Non voglio morire allo stesso modo Terza Quaresima anno C

terza quaresima

Liturgia Parola Terza Domenica Quaresima C

Non voglio morire allo stesso modo

(Luca 13,1-9)

III Quaresima anno C

 

E non riuscire a separare il sangue della vittima da quello del carnefice. Non voglio morire così. Sangue su sangue, a rendere irriconoscibile la vita del sacrificio da quella del sacrificato. Sangue nel sangue, sul pavimento di un qualsiasi santuario, profumo dolciastro, rosso denso, a seccare al sole. Non voglio che il mio sangue, come quello dei Galilei, scorra insieme a quello dei sacrifici. Non voglio morire di sacrificio.

Non voglio morire così, non tanto perché esigo di non morire schiacciato sotto il peso di qualche maceria dovuta a qualche crollo improvviso no, quello non sta a me deciderlo, io non voglio morire con il drammatico senso di colpa di chi si vede stritolato dagli eventi. Come quei diciotto che si videro franare addosso la torre di Siloe e forse come ultimo pensiero si chiesero “perché proprio a me?”. Non voglio morire schiacciato dai sensi di colpa.

Non voglio morire come quelli che si presentano da Gesù usando un fatto di sangue, citando Pilato e il Tempio, e si capisce stavano chiedendo altro, stavano provocando “dove era Dio in quel momento? Perché è rimasto muto, assente?”. Non voglio morire così, con gli occhi superbi e risentiti che incolpano il Padre.

Non voglio morire senza aver imparato che la vita accade, che la vita succede, che ci si ammala, si muore, si vive, si fanno figli, che danzano gli eventi e solo dopo, forse, se ne riconosce una qualche trama. Non voglio morire senza aver imparato che la vita spesso non si capisce, la vita scorre libera. Non voglio morire senza essermi convinto che anche Dio si stupisce per le pieghe inattese degli eventi.

Non voglio morire così, ha ragione Gesù, il rischio c’è “morirete tutti allo stesso modo”, no, io voglio un modo nuovo. Un modo che non preveda il piegarsi alla disumana logica di un concetto assurdo di Dio, quello che pretende il mio sangue, il mio sacrificio. Voglio un modo altro, rispetto alla logica del senso di colpa e di peccato. Voglio un modo che non sia lo stesso, voglio vivere e non morire. Voglio convertire lo sguardo.

Non posso più chiedermi “dove sei?” domanda infantile. Tu non sei dentro qualcosa e fuori qualcos’altro. Tu non sei una cosa, un concetto, una presenza da spostare come soprammobile ingombrante o come trofeo da esibire con orgoglio.

Dio non è nel sangue del sacrificio, nemmeno in quello dei sacrificati. Dio non è nelle pietre che cadono e nemmeno in quelle che resistono, nemmeno nei corpi schiacciati. Dio non è nelle nostre domande, nei nostri trabocchetti. Dio non è nemmeno nell’immagine di Dio che ci costruiamo giorno dopo giorno. Forse la vita scorre proprio per portarsi via la nostra rappresentazione di quello che chiamiamo Realtà. Per portarsi via le apparenze che spesso nascondono invece di evocare.

Non voglio morire “allo stesso modo” di chi accusa il divino, ma nemmeno di chi pateticamente lo difende sempre solo perché ha paura di stare solo. Dio non è nelle mie accuse e nemmeno nelle mie difese. Dio non è nella domanda “dove sei?”.  Vorrei fare silenzio. E trovarti. E lasciarmi trovare.

Ho bisogno anche io di una parabola, per vedere sotto le apparenze. “Un tale aveva piantato un albero di fichi…”

Il fico non è sterile perché non produce frutti, è il padrone ad essere sterile perché vuole tagliarlo. Il fico non è sterile fino a quando ci sarà un fertile cuore di contadino disposto a credere nel futuro: “lascialo ancora quest’anno”. Io non voglio morire come tutti, io voglio morire da contadino, dopo aver imparato l’arte di dilatare il tempo in nome della Speranza. Questo è divino, ed è frutto, ed è generativo.

Io voglio morire così, da contadino, voglio morire imparando l’arte della cura. E forse non dimostrerò mai il volto di Dio ma lo suonerò con il mio respiro, magari non parlerò di lui ma imparerò ad esserne parte della sua infinita melodia. Apparirò, tra due silenzi, come una nota musicale.

Voglio morire imparando a zappare intorno a ciò che sembra morto, e dare nutrimento alla terra anche quando sembra esausta. Voglio essere fertile, vivo, io il frutto maturo in un mondo apparentemente deserto. Io il frutto divino in un mondo impaurito.

Se muoiono i Galilei nel Tempio io non voglio chiedermi perché Dio non è intervenuto ma voglio fare silenzio e cercare le vedove lasciate sole nel dolore e abbracciare i figli sopravvissuti a tanta violenza. Voglio zappare intorno al mondo che vede cadere le torri cercando gli occhi di diciotto donne senza marito, di madri senza figli, di padri schiacciati dal dolore. Non ti chiederò più “Dio dove sei?” ma ogni giorno voglio chiedermi “io dove sono?”.

Il fico non è sterile perché non produce frutti. La vita non è sterile perché scorre sangue o crollano torri. Dio non è assente perché non interviene e resta muto. Morte, morte vera, è non saper costruire speranza. Io non voglio “morire allo stesso modo”, io voglio sentirti nelle mani che spostano le macerie, nelle dita che asciugano lacrime, tra le urla delle vite spezzate, tra i cuori infranti delle donne sole, io voglio respirarti nel sangue attaccato alle pareti del tempio, io ti cerco e ti trovo non con occhi colpevolizzanti ma in ogni sguardo che riconosce la cura. Il miracolo non è guarire, risolvere la vita, miracolo, miracolo vero è il gesto di cura. Che è il gesto del contadino.

Io non voglio “morire allo stesso modo”. Non voglio morire da padrone o da accusatore. Io voglio, prima di morire, aver imparato lo sguardo del contadino, che vede vita nel tempo da concedere, perché il tempo è più grande di noi. Che vede vita nei tre anni passati dal fico a non dare frutti perché non sono tre anni di fallimento ma tre anni di tentativi. Voglio imparare a potare, che non è tagliare, perché chi taglia uccide, chi pota libera. Voglio imparare a lasciare, “lascialo ancora”, che non è abbandonare ma affidare al futuro. Voglio imparare a zappare, che non è ferire il suolo ma dare aria alla terra. Voglio imparare lo sguardo del contadino, prima di “morire come tutti”, di sacrificio o senso di colpa, voglio capire come rendere buona la terra che mi è stata affidata, quella che non voglio più maledire nemmeno quando mi sembra ostile. Voglio, prima di morire, capire bene quella parabola di Luca, e convertire lo sguardo, Dio non è il tale che pretende frutti dal fico ma è la danza di cura del Vignaiolo.

III Quaresima C 2019 Non voglio morire così

Un commento

  1. Grazie; zappare,potare, contadino…Parole che dicono anche di te, immagino solo il tuo percorso, ma le parole di oggi mi fanno sentire che dentro alla fatica di delusioni, attese, solitudini ti ribelli alla chiusura che fa morire e coltivi gesti di cura e libertà … Quante cose da dirci don, in questi giorni una preghiera x mia mamma che non sta bene. Tuo papà si é rimesso? Buona domenica Mari

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