Amore Passivo Terza Domenica Pasqua C

3 pasqua

terza Pasqua C

Amore Passivo

(Giovanni 21)

III di Pasqua

 Io vado a pescare”, la voce spezza il silenzio, è quella di Pietro, gli altri non aspettavano altro, subito si lasciano trascinare in un movimento che almeno ha il vantaggio di smuovere l’immobilità del Silenzio tra una apparizione del Risorto e l’altra. Mi affascina il coraggio di Pietro, la concretezza di un uomo che non si lascia vivere. E provo tenerezza per gli altri sei discepoli che avrebbero detto a qualsiasi cosa pur di uscire da quel momento sospeso e logorante. E poi sono belli, comunità stretta attorno a un ideale, finalmente riconciliati e finalmente insieme sulla stessa barca. Non è già Vangelo? Non lo ripetiamo mille volte che in fondo basta volersi bene? Non crediamo che le nostre comunità se sapessero volersi bene sarebbero credibili? Non è il sogno di qualsiasi pensiero pastorale? “Andiamo a pescare” vita, uomini, possibilità e facciamolo insieme, in comunione, e questo basta.

Invece non basta. Prendono nulla i discepoli, anche se si vogliono bene e stanno sulla stessa barca. Vi giuro, mi spiace davvero scriverlo, ma volersi bene non basta, questa è solo l’illusione che ci permette di moltiplicare attività aggregative e ricreative facendo finta che già contengano l’Annuncio. Dopo anni di moltiplicazione di eventi, sinodi, giubilei, piani pastorali, oratori, feste… cosa ci resta davvero? Braccia stanche dal troppo lanciare a vuoto. Non avete idea di quanto mi costi scrivere questa cosa eppure credo che no, amarsi non basta. E’ tantissimo, è bello, ma non basta.

Certo che lo sappiamo o almeno diciamo di saperlo e quindi ci ripetiamo che l’importante è non dimenticare l’essenziale, che senza il Risorto non possiamo combinare nulla, che è Lui a dare senso al nostro esserci nel mondo. Ed è vero, ma cosa vuol dire? Aggiungere preghiere che non incidono per impacchettare il vuoto dentro le nostre reti? Illudersi che basti un crocifisso appeso o che giocare, ma tra le mura di un oratorio, sia sufficiente per dire che stiamo vivendo un atto di fede? Dai, allora perché tutto questo pescare a vuoto? Non basta clericalizzare le attività, questo serve a noi addetti ai lavori per salvare le apparenze. C’è altro, dolorosa ricerca.

Mi fa paura Giovanni 21, intuisco delle tracce di un pensiero scomodo e provo a condividerle con voi, sapendo che ancora non sono pronto a questo commento, mi spiace. Forse tra qualche mese. Forse provando a stare lontano dalla troppa attività. Forse non lo sarò mai. Non so.

Di sicuro il finale del brano è tragicamente illuminante. Dopo che per due volte Gesù chiede a Pietro se lui è pronto a volergli bene Pietro, finalmente, alla terza volta, cede. Pietro cede: “tu sai tutto…” che è come dire “non dipende da me”. Come se Gesù cercasse esattamente il cedimento del suo discepolo. Cedimento per amore. Infatti è proprio in quel momento che arriva la frase che ci inchioda alla paura: “quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”: passività pura, cedimento totale. Gelo. A parlare è Gesù e lo sta dicendo all’uomo che poco prima aveva deciso di andare a pescare portandosi dietro i suoi sei amici. Capite che in queste parole c’è la chiave di tutto?

Quando sarai vecchio”, cioè saggio, cioè arrivato e maturo, solo allora smetterai di lanciare reti e moltiplicare eventi e ubriacarti di appuntamenti, solo allora saprai fare l’unica cosa che rende buona la vita “tendere le mani”, chiedere aiuto. E a me vien da piangere, ma è questo il nostro specifico. Altro che attivismo. Giovanni 21 chiede il martirio e martirio non è decidere di morire eroicamente per un ideale ma lasciare che la vita si svuoti e ci afferri e ci porti dove non vogliamo. Relitti portati a riva, passività d’amore. Altro che “amare le periferie” il Vangelo ci chiede di diventare periferia. Altro che amare il silenzio, Giovanni ci chiede di esserlo.

Tendere le mani e chiedere aiuto, come il bambino illuminato dalla Cometa in quel Natale di duemila anni fa. Come il cadavere del Maestro abbandonato, peso morto, dal legno della croce. Non siamo chiamati ad altro. Questa è la sua Parola, questa è la Parola incarnata.

Portare l’Essenziale è reggere questo peso, portare l’essenziale è fare un passo indietro, è capire di non essere indispensabili, è uscire dai giochi di forza della politica, è abbandonare le carriere, i sistemi, le vanità, è non condannare nessuno, è scusarsi, con gli occhi gonfi, è salutare, è togliersi la veste e allungare le braccia, è sentire il cuore che piange: “chi mi aiuterà?”

Le nostre Comunità rinasceranno dopo che avranno perso tutto. Il giorno che sapranno dire al mondo “Mi puoi aiutare?”. E’ quello che Giovanni 21 racconta moltiplicando indizi. Il primo, un’alba: “quando era già l’alba…” e noi lo sappiamo, se c’è una cosa che non possiamo decidere noi quello è il sorgere del sole. Lui sorge, anche senza di noi. A noi è affidato il compito di accorgercene, di tendere le mani verso il mistero luminoso e di lasciarci rivestire di luce. La nostra testimonianza? Riconoscere la forza delle albe. Passività d’amore.

E poi quel Gesù che “stette sulla riva”, a ricordarci che tutti i nostri sforzi per pacificare il mondo sono inutili e patetici, siamo una barca in mezzo al mare, la terra promessa sarà, ma non è qui, non ora. Diabolici i tentativi di credere alla perfezione, alla pace completa, all’equilibrio interiore o esteriore. Siamo barche in mezzo al mare, abbiamo paura, siamo instabili e fragili, la nostra chiesa sarà sempre così, nessuna possibilità di purezza, di perfezione. Il nostro cuore è così, siamo barche in mezzo al mare. Ma possiamo tendere le mani verso la riva, perché lui ci chiama. Come immagino il testimone credibile? Un naufrago che vede la riva, che vede sulla riva una Promessa di eredità.

E poi quella Parola, la Sua, quella del Maestro che fa ciò che dice. Sembra Genesi: Dio disse e la Vita iniziò. “Gettate la rete dalla parte destra della barca”… e quello che succede è che con i pesci vengono trascinati a riva anche i discepoli. Io il Signore lo riconosco quando mi lascio pescare, quando mi lascio trascinare fuori dal mare di paura e di egoismo che mi abita. Io da solo non riesco. Io non sono altro che un salvato, un pescato, un sopravvissuto.

Dobbiamo ricordarcene sempre, pascere le pecore significa decidere di aver bisogno di loro, mostrare il bisogno “avete qualche cosa da mangiare?”. Spogliarsi di tutto per resuscitare vita nelle persone che amiamo, chiedendo aiuto, la passività dell’amore è affidarsi altro perché su di me impari ad amare. E io impari, passività d’amore, a lasciarmi amare.

III di Pasqua C

2 commenti

    • se c’è una cosa che non possiamo decidere noi quello è il sorgere del sole. Lui sorge, anche senza di noi. A noi è affidato il compito di accorgercene, di tendere le mani verso il mistero luminoso e di lasciarci rivestire di luce. La nostra testimonianza? Riconoscere la forza delle albe. Passività d’amore. GRAZIE

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