Tanto alla fine sbagliamo sempre Quarta Quaresima anno C

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Liturgia Parola Quarta Domenica Quaresima C

Tanto, alla fine, sbagliamo sempre

(Luca 15)

IV Quaresima anno C

 

 

Tanto, alla fine, sbagliano tutti. Ma proprio tutti. Perché è una parabola e una parabola non è buon senso ma graffio alle orecchie, ferita sul cuore, scandalo per il pensiero. Sbagliano tutti perché è una parabola ma anche perché è la vita a essere così, non vince il buon senso, non vince la logica, non siamo esistenze composte ed educate. Siamo sempre figli e padri sbagliati: chiediamo eredità senza sapere dove andare, siamo padri senza autorità, figli che masticano rancore. Sbagliamo se ce ne andiamo, sbagliamo se restiamo, sbagliamo se facciamo festa. Sbagliamo se perdoniamo.

Perché è una parabola, non possiamo ridurla ad una favola dove il padre è buono perché è misericordioso, qui anche il padre sbaglia, e la parabola lo sa bene. Non è questo il punto. La parabola seve a fare a pezzi le apparenze, a svelare contraddizioni. La parabola esplicita la vita.

E poi è senza finale questa storia. Nessuno porta a compimento una qualche traiettoria. Rimangono tutti distanti. Neppure l’Onnipotente riesce, abbraccia un figlio che rimane muto nel cuore di una festa senza misura e senza logica. Si umilia per andare incontro all’altro figlio a cui non è riuscito far arrivare il suo amore. E lui rimane distante. La parabola è coraggiosa, non solo dice che tanto, alla fine, sbagliamo sempre tutti, ma anche che tutti dobbiamo fare i conti con una distanza incolmabile, senza fine. Si rimane sempre distanti dagli altri e forse anche da se stessi e si sta male.

            Il figlio minore prende le distanze. Non si capisce cosa stia cercando certo, in casa, sta male. Alla parabola non interessa indagare le ragioni profonde, solo descrivere l’urlo di un ragazzo che la vita la aggredisce. Parte con qualcosa che chiama “sogno”, agisce di pretesa (eredità) e poi si schianta contro la realtà (bisogno). Benedetta o maledetta carestia, non so, di certo la traiettoria porta il ragazzo dal sogno al bisogno, e la vita si arena in un porcile. Umiliazione più grande non sono i maiali ma il dover ammettere la regressione, accontentarsi di un bisogno. Carrube. E di un bisogno ancora più fondamentale, l’altro, “…ma nessuno gli dava nulla”. E rientra in se stesso. E qui la parabola graffia senza pietà: aspettare che gli altri riempiano i nostri vuoti e i nostri bisogni è davvero rientrare in se stessi? Noi siamo davvero questa cosa? Uomini incapaci di vivere senza l’assenso pietoso degli altri? Non sappiamo nemmeno allungare la mano per prenderci carrube? La parabola descrive uno schiavo incapace di libertà. Sotto il sogno batte il cuore di uno schiavo incapace di autonomia.

Tanto alla fine si sbaglia sempre. E il finale non c’è. Il figlio non è figlio, si autodefinisce schiavo. Il padre non accetta e lo stordisce con una festa senza senso. Lui, il figlio, muto. Il padre, sconfitto, ripropone libertà (veste e anello). La parabola si ferma qui. Poteva essere più drammatica? Certifica una distanza incolmabile. Perché il padre non lo fa parlare questo benedetto figlio? Perché tanta esagerazione? A coprire che cosa? Sembra quasi che il padre abbia paura di questo schiavo travestito (letteralmente travestito!) da figlio! Paura, sì, che il figlio scelga di rimanere schiavo. Il figlio, o lo schiavo, non so, rimane sospeso in una distanza abissale e drammatica. Una festa intorno, il silenzio dentro, un padre che a un certo punto esce di scena. Ci può essere una condizione più drammatica? Si può dire in maniera più chiara che noi siamo segnati radicalmente da una distanza che sembra incolmabile tra noi e la libertà? Tra la morte e la vita. Arenati nella paura e assordati dai ritmi di una festa che ci spaventa. Che non vorremmo fosse per noi.

