Credevo che Natale Prologo Giovanni

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liturgia parola messa del giorno

Credevo che

(Giovanni 1)

Natale anno C

 

“In Principio era il Verbo e il Verbo era Dio”: Inizio, Parola e Dio. L’evangelista Giovanni nel suo prologo regala a tutti noi tre parole che si cercano, si abbracciano, che non possono stare sole. Troppo pericoloso slegarle, occorre tenerle insieme, tagliare la relazione tra di loro è perdere il significato di Tutto. Perché la parola “inizio” o “principio” si frantuma facilmente se la lasciamo sola davanti ai nostri fallimenti. La “Parola” invece naufraga, siamo affamati di “fatti” e non di parole. “Dio” invece può essere solo concetto, può essere vuoto, può essere usato perfino per uccidere. No, occorre tenerle insieme, l’ho capito dopo anni che cercavo di afferrare il prologo di Giovanni a piccoli sorsi, no, è un respiro unico: Principio, Parola e Dio non possono sciogliersi, si illuminano a vicenda.

Prego il Signore che ogni nostro Inizio sia accompagnato da parole buone, da parole care, da parole in grado di suscitare desiderio, di accompagnare ogni avvenimento e di rileggerlo, per non dimenticarlo. Non si dà nessun “principio” senza la “parola”. Muta la vita che non inizia, si limita a succedere in un ripetersi soffocante di cose. La parola fa accadere la vita, la rende viva. Abbiamo bisogno di parole buone, di parole care, di parole esatte per far ripartire la vita, per riconoscere nuovi inizi. Maltrattando la parola, svuotando il senso e la bellezza del suono che dipinge i contorni della realtà noi ci condanniamo a finire, a morire, uccisi dai rumori. Serve Silenzio, quel Silenzio che è ventre che partorisce Parola. E l’inizio sarà credibile solo quando troverà sostegno nella Parola. E potremo avere ancora il coraggio di pronunciare la parola “Dio”. Magari trovando un suono più esatto, una che sappia di “inizio”, una che non sia “definizione” ma “generatore di altre parole e di altri eventi” magari potremo tornare a pensare a Dio mentre la vita inizia e mentre sulle nostre labbra si appoggia la parola “Amore”. Ma dobbiamo stare molto attenti. La parola Amore da sola non basta più.

Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. C’è da perdersi in queste righe di Giovanni, sembrano solo concetti. E quante volte mi sono avvicinato cercando di capirli. E qualcuno ci riesce, e ci riesce bene. Solo che ogni volta che sentivo parole come queste io vi confido, non vedevo l’ora di vedere Gesù che faceva, parlava, camminava, guariva. Mi mancava la vita vera, quella che scorre, quella che profuma. Aspettavo Cana e il suo vino per poter cominciare a camminare accanto al Dio degli uomini. Accanto al Dio uomo. E dimenticavo in fretta il prologo di Giovanni, poetico ma difficile da afferrare. Oggi no, oggi mentre lo leggo mi sembra di sentire tantissima vita in queste parole.

La prima cosa che sento è esattamente questa: fame di leggere pagine in cui la Vita accade, una vita raccontata da Gesù. E mi sembra di capire che il prologo è anche per questo che è stato scritto, o comunque che lo sento scritto anche per me: per farmi aumentare la voglia di stare con Cristo. Come se queste parole scelte e allineate con cura estrema servissero a preparare il mio incontro con Gesù, per non darlo per scontato, per tornare a sentire nel cuore una immensa mancanza, quella che solo le persone che ti hanno rapito il cuore ti fanno provare. Sì, ascoltando Giovanni e la sua introduzione io sento mancanza, mancanza feroce di te, delle tue parole, del tuo sguardo. E comprendo. Il prologo è la lettera d’amore di un innamorato.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Ed ecco Giovanni che mi aspettava per dirmi che il mio, il nostro innamoramento, non è vano. Senza essere innamorati é folle e irresponsabile parlare di vita perché la notte, le notti che ci portiamo addosso e dentro il cuore sono troppo grandi. Solo chi è innamorato può comprendere che parlare di vita, di luce è una follia possibile. Il prologo adesso osa l’indicibile, osa regalarci una speranza che solo la vita di Cristo, passo dopo passo, renderà credibile davvero. Ma per iniziare un cammino così coraggioso serviva qualcuno che ci convincesse a partire. Ecco, il prologo è la parola di coraggio per iniziare il viaggio.

Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni…” voltarsi indietro prima di partire è pericoloso, si rischia di smarrire quel poco coraggio accumulato. Voltarsi indietro è rischioso perché è facile vedere nel passato i mille tentativi di speranza andati a vuoto. Giovanni l’evangelista lo sa. Ma sa anche bene che comunque noi, prima di salpare, un occhio al passato lo avremmo comunque dato. Sa bene che solo gli idioti si dimenticano di ciò cheé stato e il Vangelo non è scritto per idioti. Allora accompagna il nostro sguardo alle spalle. Ci chiede di guardare a ciò che è stato e, tra ciò che è stato, di scegliere il migliore: il Battista. In tanti si sono fidati di lui, tanti sono partirti fidandosi delle sue parole. Lui era solo un testimone, Gesù è la luce. Non si tratta semplicemente di partire, si tratta di credere alla luce di nuovo. E allora comprendo: il prologo è un invito a nascere.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Luce e uomo, binomio complesso, ardito, coraggioso. Sembra che l’umanità sia più ombra che luce, sembra che il sole si arresti davanti all’uomo… non credo di riuscire a fidarmi ancora una volto degli uomini…

Eppure il mondo non lo ha riconosciuto” il prologo non parla di conoscere ma di ri-conoscere. Non devo fermarmi, se la luce è su ogni uomo io ci credo. Se la luce è depositata negli occhi di ogni creatura io voglio provare a crederci. Sarà così. Il Vangelo dico sarà esattamente così, Gesù riconoscerà vita dove gli uomini non la vedevano più. Prima di essere il Risorto Gesù faceva risorgere luce dove gli uomini non sapevano più vederla, da dentro, dal cuore degli uomini!

A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Accogliere, questo è l’unico potere. Il prologo è scritto per ricordarci quale grande potere abbiamo, persone libere, accogliere di riconoscerci figli oppure no. Giovanni lo scrive perché di solito non è così, il padre e la madre non li scegliamo, nessuno ci chiede se vogliamo venire al mondo, e allora mi pare che l’evangelista osi ciò che nessuno aveva ancora osato, scende nel principio più intimo di noi, la vita, e dice che possiamo sceglierla. Possiamo decidere di noi. Vertigine senza fine: la libertà. Ecco la nostra potenza, possiamo dire di “sì” o dire di “no” e siamo così potenti che davanti al nostro “no” l’Onnipotente si arresta. Possiamo dire di no scegliendo di non amare, è in nostro potere. Il prologo fa tremare. Ci dice che il viaggio che sta per iniziare non è finto, è un viaggio vero, si decide di noi. Durante il viaggio della vita noi decidiamo chi vogliamo essere, come dare o non dare carne all’Amato. Il Prologo fa innamorare ma non seduce, siamo liberi. Fino in fondo, fin da principio.

“E il Verbo si è fatto carne”. E io sento la mia carne fremere di passione, come prima dell’alba, come quando il primo raggio di sole accarezza il prato in una mattina di primavera. Lasciarsi fecondare dall’amore è avventura rischiosa e totalizzante. Cerchi la mia carne, vuoi renderla divina. Come accadrà lo scopriremo insieme. Decido di ripartire anche stavolta. Con te.

Natale messa del giorno Gv 1

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