Pasqua? E’lui che ci crede Seconda Domenica di Pasqua C

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Liturgia Parola Seconda Domenica Pasqua C

Pasqua? è lui che ci crede

(Giovanni 20)

II di Pasqua

 

«No, credere a Pasqua non è                                                                                              giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera                                                                                                                                         è al Venerdì Santo                                                                                                             quando Tu non c’eri lassù…”.

                                    (Padre David Maria Turoldo)

No, Turoldo, non sono d’accordo con te, non è vero che “credere a Pasqua non è giusta fede” come scrivi tu, è credere sul Calvario che non è fede piena e sai perché? Perché troppo bello è credere il Venerdì Santo, perché il suo corpo è lì, perché è tutto evidente. Perché troppo bello sei Signore sulla croce, troppo bello il tuo corpo fatto a pezzi e rifiutato, così bello che lo stiamo più o meno artisticamente replicando da duemila anni in ogni modo. Eroico, sfigurato, resistente. Tu sulla croce sei, e noi ti vediamo e ti riconosciamo e ci riconosciamo: fatti a pezzi come te. Sulla croce possiamo vederti e ti sentiamo simile a noi con quel Dio sempre troppo muto e distante. È bello credere al Venerdì Santo perché tutto è evidente. Non è difficile credere al dolore, ci accompagna da sempre e sappiamo che ci accompagnerà per sempre. Troppo bello sei sulla croce! Ci somigliamo. Ma il giorno di Pasqua cosa è invece?

È non riuscire a rimanere in casa, chiusi, in una tana. È non poter fare quello che facciamo di solito: delle nostre paure tessere una coperta dentro cui rannicchiarci. Pasqua è la tua invadenza, è rinunciare al desiderio di rimanere malinconici eroi romantici sconfitti. È dover mostrare ancora il volto al mondo quando sarebbe così comodo rimanere nel Cenacolo consolatorio del nostro eroico fallimento.

Troppo bello sei il Venerdì Santo, così bello che vorremmo estendere il buio del Calvario sul resto della nostra vita e danzarci dentro, danzare nel buio, accanto alle nostre paure che ci fanno tanta compagnia, a cui, alla fine, ci affezioniamo.

Troppo difficile la Pasqua, troppo difficile credere che le ferite possano essere attraversate. Troppo difficile non credere che siano l’epilogo, che il mondo è terribile e che inchioda sempre la libertà e a pagare sono i buoni.

Troppo difficile decidere di rimettersi in cammino: cosa diranno di noi? Che ti abbiamo dimenticato? Che non eravamo abbastanza innamorati? Che stiamo fingendo? Che siamo falsi? che razza di vedove siamo se non sappiamo tenere il lutto per più di tre giorni? Troppo difficile credere a Pasqua e reggere l’incomprensione che l’Amore genera in chi non è innamorato. Il dolore apre alla compassione molto più di quanto possa fare l’amore.

Troppo facile credere il Venerdì Santo, ci affezioniamo così tanto alle nostre ferite! Uscire allo scoperto è luce troppo abbagliante, non riusciamo a tenere gli occhi aperti. E poi sulla croce tu sei, lì. Ed è facile individuare vittima e carnefice. Tutto è più chiaro all’ombra della croce, Pasqua invece è un invito al cammino, è credere che siamo degni di fiducia, ancora, nonostante tutto. E questo è davvero difficile. Perché se il Venerdì Santo è riuscire a credere in un Dio che muore per amore, o credere in un’umanità che uccide per cattiveria questo non solo è possibile ma è davvero bello, invece Pasqua no. Pasqua non è credere in un Dio o in un uomo, non è credere in qualcosa di altro da noi, la difficoltà vera, la vera Resurrezione è comprendere che Pasqua è tornare a credere in noi stessi, e questo è molto più difficile. “Come il Padre ha mandato ma così io mando voi”. Troppo facile credere in qualcosa o in qualcuno Signore, fede piena è credere che Tu creda ancora in noi, fede piena è tornare a credere in noi stessi e andare. Rimettersi in cammino. Tornare a parlare di te.

