Verità, mia seducente malattia IV Tempo Ordinario C

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Verità, mia seducente malattia

(Luca 4,21-30)

IV Tempo Ordinario anno C

 

Medico

E quando Gesù dice di essere medico tutto diventa chiaro. La verità è una malattia, aggressiva. Limitarsi a parlarne, chiuderla in libri di teologia, addomesticala in filosofiche teorie è come innamorarsi di manuali medici: affascinanti, meravigliosi, innocui. Quando la malattia aggredisce, quando si aggrappa alle carni, quando esplode dentro come un tumore, quando di metastasi semina la carne allora di quelle pagine ti vergogni, diventano mute, è terrore quello che ti chiude lo stomaco, è disperazione quella che ti spinge contro il muro. La Verità espone alla morte. E in fumo tutte le parole che non si lasciano provare dalla sofferenza.

Non è costui il figlio di Giuseppe?

La Scrittura si compie, la Parola si incarna, la diagnosi mostra i sintomi. In Sinagoga, da quel giorno, non si può più fingere, la Verità parla attraverso le piaghe della carne. Nessuno potrà più descriverne il fascino se non prendendo parola da un corpo provato. Verità come ferita, piaga, dolore. In quella Sinagoga tutti comprendono, non è questione di capire, Gesù si mostra. seducente lebbroso, Gesù è infetto di Verità. Sale la paura.

Prima reazione della gente, istintiva, la meraviglia e la testimonianza lasciano spazio a braccia che si protendono a voler tener lontano quel corpo malato. Si inizia con una negazione. Non è niente, è solo il figlio di Giuseppe. Negare di essere ammalati. Non può succedere a me. Illusi, non si accorgono che anche Giuseppe è già stato infettato. Ormai non più solo carpentiere di villaggio, l’accadimento della Parola ha già trasformato la sua vita in quella di un sognatore, carne divina fecondata di coraggio a portare in salvo un figlio. Giuseppe contaminato dalla Verità diventa più di quello che gli altri vogliono vedere, è uomo dei sogni, come l’altro Giuseppe, malato di Dio dai tempi del Testamento Antico.

Medico cura te stesso

Gesù non nega di essere contaminato di verità, ammalato, infetto. Medico cura te stesso. Vero non è l’uomo che parla di verità ma colui che ne mostra i sintomi e ne paga fino in fondo il prezzo. I malati, da che mondo è mondo, vengono isolati. Da quel giorno in Sinagoga la verità si legherà per sempre all’isolamento. Vero sarà solo l’uomo che con coraggio mostrerà le proprie piaghe. La prima diagnosi è su se stessi. Non possiamo parlare di verità se non l’abbiamo riconosciuta addosso a noi. Negare la malattia, credersi immuni, non accettare di mostrare la naturale vulnerabilità insita nell’essere umano è unico modo per non poter riconoscere il divino. E non arrivare mai a conoscere se stessi.

Dobbiamo smettere di parlare di fragilità, è parola troppo di moda, dobbiamo trovare il coraggio di manifestarci fragili. Vulnerabili. Peccatori. Dobbiamo smettere di combattere il peccato come se fosse qualcosa altro da noi, come se l’errore non ci appartenesse costitutivamente, come se la vita fosse una gara a guarire o a negare le nostre patologie. Curare se stessi, come suggerisce Gesù, è diventare capaci di lettura profonda di quello che siamo, abissi e marciume compreso, e poi prenderci cura del vero. Anche se costa, anche se è vergognoso, anche se non lo vorremmo.

Svelare e curare e smettere di coprire e negare. La retorica del puro, del santo, del perfetto, dell’eroico può essere buona a creare meraviglia e consenso ma è antievangelica, è negazione della verità. Creare spazi di svelamento del reale, luoghi veritativi e misericordiosi è l’unico servizio serio al Vangelo di Cristo.

            Nessun profeta è ben accetto in patria

Che lo svelamento della mia fragilità arrivi da dentro è difficile da accettare. Il tumore è sempre visto come nemico, corpo estraneo, cellula impazzita. Va aggredito e eliminato. Eppure siamo noi, è parte di noi. Poi certo che la malattia vuole cura e tutto quello che si può fare va fatto ma c’è una cosa da cui non si guarisce più, nemmeno a remissione completa, è il senso di vulnerabilità. Puoi anche guarire ma quel senso acuto di precarietà, quel tuo avere camminato fianco a fianco con la fine, quell’esserti sporto oltre il baratro del mistero quello non te lo toglie più nessuno. Dalla verità non si guarisce. È come se una parte di noi ci avesse esposto a guardare quello che non avremmo mai voluto vedere, come se la vita avesse svelato che la morte non è una nemica che arriva all’improvviso ma nasce e cresce con noi da sempre, ce la portiamo dentro. Non è un drago il male, non è una presenza esterna, non è altro, siamo noi, è dentro di noi. Chinarsi per prenderci cura di noi stessi è atto veritativo e compassionevole. Atto di grande coraggio.

Gesù nella Sinagoga si comporta come da profeta, è cellula ribelle in un copro ipocrita e compatto, è come un tumore, svela al paese che tutti siamo anche fragili, mortali e peccatori. Non che “loro sono” peccatori ma che tutti  “siamo”, è cellula tumorale, grida da dentro, questo è inaccettabile. Non parla della morte, inizia a darle spazio, a mostrarla, e non è un caso che il finale sia sempre lo stesso: espulsione. Succederà anche alla fine, espulso da Gerusalemme, gettato nella discarica del Calvario, corpo estraneo. E fino alla fine: mostrare le ferite.

Passando in mezzo a loro

Loro vogliono sbarazzarsi di lui ma lui passa in mezzo a loro. Cammina e passa in mezzo. Come un virus resistente e scomodo. Non te ne liberi facilmente, non te ne liberi proprio. Puoi illuderti di essere guarito, puoi negare, puoi ribellarti, puoi fingere ma da quel giorno tutto è inutile. Ammalati di verità, per sempre. E che liberazione sarà quel giorno in cui ci guarderemo con tenerezza e non negheremo le nostre fragilità, chinandoci piano accarezzeremo ogni parte di noi e ci mostreremo finalmente nudi e vulnerabili. Immersi nella compassione. Che belli saremo quando avremo spogliato e gettato lontano per sempre il nostro buffo cappotto ideale, quello che nasconde, quello che copre, quello che ci separa dal nostro vero volto. Che belli saremo quando senza patetiche coperture potremmo finalmente camminare, poveri ma lieti per l’Annuncio, liberi dalla prigionia dell’apparenza e dell’appartenenza, liberi dal ruolo che sempre chiede sacrificio, con gli occhi aperti e luce nuova, liberi da ogni oppressione, liberi dai sensi di colpa, liberi da quel che pensa la gente, liberi dalla strutture, liberi dalle aggressività dei padri e dalle paure delle madri, liberi dalle opprimenti aspettative, che belli saremo, proclameremo l’anno di Grazia, proclameremo con Grazia la bellezza della vita. E finalmente saremo anche noi compimento della Scrittura.

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