Sotto il cielo di Betania Ascensione anno C

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Ascensione C

Sotto il cielo di Betania

(Luca 24,46-53)

Ascensione

 

Avere il coraggio di aprire gli occhi, perfino davanti al male, di lasciarsi calpestare il cuore quando serve, di farsi invadere da questo mistero chiamato Esistere. Avere il coraggio di non scappare, di non tenersi ai margini, di non prendere troppe precauzioni. Avere il coraggio di scendere dentro il cuore degli eventi, di chiamare per nome le proprie fragilità e di non approfittare troppo delle altrui debolezze, concedersi di essere complici di una vita carica di ombre. Avere coscienza di essere ombra. Prendersi i rischi, tutti i rischi, perfino quelli di mostrare il nostro vero volto. Amare, senza pietà, anche quando è evidente che ne usciremo a pezzi. Uccidere il rancore, sopravvivere alla rabbia, zittire i risentimenti. E poi spogliarsi, lasciarsi spogliare, reggere le vergogne, davanti allo specchio, davanti agli altri, davanti a Dio. E ubriacarsi comunque d’amore fino a perdere il controllo, danzare nudi davanti all’Arca dell’Alleanza, muoversi d’istinto, fiutare la gioia, sciogliersi nella poesia.

Patirla la vita, succhiarne il sangue fino all’ultima goccia, osare il coraggio di una storia forse mai risolta ma già, adesso, risorta. Smettere di tenersi a distanza, lasciarsi travolgere da ciò che accade, farsi stringere in un corpo a corpo eroico ed erotico.

E poi risorgere, ma dopo ter giorni, tre lunghi simbolici giorni in cui si è dato spazio a quella sorella fredda che è la morte. Che arriva anche quando non la inviti. E’ che non si può fare l’amore con la vita credendo di chiudere fuori dalla porta le ombre, che non sono altro che la vita stessa, luce e ombra si alimentano vicendevolmente. E allora scendere, scendere nel cuore di tenebra, farsi risucchiare dal ventre caldo e ambiguo dell’esistenza e scoprire che amore e dolore, santità e peccato, estasi e orrore, amicizia e tradimento sono inseparabili. Il bacio è insieme quello di Giuda e quella della Maddalena. Reggere la paura di perdersi in questa ambigua complessità, aggrapparsi alla terra, diventare radice, per reprimere la tentazione di scappare. E riuscire a sentire che lì, in mezzo al cuore del mistero, la passione d’amore di un Crocifisso ha trasfigurato con lucida follia la morte in vita.

Per me è questo che intende Gesù quando dice che “il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno”. Che la vita è patire, sentire, provare e lasciarsi ferire. Che la vita è l’attraversamento di quei tre giorni che sembrano infiniti. Che la vita amata è già vita risorta. Ma che la vita non concede sconti e nemmeno scorciatoie. Che il mare dell’Esodo va sempre attraversato.

Di questo saremo testimoni se sapremo convertirci. E conversione, unica conversione, è decidere di obbedire a quell’istinto di vita che ci rende sempre inquieti e spesso esposti oltre il baratro. Convertirsi dalla tentazione di restare entro recinti protettivi. Convertirsi significa morire per amore. E amare così tanto la morte da sentirla respirare in ogni piega di vita.

I discepoli non comprendono. Nemmeno noi lo comprendiamo. Serve il tradimento, prima, felice colpa, serve la vergogna scritta a chiare lettere su tutti i vangeli, serve il disarmo dalla rabbia e dalla vendetta, serve di non cercare in Giuda l’unico colpevole, capro espiatorio. Serve l’aver provato ribrezzo per se stessi e per tutte le promesse fatte a vuoto e i baci falsi e le meschinità di un cuore che ha cercato pace nella coltre protettiva del potere. Serve ammettere che avevamo confuso la fede con una possibilità di riscatto sociale. Serve aver tradito, serve consapevolezza che continueremo a tradire, serve accettare che il Signore comunque ci guardi, con gli occhi gonfi d’amore, nonostante noi. Serve tornare a commuoversi per gli occhi di chi ci ama comunque, perché sono la cosa più divina che abbiamo.

Allora e solo allora, dopo i tre giorni infiniti in cui i discepoli hanno imparato come si fa a morire, dopo che hanno deciso che ogni giorno dovranno morire (perché sì, si deve morire tutti i giorni), solo allora la conversione sarà completa. E il discepolo finalmente credibile. Non perfetto, credibile.

Il discepolo smetterà di fingersi amante e finalmente si mostrerà per quello che è: amato. Solo e sempre discepolo amato. Cioè discepolo che ha fatto esperienza concreta di un amore capace di farlo risorgere dalla propria miseria.

