Io sono l’Atteso, tu lo sguardo innamorato II domenica di Avvento C

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Io sono l’Atteso, tu lo sguardo innamorato

(Baruc 5; Filippesi 1; Luca 3) liturgia parola II avvento C

II Avvento anno C

 

E poi eri lì, nel fruscio leggero di un vestito che lasciava scoperte le carni del mio dolore.

 Bello come un fruscio

            Le vesti di morte scivolano ai piedi di un corpo piagato dal dolore, il lutto ha pianto via la vita da ogni parte di me. Avevo paura di guardarmi, che non fosse rimasto nulla di me era il mio timore. Con un fruscio dolce come il depositarsi di una foglia i miei dolori autunnali adesso stavano, ai miei piedi, immobili, quasi adoranti. Adesso li potevo guardare con parsimoniosa gratitudine. Il lino che custodiva l’urlo ora mi concedeva il respirare, e la grazia della vita sussurrata. Non credevo Tu fossi quel fruscio, Signore della vita. Ti ho atteso con ferocia, ti ho cercato con violenza, ho urlato il tuo nome al cielo e tu eri in un fruscio. Tu mi hai atteso tra le pieghe della mia nudità. Adesso che “la veste del lutto e dell’afflizione” è scivolata ai miei piedi, adesso, nell’atto stesso della spogliazione, ci siamo trovati.  Signore, mio fruscio di deposizione, spogliami di tutto ciò che non è vita.

 Bello come un vestito

            Il mio corpo aveva freddo, adesso. Il dolore, la rabbia, il lutto, la ribellione, tutto è stato protezione. Il tuo fruscio a svelarmi, a deporre le vesti del mio rancore mi ha reso esposto. Come un bambino appena nato. Ho freddo. Non comprendo più chi sono. Capisco che per troppo tempo la rabbia è stata la mia identità. Poi però sento il colore di un vestito nuovo, sento depositare su di me un tessuto caldo, intrecciato per me, è una scusa, la tua, per accarezzarmi. Mi emoziono, mi commuovo. Non credevo di trovarti in questa mia nuova identità ritrovata “rivestito di splendore”. È il tuo sguardo che illumina il mio fragile corpo. E mentre mi “avvolgi con il manto della giustizia” io ti sento, sei tu quel manto, sei tu nell’atto di avvolgermi come si protegge una farfalla impaurita. E comprendo lo sguardo e comprendo questo abbraccio alla parte profonda di me. Mi stavi aspettando, non potevo capire, deporre il dolore non bastava, per rinascere occorre uno sguardo che sia innamorato di me. Fecondo. Il bozzolo di una rinascita. Avvento sono i tuoi occhi innamorati di me.

 Bello come chi cammina sui cocci

Alzo lo sguardo, non ne avevo il più coraggio, non mi ricordavo più del cielo, la terra, una fossa, mi impigliava a sé. “Sorgi o Gerusalemme, sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere”. Ho pianto tutto il mio dolore, il viso schiacciato nella polvere mentre tu, dall’alto, come madre preoccupata, guardavi verso oriente, verso il sorgere dalle mie macerie. E quel tuo sguardo che dall’alto ha versato su di me compassione, anche quando non potevo accorgermene, è stato ciò che ha reso possibile il ritorno. Il ritorno di me a me, come quando si rimettono insieme i cocci di una vita. E ho capito che i figli chiamati a unificazione erano tutte le parti di me che avevo smarrito per incuria o dimenticanza o incomprensione. Dall’alto di quell’altura, con commovente pazienza, tu hai aspettato che facessi pace con tutto ciò che avevo disperso di me. In quello sguardo d’amante si ricomponeva la mia corporeità, che tu raccontavi buona, in quello sguardo si ricomponevano i miei errori e le mie infedeltà, che tu non tramutavi in condanna, in quello sguardo orientato alla vita, si rimettevano insieme tutte le parti di me che ho sempre ripudiato, odiato, negato. Tu le hai sempre e solo amate per il semplice fatto che parlavano di me. Avvento è che mentre facevo pace con me stesso io incontravo te.

E ho capito, ho capito bene, che peccato non è aver fatto a pezzi la mia vita, avere infranto le pareti di qualche regola come lasciare cadere o lanciare un vaso prezioso. Peccato non sono i cocci. Peccato vero è lo sguardo di chi mi ha fatto sentire in colpa. Avvento sei Tu che cammini sui cocci per arrivarmi vicino e guardarmi negli occhi con amabile compassione.

 Bello come l’incompleto

“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento”. Ma io lo Signore che il compimento sarà solo alla fine, sarà la morte e la rinascita in Te. Intanto la bellezza è questo incompiuto che mi abita. Non ci sarebbe avvento senza incompiutezza. L’incompiuto è il vuoto che narra il domani, incompiuto è l’invisibile possibilità di futuro, incompiuto è la fame di vita che non mi lascia. Mi hanno insegnato a cercarti nella perfezione, nella chiusura di un concetto, nella completezza di un lavoro. Invece mi racconti che ciò che è compiuto è anche morto. E nel mio incompiuto ti ho trovato, nelle parti di me che sono cantiere di umanità, e sai Signore cosa mi consola? Che questa incompiutezza mi rende leggero. Sorrido di me. Della mia incompiutezza che narra di Te. Di questo mio abbozzo di vita che richiama le tue mani vasaie.

 Bello come un margine

 Il potere è pericoloso, “tetrarca” è parola che ricorda il chiudersi di una trappola. Il Battista è libero, invece. Perché è ai margini, perché non ha muri di palazzo a contenere il vento della libertà. Il deserto libera. Il cammino libera. Bello come un esodo, bello come la traiettoria di una migrazione. Credevo di trovarti al centro della vita, in un Arca, in una chiesa, tu mi aspettavi ai margini. Tu mi aspettavi dove nessuno si aspetta qualcosa da me. Marginale è colui che cammina fuori dalle logiche del potere, è colui che propone un battesimo di conversione. Adesso ho capito. Che quel battesimo era un ventre caldo di ricomposizione. Quello che chiamiamo peccato non è altro che una forma di non umanità, quello che chiamiamo peccato è tutto ciò che in noi ancora non è nato. Non si condanna ciò che non è nato, magari si aiuta a nascere. Serve un ventre di gravidanza, un battesimo, occorre immergersi e riemergere con respiro nuovo. Credevo di trovarti nella perfezione, ti trovo invece nelle parti non ancora nate di me. Dove non amo da uomo, dove non decido da uomo, dove non sono libero da uomo. Mi aspetti, mi prendi per mano, ti immergi con me. Avvento è che tu mi attendi per rinascere, giorno dopo giorno.

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