            Che poi tanto alla fine si sbaglia comunque, e che puoi anche rimanere nel perimetro della casa, sotto l’ombra del padre, che tanto distante ci sei comunque. Anche se sei il maggiore dei figli. Perché alla fine anche tu recrimini: “non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici”. Lo stesso errore: aspettarsi che sia l’altro a riempire la mia mancanza, a risolvermi la vita, senza pretendere esplicitamente (almeno il minore ha avuto coraggio pretendendo l’eredità!) ma aspettandosi di essere riconosciuto, con umiltà, come risarcimento, come premio di una non richiesta mortificazione. Come se il valore di una vita fosse questa specie di modestia che in verità nasconde un rancore senza fine. Tanto alla fine si sbaglia sempre, andarsene, restare, si sbaglia comunque se pretendi che siano altri a risolverti la vita. Nemmeno il maggiore è un figlio, pure lui uno schiavo, e infatti è a un servo, suo simile, che chiede il perché di una festa iniziata in sua assenza (altra immagine terribile di distanza incolmabile: perché non l’hanno aspettato?). E anche il maggiore è vita senza finale, sospeso per sempre su una soglia, tra rancore e una musica non in suo onore. Distanze.

            Sbaglia anche il padre, perché un padre sempre sbaglia. Esagerata la festa per il minore, in ritardo il cammino incontro al maggiore. Sbagliati i tempi, sbagliati i modi, che ne minano la credibilità e ne annientano l’autorevolezza. Anche lui senza finale, non risolve nulla. Solo svela, fa male, ma svela, perché questa è una parabola, parole senza garbo, svela ciò che la vita è: eredità dilapidate, pretese, concessioni, amori inaspettati, slanci di affetto, vuoti terribili, silenzi imbarazzati, inviti non ricevuti, rancori sopiti, gelosie, risentimenti, cammini interrotti, incomprensioni, fraternità amare, paternità goffe e libertà indesiderate. Sì, in fondo, la vita è una libertà indesiderata. E forse sbaglia anche il padre ma sbaglia per eccesso di fiducia, per questa sua ossessione per la libertà. Concede libertà a figli che non vogliono smettere di essere schiavi. Non è solo una festa quella che il padre regala al figlio ritrovato, è un sacrificio. È il sacrificio del sacrificio. È Abramo e Isacco. Il padre slega il figlio, lo lascia libero. Alla fine certifica la distanza, perché la distanza esiste, ma quella distanza che ai figli fa solo paura per il Padre non è altro che il volto della libertà. Il figlio minore, muto e slegato, non capisce ancora. Il padre forse sbaglia, perché alla fine sbagliamo sempre tutti, ma lo fa per consegnare libertà. Anche al figlio maggiore “ciò che è mio è tuo”, invito ad uscire dalla logica del risarcimento, invito a prendere in mano la propria vita per iniziare a decidere, invito a smettere di attendere che altri risolvano la storia per noi.

Forse anche il padre sbaglia, forse esagera, la libertà è una distanza troppo grande per noi uomini. Ci leghiamo a qualsiasi cosa, immoliamo la vita, sacrifichiamo i sogni pur di non dover ammettere che questa distanza che abbiamo davanti altro non è che un deserto da attraversare, un esodo, una possibilità. L’unica che abbiamo per non morire da vittime. Forse sbaglia anche il padre ma se devo scegliere come sbagliare la vita, io vorrei sbagliare come lui: ossessionato dalla libertà.

IV Quaresima C 2019 Sbagliano tutti

Non voglio morire allo stesso modo Terza Quaresima anno C

terza quaresima

Liturgia Parola Terza Domenica Quaresima C

Non voglio morire allo stesso modo

(Luca 13,1-9)

III Quaresima anno C

 

E non riuscire a separare il sangue della vittima da quello del carnefice. Non voglio morire così. Sangue su sangue, a rendere irriconoscibile la vita del sacrificio da quella del sacrificato. Sangue nel sangue, sul pavimento di un qualsiasi santuario, profumo dolciastro, rosso denso, a seccare al sole. Non voglio che il mio sangue, come quello dei Galilei, scorra insieme a quello dei sacrifici. Non voglio morire di sacrificio.

Non voglio morire così, non tanto perché esigo di non morire schiacciato sotto il peso di qualche maceria dovuta a qualche crollo improvviso no, quello non sta a me deciderlo, io non voglio morire con il drammatico senso di colpa di chi si vede stritolato dagli eventi. Come quei diciotto che si videro franare addosso la torre di Siloe e forse come ultimo pensiero si chiesero “perché proprio a me?”. Non voglio morire schiacciato dai sensi di colpa.