Siamo solo discepoli amati, l’Amore è solo il Suo, non chiedeteci l’impossibile, abbiate solo pena e tenera compassione per noi, siamo solo discepoli amati, possiamo solo raccontarvi il brivido del suo sguardo, lasciate perdere il nostro. Possiamo solo farvi spazio, raccontarvi che Lui ci rimane fedele, anche quando lo mettiamo in croce.

Ecco perché bisogna aspettarlo a Gerusalemme, ecco perché il dono dell’amore non arriva se non nel luogo esatto del tradimento. Gerusalemme è il confine del potere, ma è anche il luogo del Cenacolo, un rifugio, un nascondiglio, perché dentro Gerusalemme ci si può nascondere bene, perché a Gerusalemme sono tutti ricattabili e allora nessuno ha troppo interesse ad aprire i sepolcri che si tiene dentro. La Resurrezione arriva lì. Nel cuore delle nostre paure. Quando non facciamo come i due di Emmaus, quando non fingiamo di essere solo discepoli dimenticandoci di essere anche scribi, farisei, politici, soldati, Pilato, folla, mercenari, Barabba… di essere sistema. In noi, c’è tutto il Sistema. Legione di male. Uscire da Gerusalemme senza aver fatto i conti con la Gerusalemme che ognuno di noi si porta dentro sarebbe stato il modo migliore per inaugurare l’era del fondamentalismo. Ci sono sepolcri di ipocrisia in ognuno di noi, nei radicali e fondamentalisti sono solo nascosti e negati con più rabbia e paura.

Invece i discepoli stanno lì, a Gerusalemme, e aspettano, vergognandosi forse ma senza disgregarsi troppo in risentimenti e accuse, aspettano lì il dono dell’Amore, di una rinascita che può venire solo da un Amore più grande, dall’alto. Solo dopo vanno. E vanno verso Betania. Luogo di casa e di affetti. Dal Tempio alla casa, come a dire che il sistema religioso non aiuta il fiorire della libertà. Betania, luogo di Lazzaro, spazio della vita oltre la morte. Betania, luogo in cui le unzioni sono fatte per amore, in cui l’Amore non si limita, dove la cura passa dentro i gesti dell’accoglienza fraterna. Ascensione è sentire che la vita umana è benedetta ogni volta che si rende conto di essere sotto il cielo di Betania.

Ascensione C

 

Lui torna. Sesta Domenica Pasqua anno C

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Liturgia della Parola Sesta Pasqua C

Lui torna

(Giovanni 14)

VI di Pasqua

E l’Amore viene, e prende casa dentro di me e dentro di te. Dentro, non altrove, dentro. Dentro ogni fibra del corpo, dentro i sentimenti, dentro le parti buie, dentro il mistero di cui siamo per gran parte composti, dentro le paure, dentro le tempeste non ancora sedate, dentro le malattie, dentro le morti, dentro le lacrime, dentro i sorrisi, dentro i progetti, dentro le speranze. Bisogna solo imparare a chiamarlo, l’amore. Evocare, pregare, implorare, pretendere… dipende dal momento, dipende da noi, ma chiamarlo, perché possa venire e dimorare, come dice la pagina del Vangelo di oggi. Forse non serve altro, da imparare dico, non serve altro che questo desiderare l’amore, ma è un cambio radicale della nostra visione del mondo, scoprirsi casa, tabernacolo, tempio, spazio, tana, nido, grotta. Prendere coscienza di questo vuoto immenso che ci costituisce, un vuoto che spesso ci annienta ma che, a volte, riesce a trasfigurarsi in supplica, infinta tenerissima richiesta d’Amore. Vieni amore, vieni a dimorare in me. Solo questo conta, imparare la grammatica dell’invito, il resto è vita che rimane vuota di vita.

L’amore è da implorare, da mendicare non da meritare, cantare il bisogno del Tutto come fanno gli amanti e i poveri. Cantare, e lui viene, e prende dimora, e noi, ogni volta che impariamo ad amare, ogni volta che impariamo ad amarci per quello che siamo ci scopriamo persone abitate, non più vuote. Serve altro?

Ma l’amore è impegnativo, amarsi è impegnativo. Sentirsi inadatti, sporchi, insufficienti, miseri e peccatori è gioco che la Chiesa ha fatto e purtroppo non smette di fare, liturgie che sono inni alla nostra miseria invece che canti gioiosi della grande scoperta: la Pasqua, celebrazione del giorno in cui Dio abbandona definitivamente i sepolcri per abitare le carni dell’uomo.