Detto questo soffiò…” Pasqua è credere in un Soffio, e un soffio non fa rumore quanto il colpo del martello sui chiodi. Credere in un Soffio Divino che come bacio ritorna a dare primavera alle cose, sentire ancora il respiro profondo della vita in ogni dove, in ogni esperienza, in ogni sillaba. Resurrezione è il fremito della vita che ricomincia, senza fare rumore.

Credere a Pasqua è difficile, molto più facile il Venerdì Santo, la croce è evento evidente e definitivo, Risorgere invece è chinarsi piano sul proprio passato, riconoscerlo per quello che è e baciarlo, è baciare anche le parti di cui ci vergogniamo, è qualcosa di delicato, paziente, bellissimo e estremamente duro.

Credere a Pasqua non è gesto sbilanciato sul futuro, non è evento che sarà ma è riconoscere luce in tutti i passaggi di vita che sono adesso, qui, e anche su tutti quelli che sono già stati, quelli che ci hanno portato ad essere quello che siamo. A risorgere è il nostro passato, che ci guarda commosso di luce.

Credere il Venerdì Santo è semplice, basta sentirsi colpevoli, sentirsi in colpa, e questo non ci viene difficile ma perdonarsi, quello è davvero divino. Risorto è ciò che è perdonato “a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati…”, il perdono non è un compito ma una condizione essenziale, solo ciò che è profondamente riconciliato, solo ciò che è amato è Risorto. “Perdono” è il nome proprio della Pasqua.

No credere il Venerdì Santo non è vera fede, aggrapparsi alle ferite come a una reliquia, vedere nel sangue la redenzione sacrificale delle nostre miserie, credere che il tuo dolore sia stato dono a placare rabbie divine non è vera fede, quella è antica scaramantica religione. Credere a Pasqua è lasciar andare le ferite, è non avere più il bisogno nemmeno di toccarle, è arrivare a dire “mio”: “mio Signore e mio Dio”, è credere che la nostra identità profonda, così come è, può ancora permettersi di alzarsi e di stare davanti a Dio.

Fede vera non è credere il Venerdì Santo dove tutti se ne vanno piangendo percuotendosi il petto, processioni barocche di un’umanità senza contegno, fede vera è Pasqua, quando noi ricominciamo a credere in noi stessi.

Resurrezione non è atto di fede in un gesto potente e finale ma umile atto di riconoscimento nel divino che decide di credere ancora in noi, nonostante noi. Proprio perché siamo noi. E tornare da capo e commuoverci accorgendoci che non eravamo noi a credere in Gesù ma lui a credere in noi.

II di Pasqua C

 

Voglio imparare ad amare Pasqua C

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Pasqua Liturgia Parola

Voglio imparare ad amare

(Giovanni 20)

Pasqua

 

 Voglio imparare ad amare, come se questo fosse “il primo giorno della settimana” o il primo giorno della mia vita o anche l’ultimo. Voglio perché se non imparo muoio. Voglio imparare ad amare perché se non inizio ad amare, la mia vita non comincerà mai, perché comincia solo chi ama. Perché la vita è mossa solo da chi ha il cuore che batte per un volto.

Voglio imparare ad amare come fosse l’ultimo giorno della mia vita perché so già che quando sarò ad un passo dal mio ultimo respiro, se avrò la grazia di essere ancora cosciente, vedrò in quel momento svanire tutto dietro di me, ma proprio tutto. Tutto tranne l’amore. E mi sorprenderò a sorridere di me accorgendomi che l’amore si è mosso spesso senza il mio permesso, per fortuna.

Voglio imparare ad amare perché se non inizio adesso, subito, se non ricomincio come uno che non ha mai iniziato, rischio di non capire nulla della vita e della morte, della fede e della Resurrezione. Solo chi ama comprende.

Voglio imparare ad amare, come Maria Maddalena nel Vangelo che si “reca al sepolcro al mattino, quando era ancora buio”. Che non riesce a stare a letto, che la notte senza amore è troppo vuota, che almeno un cadavere su cui piangere è meglio del freddo che entra dentro le ossa.