Non voglio morire come quelli che si presentano da Gesù usando un fatto di sangue, citando Pilato e il Tempio, e si capisce stavano chiedendo altro, stavano provocando “dove era Dio in quel momento? Perché è rimasto muto, assente?”. Non voglio morire così, con gli occhi superbi e risentiti che incolpano il Padre.

Non voglio morire senza aver imparato che la vita accade, che la vita succede, che ci si ammala, si muore, si vive, si fanno figli, che danzano gli eventi e solo dopo, forse, se ne riconosce una qualche trama. Non voglio morire senza aver imparato che la vita spesso non si capisce, la vita scorre libera. Non voglio morire senza essermi convinto che anche Dio si stupisce per le pieghe inattese degli eventi.

Non voglio morire così, ha ragione Gesù, il rischio c’è “morirete tutti allo stesso modo”, no, io voglio un modo nuovo. Un modo che non preveda il piegarsi alla disumana logica di un concetto assurdo di Dio, quello che pretende il mio sangue, il mio sacrificio. Voglio un modo altro, rispetto alla logica del senso di colpa e di peccato. Voglio un modo che non sia lo stesso, voglio vivere e non morire. Voglio convertire lo sguardo.

Non posso più chiedermi “dove sei?” domanda infantile. Tu non sei dentro qualcosa e fuori qualcos’altro. Tu non sei una cosa, un concetto, una presenza da spostare come soprammobile ingombrante o come trofeo da esibire con orgoglio.

Dio non è nel sangue del sacrificio, nemmeno in quello dei sacrificati. Dio non è nelle pietre che cadono e nemmeno in quelle che resistono, nemmeno nei corpi schiacciati. Dio non è nelle nostre domande, nei nostri trabocchetti. Dio non è nemmeno nell’immagine di Dio che ci costruiamo giorno dopo giorno. Forse la vita scorre proprio per portarsi via la nostra rappresentazione di quello che chiamiamo Realtà. Per portarsi via le apparenze che spesso nascondono invece di evocare.

Non voglio morire “allo stesso modo” di chi accusa il divino, ma nemmeno di chi pateticamente lo difende sempre solo perché ha paura di stare solo. Dio non è nelle mie accuse e nemmeno nelle mie difese. Dio non è nella domanda “dove sei?”.  Vorrei fare silenzio. E trovarti. E lasciarmi trovare.

Ho bisogno anche io di una parabola, per vedere sotto le apparenze. “Un tale aveva piantato un albero di fichi…”

Il fico non è sterile perché non produce frutti, è il padrone ad essere sterile perché vuole tagliarlo. Il fico non è sterile fino a quando ci sarà un fertile cuore di contadino disposto a credere nel futuro: “lascialo ancora quest’anno”. Io non voglio morire come tutti, io voglio morire da contadino, dopo aver imparato l’arte di dilatare il tempo in nome della Speranza. Questo è divino, ed è frutto, ed è generativo.

Io voglio morire così, da contadino, voglio morire imparando l’arte della cura. E forse non dimostrerò mai il volto di Dio ma lo suonerò con il mio respiro, magari non parlerò di lui ma imparerò ad esserne parte della sua infinita melodia. Apparirò, tra due silenzi, come una nota musicale.

Voglio morire imparando a zappare intorno a ciò che sembra morto, e dare nutrimento alla terra anche quando sembra esausta. Voglio essere fertile, vivo, io il frutto maturo in un mondo apparentemente deserto. Io il frutto divino in un mondo impaurito.

Se muoiono i Galilei nel Tempio io non voglio chiedermi perché Dio non è intervenuto ma voglio fare silenzio e cercare le vedove lasciate sole nel dolore e abbracciare i figli sopravvissuti a tanta violenza. Voglio zappare intorno al mondo che vede cadere le torri cercando gli occhi di diciotto donne senza marito, di madri senza figli, di padri schiacciati dal dolore. Non ti chiederò più “Dio dove sei?” ma ogni giorno voglio chiedermi “io dove sono?”.

Il fico non è sterile perché non produce frutti. La vita non è sterile perché scorre sangue o crollano torri. Dio non è assente perché non interviene e resta muto. Morte, morte vera, è non saper costruire speranza. Io non voglio “morire allo stesso modo”, io voglio sentirti nelle mani che spostano le macerie, nelle dita che asciugano lacrime, tra le urla delle vite spezzate, tra i cuori infranti delle donne sole, io voglio respirarti nel sangue attaccato alle pareti del tempio, io ti cerco e ti trovo non con occhi colpevolizzanti ma in ogni sguardo che riconosce la cura. Il miracolo non è guarire, risolvere la vita, miracolo, miracolo vero è il gesto di cura. Che è il gesto del contadino.