E così dovremmo imparare a non nominare più Dio, a non nominarlo invano, a non nominarlo neppure con cognizione di causa, non nominarlo più e basta, stare zitti, che non serve a nulla dargli delle definizioni, unico nostro dolcissimo compito è quello di invitarlo, implorarlo con passione come quando il corpo sente il bisogno di essere toccato, come quando manca d’acqua, come pane dopo quaranta giorni di digiuno, come desiderio di vino nei giorni di festa. Eucarestia del bisogno di vivere. Vivere amando, questa l’unica fede degna di fede. E poi sarà lui a nominare l’uomo, e non sarà invano se noi ci saremo educati all’ascolto: “se uno mi ama osserverà la mia parola”. Una Parola ascoltata nella Scrittura, stretta tra le braccia delle relazioni umane che contano, onorata nella custodia del Creato, solennizzata nella liturgia del vivere giorno per giorno la storia, proprio la mia storia, che finalmente avrò imparato ad ascoltare. Ad osservare, con compassione.

L’amore, e quindi Dio, sarà finalmente qualcosa legato con la sopravvivenza del corpo, e finalmente sarà legato alla vita vera. Che poi mi pare questa la vera novità del cristianesimo, la vita vera. Quante volte siamo riusciti a sentire che il divino amore aveva preso casa in noi? Quante volte ci siamo sentiti ingravidare dalla presenza amorosa del divino? Davvero dico, in queste mani che stanno scrivendo, nei vostri occhi che stanno leggendo. Almeno una volta è successo? Abbiamo sentito danzare Dio almeno una volta in noi? Se è difficile rispondere è perché non siamo stati abituati a cercare Dio così, non siamo stati abituati a cercarlo lì. Lo pensavamo sempre sopra e lontano, bisognoso dei nostri inchini e dei nostri sacrifici, lo pensavamo e forse lo pensiamo ancora sempre fuori da noi… la pagina di oggi chiede di rivedere le prospettive, Dio è dentro la nostra storia, si chiama Amore, e il corpo lo sente dentro ogni brivido di innamoramento, è quella la grammatica, il corpo, quando è innamorato, freme di vita, si sente, e se è innamorato ha fede, il resto è vaga illusione e spreco di tempo.

            (Dio è morto nei corpi non innamorati. Sepolcri imbiancati, tabernacoli vuoti, cadaveri in abito liturgico. Dio è morto nel non amore di certe comunità efficienti e tristi. Dio è morto nelle asettiche liturgie. Dio è morto nei tabernacoli delle rigidità. Dio è morto nel moltiplicarsi di una tradizione che non emoziona più. Dio è morto nelle paure del corpo che deve controllarsi sempre, dei riti misurati, delle emozioni sopite, delle intuizioni addomesticate, nelle profezie umiliate).

            Solo l’Amore invece è credibile. Perché è umano e divino, insieme. Dio non è un Qualcosa che è sopra di noi ma dentro, Dio guarda il mondo con noi, è dentro il nostro sguardo. Guardiamo nella stessa direzione. Un Dio dentro diventa un Dio accanto. L’amore per non umiliare prevede l’abbraccio. L’Amore prevede il silenzio e il coraggio di attraversare l’assenza, chi si è innamorato almeno una volta lo sa, l’Amore ha già in sé la scelta di subire il dramma dell’impossibilità della fusione. L’amato è sempre troppo distante. Amare è scegliere la nostalgia, il dolore del distacco, l’attesa. Ecco perché Gesù anticipa i discepoli, e lo dice, ci sarà un tempo in cui non sarò più in mezzo a voi. In quel momento solo il respiro di Dio, lo Spirito Santo, il Suo bacio, potrà aiutarvi ad attraversare le notti, almeno a non venirne annientati. Un bacio memoria in grado di andare a ricordare tutto ciò che è stato amore condiviso con voi. E lo risusciterà. Un respiro caldo e vivo a scendere nel freddo della notte e della solitudine per ricordare, rendere presente, ancora vivo, tutto l’amore che abbiamo condiviso. Si diventa spazi del divino respirando nel Silenzio lo Spirito che scende in noi a suscitare vita. Ecco la preghiera. Quotidiana. Indispensabile Respiro.

            E saremo finalmente pacificati, non perché risolti, quello sarà, alla fine del tempo, ma perché già ora nelle nostre tante paure e nei nostri timori (“non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”) possiamo far scendere, caldo come un respiro d’amante, bello come una lettera appassionata, la sua promessa, promessa d’amore: “vado e tornerò da voi”. E lui torna, ad ogni respiro, ad ogni preghiera, ad ogni fremito d’amore. Lui torna perché ci ha scelti. Lui torna, ed è l’unica nostra pace, lui torna, perché gli manchiamo. Ogni volta che amiamo la vita lui torna in noi, perché siamo la sua casa.