Voglio imparare ad amare come la Maddalena anche se questo significa imparare a fare cose inutili. Inutili come andare di notte a un sepolcro. E sento che quando imparerò a sentire che nella vita le cose che contano davvero sono proprio quelle in-utili (le cose essenziali non portano nessun guadagno) io inizierò a risorgere. Nessun utile nell’alba e nel tramonto, in questo dolore per un “no”, nessun utile a stare sveglio di notte, a camminare per i boschi, nessun utile a fermarsi, a lasciar passare l’altro, a sfilarsi fuori senza rancore da ogni competizione, a lasciar passare il tempo. Nessun utile nel dire candidamente “ho sbagliato” oppure “non vi servo più”. Nessun utile nel piangere, non serve a niente, per questo è bellissimo. Come andare di notte incontro a un cadavere amato.

Voglio imparare ad amare, come la Maddalena, che forse ha tanto peccato (dicono) ma che per aver tanto amato adesso danza la gioia con Lui.

Voglio imparare ad amare come Maria Maddalena che riesce a dire “hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto”, che è una frase che solo chi è innamorato può permettersi di pensare. Perché imparare ad amare è sapere che l’Amore non svanisce, al massimo viene portato via. E allora lo cerchi perché sai che è vero che esiste, perché lo hai respirato, perché ti manca. Imparare ad amare è dire che non sappiamo dove stia l’amore perché l’amore non rimane, l’amore non si lascia catturare da un libro, da una religione, da una Chiesa, l’amore è la ricerca stessa dell’amore. Impara ad amare solo chi non smette di cercare.

Voglio imparare ad amare come Maria Maddalena che “stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva”. Voglio imparare ad amare anche se questo significa “rimanere all’esterno” per sempre cioè portarsi per sempre dentro il cuore il peso di un vuoto incolmabile, perché chi ama lo sa, si consegna all’incompiutezza. Non è vero che noi amando ci completiamo, noi amando comprendiamo e sentiamo la ferita della nostra eterna imperfezione. Ci vuole coraggio per chiedere di imparare ad amare.

Voglio amare come la Maddalena, voglio provare a imparare, anche se amare significa imparare il linguaggio segreto delle lacrime, e poi presidiare i sepolcri, perché amare è cammino da funambolo sempre sospeso su una corda tirata tra l’Adesso e il Non Ancora. Voglio imparare ad amare anche se questo significa accarezzare la morte che come bestia feroce non sempre si lascia ammansire. Perché o si ama da morire oppure non si ama per nulla.

Voglio imparare ad amare come amava Maria Maddalena che arriva fino al termine del Vangelo per un motivo, un motivo solamente: farsi chiamare per nome. E allora e solo allora comprende che solo chi ci ama può pronunciare il nostro nome senza sciuparlo. I primi discepoli dopo esser stati chiamati per nome, molto dopo, hanno imparato l’amore, Maria, che è donna e che è più raffinata e che nella vita aveva già sofferto troppo, attende di comprendere di essere davvero amata prima di lasciare che l’amato pronunci il suo nome. Voglio imparare ad amare, prima di pronunciare qualsiasi nome. Fosse anche prima di pronunciare parole come “porta”, “acqua” o “finestra”, prima di pronunciare qualsiasi suono vorrei ricordarmi d’amare. Perché le cose risorgono se chiamate per nome da un cuore che ama.

E qui mi accorgo che mentre sto imparando ad amare sto imparando a risorgere, e a far risorgere.