Io non voglio “morire allo stesso modo”. Non voglio morire da padrone o da accusatore. Io voglio, prima di morire, aver imparato lo sguardo del contadino, che vede vita nel tempo da concedere, perché il tempo è più grande di noi. Che vede vita nei tre anni passati dal fico a non dare frutti perché non sono tre anni di fallimento ma tre anni di tentativi. Voglio imparare a potare, che non è tagliare, perché chi taglia uccide, chi pota libera. Voglio imparare a lasciare, “lascialo ancora”, che non è abbandonare ma affidare al futuro. Voglio imparare a zappare, che non è ferire il suolo ma dare aria alla terra. Voglio imparare lo sguardo del contadino, prima di “morire come tutti”, di sacrificio o senso di colpa, voglio capire come rendere buona la terra che mi è stata affidata, quella che non voglio più maledire nemmeno quando mi sembra ostile. Voglio, prima di morire, capire bene quella parabola di Luca, e convertire lo sguardo, Dio non è il tale che pretende frutti dal fico ma è la danza di cura del Vignaiolo.

III Quaresima C 2019 Non voglio morire così

I tuoi occhi vedono la mia luce (e la baciano) Seconda Quaresima anno C

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Liturgia Parola Seconda Domenica Quaresima C

I tuoi occhi vedono la mia luce

(e la baciano)

(Luca 9,28-36)

II Quaresima anno C

 

Tutto inizia sempre con un nome, nominare la vita significa far nascere, far venire alla luce. Anche quel giorno Gesù chiama, per nome, atto di uterina paternità, venite alla luce, dice, chiamando i tre amici.

Venire alla luce camminando la schiena di una montagna, niente di originale, tanto evocativo. Salire e stupirsi della densità del silenzio, salire e sentire il sole che scalda la pelle, salire e una stretta al cuore pensando alle barche lasciate e al lago che pulsa senza di noi, sotto, ai nostri piedi, salire come chi ascende a Gerusalemme, salire come Abramo per capire se Dio è un Padre o un Assassino, salire come Mosè per capire se ne vale la pena liberare un popolo che non ne vuole sapere della libertà, salire come Elia e sentire che Dio abita il Vuoto… salire dietro a Gesù, alla ricerca del volto di Dio. Vedere Dio. In fondo non importa niente altro alla nostra vita.

Tutto inizia sempre con un nome, nominare la vita significa farla venire alla luce, nascere. E su quel monte, se sapessi davvero descrivere quello che è successo in quel momento infinito di preghiera… direi che ho visto un uomo nascere, Gesù è venuto alla luce mentre pregava. Si capisce che era uomo chiamato per nome, si capisce che Gesù in quel momento si lasciava guardare, nudo, fragile, innamorato. Noi sprechiamo parole, noi recitiamo preghiere, noi consumiamo suoni vuoti e rimaniamo in ombra lui, in silenzio, nella luce, diventava luce. Come fare l’amore. Come nascere. Saliti sul monte per vedere il volto di Dio stavamo vedendo il volto del Figlio. Ma non era solo il volto di un uomo, era il volto di un uomo guardato con amore. Come quando qualcuno si innamora di noi, nei suoi occhi vediamo adorazione, una luce che non sapevamo nemmeno esistesse e noi… e noi diventiamo luce. Pregare, amare, nascere, sempre venire alla luce.

Nasce luce da ogni muscolo, il corpo sente brividi nuovi, il volto cambia. L’amore cambia e illumina i volti. Non c’era nessun Dio su quel monte, c’era un uomo amato, desiderato, adorato da uno sguardo. C’era un uomo che sentiva di essere amato. C’era un uomo che stava nascendo, venendo ancora alla luce. E ricordo di aver pensato che non avevo ancora imparato ad amare, ma che un giorno, se fossi stato capace, mi sarebbe piaciuto regalare a una donna, almeno a una, tanto amore da svelare quella luce che si portava seminata sotto le apparenze. Perché era quella cosa lì che stava accadendo, non era luce da un roveto, non era luce dall’alto, era luce da dentro, il Tabor era dentro. Il volto cambiò d’aspetto. Fioriva da una luce seminata in esperienza umana il volto di Dio. Ed ebbi paura.