VI di Pasqua C

Torneranno i padri? Quinta Domenica Pasqua anno C

Ancora un pezzetto del libro che sarà… insieme è riflessione per domenica prossima. Alessandro

Liturgia Parola Quinta Domenica Pasqua C

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Torneranno i padri?

(Giovanni 13)

V di Pasqua

 

“Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui”, dice questo il Signore, lo dice nell’attimo esatto in cui Giuda abbandona, in cui un figlio tradisce, in cui una porta chiude fuori il calore di un incontro, e io capisco, in quel momento, cosa significa diventare padri, capisco chiaramente quando un figlio oltre che a rimanere figlio assume profilo di paternità. Da come reagisce allo sbattere di una porta.

Si diventa padri glorificando, nonostante tutto, glorificando la vita. Dando gloria alla vita, rinunciando a tradire i figli, pagando il caro prezzo della solitudine e della morte. Come fa Gesù con Giuda.

Si diventa padri, davvero padri, riconoscendo che Giuda non è un traditore ma solo un figlio abitato dall’errore, temporaneamente attraversato, non per sempre. E che i veri traditori siamo noi ogni volta che non troviamo coraggio di glorificare la vita nonostante la vita.

Glorificare, dare gloria al mistero anche quando la vita stessa si chiude fuori e si lascia mangiare dal buio.

Glorificare, guardando con compassione e misericordia i figli, amando e perfino ringraziando per il coraggio dimostrato da chi osa tradirci, perché ha imparato a decidere. Arrivare a sperare che possa aver imparato anche da noi.

Glorificare è amare comunque, e chi ama abitando con dolorosa grazia quel “comunque” è già diventato padre, buon padre.

Il padre si manifesta nel figlio. Il figlio mostra il padre. Divina e umanissima reciproca appartenenza.

C’è solo un modo, uno solo per capire se un figlio è stato partorito a paternità, per capire se sono finalmente tornati i padri: ascoltare le loro confidenze. Se quelli che si definiscono padri continuano a recriminare di non essere amati, di essere stati dimenticati, di non essere considerati, se non sanno fare spazio, se non sanno andarsene, se sanno solo recriminare un ruolo, se implorano goffamente attenzione… sono solo poveri figli. Capricciosi ed egoisti. Viziati. Dio ce ne liberi presto.

Padri sono invece quelli che sanno dare voce all’unico desiderio maturo, al vertice serio dell’amore: “amatevi anche voi gli uni gli altri”, che è come dire che non importa essere amati, che non importa per nulla che torni a casa quell’amore che si presume d’aver versato, che si è imparato a perdere e perdersi come solo gli innamorati sanno fare, ecco l’unico comandamento che rende un padre credibile. Un padre è padre quando accetta di non essere riconosciuto indispensabile. Quando non gli importa più di essere amato, perché gli importa solo del bene dei figli. Il resto sono parole acerbe da ragazzini. Sa perfino prendersi colpe che non ha pur di non rompere l’alleanza tra figli. Questo è un padre.

Un padre è davvero tale se prende le distanze da sé, se inizia a morire, se si preoccupa solo di una cosa: che i figli imparino l’amore tra di loro.

Solo se hai spezzato pane e parole, solo se ti sei compromesso, solo se hai amato e lasciato libero di non amarti, solo se hai testimoniato che avresti dato la vita per loro, solo così, solo alla fine di una vita vissuta con passione e verità può essere credibile questo testamento paterno.

Amare, amare davvero, è imparare a diventare padri. Da subito.

Amare è glorificare la vita anche se è notte e qualcuno sta portando un tradimento in mano ai tuoi nemici.

Amare è glorificare la vita anche quando non ti somiglia più, perché i figli non somigliano mai del tutto ai padri.

Amare è sentire che dentro la tua carne, nei tuoi muscoli, nelle tue ossa, stai facendo spazio a quel Dio di cui avevi sempre sentito parlare, di cui avevi anche parlato, ma che ancora non ti aveva fatto così male.

Amare è sapersene andare, riconoscere quel poco tempo che rimane e concentrarsi solo sui figli. Che loro continuino ad amarsi, che almeno non litighino troppo, che abbiano imparato l’arte della riconciliazione, questo è essere padri.

Amare è sapere che c’è solo un modo per rimanere nelle loro vite. E che questo è in mano loro. Fino a quando troveranno modo per camminare insieme, fino a quando faranno il possibile per non perdersi, fino a quando non ci sarà frattura definitiva, fino a quando spezzeranno pane…

Amare è glorificare così tanto la vita da affidarsi completamente ad altrui fragilissima libertà. Così si partoriscono i figli.