Voglio imparare ad amare come ha amato Maria Maddalena che chiama Gesù “Rabbunì” mio maestro, perché ha capito che l’unico modo per vedere la realtà, che è molto più di quello che percepiamo, bisogna imparare a guardare il mondo come lo guardava Gesù. Vedere luce e dilatarla, indicare la bellezza che resiste in ogni corpo, in ogni storia, in ogni condizione. Che c’è bellezza capace di trasfigurare la vita dentro ogni esperienza, oltre la malattia, oltre l’errore, oltre la lebbra, oltre la religione…

Voglio imparare ad amare come amava Maria, slegando. Lasciando andare. Senza trattenere. Perché alla fine è quello che ha dovuto capire Abramo slegando Isacco, che il volto di Dio non era per nulla come il volto che si era fatto di Lui. E poi doveva accettare Abramo che Isacco facesse un’esperienza diversa di Dio, personale, la sua. Ecco credo che Maria Maddalena abbia imparato ad amare quando ha trovato il coraggio di accettare che lei non avrebbe avuto l’esclusiva su Gesù, nemmeno sull’amore. Slegare Gesù è accettare che l’esperienza dell’Amore sia sempre unica e irripetibile, anche quando non ci piace. Unica e irripetibile come la luce che Gesù scopriva in fondo agli occhi di ogni uomo.

Pasqua messa del giorno Gv 20

Grazie Veglia Pasqua

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Veglia Pasqua Liturgia Parola

Grazie

(Letture Veglia Pasqua)

Pasqua

Grazie Signore per la luce del giorno e per le tenebre della notte, grazie per le acque che scendono dal cielo e per quelle che si raggruppano nel mare, grazie per la terra, per i suoi frutti, per i suoi deserti, per le sue aridità. Grazie per gli alberi, grazie per gli animali, grazie per le stelle. Grazie per il sole e per la luna. E grazie anche per l’uomo. E forse questo è il ringraziamento più difficile. Grazie perché in ogni cosa, in ogni istante, se facciamo silenzio, sentiamo il suono che svuota ogni altro suono e che tutto riempie, sentiamo la Parola silenziosa e viva nelle cose. Grazie per Genesi, che sempre ci racconta di noi.

Grazie per Abramo e per Isacco, grazie per il coraggio che hanno avuto, arrivare al limite senza morire, vedere la lama ma fermarsi un soffio prima del sangue. Solo chi arriva al limite può dirsi capace di amare.

Grazie Signore di Genesi perché hai abolito ogni idea di sacrificio, grazie perché l’unico miracolo che chiedi è quello di slegare, di lasciar andare, liberi. Grazie per i figli che si slegano, grazie per i padri che non trattengono e grazie per tutte le delusioni che possono nascere in questo infinito legame di vita.

Grazie per Mosè e per la sua mano a dividere le acque del mare, grazie a chi ha scritto quei testi così carichi di orgoglio e di immagini. Grazie perché se leggiamo bene, sotto il frastuono e le grida di vittoria, c’è il racconto di un mare che si apre, di acque che lasciano passare vita.

Grazie perché se sappiamo abbassare i toni, in quelle pagine di Esodo, sentiamo ancora tutta la tenerezza di chi rompe le acque per venire alla luce. E’ il vagito di un popolo.

Grazie perché in quella pagina ci sono tutti gli smarriti che trovano traccia di cammino in mezzo alle onde del dolore e dello smarrimento. Signore donaci occhi visionari, sognatori, profetici, donaci occhi capaci di vedere una strada in mezzo al mare, perché finché non la crediamo lei non sarà.

Grazie Isaia, perché fai giurare Dio. Lo fai giurare di non abbandonarci mai, nonostante la nostra incapacità evidente all’amore. Grazie perché osi mettere sulle labbra di Dio un canto d’amore che altro non è che la sua dichiarazione di compromissione con noi. Grazie Isaia per il profilo di questo Amante Divino compromesso per amore.

Grazie per quel tuo grido di gratuità, grazie perché ci ricordi che la vita non si compra e non si vende, è. E basta questo per essere felici. Grazie perché ci inviti alla ricerca del Suo volto. Gratuito non significa facile, gratuito non significa banale o scontato. Aiutaci a cercare non solo ciò che ci serve ma anche ciò che ci viene donato.

