltare sia solo un dovere, una professione da eseguire con sacrificio, contro chi crede che si possa ascoltare sempre tutti. Contro di me, quando mi sono protetto. Abbi pietà, prendimi nella tua mano, Signore, strappami dalle mie paure. Senza compromissione seria, senza una vita che è pronta a lasciarsi ferire, cambiare, perfino umiliare dal rischio dell’ascolto non ci sarà mai eternità di vita.

 “Io le conosco”, la mano del Cristo si apre ancora, una linea orizzontale adesso, attraversa il palmo della mano, una linea a cercare di conoscere le sue pecore. Lui ci conosce. Uno per uno. E capisco, in quella mano aperta, capisco senza ombra di dubbio, che dovrei imparare a tacere davanti alle persone che non conosco. Conoscere non è sapere. Conoscere è avere una parte del cuore aperta e pronta a custodire le storie dell’altro. Conoscere è fare l’amore e non tracciare schemi di concetti legati da astratti pensieri. Conosce solo chi è innamorato. Allora in quella mano divina aperta io conosco il Suo cuore, e comprendo davvero che per conoscere serve una frequentazione lenta e distesa, capisco che non si possono forzare i tempi, che non tutte le persone che incontro si faranno conoscere, giustamente. Che non può esserci conoscenza senza una parola fedele, che serve tanto silenzio, tanto tempo gratuitamente e follemente sprecato e tanto fare niente. Per conoscere serve ferirsi e perdonare. Perdonare ancora prima di ferirsi. E sento che non ci si può conoscere in gruppo. Sento che le nostre prassi pastorali fatte di fraternità pensate a tavolino sono fallite prima ancora di iniziare, che le parrocchie massificate e i gruppi di volontariato tesi alla produzione di carità molto difficilmente potranno favorire la conoscenza vera. Se non c’è desiderio di conoscersi davvero. Di persona.

Mi seguono”. Solo dopo però. Solo ad amore dichiarato, solo dopo che ci sentiamo suoi, solo dopo un ascolto vero, solo dopo una compromissione totale, solo dopo noi possiamo seguire qualcuno. Oggi nelle nostre comunità non mancano le proposte, ce ne sono fin troppe, manca qualcuno che prima di pretendere di essere seguito si è perso d’amore per noi.

“Seguire” è parola vocazionale, ma è parola che è stata seminata sempre con troppa leggerezza. Gesù non si limita a chiedere di essere seguito con fedeltà e obbedienza (come la Chiesa si ostina a fare) ma aggiunge “nessuno le strapperà dalla mia mano”. E cambia tutto! Seguire è parola vocazionale non solo per il chiamato ma soprattutto per il chiamante. Non per chi è invitato ma per chi invita. Mi vengono i brividi. E sento le lacrime agli occhi, e anche un po’ di rabbia, perché credo che dovremmo chiedere scusa, come chiesa, come uomini di chiesa, per tutte le volte che abbiamo illuso, chiamando, e poi abbiamo abbandonato. Ogni tanto (ma con vergogna e pudore) parliamo di chi abbandona una scelta vocazionale. Lo facciamo per fortuna con timore perché in fondo sappiamo che è troppo facile dare le colpe a chi si è sposato in chiesa e poi si è lasciato. Troppo facile dare le colpe a chi era prete e poi ha cambiato. A chi è entrato in convento e poi ha scelto altro. Troppo facile e anche violento. La domanda vera è: quanto abbiamo saputo essere fedeli noi alla vocazione dell’accompagnamento dopo che abbiamo sedotto e spesso illuso? Dove sono i padri che dovrebbero tenere la mano ai figli? Cosa facciamo dopo i corsi per fidanzati e i cammini di iniziazione cristiana? Sappiamo tenere per mano o abbandoniamo? Perché non ce lo chiediamo mai? Eternità è già qui, ogni volta che la mia mano stringe la mano del fratello e accetta di accompagnarlo in ogni sua traiettoria. E di perdersi con lui. Perché il pastore evangelico pur di non perdere la pecora perde la faccia! Non immola la relazione a nessuno schema, a nessuna tradizione, a nessun sistema.

Eternità è già qui, dice Gesù: “io do a loro la vita eterna”. Eternità è già qui quando sentiamo di essere nel cuore di qualcuno, eternità è essere sicuri di avere almeno una persona che continuerà ad amarci anche dopo che avremo commesso un grave errore, vita eterna è già qui quando viviamo momenti di libertà in cui essere semplicemente quelli che siamo senza dover dimostrare niente a nessuno. Vita eterna è poter credere alle parole d’amore di almeno una persona. Eterno è il tempo se è condiviso con qualcuno che mi aiuta a volermi bene. Eterna è la vita già qui quando sento su di me la fiducia che mi libera dal mio passato. Quando vengo trattato da adulto. Quando mi è data responsabilità. Quando ascolto una poesia e sento il cuore della Realtà battere Oltre. Quando qualcuno prende sul serio i miei desideri.

Sento di camminare sulla mano aperta di un Padre che ha in cuore un solo desiderio: non perdermi. Che poi è il desiderio degli amanti. E allora “eternità” è parola possibile solo su labbra innamorate. E di questo dovremo farcene una ragione. Perché forte come la morte è l’amore ecco perché “nessuno può strapparle dalla mano del Padre”.

IV di Pasqua C

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