V di Pasqua C

Elogio dello Stile

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In questi giorni sto ultimando un lavoro… e quello che avete letto ieri, e quello che trovate qui sotto, sono frammenti… piccole anticipazioni… ero curioso, volevo capire se stavano in piedi… poi dirò di chi sto provando a tratteggiare l’elogio (alessandro)

“Che poi quello che Gesù faceva era di vedere spazi nuovi. Spazi che prima proprio non c’erano, nella vita della gente dico, di quella con le spalle al muro. Era un visionario il figlio di Giuseppe, ti si avvicinava calmo e ti guardava con occhi così profondi che se non ti spaventavi poi finivi per credergli a due occhi così. Lui vedeva dove gli altri lo sguardo lo smarrivano, lui apriva orizzonti dove altri abbassavano ghigliottine di condanna. Tu ti sentivi un fallito? Lui ti mostrava futuro, tu ti sentivi sbagliato? Lui ti indicava la via per ripartire. Tu ti consideravi lebbroso? Lui ti apriva vie di guarigione. Ti portava dove gli altri si fermavano. Perché vedeva, vedeva proprio, uno spazio dove altri non potevano giungere. Un visionario.

Poi non è che solo “vedeva”, lui poi ti portava, sì, ti portava proprio, non si limitava a raccontarlo di come poteva essere la vita nel caso tu avessi avuto il coraggio di cambiare, non erano solo consigli i suoi, no, lui in quei luoghi ti portava proprio. Lui vedeva una vita che ancora non c’era e poi ti chiedeva “vuoi venirci con me? Ti accompagno, dammi la mano”. E tu che credevi di essere contro il muro del peccato ti scoprivi a camminarci dentro quel muro e poi anche oltre. Attraversava i muri Gesù, andava oltre, partiva esattamente dove gli altri si fermavano, ecco perché non è poi così difficile credere che si sia fatto vedere attraversando il muro del Cenacolo il Risorto, l’ha sempre fatto”.

Elogio dello Spiantato

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Sì, madri, fatevene una ragione,
vogliamo morire spiantati.
In fondo siete state voi a tagliare la radice, cordone
ombelicale legame di dipendenza.
Non quella volta, appena nati, voi eravate come svenute,
altri hanno tagliato per voi,
solo dopo il coltello è stato nelle vostre mani
perché tanta paura a infliggere il taglio
ora?

Ma non sentite che senza la lama sulla carne non noi possiamo
camminare?

Le radici prima nutrono poi imprigionano
tagliate madri, tagliate presto, tagliate sempre
andatevene se non ce ne andiamo noi
minacciateci con quel coltello alla gola
se dovesse servire
spiantateci
fateci capire
sacrificio di Isacco, sacrificio di Abramo, sacrificio di Sara
ma non è sacrificio! Non esiste il Dio del sacrificio
è libertà! Capite? Con il coltello alla gola imponeteci di essere liberi
slegateci.
Spiantateci

Uccidere, per lasciare alle radici di non
putrefarsi attorno al vostro cuore.

Elogio dello spiantato,
perché solo chi è spiantato cammina
come alberi che camminano
come chi impara che l’acqua è sempre un passo Oltre
che il fiume chiama,
che le mie radici non sono le vostre

Elogio degli spiantati,
che sembrano vagare
persi,
dispersi
sommersi di dubbi.

Elogio degli spiantati,
elogio di chi è così resistente da morire
spiantato.

Elogio di chi resiste,
elogio di chi non cede,
elogio di chi non mette radici,
perché siamo esuli, pellegrini, gente di esodo, migranti, inquieti, clandestini, gente di passaggio, soggiorni temporanei, contratti a termine, amori inciampati, respiri passeggeri, selvatici
siamo spiantati.

E solo
chi muore spiantato
è uomo che è riuscito
a non tradirsi.

(Alessandro Deho’ – Tentativi per un’altra andatura, temporanea)

Farsi leggere la mano Quarta domenica di Pasqua C

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Quarta domenica di Pasqua C liturgia parola

Farsi leggere la mano

(Giovanni 10)

IV di Pasqua

 Gesù si fa leggere la mano senza pudore dai nostri occhi zingari e curiosi. Gesù apre piano il palmo della sua mano, si intravedono strade e incroci, si riconoscono rughe di forza e pieghe di tenerezza e mentre riconosciamo traiettorie credibili e coerenti, noi, le nostre mani, le chiudiamo, le nascondiamo, le ritiriamo. Lui le cerca, come fosse il nostro primo appuntamento, le sfiora piano, noi non capiamo, abbiamo paura. Ci vuole troppo coraggio, infinita fantasia, per aprirle le nostre mani, per farsi leggere tra le pieghe quella promessa di eternità a cui è così facile non credere più.