Grazie al profeta Baruc, grazie per come ci ricorda che la morte contamina il cuore. Liberaci da discorsi di morte, da parole di morte, da pensieri di morte. Donaci di imparare di nuovo l’alfabeto della pace, quello che ci permette di comprendere che il vero straniero, quello che dovrebbe davvero far paura, quello con cui non dovremmo contaminarci non è fuori ma dentro di noi.

Grazie Ezechiele, grazie perché hai raccontato con lucidità la follia d’amore divina. Noi, popolo che profana la bellezza con l’egoismo e lui, il Signore, a dire ancora che il mondo crederà a Dio vedendo la bellezza del suo popolo. Un Dio che non si mostra mai al mondo se non dentro le trame, incerte, dell’umano.

Grazie a San Paolo, perché nella metafora battesimale traccia la nostra traiettoria di speranza: morire con Cristo per risorgere con Lui. A noi portare questa speranza a chi non vede speranza, a chi crede che sia tutto finito, a chi cede alla seduzione della morte. Noi moriamo per nascere, se amiamo, il nostro destino è in Lui.

Grazie alle donne del vangelo, grazie perché hanno amato, grazie perché dove tutti vedevano buio e morte loro hanno visto alba e possibilità. Grazie per il loro profumo e per le loro mani delicate. Grazie per il loro coraggio ad entrare nel sepolcro, grazie per il volto chinato per la paura. Grazie perché hanno creduto all’amore e lo hanno raccontato.

Grazie alle donne che non smettono di narrarlo.

Grazie perché ci ricordano che credibile è solo un cuore innamorato.

Grazie alla Parola, perché per attraversare la notte serve una storia da raccontare. Per andare da morte a vita serve una storia che ci racconti.

Pasqua messa veglia

Solo l’Amore fa Giovedì Santo anno C

giovedì santo

Giovedì Santo Cena Signore Liturgia della Parola

Solo l’Amore fa

(Giovanni 13)

Giovedì Santo

 

 Sapere e capire. “Sapendo che era venuta la sua ora”. “Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani”. “Sapeva chi lo tradiva”. Sapere e capire, sono queste le due parole che danzano nella pagina toccante in cui Gesù lava i piedi ai discepoli. “Tu ora non lo capisci, lo capirai dopo”. “Capite quello che ho fatto per voi?”. Sapere e capire. Parole che però sono da riportare a casa, nella loro vera tana, parole bambine da prendere tra le braccia e da spogliare, come togliersi gli abiti per lavare i piedi ai tuoi amici. Parole a cui far deporre le vesti della sicurezza e dell’arroganza tipiche di chi crede che “sapere” significhi non avere dubbi. Deporre le corazze a parole che hanno diritto di tornare a essere calde, perché “capire” non vuol dire “comprendere”.

Sapere, per Gesù, non è spiegare ogni cosa, ossia togliere le pieghe del mistero e della complessità ma, al contrario, perdersi dentro l’invisibile delle cose. Sapere che le cose sono fatte per “passare da questo mondo al Padre”. Sapere è parola di vento, inafferrabile, umile, dai mille volti, è soffio invisibile, è riconoscere che le radici di ogni cosa sono fisse in Cielo, che ogni cosa è incamminata verso il ritorno all’origine. Che tutto torna, non perché è compreso dalla mente umana, ma perché è incamminato verso la sua radice: l’Amore. Trentatré anni per sapere che ogni volto, ogni ruga, ogni albero, ogni animale, ogni pietra è una manifestazione piccola, parziale ma totale dell’amore. E allora sapere non è spiegare ma mostrare con compassione che ogni aspetto della vita parla d’Amore, parla del Padre.

Sapere non è conoscere ogni cosa, non sono pagine di teorie raffinate, sapere è amare così tanto il mondo, è guardarlo con tanta e bruciante passione, da permettergli di sentire che ognuno di noi racconta un frammento dell’Amore da cui proviene. Ecco perché Gesù “avendo amato i suoi li amò sino alla fine” perché ha compreso che si capisce solo ciò che si ama (eccola la Legge dell’Amore, unica Eucarestia). Gesù ha insegnato che il sapere vero è quello che passa dal coinvolgimento totale per ciò che si ama, senza questo passaggio preventivo tutto è inutile. Sapere che ogni cosa che si ama davvero, anche la più apparentemente dolorosa, svela la sua Origine d’Amore, è l’Amore l’unica vera sapienza. Fare l’amore. E lasciare che l’Amore faccia la vita.