Amare è trasfigurare la vita, accarezzarla con tale ardente passione, con sacrale erotismo, con solenne desiderio, accarezzarla e permettere di venire alla luce. Amare è far nascere. Io non riuscivo a tenere gli occhi aperti, troppo quello che vedevo, troppo, ma ancor più quello che non vedevo. Mosè ed Elia insieme a Gesù. Quelli li vedevo. Ma è “altro” quello che mi sfuggiva. Il volto di Gesù divenne “altro”, la luce mostrava che la verità delle persone, ma anche delle cose, dimora sempre in un Altrove che noi possiamo intuire ma mai possedere. Io avevo già capito di portare inchiodato al cuore un vuoto che mi faceva paura, un’Assenza, una Fame, un Baratro, io già lo sapevo che quel vuoto riempito di inquietudine stava come imperatore al centro di ogni mia azione solo che lì, in mezzo a quella luce, ho capito che io quel Vuoto non lo avrei riempito mai più e, oppresso del sonno mi lasciai andare, come sul Monte degli Ulivi, più avanti. Ci vuole troppo amore per venire alla luce.

Poi un lampo, forse arrivò alle labbra l’unica cosa sensata che potessi dire, come se in quel momento il cuore riuscisse a fuggire dall’oppressione della morte, alzo gli occhi e mentre li vedevo lì, acanto a me, Mosè, Elia e Gesù, l’unica cosa che mi venne da dire, come l’ultimo degli innamorati, l’unica cosa che mi venne da dire: “che bello!”. “Che bello stare qui”, che bella questa vita quando mostra la luce, che bello quando lasciamo che la vita si mostri per quello che è, che belle le persone quando sono amate, che belle le carezze che suscitano luminose scie di speranza, che belli gli sguardi che baciano, che belli corpi che si cercano, che bella la vita quando, luminosa, cerca un esodo per attraversare la notte. Come quando Mosè incide di luce il sentiero dall’Egitto alla Terra Promessa, come quando Elia illumina di fuoco la traiettoria tra terra e cielo, come quando Gesù attraverserà la morte passando a Eternità. Che bella la vita che non si ferma, la vita che viene alla luce, la vita Altra, che bella la vita che cammina il suo Esodo.

Non volevo bloccare tutto, tre tende mi sembravano scelta in continuità con il passato, abbiamo sempre messo una sotto una tenda o in un’arca ciò che consideravamo sacro e divino. Anche adesso, li chiamati tabernacoli, non fa differenza. Non sapevo quello che dicevo. E molti non lo hanno ancora capito. Il velo del tempio doveva squarciarsi, come rottura di acque, nessuna tenda e nessun tabernacolo dovrebbe contenere il divino, nessun Segno dovrebbe ridurre a idolo, la luce che viene da dentro non la puoi imprigionare, è libera. come l’amore, ecco perché fa paura. Trasfigurare è non contenere, in idee, palazzi, reliquie, libri, documenti, ideologie, tabernacoli. Nemmeno ridurre il divino nel solo Segno Sacro del pane è giusto. Ideologie eucaristiche. Non volevo bloccare tutto, ma si era sempre fatto così. Per fortuna arrivò una nube a salvarmi dalla mia pochezza.

Ero salito al monte per vedere il volto di Dio ma Dio non lo avevo visto, avevo visto il volto di un Uomo illuminato da un’esperienza profondissima d’amore e di intimità. Avevo balbettato di tende e capanne solo perché non avevo ancora imparato gli occhi del Centurione, quelli capaci di vedere luce su un altro monte, il Calvario. Solo perché non avevo ancora pulito i miei occhi tradendo e piangendo. Solo perché non mi ero ancora lasciato guardare negli occhi dalla Maddalena. Solo perché non avevo ancora amato lo sguardo dei due di Emmaus. La loro luce è stata la chiave per trasfigurare il Tabor. Guardando loro ho capito che l’esperienza del divino passa attraverso sguardi d’amore, che solo chi si sente amato fin nel profondo può venire alla luce, che solo chi si sente amato può diventare l’unico tabernacolo credibile. Gesù è stato il primo che io abbia visto così, forse il più luminoso, non l’unico. Ogni volta che vedo due occhi di luce che mi amano, che suscitano luce in me, il Vuoto che mi porto dentro freme e cerca e implora Vita (si chiama preghiera?) e io ne faccio esperienza. Dove due o tre si amano e si guardano con dolcezza e si aiutano a venire alla luce Io Sono. In mezzo a loro. Tabor è la trasfigurazione del copro, Carne narrazione luminosa del divino. Sua immagine e somiglianza, luce da luce.