Gesù apre la sua mano e subito una linea è evidente, viene dal cielo e si feconda con la carne degli uomini: “le mie pecore ascoltano la mia voce”.  E noi sentiamo un brivido, la linea che dal cielo scende a fecondare la terra è scavata dalla sua voce, è lui che viene a cercarci, come il pastore con le pecore, tutto inizia da lì. Da una parola che ci raggiunge, la sua, che sia parola affidabile lo capiamo subito, non esita a compromettersi con noi: “le mie pecore”, “la mia voce”. Per due volte ci fa sentire suoi, “mie”, “mia”, e mi viene da piangere per le troppe volte che ad ascoltarmi è gente che non vuole compromettersi con me. Mi viene da piangere, da stringere le mani a pugno, contro chi finge di provare stima, affetto, contro chi crede di ascoltare solo perché sente il suono della mia voce, contro chi non ha il coraggio di giocarsi con i miei demoni. Contro i professionisti dell’ascolto, contro chi crede di ascoltare solo perché si lascia attraversare dalla voce dell’altro ma senza soffrire mai, contro chi crede che ascoltare sia solo un dovere, una professione da eseguire con sacrificio, contro chi crede che si possa ascoltare sempre tutti. Contro di me, quando mi sono protetto. Abbi pietà, prendimi nella tua mano, Signore, strappami dalle mie paure. Senza compromissione seria, senza una vita che è pronta a lasciarsi ferire, cambiare, perfino umiliare dal rischio dell’ascolto non ci sarà mai eternità di vita.

 “Io le conosco”, la mano del Cristo si apre ancora, una linea orizzontale adesso, attraversa il palmo della mano, una linea a cercare di conoscere le sue pecore. Lui ci conosce. Uno per uno. E capisco, in quella mano aperta, capisco senza ombra di dubbio, che dovrei imparare a tacere davanti alle persone che non conosco. Conoscere non è sapere. Conoscere è avere una parte del cuore aperta e pronta a custodire le storie dell’altro. Conoscere è fare l’amore e non tracciare schemi di concetti legati da astratti pensieri. Conosce solo chi è innamorato. Allora in quella mano divina aperta io conosco il Suo cuore, e comprendo davvero che per conoscere serve una frequentazione lenta e distesa, capisco che non si possono forzare i tempi, che non tutte le persone che incontro si faranno conoscere, giustamente. Che non può esserci conoscenza senza una parola fedele, che serve tanto silenzio, tanto tempo gratuitamente e follemente sprecato e tanto fare niente. Per conoscere serve ferirsi e perdonare. Perdonare ancora prima di ferirsi. E sento che non ci si può conoscere in gruppo. Sento che le nostre prassi pastorali fatte di fraternità pensate a tavolino sono fallite prima ancora di iniziare, che le parrocchie massificate e i gruppi di volontariato tesi alla produzione di carità molto difficilmente potranno favorire la conoscenza vera. Se non c’è desiderio di conoscersi davvero. Di persona.

Mi seguono”. Solo dopo però. Solo ad amore dichiarato, solo dopo che ci sentiamo suoi, solo dopo un ascolto vero, solo dopo una compromissione totale, solo dopo noi possiamo seguire qualcuno. Oggi nelle nostre comunità non mancano le proposte, ce ne sono fin troppe, manca qualcuno che prima di pretendere di essere seguito si è perso d’amore per noi.

“Seguire” è parola vocazionale, ma è parola che è stata seminata sempre con troppa leggerezza. Gesù non si limita a chiedere di essere seguito con fedeltà e obbedienza (come la Chiesa si ostina a fare) ma aggiunge “nessuno le strapperà dalla mia mano”. E cambia tutto! Seguire è parola vocazionale non solo per il chiamato ma soprattutto per il chiamante. Non per chi è invitato ma per chi invita. Mi vengono i brividi. E sento le lacrime agli occhi, e anche un po’ di rabbia, perché credo che dovremmo chiedere scusa, come chiesa, come uomini di chiesa, per tutte le volte che abbiamo illuso, chiamando, e poi abbiamo abbandonato. Ogni tanto (ma con vergogna e pudore) parliamo di chi abbandona una scelta vocazionale. Lo facciamo per fortuna con timore perché in fondo sappiamo che è troppo facile dare le colpe a chi si è sposato in chiesa e poi si è lasciato. Troppo facile dare le colpe a chi era prete e poi ha cambiato. A chi è entrato in convento e poi ha scelto altro. Troppo facile e anche violento. La domanda vera è: quanto abbiamo saputo essere fedeli noi alla vocazione dell’accompagnamento dopo che abbiamo sedotto e spesso illuso? Dove sono i padri che dovrebbero tenere la mano ai figli? Cosa facciamo dopo i corsi per fidanzati e i cammini di iniziazione cristiana? Sappiamo tenere per mano o abbandoniamo? Perché non ce lo chiediamo mai? Eternità è già qui, ogni volta che la mia mano stringe la mano del fratello e accetta di accompagnarlo in ogni sua traiettoria. E di perdersi con lui. Perché il pastore evangelico pur di non perdere la pecora perde la faccia! Non immola la relazione a nessuno schema, a nessuna tradizione, a nessun sistema.