Non possono ancora capire i discepoli, capiranno, ma solo dopo essersi accorti di essere stati ferocemente amati. Dopo che l’Amore avrà trasfigurato anche la parte più orribile della storia: il tradimento, la violenza, la morte.

Sapere e capire, due parole tenerissime che non vanno sguainate davanti al mondo per cercare di addomesticare il reale, ma vanno spogliate e accompagnate vicino al cuore, con tenerezza, con delicatezza. Due parole che ci ricordano che sapere e comprensione sono azioni da rivolgere a noi stessi.

Io non so cosa succederà, io non ho previsioni sulla vita, non so quello che accadrà, quasi nulla è in mio potere, l’unica cosa che desidero davvero, quella che ho imparato a comprendere nella mia vita, è che davanti agli eventi della storia io vorrei avere un cuore capace di amare comunque. Questo so, vorrei morire amando. E capendo che l’unica cosa che trasfigura il mondo, l’unica cosa che cambia, l’unica rivoluzione possibile è narrare l’amore di cui le persone sono fatte, narrare l’amore che hanno già dentro e di cui non possono mai sbarazzarsi del tutto, narrare l’amore di cui sono portatori spesso inconsapevoli. Perdonare non per mio eccesso di bontà, ma perdonare dalla croce perché dalla croce io vedo ancora amore, anche quando è negato, anche quando è rabbiosamente rifiutato. Non sono così ingenuo da credere che ogni cosa amata risorga immediatamente a vita nuova, la maggior parte delle volte sarà apparente fallimento, però sono sicuro che nessuna resurrezione, nessun cambiamento vero, nessuna rivoluzione può nascere da una storia non amata.

Alla fine, sapere e capire, non sono frutto di una teoria ma di un gesto di innamoramento. Adesso so che sapere è gesto materno, tenere i piedi di chi si ama tra le mani. E amarli così tanto da vederne, con chiarezza, il tragitto di ritorno verso il Padre. Sapere è amare le rughe e i tagli perché sono il segno che non ci si è nascosti. Perché sono gli errori a renderci quello che siamo. Perché forse non esistono nemmeno gli errori, esiste la vita che va amata anche quando non rispecchia quello che avremmo voluto essere. Sapere è commuoversi per le unghie dei piedi dei discepoli, per lo sporco tra le dita, per le loro dita storte, per i calci che quei piedi hanno dato, per la loro meravigliosa normalità. Per la vergogna che i discepoli non riescono a nascondere. Per le strade che faranno, e che saranno così diverse da quelle che avrei fatto io. Eppure sento di amarle, perché se non le amassi non risorgerebbero. Solo ciò che si ama viene alla luce. Perfino questi piedi. E nessun piede è uguale all’altro e ognuno viene alla luce in modo diverso.

“Capite quello che ho fatto per voi?”, rimane quella domanda sospesa a mezz’aria da duemila anni. La scrive Giovanni mentre decide di togliere il gesto del pane dal suo vangelo. No che non lo capiamo, e sai perché? Perché non siamo ancora abbastanza innamorati. Meglio il pane del Cielo, meglio tutto questo sacro e questa astrazione, le processioni e gli ostensori, meglio innamorarsi di un’idea che dell’uomo. No che non capiamo quello che hai fatto per noi e sai perché? Perché non siamo abbastanza innamorati della vita. Della vita così come è. Del corpo, della terra, dell’acqua e del fuoco, della pioggia, degli alberi e degli animali, della muffa, delle crepe, della puzza. Dell’uomo soprattutto, soprattutto dell’uomo, sempre. Ed è per questo che non riusciamo a risorgere. Eppure tu l’hai detto così bene… “amando i suoi che erano nel mondo” solo “amandoli fino alla fine”…la vita risorge. L’amore preventivo e totale è l’unica sapienza e l’unica comprensione possibile del mondo. Bisogna deporre le vesti, sentirsi nudi, tradire le attese e sapere che il resto è tutto tempo perso. L’unica eucarestia non è venerare un pane ma amare tutto così tanto, fino alla fine, dall’uomo ad un frammento umile di pane da sentire che ogni cosa profuma d’Amore. Profuma di Infinito. Profuma di Dio.

