Le osterie di fuori porta II Tempo Ordinario C

cana

liturgia parola ii tempo ordinario c

Le osterie di fuori porta

(Giovanni 2,1-11)

II Tempo Ordinario anno C

 

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta

Immagini, frammenti, brandelli di sogno. Leggo ancora la pagina delle Nozze di Cana e sento tanta tristezza dentro. E poi quella canzone del mio amato Guccini: “sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta. Ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta”.

Immagini, frammenti. Penso a Cana, penso al vino in abbondanza e mi si stringe il cuore per quelle parole sempre uguali della liturgia, per quel pochissimo vino che non ha più sapore, gesti misurati e tristi, un goccio di acqua in calici che sembrano sottratti direttamente al tesoro del Tempio di Gerusalemme. E parlare di colpa e di espiazione e di sangue più che di vino e di festa. Siamo ancora aperti come un tempo, ma la gente fuori o dentro è tutta morta. Uccisa la gioia di fare festa.

Immagini, frammenti. Le vedo quelle sei anfore vuote. Pietra bellissima, la stessa su cui da millenni abbiamo inciso leggi e dogmi immutabili. Le vedo, le ho davanti, sei anfore vuote. Intorno la gente che dovrebbe festeggiare è tutta morta. Come quelle anfore. Tanta capacità riempita di aria. Vedo vuoto.

Immagini, brandelli di ricordo. Vedo Maria che guarda Gesù, lei anfora che si è lasciata riempire e poi svuotare, ma era per portare calore alla vita, così pensava, e quando incrocia gli occhi di Gesù quello che pensa è che qualcosa non sta funzionando. Se la vita è rimanere in piedi, puri e perfetti ma vuoti come anfore che rimbombano di morte… non ne valeva la pena. Non è questa l’ora della vita? Questo chiede e implora la giara di ventre caldo e fecondo di nome Maria, la nuova arca di un Alleanza alla vita. C’è troppa morte al mondo, c’è troppo vuoto. Non era questo il sogno.

E Gesù disse loro “riempite di acqua le anfore”

Dove io vedo morte e sfinimento Gesù vede possibilità di riempimento. Immagini, brandelli di sogno, frammenti sonori: le anfore enormi si lasciano riempire e nella stanza si sente quel rumore tipico che piano piano sale fino a stringersi al collo delle bottiglie, è quando l’acqua arriva all’orlo. È un suono che ho sempre amato, come quando riempi la borraccia di acqua fresca in alta montagna, è il suono della vita che spinge fuori il Vuoto. L’ho da sempre considerato un miracolo.

Riempire di acqua quell’anfora rigida che chiamiamo vita. Riempirla di tutto ciò che ci sta, riempirla dei sorsi freschi delle cose che ci hanno tenuto in piedi, riempirla dei diluvi che si attraversano, delle lacrime, di quando si era convinti di affogare, degli esodi tra acque attraversate, dei battesimi di gioia e di dolore, delle acque rotte dalle nascite e dalle successive rinascite… siamo anfore belle perché piene di quell’acqua che è la vita che scorre senza sosta.

Il miracolo è che diventa buono tutto ciò che abbiamo dentro. L’alleanza non si fa tra uomini puri e vuoti come anfore pietrificate dalla legge ma con donne e uomini riempiti fino all’orlo dalla vita con le sue correnti e con le sue contraddizioni.

Immagini, brandelli di sogno. Immagino un tavolo molto grande, di legno, a questo tavolo si siedono uomini stanchi da un lungo cammino nella notte. Appoggiano i gomiti, qualcuno comincia a raccontare. Dei diluvi e delle lacrime. Sono uomini pieni di vita, quel tavolo, che non somiglia a un altare li sostiene bene. I piedi ben piantati a terra e la voglia di parlare. Sento il profumo del sacro, lì.

Ora prendetene

Le anfore ora sono piene. Non c’è più imbarazzo, quello dello smarrimento dato dall’assenza. Quell’anfora riempita è la vita, le giare ora non fanno più paura e rendono possibili due azioni che amo molto: riempire e attingere. Sono i movimenti della generazione. Riempire un vuoto e partorire, fecondare e poi attingere vita. Un’idea di sacralità molto umana quella di Gesù a Cana. Nessun invito a rimanere immacolati e puri, la vita va raccolta, tutta. Ci si deve riempire di vita. Comprendo meglio il Suo e mio battesimo, la vita è acqua che scorre, bisogna immergersi fino a perdere fiato. Bisogna lasciarsi riempire fino all’orlo. È rischioso ma bello, tremendamente bello.

E poi “attingere”, “prendere”, senza paura, bisogna contaminarsi con la vita, farsi sporcare. Contaminarsi con tutto ciò che vive, fosse pure un lebbroso, un peccatore, un samaritano, un malato, il corpo, un sogno…prendi, attingi, vivi. Non ti ho creato per essere asetticamente puro, la vita è un invito a prendere, adesso, di tutto ciò che riempie di bello.  E poi, soprattutto, prendersi, attingere da ciò che si è, da ciò che si è stati. Quello che ci ha riempito, l’acqua che è arrivata all’orlo, siamo noi e anche se non abbiamo scelto tutto e anche se è acqua sporca, o ferma, o acqua che non berremmo più, noi siamo pieni. Ed è certo meglio che essere anfora vuota.

            E portatene

Portare, condividere, dire ciò che sono. Attingere e portare. Ciò che l’altro è. Immagini, brandelli di sogno, sento molta Sacralità attorno a quel tavolo, uomini pieni di vita condividono il loro essere al mondo. Lo condividono perché ognuno si offre di ascoltare, di prendere un poco il peso dell’altro. È lo stesso che hanno fatto il Samaritano buono, il Cireneo, Giuseppe di Arimatea… tutti si sono contaminati con la vita prendendo e portando. Un uomo mezzo morto, la croce, un cadavere.

            Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino

Se riempi, attingi e porti la vita non si annacqua. La vita, al contrario, prende profumo, un profumo sempre più buono, scalda il cuore.

Confesso che immagino che ci sia più Sacro attorno a un tavolo di legno con uomini pieni di vita che si raccontano e portano ognuno il peso di vivere dell’altro. E credo che le nostre liturgie dovrebbero ispirarsi a questo. Immagino e non mi sento blasfemo, il sorriso di Gesù e Maria quando quegli uomini versano un po’ di vino in bicchieri di vetro da osteria e non in calici dorati. Immagino e non mi sento blasfemo, che il cuore della vita sta in quel profumo, in quel caldo, che stare al mondo non è sopravvivere cercando di preservare purezza ma immergersi in ciò che scalda il cuore, che riempie e genera. Il sapore gratuito, l’ebbrezza della festa.

            Gesù non inizia in un tempio, inizia tra corpi sudati che danzano i ritmi della musica, nel calore e nell’eccesso della festa. C’è profumo di vino buono e non di sacrestie ammuffite.

Immagini, brandelli come di sogno: Cana, gli amici, ancora Guccini, non credo di essere blasfemo “se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male…”. Gratuita e buona, alla fine, la vita.

ii tempo ordinario cana 2019 c

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