Eternità è già qui, dice Gesù: “io do a loro la vita eterna”. Eternità è già qui quando sentiamo di essere nel cuore di qualcuno, eternità è essere sicuri di avere almeno una persona che continuerà ad amarci anche dopo che avremo commesso un grave errore, vita eterna è già qui quando viviamo momenti di libertà in cui essere semplicemente quelli che siamo senza dover dimostrare niente a nessuno. Vita eterna è poter credere alle parole d’amore di almeno una persona. Eterno è il tempo se è condiviso con qualcuno che mi aiuta a volermi bene. Eterna è la vita già qui quando sento su di me la fiducia che mi libera dal mio passato. Quando vengo trattato da adulto. Quando mi è data responsabilità. Quando ascolto una poesia e sento il cuore della Realtà battere Oltre. Quando qualcuno prende sul serio i miei desideri.

Sento di camminare sulla mano aperta di un Padre che ha in cuore un solo desiderio: non perdermi. Che poi è il desiderio degli amanti. E allora “eternità” è parola possibile solo su labbra innamorate. E di questo dovremo farcene una ragione. Perché forte come la morte è l’amore ecco perché “nessuno può strapparle dalla mano del Padre”.

IV di Pasqua C

Amore Passivo Terza Domenica Pasqua C

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Amore Passivo

(Giovanni 21)

III di Pasqua

 Io vado a pescare”, la voce spezza il silenzio, è quella di Pietro, gli altri non aspettavano altro, subito si lasciano trascinare in un movimento che almeno ha il vantaggio di smuovere l’immobilità del Silenzio tra una apparizione del Risorto e l’altra. Mi affascina il coraggio di Pietro, la concretezza di un uomo che non si lascia vivere. E provo tenerezza per gli altri sei discepoli che avrebbero detto a qualsiasi cosa pur di uscire da quel momento sospeso e logorante. E poi sono belli, comunità stretta attorno a un ideale, finalmente riconciliati e finalmente insieme sulla stessa barca. Non è già Vangelo? Non lo ripetiamo mille volte che in fondo basta volersi bene? Non crediamo che le nostre comunità se sapessero volersi bene sarebbero credibili? Non è il sogno di qualsiasi pensiero pastorale? “Andiamo a pescare” vita, uomini, possibilità e facciamolo insieme, in comunione, e questo basta.

Invece non basta. Prendono nulla i discepoli, anche se si vogliono bene e stanno sulla stessa barca. Vi giuro, mi spiace davvero scriverlo, ma volersi bene non basta, questa è solo l’illusione che ci permette di moltiplicare attività aggregative e ricreative facendo finta che già contengano l’Annuncio. Dopo anni di moltiplicazione di eventi, sinodi, giubilei, piani pastorali, oratori, feste… cosa ci resta davvero? Braccia stanche dal troppo lanciare a vuoto. Non avete idea di quanto mi costi scrivere questa cosa eppure credo che no, amarsi non basta. E’ tantissimo, è bello, ma non basta.

Certo che lo sappiamo o almeno diciamo di saperlo e quindi ci ripetiamo che l’importante è non dimenticare l’essenziale, che senza il Risorto non possiamo combinare nulla, che è Lui a dare senso al nostro esserci nel mondo. Ed è vero, ma cosa vuol dire? Aggiungere preghiere che non incidono per impacchettare il vuoto dentro le nostre reti? Illudersi che basti un crocifisso appeso o che giocare, ma tra le mura di un oratorio, sia sufficiente per dire che stiamo vivendo un atto di fede? Dai, allora perché tutto questo pescare a vuoto? Non basta clericalizzare le attività, questo serve a noi addetti ai lavori per salvare le apparenze. C’è altro, dolorosa ricerca.