Giovedì Santo Gv 13

Nel posto del male (le cose a posto) Quinta Quaresima Anno C

Quinta Domenica Quaresima anno C

Liturgia Parola Quinta Domenica Quaresima C

Nel posto del male (le cose a posto)

(Giovanni 8)

V Quaresima anno C

 

 

E si svuota il cuore, manca il respiro, da dentro senti che sono lacrime quelle che spingono per uscire. Credevi che il mondo fosse più semplice. Credevi di esserti mosso bene e di aver anche imparato qualcosa. Credevi che fosse sufficiente obbedire alle leggi, almeno a quelle più evidenti, quelle che tutti riconoscono. Credevi che non è poi così difficile dividere il giusto dallo sbagliato. Poi basta un silenzio di troppo, un cambio di prospettiva e tutto crolla. Anzi no, tu crolli, e quello che fino a quel momento sembrava santità diventa inferno. E vorresti morire.

Come quando porti una donna sorpresa in adulterio davanti a Gesù. Evidenza del male. Non ci possono essere discussioni. Lo so, qualcuno si sta servendo di lei per incastrare Gesù, ma qualcuno ci credeva davvero. Credeva che Gesù stesse smantellando ogni legge, che stesse relativizzando il bene e il male, che rendesse tutto lecito. Qualcuno credeva davvero che Gesù stesse distruggendo il passato e le sue leggi e le sue tradizioni. E allora porta l’evidenza dell’errore davanti ai suoi occhi. Una donna indifendibile. Cosa fare davanti all’incarnazione dell’errore?

Gesù non dice nulla, scrive per terra, dilata il tempo. E la prima cosa che si capisce leggendo questa pagina è la signoria di Gesù, non si lascia trascinare dagli eventi. Non ha urgenza di rimettere le cose a posto, non ha paura del mondo, non ha paura del male, non ha paura di essere giudicato, non ha paura dell’errore. Non ha paura. Si prende il tempo, non si lascia schiacciare dalle cose.

E questo mi mette in crisi. Gesù non ha paura di niente. Ha il cuore custodito Altrove. Quando invece vince l’atteggiamento da scriba o da fariseo invece nasce sempre l’urgenza di ordine. Ordine e disciplina, per coprire la nostra paura. Ordine e chiarezza per rimettere le cose a posto. Ma quale è il posto vero delle cose? E soprattutto quale è il nostro vero posto? Questo chiede Gesù.

Scribi e farisei insistono. E allora Gesù prende quella violenza che sente attorno a lui è fa una cosa bellissima, una di quelle che ti cambia la prospettiva per sempre: sposta l’attenzione. Chiede un passaggio di responsabilità. Chiede di esporsi. Non è azione risolutiva, vedremo, non sconfigge la violenza, ma aiuta la conversione dello sguardo, primo passo: responsabilità. Chi di voi è senza peccato? Che è come dire: tu rispetto all’errore da che parte stai? Quale posto occupi? Il male c’è e ci sarà sempre, non possiamo vivere come se non ci fosse, non possiamo immaginare un mondo senza male quindi la domanda vera diventa: tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi scaglia pietre? E cosa credi di fare, di seppellire il peccato? Stai dalla parte di chi sa sempre da che parte è la verità? Da che parte stai tu? Sì, “tu” e non “voi”, con un “chi” Gesù sfila fuori le identità personali dal mucchio. Nel mucchio la mia pietra si mischia con altre pietre ma quello è un gioco vigliacco. La domanda vera, quella che arriva a scuoterci anche oggi è “io da che parte sto rispetto al male?”. Vivo ancora nell’illusione che è qualcosa che è solo fuori di me? Vivo nell’illusione che con una violenza giusta io posso rimettere ordine? Vivo nell’illusione che la maggioranza e una legge chiara possono risolvere ogni problema? Vivo nella blasfema illusione che colpire chi sbaglia mi rende migliore? Vivo nel ricatto continuo che mi fa cercare sempre un nuovo colpevole per sottrarmi al giudizio? Vivo nella ossessione di trovare sempre un capro espiatorio su cui convogliare la violenza per salvarmi dalle pietre altrui? Rispetto al male che ci portiamo addosso, da che parte stiamo?

