Pasqua? E’lui che ci crede Seconda Domenica di Pasqua C

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Liturgia Parola Seconda Domenica Pasqua C

Pasqua? è lui che ci crede

(Giovanni 20)

II di Pasqua

 

«No, credere a Pasqua non è                                                                                              giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera                                                                                                                                         è al Venerdì Santo                                                                                                             quando Tu non c’eri lassù…”.

                                    (Padre David Maria Turoldo)

No, Turoldo, non sono d’accordo con te, non è vero che “credere a Pasqua non è giusta fede” come scrivi tu, è credere sul Calvario che non è fede piena e sai perché? Perché troppo bello è credere il Venerdì Santo, perché il suo corpo è lì, perché è tutto evidente. Perché troppo bello sei Signore sulla croce, troppo bello il tuo corpo fatto a pezzi e rifiutato, così bello che lo stiamo più o meno artisticamente replicando da duemila anni in ogni modo. Eroico, sfigurato, resistente. Tu sulla croce sei, e noi ti vediamo e ti riconosciamo e ci riconosciamo: fatti a pezzi come te. Sulla croce possiamo vederti e ti sentiamo simile a noi con quel Dio sempre troppo muto e distante. È bello credere al Venerdì Santo perché tutto è evidente. Non è difficile credere al dolore, ci accompagna da sempre e sappiamo che ci accompagnerà per sempre. Troppo bello sei sulla croce! Ci somigliamo. Ma il giorno di Pasqua cosa è invece?

È non riuscire a rimanere in casa, chiusi, in una tana. È non poter fare quello che facciamo di solito: delle nostre paure tessere una coperta dentro cui rannicchiarci. Pasqua è la tua invadenza, è rinunciare al desiderio di rimanere malinconici eroi romantici sconfitti. È dover mostrare ancora il volto al mondo quando sarebbe così comodo rimanere nel Cenacolo consolatorio del nostro eroico fallimento.

Troppo bello sei il Venerdì Santo, così bello che vorremmo estendere il buio del Calvario sul resto della nostra vita e danzarci dentro, danzare nel buio, accanto alle nostre paure che ci fanno tanta compagnia, a cui, alla fine, ci affezioniamo.

Troppo difficile la Pasqua, troppo difficile credere che le ferite possano essere attraversate. Troppo difficile non credere che siano l’epilogo, che il mondo è terribile e che inchioda sempre la libertà e a pagare sono i buoni.

Troppo difficile decidere di rimettersi in cammino: cosa diranno di noi? Che ti abbiamo dimenticato? Che non eravamo abbastanza innamorati? Che stiamo fingendo? Che siamo falsi? che razza di vedove siamo se non sappiamo tenere il lutto per più di tre giorni? Troppo difficile credere a Pasqua e reggere l’incomprensione che l’Amore genera in chi non è innamorato. Il dolore apre alla compassione molto più di quanto possa fare l’amore.

Troppo facile credere il Venerdì Santo, ci affezioniamo così tanto alle nostre ferite! Uscire allo scoperto è luce troppo abbagliante, non riusciamo a tenere gli occhi aperti. E poi sulla croce tu sei, lì. Ed è facile individuare vittima e carnefice. Tutto è più chiaro all’ombra della croce, Pasqua invece è un invito al cammino, è credere che siamo degni di fiducia, ancora, nonostante tutto. E questo è davvero difficile. Perché se il Venerdì Santo è riuscire a credere in un Dio che muore per amore, o credere in un’umanità che uccide per cattiveria questo non solo è possibile ma è davvero bello, invece Pasqua no. Pasqua non è credere in un Dio o in un uomo, non è credere in qualcosa di altro da noi, la difficoltà vera, la vera Resurrezione è comprendere che Pasqua è tornare a credere in noi stessi, e questo è molto più difficile. “Come il Padre ha mandato ma così io mando voi”. Troppo facile credere in qualcosa o in qualcuno Signore, fede piena è credere che Tu creda ancora in noi, fede piena è tornare a credere in noi stessi e andare. Rimettersi in cammino. Tornare a parlare di te.

Detto questo soffiò…” Pasqua è credere in un Soffio, e un soffio non fa rumore quanto il colpo del martello sui chiodi. Credere in un Soffio Divino che come bacio ritorna a dare primavera alle cose, sentire ancora il respiro profondo della vita in ogni dove, in ogni esperienza, in ogni sillaba. Resurrezione è il fremito della vita che ricomincia, senza fare rumore.

Credere a Pasqua è difficile, molto più facile il Venerdì Santo, la croce è evento evidente e definitivo, Risorgere invece è chinarsi piano sul proprio passato, riconoscerlo per quello che è e baciarlo, è baciare anche le parti di cui ci vergogniamo, è qualcosa di delicato, paziente, bellissimo e estremamente duro.

Credere a Pasqua non è gesto sbilanciato sul futuro, non è evento che sarà ma è riconoscere luce in tutti i passaggi di vita che sono adesso, qui, e anche su tutti quelli che sono già stati, quelli che ci hanno portato ad essere quello che siamo. A risorgere è il nostro passato, che ci guarda commosso di luce.

Credere il Venerdì Santo è semplice, basta sentirsi colpevoli, sentirsi in colpa, e questo non ci viene difficile ma perdonarsi, quello è davvero divino. Risorto è ciò che è perdonato “a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati…”, il perdono non è un compito ma una condizione essenziale, solo ciò che è profondamente riconciliato, solo ciò che è amato è Risorto. “Perdono” è il nome proprio della Pasqua.

No credere il Venerdì Santo non è vera fede, aggrapparsi alle ferite come a una reliquia, vedere nel sangue la redenzione sacrificale delle nostre miserie, credere che il tuo dolore sia stato dono a placare rabbie divine non è vera fede, quella è antica scaramantica religione. Credere a Pasqua è lasciar andare le ferite, è non avere più il bisogno nemmeno di toccarle, è arrivare a dire “mio”: “mio Signore e mio Dio”, è credere che la nostra identità profonda, così come è, può ancora permettersi di alzarsi e di stare davanti a Dio.

Fede vera non è credere il Venerdì Santo dove tutti se ne vanno piangendo percuotendosi il petto, processioni barocche di un’umanità senza contegno, fede vera è Pasqua, quando noi ricominciamo a credere in noi stessi.

Resurrezione non è atto di fede in un gesto potente e finale ma umile atto di riconoscimento nel divino che decide di credere ancora in noi, nonostante noi. Proprio perché siamo noi. E tornare da capo e commuoverci accorgendoci che non eravamo noi a credere in Gesù ma lui a credere in noi.

II di Pasqua C

 

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