Mi fa paura Giovanni 21, intuisco delle tracce di un pensiero scomodo e provo a condividerle con voi, sapendo che ancora non sono pronto a questo commento, mi spiace. Forse tra qualche mese. Forse provando a stare lontano dalla troppa attività. Forse non lo sarò mai. Non so.

Di sicuro il finale del brano è tragicamente illuminante. Dopo che per due volte Gesù chiede a Pietro se lui è pronto a volergli bene Pietro, finalmente, alla terza volta, cede. Pietro cede: “tu sai tutto…” che è come dire “non dipende da me”. Come se Gesù cercasse esattamente il cedimento del suo discepolo. Cedimento per amore. Infatti è proprio in quel momento che arriva la frase che ci inchioda alla paura: “quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”: passività pura, cedimento totale. Gelo. A parlare è Gesù e lo sta dicendo all’uomo che poco prima aveva deciso di andare a pescare portandosi dietro i suoi sei amici. Capite che in queste parole c’è la chiave di tutto?

Quando sarai vecchio”, cioè saggio, cioè arrivato e maturo, solo allora smetterai di lanciare reti e moltiplicare eventi e ubriacarti di appuntamenti, solo allora saprai fare l’unica cosa che rende buona la vita “tendere le mani”, chiedere aiuto. E a me vien da piangere, ma è questo il nostro specifico. Altro che attivismo. Giovanni 21 chiede il martirio e martirio non è decidere di morire eroicamente per un ideale ma lasciare che la vita si svuoti e ci afferri e ci porti dove non vogliamo. Relitti portati a riva, passività d’amore. Altro che “amare le periferie” il Vangelo ci chiede di diventare periferia. Altro che amare il silenzio, Giovanni ci chiede di esserlo.

Tendere le mani e chiedere aiuto, come il bambino illuminato dalla Cometa in quel Natale di duemila anni fa. Come il cadavere del Maestro abbandonato, peso morto, dal legno della croce. Non siamo chiamati ad altro. Questa è la sua Parola, questa è la Parola incarnata.

Portare l’Essenziale è reggere questo peso, portare l’essenziale è fare un passo indietro, è capire di non essere indispensabili, è uscire dai giochi di forza della politica, è abbandonare le carriere, i sistemi, le vanità, è non condannare nessuno, è scusarsi, con gli occhi gonfi, è salutare, è togliersi la veste e allungare le braccia, è sentire il cuore che piange: “chi mi aiuterà?”

Le nostre Comunità rinasceranno dopo che avranno perso tutto. Il giorno che sapranno dire al mondo “Mi puoi aiutare?”. E’ quello che Giovanni 21 racconta moltiplicando indizi. Il primo, un’alba: “quando era già l’alba…” e noi lo sappiamo, se c’è una cosa che non possiamo decidere noi quello è il sorgere del sole. Lui sorge, anche senza di noi. A noi è affidato il compito di accorgercene, di tendere le mani verso il mistero luminoso e di lasciarci rivestire di luce. La nostra testimonianza? Riconoscere la forza delle albe. Passività d’amore.

E poi quel Gesù che “stette sulla riva”, a ricordarci che tutti i nostri sforzi per pacificare il mondo sono inutili e patetici, siamo una barca in mezzo al mare, la terra promessa sarà, ma non è qui, non ora. Diabolici i tentativi di credere alla perfezione, alla pace completa, all’equilibrio interiore o esteriore. Siamo barche in mezzo al mare, abbiamo paura, siamo instabili e fragili, la nostra chiesa sarà sempre così, nessuna possibilità di purezza, di perfezione. Il nostro cuore è così, siamo barche in mezzo al mare. Ma possiamo tendere le mani verso la riva, perché lui ci chiama. Come immagino il testimone credibile? Un naufrago che vede la riva, che vede sulla riva una Promessa di eredità.

E poi quella Parola, la Sua, quella del Maestro che fa ciò che dice. Sembra Genesi: Dio disse e la Vita iniziò. “Gettate la rete dalla parte destra della barca”… e quello che succede è che con i pesci vengono trascinati a riva anche i discepoli. Io il Signore lo riconosco quando mi lascio pescare, quando mi lascio trascinare fuori dal mare di paura e di egoismo che mi abita. Io da solo non riesco. Io non sono altro che un salvato, un pescato, un sopravvissuto.

Dobbiamo ricordarcene sempre, pascere le pecore significa decidere di aver bisogno di loro, mostrare il bisogno “avete qualche cosa da mangiare?”. Spogliarsi di tutto per resuscitare vita nelle persone che amiamo, chiedendo aiuto, la passività dell’amore è affidarsi altro perché su di me impari ad amare. E io impari, passività d’amore, a lasciarmi amare.

III di Pasqua C