(E la parte adultera che ci portiamo dentro? E quella violenza che nascondiamo? E quel risentimento che ci deforma il cuore? E quelle apparenze sempre negate e difese? Che posto occupiamo?)

I vecchi lasciano cadere i sassi.  E se ne vanno. Non escono dalla logica della violenza, ma sono abbastanza furbi da non esporsi. Tropo rischioso. Meglio lasciar cadere i sassi, per questa volta.

E poi si china di nuovo, Gesù, a scrivere. Solo lui e la donna rimangono, e poi la guarda negli occhi. E le rivolge quella domanda splendida “dove sono?” che la vita è davvero questione di posizione. Dove si sono messi, dove sono andati, dove sono io e dove sei tu rispetto al male che comunque c’è, è dentro, che è impastato nelle cose della terra? Il male che è un mistero, il male che si vorrebbe seppellire, negare, distruggere. Il male che ci fa paura. Dove sono? Lontani gli scribi e i farisei, non reggono il confronto.

Nessuno ti ha condannata?” chiede Gesù. “neppure io”, aggiunge. Gesù scardina la logica della condanna. Il male non si sconfigge condannandolo, non basta. Serve di posizionarsi in modo diverso. Anche la donna se ne va. E sembra una pagina di perdono e di conversione. Ma non è solo questo. Questa è una di quelle pagine che non si concludono. Rimane sospesa la domanda sulla responsabilità rispetto al male. Dove siamo chiamati a metterci? Quale il posto da occupare per rispondere al doloroso enigma del male? Se non posso condannarlo frontalmente, se non posso seppellirlo e ucciderlo scagliando pietro cosa mi rimane? Mettermi al centro del male stesso. Nel posto occupato dal male.

Gesù sceglie di posizionarsi nel cuore del male. Non prende le distanze, lo riconosce e lo abita. La croce. Gesù accetta di mettersi esattamente al centro del male, tra due crocifissi, accetta di perdere faccia, credibilità, fascino, accetta di deludere, accetta tutto, di farsi umiliare da ogni tipo di potere ma cammina nel cuore del male. Fin nel suo centro mortale, il Golgota. E lì compie l’unico gesto possibile: non condanna nessuno.

Non c’è altra via. Riconoscere il male, riconoscere che ci abita anche, che ne siamo comunque sempre complici, accettare di non apparire perfetti, accettare di perdere l’immagine che ci siamo costruiti ma stare, occupare, adagiarsi nel luogo esatto delle vittime del male. Del male che si compie e di quello che si subisce, ha poca importanza, si è sempre vittime anche da carnefici. Gesù sta, da solo, al posto della donna adultera. Assume quella posizione scomoda e non cerca capri espiatori, non condanna. Questo è quello che siamo chiamati a fare. Responsabilmente, rischiando. Riconosco il male, riconosco che fa male, ma comprendo anche che l’unica cosa che posso chiamare peccato è la “condanna”. Condannare è l’unico peccato. E imparare a prendere il posto dell’uomo, che è sempre vittima e carnefice insieme, prendere quel posto ma per non condannare più nessuno, per condannare ogni tipo di condanna. Prendere posto per disarmare la paura e la tentazione di un mondo perfetto.

V Quaresima C 2019 Il posto giusto delle cose