II Quaresima C 2019 Luce

E allora inducimi in tentazione! Prima Quaresima anno C

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Liturgia Parola Prima domenica Quaresima

E allora inducimi in tentazione!

(Luca 4)

I Quaresima anno C

 

E quando senti di essere respiro di Dio, quando la pienezza di un Soffio Divino ti scorre nelle vene, quando senti che nel tuo cuore pulsa il Santo Spirito che dona vita è esattamente in quel momento che cominciano le tentazioni.

            “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”

            Mi pare fosse Silvano Fausti a dire che tentazione è “trapassare con la punta, andare oltre, trovare il guado”, e allora “inducimi in tentazione Signore! Baciami, respirami nei polmoni la Tua Vita e poi spingimi a oltrepassare, a trovare il varco, la strada nel mare. Non abbandonarmi alla tentazione ma attraversala con me, trapassiamo l’apparenza con l’amore. Andiamo oltre, ogni cosa al suo cuore, custodisce una tentazione. Non esisterebbe libertà.

            E allora capisco perché il cammino si compie al contrario, quello di Gesù intendo, se il Battista va dal deserto al Giordano lui, al contrario: dal Giordano al deserto, dal fiume alla sabbia. E noi con lui. A trapassare apparenze, andare alla radice, c’è sempre un deserto sotto ogni fiume. C’è sempre una tentazione con cui fare i conti anche nelle cose apparentemente più sante. certo che è pericoloso, c’è il rischio di perdersi, c’è possibilità di disperazione, c’è da aver paura.

“Respira dentro di me Santo Respiro del Padre e conducimi al deserto che mi aspetta sotto ogni apparenza”.

            E se è quaranta il numero che ci aspetta io non riesco proprio a stupirmi: è numero del deserto. Siano anni o giorni, è tempo legato a una storia. Tentazione è scendere dentro quella storia. Compaiono subito due volti: Abramo e Mosè.

Abramo ha dovuto attraversare la tentazione, la più drammatica, no non quella legata al figlio, ma quella legata a Dio. Si era costruito un volto di Dio affidabile. Si erano messi alla prova entrambi Dio e Abramo e ad un certo punto: tentazione. Il volto di Dio sembra contraddirsi. Prima promette un figlio e poi ci ripensa: sacrificalo, ordina. Abramo non capisce. Deve oltrepassare le apparenze, deve attraversare, ferire con una lancia, trovare un guado prima di capire. Tentazione. E poi capisce: slega Isacco. Libertà non è essere premiati con il dono di un figlio ma slegarlo. Slegare il dono, lasciar essere il figlio libero di diventare ciò che deciderà di essere. Slegare l’idea di meritare un dono da Dio, slegare dall’assolutezza quell’idea che mi son fatta di Dio. Amare così tanto il figlio da permettergli di tradirmi. Libertà.

            Quaranta, emerge il volto di Mosè. Tentazione è credere che gli ebrei vogliano essere liberati. Tentazione è credere che la libertà sia fuggire dal faraone. È anche quello, ma all’inizio, poi bisogna trapassare e andare nel deserto e starci, vivere la tentazione. E allora Mosè comprende, per essere liberi davvero serve un’Alleanza.  Non basta non avere padroni, bisogna allearsi con la vita. E allora ecco le dieci parole. (Che poi noi siamo riusciti a trasformarle in comandamenti e le abbiamo ridotte a idolo… è sempre per il problema che ci dimentichiamo di tornare dal Giordano al deserto).

            La pagina delle tentazioni si comprende solo così: Slegare per Allearsi: Libertà.

Prima tentazione: “Se tu sei Figlio di Dio di’ a questa pietra che diventi pane”. Non è una brutta idea. Quando stai camminando dal deserto al Giordano ti viene anche buona. è Dio che la inventa, si chiama manna, ed è segno divino. Ma quando stai facendo il cammino al contrario: dal fiume al deserto, stai entrando nella tentazione, stai andando alla radice, stai diventando grande: oltrepassi l’infantilismo. E allora Gesù porta a radicalità quella promessa. Non è più tempo di miracoli, non è la pietra che deve diventare pane è l’uomo che liberamente deve diventare pane, eucaristico. Io vi trasformerò in pane. E non sarà una soluzione facile ai problemi della vita. Sarà dura, piangeremo, saremo mangiati e sputati lontani, derisi. Ma saremo bellissimi. Diventeremo noi pane. Non di solo pane vive l’uomo, l’uomo vive se diventa pane. Se si trasforma in pane. Dal fiume al deserto, oltrepassare le apparenze. Diventare adulti. Prima tentazione. Respiro profondo, Spirito Santo.

