Ho imparato a vederti V Tempo Ordinario anno C

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quinta ordinario C

Ho imparato a vederti

(Isaia 6; 1Cor 15; Luca 5)

V Tempo Ordinario anno C

 

Io vidi il Signore

Ho imparato a vederti. Come ha imparato Isaia. Eri su un trono alto ed elevato, il tuo manto riempiva non solo il Tempio ma ogni angolo dell’Universo.

Anche oggi mi piace, a volte, venire a vederti nel Cosmo. Nel Creato. Ti vedo nelle montagne, nei pianeti, nel sole e nella pioggia. Ti vedo nella natura immensa, nella misteriosa vita degli animali, nella bellezza feroce delle piante selvatiche. Ti vedo nel roteare della terra, nel ripetersi delle stagioni, nei burroni, nelle galassie. Ti vedo. Immenso. E ho paura. Santo Santo Santo il Signore degli eserciti. Ho paura di tanta Infinità.

Ho imparato a vederti nell’Immensità perché mi piace sentirmi come Isaia, uomo perduto, sperduto, smarrito, piccolo. Ho anche pensato, anni fa, che tutto questo fosse roba passata, da Testamento Antico, che ormai con Gesù tu eri l’amico vicino, il Dio della porta accanto. Poi, per fortuna mi sono perso ancora, e ti ho visto, Immenso, Inafferrabile, Irriducibile. Mi son sentito ancora piccolo davanti all’Universo soprattutto quando ho capito che universo infinito era la Sofferenza, la Morte, l’Amore. Mi sono smarrito nella tua Immensità che ho trovato dentro i sentimenti, e io piccolo e impaurito e smarrito. Santo, Santo, Signore degli eserciti.

Ti ho poi visto nel volo della Parola bruciante che come carbone ardente viene a incendiare le labbra degli uomini innamorati di Te. E ringrazio perché la paura e lo smarrimento rimangono, il carbone ardente dell’angelo brucia la colpa ma custodisce l’umiltà. Manda me, se vuoi Signore, manda me con labbra brucianti ma lasciami ti prego un cuore capace di smarrirsi davanti all’Immensità, davanti al Creato, non portarmi mai via la lucidità della mia fragile inconsistenza, del mio essere soffio, passaggio, lembo sgualcito del manto dell’Altissimo che Tutto copre e riempie.

Cinquecento fratelli

Crescendo ti ho incontrato in più di cinquecento fratelli. Eri apparso a loro e io di loro mi fidavo. Giuro, ti vedevo, o mi sembravi tu, di certo mi fidavo dei loro sguardi. Se eri apparso a loro, donne e uomini che io stimavo, come potevo non crederti? Se eri apparso a persone intelligenti e preparate come potevo non voler diventare come loro? Mi sembrava di vederti, giuro, ti vedevo nei loro occhi. Eri apparso ad altri e a me bastava. Avevano scritto libri finissimi di teologia, avevano dato la vita in modo eroico, avevano giurato di averti visto, erano persone credibili e appassionate, mi avevano detto tutto di te… come poteva non bastarmi? Ma a me non bastava mai, cercavo testimoni, cinquecento e poi altri cinquecento, non bastava mai. Sai quando sono andato in crisi? Quando i testimoni hanno cominciato a deludermi. E io, adolescente idealista e spietato, in nome di una idea purissima di te, non riuscivo a perdonarli.

Per grazia di Dio sono quello che sono

Poi un giorno sono stato io a deludermi. E ti ho visto davvero, in me. Mi sono sentito piccolo e smarrito, ho provato a negare e incolpare, a giurare che sarei cambiato, che non avrei sbagliato più, mi sono agitato nel mio orgoglio fino a quando (ma è grazia fragile, devo custodirla) sono riuscito a dire “sono quello che sono”. Mi ero accettato. Ma non bastava ancora. Un giorno, e lì ti ho visto davvero, sono riuscito a dire, come Paolo: sono quello che sono, per grazia di Dio.

E la compassione sui testimoni che mi avevano deluso diventava la conferma del Tuo Amore. E ti vedo, non più nelle false perfezioni di chi parla di te in modo affascinante, non più nell’eroismo di certi profeti, non più nelle parole cesellate con perfezione, non più nei tratti forti dei rivoluzionari senza dubbi ma ti vedo negli sguardi compassionevoli dei falliti, dei disarmati, degli sconfitti, degli emarginati. Nella compassione partecipe ti vedo. In chi perdona, e ama e comprende e non condanna Tu appari. E siamo in più di cinquecento.

Due barche accostate

E ho cominciato a vederti nelle barche accostate della mia storia. Dove credevo di non essere nessuno, dove credevo di aver sbagliato tutto, quando finalmente sono sceso a terra, sconfitto e mi sono messo, con umiltà a riparare reti. Ti ho visto nella rete da pulire. Nel gesto semplice e noioso, nel simbolo del tempo che si ripete, nel ricordo di una notte passata a pescare niente. Ti ho visto e ti ho sentito che mi sei camminato dentro. Per grazia di Dio ero quello che ero, e tu mi camminavi dentro, ero la barca tua, lo spazio tremolante e incerto, l’altare quotidiano della tua immensa feriale manifestazione. Per grazia di Dio ero un pescatore fallito.

Prendi il largo e gettate le vostre reti

Poi una pesca miracolosa. E io ti ho visto nei pesci e nella tua miracolosa moltiplicazione di vita. Eravamo all’inizio. Credevo di avere capito. Quanto stupido orgoglio mi aveva riempito! Ero stato scelto e dal fallimento ora passavo al successo. Sai quanto danno hanno fatto queste parole ripetute per miriadi di giornate del seminario? Senza di te falliti, con te pescatori provetti. Senza di te non contare niente, con te essere importanti. Che vergogna, questo non è Vangelo. Tu volevi solo portarmi a dire la frase di Pietro “Signore allontanati da me che sono peccatore” per farmi imparare a smontarla. Quel miracolo ridondante e quella frase così apparentemente piena di fede erano la sponda malata da cui dovevamo salpare.

Allontanati

Che i pesci contavano niente è stato subito evidente: li abbiamo abbandonati sulla riva. Quella frase invece… c’è voluto un Vangelo intero per smontarla. Abbiamo incontrato peccatori di ogni tipo e tu non li hai mai allontanati, e allora non “allontanati da me” ma “avvicinati a me” e non perché “sono peccatore” ma perché mi ami. Che, l’abbiamo imparato da te, nessuno è peccatore. Qualcuno nella libertà a volte fa il male ma noi siamo uomini, e uomini rimaniamo, e come preghiere aperte all’Alto abbiamo bisogno che Tu ci abiti, che tu ci venga dentro, siamo piccole barche ormeggiate in attesa di te e non più orgogliosi e impauriti peccatori tenuti a distanza. Avvicinati a me Signore, camminami dentro, non perché sono perfetto ma perché sono, perché semplicemente sono, per grazia di Dio, sono quello che sono. Camminami dentro, come quando passeggiavi nel giardino di Genesi, camminami dentro, anche sulle strade impervie della mia durezza, camminami dentro anche quando la mia barca si capovolge, camminami dentro e aiutami a seguirti. Pescatore e non peccatore, pescatore di umanità buona. Camminami dentro, io ti seguirò, e camminando incontro a me io incontrerò te. E finalmente ci riconosceremo.

V Tempo Ordinario C 2019 pescare uomini

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