Dio delle mie macerie Battesimo C

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liturgia parola battesimo anno c

Dio delle mie macerie

(Luca 3)

Battesimo anno C

 

Poiché il popolo era in attesa, io vi battezzo con acqua

Camminare sul bordo vertiginoso degli eventi con il cuore che scoppia di Assenze. Guardare come dall’albero di un veliero, sfinirsi di orizzonti che si desiderano, furiosamente si desiderano, finalmente abitati. Attendere come sul bordo di un deserto l’arrivo dei Tartari, o di un nemico qualsiasi, un avversario, comunque una presenza che dia senso al nostro esserci. Ardere su un palco quasi vuoto per l’arrivo possibile di un Godot qualsiasi. Sfinirsi, illudersi, massacrarsi il cuore purché questa attesa finisca prima che ci sfinisca. Non va bene. Non è umano.

“Il popolo era in attesa”. Povero popolo, è davvero un gioco da ragazzi illuderlo di essere quel qualcosa o quel qualcuno in grado di riempire il vuoto che ogni uomo si porta dentro. Perché poi, a furia di attendere, ti accontenti, ti convinci, anche il Battista potrebbe bastare, pur di smettere questa tortura che ci logora. E così fioriranno sempre religioni e ideologie, rivoluzioni e illusionisti del cambiamento, populismi o leader di qualsiasi colore. Che tenerezza l’uomo che attende, così bello e così fragile. Che paura l’uomo che attende, così esposto all’inganno.

Gli sguardi si perdono lanciati con folle impazienza verso Qualcuno che verrà a salvarci. E poi a deluderci. E tutto a ricominciare in un tetro teatro dell’Assurdo che chiamiamo vita.

Il Battista prova a interrompere questa tragedia. Lo fa in modo deciso: “Immergiti”, dice. Scendi con me nell’acqua della morte che l’atteso non arriva da un orizzonte lontano ma dal coraggio di scendere fin nel cuore delle macerie che ci portiamo dentro. Un brivido.

Ma viene colui che è più forte di me

Io sono niente, dice il Battista, io non riempio le attese di nessuno. Concreto, vero, schietto, così immagino Giovanni. Così dovremmo essere noi: le attese non sono vuoti da riempire. Questo dovremo avere il coraggio di dire. Non chiedere a me, o alla Chiesa, nemmeno all’Amore, a nessuno chiedere di riempire il vuoto che ci portiamo dentro. Non va riempito, non si può, non si deve. Ma non vedi che anche gli innamorati vivono sospesi di assenza in assenza? Il Battista non illude, ed è già un miracolo. Nessuna risposta consolatoria, che quello è affare di religioni, se vuoi una risposta seria, aggrappati a te stesso e scendi. Immergiti. Battesimo doloroso e urgente: scendi verso te stesso. Scendi a toccare il nucleo incandescente di ciò che sei davvero. Senza sconti. Vuoi comprendere la vita? Scendi, immergiti nell’acqua di morte che nasconde i rottami abbandonati dei tuoi fallimenti. Scendi nel buio di certi anfratti pericolosi, scendi dove le correnti sono fredde e mulinelli di sensi di colpa rischiano di risucchiarti per sempre. Scendi, non consumarti gli occhi aspettando risposte dall’alto, assumi il coraggio di camminare tra le lamiere contorte, tra i rifiuti nascosti, tra gli errori che hai cercato di negare gettandoli in fondo al fiume della vita.

Ecco il battesimo nell’acqua. Niente di romantico, un’avventura negli abissi di ciò che siamo davvero. Scendere dove il sole non arriva, dove la solitudine è totale, dove il respiro è corto, dove la morte galleggia intorno. Il battesimo a cui siamo chiamati è un’immersione nella verità di ciò che siamo. La salvezza non verrà da fuori, dall’alto ma fiorirà dal letame dei nostri errori. Chiamiamoli pure peccati se può servirci. Se il Battista ci fa immergere, se perfino Gesù di lì a poco si immergerà, perché noi continuiamo a rimanere a galla? La verità chiede immersione. Immersione vera nella morte che ci portiamo dentro. Bisogna ripartire dagli errori. Serve una pedagogia del limite. Mi sembra una strada ancora poco frequentata.