            Seconda tentazione: “Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra…se ti prostrerai in adorazione”. Non è una brutta idea. Andare in alto. Da sempre l’alto, il monte è segno di manifestazione del divino. Gesù tradisce la tradizione. Dice che non basta. Dall’alto il tentatore dice che in fondo il potere non è malvagio, basta chiamarlo servizio e poi costruire…costruire…costruire. Dall’alto si vedono stati, asili, ospedali, oratori, case parrocchiali, centri d’ascolto… quanto bene si può fare costruendo una struttura… quando potere convertito al bene. Gesù rimane in piedi, solo e nudo davanti a se stesso. Ci vuole coraggio per impedire la costruzione di una struttura che ti giurano userà il potere per salvare vite. Gesù rimane in piedi dicendo che lui vuole niente. Niente sarà mio perché tutto e tutti saranno liberi. Il potere, anche quello piegato al bene, alla fine, toglie la libertà. Tentazione tremenda. Rimane in piedi, libero e solo Gesù. Slega e respira Spirito Santo, mentre i benpensanti già lo accusano di tradimento.

            Terza tentazione: Gerusalemme. Città Santa. Non è una brutta idea. Mostrare che Dio è affidabile e mostrarlo nella divina città. Mostrare che di Dio ci si può fidare, che ci pensa lui, che credere rende migliore la vita, che tanto ci saranno sempre angeli a sorreggerci. Sta anche scritto nella Bibbia. Gesù è così libero che decide di tradire le attese dell’uomo. Di oltrepassare perfino le parole bibliche, di trovare un guado, di passare dal fiume al deserto, alla radice, dove si impara che libertà non è verificare l’affidabilità di chi dice di amarci ma di non metterlo proprio alla prova. Perché l’amore non si prova. L’amore non è una vita messa alla prova ma è la vita che chiede di essere provata dall’Amore. Amare prova che siamo vivi e liberi.

            “Il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato”

Calvario, un cielo muto, un figlio non slegato, il popolo dell’Alleanza rifiuta il suo Messia, il potere politico e religioso si prende gioco del sognatore di Nazareth, la croce, le lacrime, il silenzio.

            Gesù ama. L’amore prova la vita, l’amore arriva a provare perfino la morte. L’amore non muore. La libertà è slegarsi. Perfino dalla morte. Il sepolcro alla fine sarà vuoto, libero da cadavere.

I Quaresima C 2019 Libero

Un cuore ben preparato VIII Tempo Ordinario anno C

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ottava tempo ordinario Liturgia Parola

Un cuore ben preparato

(Siracide, Luca)

VIII Tempo Ordinario anno C

   “Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”

e mi vien voglia di affondare le mani nel mio cuore. Come posso trattenermi? Prima Siracide e poi Luca non chiedono altro, di sicuro non chiedono altre parole.

Poche parole, semi infuocati, sapienza orientale, aprire il cuore come zolla assettata di vita è l’unica condizione richiesta. Come fosse terra da semina, sperare di trovare ancora in fondo al cuore quell’energia che preme per sbocciare il primo pianto del nuovo mondo.

Mi vien voglia di mettere le mani al cuore, scendere fino ad arrivare fino in fondo, sperando di trovare zolle che bramano seme, che implorano acqua, che si lasciano penetrare da radici sempre più decise, dolcemente violente.

Mi vien voglia di affondare le mani nel mio cuore per provare a svegliare la nostalgia di vita, per massaggiarne il desiderio, per risvegliarne l’erotico bisogno fisico di generare. Non mi sembra che le letture di oggi chiedano altro.

 Non mi sento maestro, sempre meno all’altezza di insegnare, mi piacerebbe avere solo un cuore sempre ben preparato. E sarà come essere maestro, dice Gesù. E sarà come quando nessuno avrà più bisogno di maestri, solo terra e seme e fecondità.

Solo un cuore ben preparato può reggere la semina infuocata di Siracide. Non puoi spiegarle certe fresi sono come stelle cadenti a incidere un cielo di metallo. Come spermatozoi. Puoi solo lasciarti andare e fidarti.

“Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti:

così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti”

Non avere paura mio cuore, non avere paura della vita che scuote, setaccia, non avere paura nemmeno dei rifiuti che rimangono imprigionati nella griglia. Sei tu, sono io. Non avere paura di discutere, non avere paura di sbagliare, non avere più paura dei tuoi difetti. Il maestro non è perfetto, il maestro non è setaccio pulito, il maestro è solo cuore ben preparato, il maestro è vita che lo ha legato alla sua verità. Il maestro non si scandalizza più. Il maestro discute e sorride ai rifiuti che il setaccio trattiene. Non è più tempo di sognare perfezioni, è tempo di praticare l’arte del bacio ai propri difetti.

            “I vasi del ceramista li mette a prova la fornace

            così il modo di ragionare è il banco di prova dell’uomo”

Affondare le mani nel cuore e vergognarsi per quando ho maledetto la vita chiedendo fosse libera dalla prova. L’amore invece è fuoco e la mia pelle ceramica. Provvidenza il forno del vasaio. Sensuali le sue mani. Provami al fuoco, metti il mio cuore nel fondo del fuoco, l’amore è fecondo solo ad alte temperature. E ridammi il brivido del confronto, del conflitto anche, mani in fondo al cuore devono essere mani coraggiose, zolle aperte con decisione, come occhi spalancati al sole, maestro non è chi ostenta impassibilità ma chi discute, chi accetta il confronto, anche duro, ma senza umiliare le parole. Non le usa, non le sceglie violente. Chi non si lascia avvelenare da parole mortifere.

            “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero

            così la parola rivela i pensieri del cuore”

Le mani scendono nella terra, scostano, creano un grembo fertile per il seme. Che sia ben preparato il cuore. Non mi importa dei frutti, mi imposta di sapere ciò che c’è stato prima. Adoro il processo. L’invisibile che gocciola istante dopo istante. La coltivazione. Un cuore ben preparato è un cuore ben coltivato. E le mie parole saranno parole come quelle di maestro se chi le ascolterà saprà aggrapparsi con fiducia, se saprà lasciarsi trasportare fino al seme, se saprà sentire che ogni parola è maturata al sole dell’umiltà. Maestro è chi non parla per impressionare, per convincere, per accecare. Maestro è chi riesce a rivelare il pensiero del suo cuore in ogni suono che esce dalla bocca. Mettere le mani in fondo al cuore perché quel muscolo, che è errato definire involontario, si liberi da quella assurda paura che spinge a nascondersi, a fingere, a mascherare. Mettere mano al cuore perché non si nasconda più. Perché anche se è stato umiliato, ferito, ustionato dalla banalità, non perda la fiducia nello sguardo dell’uomo.

            “Non lodate nessuno prima che abbia parlato

            poiché questa è la prova degli uomini”

E silenzio, tanto silenzio. Affondare le mani in fondo al cuore perché vi entri silenzio e compassione. Maestro è chi non si innamora più di altri maestri, chi non pretende l’altrui perfezione, chi aspetta che la vita parli, se deve parlare. Chi non loda nessuno a scatola chiusa, per interesse, per bisogno o per paura. Chi non loda nessuno, ma aspetta, che la parola germogli. E intanto imparare che un cuore ben preparato è quello che sa maturare sacro rispetto per la parola, quando la parola svela, spoglia, espone è parola epifanica.

            Un cuore ben preparato non si lascia ingabbiare dalla pagliuzza, un cuore ben preparato in punta di piedi cammina la pupilla e scende nel cuore e si commuove, perché non c’è più maestro ne discepolo, solo due cechi che si cercano e si sfiorano e si amano. Questo è ciò che bramo dalla vita.

            Un cuore ben preparato non da per scontato che i suoi frutti siano buoni, un cuore ben preparato sa bene che l’albero buono può diventare acido, cattivo, amaro e risentito, a volte anche solo invecchiando.

            Un cuore ben preparato non ha paura di mettere mano al cuore, scende, come contadino, a spezzare la zolla, a incidere per il seme, perché la parola possa entrare, annunciazione fertile, angeli che arano, baci che seminano, un cuore ben preparato non è altro che un cuore traboccante.

            “La sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.

VIII Tempo Ordinario C 2019 un cuore ben preparato