Non è questione di sbandierare soluzioni facili e risposte consolatorie, quelle illudono e fanno male, la sfida evangelica mi sembra invece quella legata a una assunzione seria e matura del limite che ognuno di noi è. Del male che si porta dentro. L’invito di Giovanni, che poi Gesù riprende, è coraggioso: il fondale del presepio dove verrà a miracolosa natività la verità di ciò che siamo non è il romantico muschio delle buone azioni ma un devastato mondo fatto di distruzione e di macerie. Scendere dove abbiamo fallito, dove continueremo a tradire, perché solo in quel battesimo di verità noi impariamo a sapere chi siamo e cosa attendiamo. L’errore non è da cancellare ma da valorizzare. Il peccato non è da negare, da nascondere, ma da ascoltare.

In Genesi il Padre si immerge nel giardino dopo che Adamo ed Eva hanno preso del frutto non per giudicare ma per chiedere, per domandare. Purtroppo Adamo ed Eva negano. Avrebbero dovuto gioire di quel loro essere negli abissi, avrebbero dovuto ascoltare il Creatore perché sarebbe stato interessante chiedersi cosa cercavano in quel frutto proibito, cosa mancava loro nel Giardino paradisiaco, che immagine avevano di Dio e di se stessi, perché il serpente era così promettente.

Ogni volta che leggo questi testi sul battesimo sento forte la nostalgia di immergere tutta la nostra pastorale fatta di apparenza per poter iniziare ad abitare finalmente la verità di ciò che siamo, da adulti. Scendere nei nostri errori, nelle nostre immaturità, nelle pulsioni, nei peccati commessi e interrogarli senza condanna, lasciare che ci istruiscano al riparo dei sensi di colpa. Scendere accompagnati da un compagno di viaggio che sa accompagnare: ecco perché Gesù si fa battezzare, per accompagnarci negli abissi che ci portiamo dentro. Dai Chiesa, battezziamoci anche noi.

            In Spirito Santo e fuoco

E dal fondo degli abissi: Spirito Santo e fuoco. Cioè respiro divino e calore. Respiro divino: perché manca il fiato quando ci guardiamo per quello che siamo. Ci spaventiamo di noi stessi. E allora mi immagino un bacio, un respiro profondo, quello del Dio ai derelitti, del Padre dei naufragati, il mio Dio, quello he cammina nella discarica del mio cuore, lì, nei fondali del mio battesimo lui mi bacia e io capisco cosa stavo attendendo davvero. Ma solo lì lo capisco, in superficie attendevo appartenenza, giustificazioni, complimenti, chiese rassicuranti e affetti consolanti. Ora capisco perché mi mancava il respiro. Mi mancava un bacio sulle mie macerie.

E poi calore. Lo conosco il freddo che prende quando faccio davvero i conti con il male che ho fatto e che continuo a fare e che ancora farò. Vorrei nasconderlo e nascondermi. Come Adamo. Ma Lui, girato l’angolo del tradimento, Lui, Dio dei bassifondi e delle fogne, lui accende un fuoco per me, mi abbraccia, mi scalda. E ne faccio finalmente esperienza. Non potevo attenderlo senza scendere fino a qui.

Una Chiesa che non illude ma che accompagna fino all’abisso di morte che ci portiamo dentro per indicarci respiro e calore. Quello è ciò che aspettiamo davvero. Poi, se vuoi, chiamalo pure Dio. O Amore. O Vita.

            Il cielo si aprì e venne una voce dal cielo
Solo allora il cielo si apre. E qualcosa come una colomba. A dire che il diluvio serve a immergerci nella verità di ciò che siamo ma che una terra c’è. Una terra bella come una promessa. Una terra che si apre come un respiro, una terra nuova su cui ricominciare. Una terra in cui camminare senza vergogna del divino. Perché Dio non ha vergogna di baciarci e di abbracciarci nel cuore delle macerie e dei fallimenti. E questa mi sembra l’unica vera buona notizia. Quella che continuo ad aspettarmi e che continuamente mi stupisce.

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